Tag

, , , , , , ,


di Alberto Scarponi

«L’Unità» 23 aprile 1990

La democrazia della vita quotidiana: nelle ultime opere del grande intellettuale ungherese una cartina di tornasole per capire se sono ancora possibili una cultura ed una politica di sinistra

La sinistra nel suo navigare in mare aperto di tanto in tanto viene a trovarsi in vista di uno scoglio, il rapporto con il proprio passato. Attorno a tale scoglio essa sembra girare calcolando bene la distanza di sicurezza. Probabilmente ciò deriva dal dubbio che si tratti, piuttosto, di una mina vagante e non, come appare, di un normale fenomeno marino dove primo o poi con accorti lavori un attracco lo si può sempre costruire magari per situare tra quelle rocce dirupate, tra quelle vestigia di sentieri lastricati di buone intenzioni, utili seminari di archeologia culturale e politica.

Ma in questo caso non è buon segno il timore, se di timore si tratta. Perché lascia intendere un intimo limite dell’azione intrapresa oppure, il che finisce per essere la stessa cosa, una sudditanza verso la contingenza politica capace solo di produrre infernali circoli viziosi. In realtà la vera forza di una sinistra rinnovata, ciò che può renderla espansiva e vincente è proprio il liberatorio spirito critico con cui mostra di saper guardare le cose per trarne idee programmatiche.

E la «cosa» prima di tutto, come tutti ormai sappiamo, è la sinistra stessa. La quale non potrà certamente definirsi a contrario rispetto al passato (e neppure, sia detto tra parentesi, rispetto agli avversari) a meno di non volerne accettare la conseguente paradossale egemonia.

Eppure è appunto questo che spingono a fare tutti coloro i quali, talora mossi da propositi nobilissimi talora no, rivendicano una negazione netta, apodittica, totale del passato della sinistra. Cosicché ogni pretesa di posizione, ogni linea di condotta, ogni teoria di quest’ultima andrebbe a rigor di logica vagliata calcolando la distanza da consimili prese di posizione, linee di condotta, teorie passate. Ed è da credere che se ne troverebbero sempre di troppo vicine.

Altra faccenda e invece, l’autonomia dal passato conquistata attraverso un processo di riflessione condotto con il metodo laico del pensiero critico, esente quanto più si può da pregiudizi e disposto a far proprie tutte le conclusioni di tale esame, quali che esse siano. Non sto parlando di astratta scientificità del discorso ma di un atteggiamento politicamente produttivo (produttivo di nuova cultura politica) ed eticamente corretto (che non dimentica la concretezza storica dei soggetti, delle azioni e dei contesti). Sono considerazioni, queste, che sembrano preliminari per chi intenda orientarsi tra le filippiche e le polemiche su questo o quell’aspetto della storia passata della sinistra, filippiche e polemiche che, inevitabilmente quanto più avanti procederanno le cose, sono destinate a moltiplicarsi (quasi esclusivamente com’è ovvio a proposito della sinistra comunista, ma non è detto – se rimarrà questa cautela e incertezza – che l’appetito non venga polemizzando).

Una buona occasione per parlarne mi sembra un articolo di Vittorio Strada (Tra Marx e Dostoevskij su «Lettera internazionale» 23 inverno 1990) a proposito di György Lukács. In effetti (allo stesso modo per esempio della «politica culturale» di Togliatti in Italia, di cui ci si è occupati in polemiche recenti parlando a sproposito di «dittatura della sinistra», forse perché la parola dittatura viene spontanea e irriflettuta quando si tratta di sinistra) Lukács è un po’ uno di quei fenomeni marini di cui dicevo la cultura della sinistra, navigando in mare aperto, non può non imbattersi prima o poi nello scoglio – formatosi con la inevitabilità dei fatti naturali – del rapporto tra cultura europea e movimento comunista.

E Lukács si presenta per l’appunto come uno dei nodi più significativi di tale rapporto, non solo perché lo sceglie fin dall’inizio e poi vi rimane fedele fino alla fine, ma anche e soprattutto perché egli si muove in esso con grande creatività mai rinunciando alla cultura europea come suo spazio specifico di intellettuale. Così non è possibile né liquidarlo (secondo l’indicazione di Adorno) come nobile cavaliere dello spirito abbassatosi al compromesso con la canaglia moscovita, né appiattirlo (secondo l’architettata formula di Vittorio Strada ora) a comunista «autentico», dove «l’autenticità del comunismo di Lukács è quella di una scelta esistenziale e di una coerenza che rendono la sua figura di estremo interesse». Abbiamo qui una intensità di esperienza totale che lo pone accanto, in maniera che potrà suonare sconcertante, ammette Strada, a Vladimir Maiakovskij.

