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di Mario Spinella

«L’Unità», 26 luglio 1972

Due raccolte di scritti giovanili

Documenti essenziali sulla formazione del teorico marxista negli anni decisivi che stanno fra l’esperienza rivoluzionaria e il grande dibattito nella Terza Internazionale — Un filo conduttore: il problema, sempre aperto, della coscienza di classe


L’interesse della cultura italiana di sinistra per György Lukács e per la sua ope­ra non accenna a diminuire. Ancora recentemente so­no apparse altre due raccol­te di suoi scritti: Kommuni­smus, 1920-1921, a cura di Massimo Cacciari (Padova, Marsilio, 1972, pagg. 174, L. 1700) e Scritti politici giovanili, 1919-1928, a cura di Paolo Manganaro (Bari, Laterza, 1972, pagg. 330, L. 1800).

Si tratta di scritti – e di anni – decisivi per la for­mazione politica di Lukács, specialmente se alla loro let­tura si accompagni il neces­sario riferimento a Storia e coscienza di classe, che è del 1923 ma comprende saggi elaborati negli anni imme­diatamente precedenti. (Ve­dine la traduzione italiana, Milano, Sugar, 1967, con la importante prefazione del­l’autore). È in questo periodo, infatti, che Lukács, precedentemente noto come studioso di filosofia e criti­co letterario di primissimo piano, si impegna attivamen­te nella politica del suo Pae­se, l’Ungheria, sino a viver­ne, come ministro della cul­tura, l’esperienza rivoluzio­naria della repubblica comu­nista, la sua successiva scon­fitta, l’esilio, il grande di­battito sul marxismo negli anni venti, le critiche degli organismi della Terza inter­nazionale a talune delle sue posizioni; sino a quando, messe in minoranza le sue «Tesi sulla situazione politi­ca ed economica ungherese e sui compiti del Partito co­munista d’Ungheria» («Te­si di Blum»), sarà indotto di nuovo a concentrare la sua attenzione sugli studi di storia e critica letteraria e di estetica, acquistandovi sempre più – almeno nel campo marxista – un ruo­lo di rilevanza mondiale.

Il momento unificatore

Il contenuto e la proble­matica degli scritti lukacsiani di questo periodo, sia di quelli pubblicati su «Kom­munismus», organo della Terza Internazionale per i Paesi danubiani, sia di quel­li apparsi su altre riviste, appaiono assai vari e vasti. Essi vanno infatti dalla trat­tazione di problemi stretta­mente politici, o politico-organizzativi («Il problema dell’organizzazione degli in­tellettuali», «Sulla questio­ne del parlamentarismo», «Questioni organizzative del­la Terza Internazionale», «Opportunismo e putschismo», «Kassel e Halle», «La crisi del sindacalismo in Italia», ecc.); a temi più specificamente teorici («Tattica ed etica», «Che cos’è il marxismo ortodos­so?», «Il ruolo della mo­rale nella produzione comu­nista», «Sul problema del lavoro intellettuale»); e in­fine a ricostruzioni storico-critiche della storia del pen­siero socialista (la recensio­ne alla Teoria del materia­lismo storico di Bucharin, gli ampi saggi su «La nuo­va edizione delle lettere di Lassalle» e su «Moses Hess e i problemi della dialetti­ca idealistica»).

Vi è tuttavia, a nostro pa­rere, un momento unificato­re delle ricerche del Lukács di questo periodo: ed è il problema – sempre aper­to e sempre nuovo per il marxismo – della coscienza di classe: e non è certo ca­suale che, tra i suoi scritti di quegli anni, Lukács abbia appunto raccolto, nel volu­me sopra citato, proprio quelli più particolarmente inerenti a tale problemati­ca, mentre gli altri appari­ranno in massima parte sol­tanto nelle Opere complete, vol. II, 1967. Già nell’artico­lo che apre la raccolta cura­ta da Manganaro, Tattica ed etica (1919), tale istanza ap­pare in primo piano – sia pure entro un contesto cer­tamente involuto e dominato da un linguaggio ancora ti­picamente hegeliano. Vi leggiamo, infatti: «Affinché il giusto modo di agire diven­ti un veritiero ed esatto elemento regolativo, occorre che la coscienza di classe si elevi al di sopra della sua mera datità effettuale e pon­ga mente alla sua vocazio­ne storico-universale e alla coscienza della propria responsabilità. L’interesse di classe infatti, il cui conse­guimento rappresenta il con­tenuto dell’agire in base al­la coscienza di classe, non concorda né con la genera­lità degli interessi persona­li degli individui che fan­no parte della classe, né con i contingenti interessi attua­li della classe come unità collettiva. Gli interessi di classe che portano alla rea­lizzazione del socialismo e la coscienza di classe che li esprime rappresentano una vocazione storico-univer­sale… ».

In termini maggiormente semplificati, ciò significa che la coscienza di classe non può mai essere dedot­ta da quanto sia i singoli membri della classe rivolu­zionaria, sia la classe rivo­luzionaria stessa nel suo in­sieme possono pensare in un momento determinato; ma dal grado di consapevo­lezza storico-critica che gli uni e l’altra possono aver raggiunto della propria fun­zione rivoluzionaria, quando – per riprendere quanto Lukács afferma   nel   saggio «Che cos’è il marxismo or­todosso?» – «il movimen­to operaio è diventato con­sapevole che per esso tan­to teoria e prassi, quanto il movimento e l’obbiettivo fi­nale costituiscono un’uni­tà». E parlare di coscienza di classe, sottolinearne l’im­portanza decisiva, significa sempre, per un marxista, fare riferimento al Partito e alla sua funzione.

Su questo terreno, per­mangono negli scritti del di questo periodo, e soprattutto in quelli sugge­riti dall’entusiasmo per la vittoria della rivoluzione co­munista in Ungheria (si ve­da, per esempio, «Partito e classe») elementi di una visione eccessivamente anti­cipatrice, che tende a met­tere in subordine, se non ad­dirittura ad escludere, la funzione del Partito quale strumento della dittatura del proletariato. E, più in gene­rale, si potrebbe aggiunge­re, non è difficile riscontra­re in questo Lukács una net­ta sopravvalutazione della funzione educatrice del Par­tito, in particolare dopo la conquista del potere, rispet­to a quella di governo: ti­pico è, ad esempio, il discor­so da lui tenuto al Congres­so della gioventù operaia, nel quale si afferma che «dopo la vittoria del prole­tariato… la società prende in mano la direzione dei fatto­ri economici», e se ne trae la conseguenza che «i con­flitti economici sono termi­nati» e che pertanto «l’ob­biettivo principale della vo­stra vita dev’essere l’istru­zione».

L’accusa di «idealismo»

Sono posizioni come que­ste che hanno procurato al Lukács di questi anni l’ac­cusa di «idealismo»: ma, in questo caso, con un signi­ficato certo molto approssi­mativo, e ben diverso di quell’idealismo (hegeliano) del quale egli stesso farà l’autocritica in riferimento a talune interpretazioni e impostazioni contenute in «Storia e coscienza di clas­se». Più esatto forse, per lui come per molte delle po­sizioni del «comunismo di sinistra» di quegli anni (che oggi, del resto, spesso riaffiorano nell’«estremi­smo» dei gruppuscoli o di taluni di essi), sarebbe par­lare di «volontarismo», cioè di sottovalutazione del lungo e faticoso processo di mediazione necessario per costruire il comunismo.

A comprendere le radici ideali di queste posizioni ci aiuta, a dire il vero, assai più la prefazione di Paolo Manganaro a Scritti politici giovanili che quella di Mas­simo Cacciari a Kommuni­smus. Mentre, infatti, Man­ganaro, sia pure sintetica­mente, si sforza di ricostrui­re l’itinerario culturale di Lukács sino a quel momen­to, ed esamina criticamente gli scritti che presenta, l’analisi di Cacciari vuole es­sere più vasta e più ambi­ziosa: essa propone una let­tura di questo Lukács, e in generale del «comunismo di sinistra», nel quadro di una interpretazione genera­le di talune linee portanti della lotta di classe e della politica dei partiti operai dall’inizio del secolo alla grande crisi sociale postbel­lica. Ma, anche tralasciando l’opinabilità di tale quadro, che meriterebbe un discorso a parte, veggono in tal mo­do necessariamente trascura­te, o ignorate, non solo le specifiche ragioni degli atteggiamenti di Lukács, ma anche quanto, nel crogiolo della sua elaborazione cul­turale e teorica, ha rappre­sentato così gran parte del dibattito culturale del no­stro secolo; quanto, infine, di quel dibattito e di quelle posizioni rimane ancora og­gi viva problematica per il movimento rivoluzionario e per il marxismo.

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