Con una differenza però di sostanza che la figura del poeta futurista russo è resa tragica dalla scelta della morte mentre quella del filosofo ungherese resterebbe, sembra di capire, soltanto interessante, comunque non assurgerebbe altezze della tragedia. Intatti «Lukács, come ogni terrorista bolscevico (nel senso non di un terrore praticato direttamente, ma di un terrore condiviso), non poteva avere lo statuto e la statura di un eroe tragico. La tragedia investiva soltanto le vittime di quel terrore». E la dimostrazione di tale assunto viene fornita da Strada tramite un faticoso ragionamento da cui risulterebbe che tragica può essere solo la condotta di chi pecca, per esempio uccide, avendo in mente il paradiso celeste (come la Giuditta di Hebbel o i tormentati personaggi di Dostoevskij) non invece chi fa lo stesso ma pensa a un paradiso in terra.

Ora, che nella complessa e drammatica storia del comunismo reale un drammaturgo o un romanziere possano reperire materia e personaggi tragici anche dal lato dei «terroristi» è solo questione di prospettiva artistica e di talento. Dipende insomma dall’ipotetico autore e non dai fatti in sé.

Che oggi peraltro la categoria del tragico possa essere utile a illuminare questa storia in termini culturalmente validi, non mi pare proprio a meno di non pretendere di schiacciare dentro una parola, per quanto alta e dolorosa, non solo enormi processi storici concreti (incluso quello costituito dall’intellighenzia europea che a un certo punto guarderà in gran parte al comunismo come a una speranza vicina e come a un modo possibile di superare la crisi spirituale della società capitalistica, incapace di uscire dalla sua dimensione elitaria umanamente ristretta) ma anche i grandi problemi che il comunismo reale nel suo crollo ci lascia in eredità.

Il primo dei quali è se sia ancora possibile parlare di una sinistra – di una forza culturale e politica in grado di puntare a una società dove la libertà di ognuno costituisca la condizione della libertà di tutti, secondo la formula marxiana – oppure se questi possibilità sia stata tutta consumata dentro quel fallito esperimento storico (per cui oggi dovremmo essere indotti a dilettarci con il giochetto inutile del sì e del no, insomma dell’adesione soggettiva a queste illusioni generose o stupide a seconda dei punti di vista, ma sempre fatte proprie da idioti, utili a gente di potere di tutte le risme).

Allora Lukács diventa una cartina di tornasole: chi ne riduce l’originalità al suo «anticapitalismo romantico» (che è slato il clima di molta parte della cultura tedesca di questo secolo, come ben spiega Michael Löwy nello stesso fascicolo di «Lettera internazionale», da Max Weber e il suo circolo, inclusi György Lukács e Ernst Bloch, a molti scrittori espressionisti a parecchi rivoluzionari tedeschi e ungheresi del 1919 alla scuola di Francoforte e, per suo tramite, aggiungerei al «Sessantotto» con le successive correnti anticulturali metropolitane o verdi) chi cioè ne ammira o apprezza soltanto L’anima e le forme (1911) Teoria del romanzo (1914) e Storia e coscienza di classe (1923) in sostanza ritiene chiusa quella stagione di storia europea e si avvia a una «conciliazione forzata» non con la realtà dello stalinismo, come secondo l’accusa di Adorno fece Lukács, ma con una innominata realtà tout-court, limite magari bestemmiato e tuttavia invalicabile della propria fantasia politica e culturale.

Chi, per contro, segue Lukács nella sua discesa agli inferi del comunismo reale e tutt’altro che agiograficamente ne accetta il «pensiero vissuto» (come egli titolò la propria biografia) la faticata ricerca di un tertium datur, secondo le sue parole che lo condurrà ultraottantenne a scrivere ancora un opera di grosso impegno l’Ontologia (e poi a riscriverla, vedi i Prolegomeni all’Ontologia che escono ora in italiano presso l’editore Guerini per conto dell’Istituto Italiano per gli studi filosofici) nella quale elaborerà una teoria storica della genesi dell’individuo, della sua libertà e della forma politica ad esso adeguata, «la democrazia della vita quotidiana», chi fa questo ritiene semplicemente ancora aperta la ricerca dei modi non contraddittori con il fine per puntare a una società dove la libertà di ognuno sia la condizione per la libertà, ritiene semplicemente ancora possibile una cultura e una politica di sinistra. E proprio per questo si rivolge al passato senza alcuna intenzione di negare o nascondere o giustificare ma con l’assillo del capire.

Annunci