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di Giuseppe Boffa

«L’Unità», 9 giugno 1971

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Ricordo del grande filosofo ungherese

Una conversazione che era una miniera d’idee – Fervore di progetti per nuove opere anche a tarda età – Attento ad ogni sviluppo del movimento operaio e rivoluzionario nel mondo – La problematica della democrazia socialista


La casa di Lukács a Budapest era, per chi si recava in questi anni nella capitale ungherese in cerca di fatti e di idee, una meta cara ed ambita, piuttosto che obbligata. Lo era, cre­do, in particolare per noi comunisti italiani, in cui Lukács coglieva quel sentimento di rispetto e di amicizia, che Longo ha espresso con calore nel suo messaggio a Kadar subito do­po la morte del filosofo. Ma non solo per noi, ovviamente.

Capitava non di rado che venisse lui in persona ad aprire la porta, quando ci si arrampicava sino a quel quinto piano del tranquillo palazzo della Budapest asburgica, all’inizio del lungofiume Belgrad, dove egli viveva ormai ritirato, e si suonava all’uscio, dove una semplice targhet­ta annunciava «prof. György Lukács». Dalla soglia ci trovavamo quasi senza transizione introdotti nel suo piccolo studio, la cui porta, che si affacciava direttamente sull’in­gresso, era in genere spalancata., Un’ampia finestra si schiudeva al­lora davanti a noi, sul Danubio, su alcune chiatte che vi erano anco­rate e sul declivio verde del mon­te Gellert, ripido sull’altra sponda del fiume.

Le responsabilità del protagonista

Ma non vi era il tempo di sostare in contemplazione del panorama flu­viale, né delle scaffalature che rico­privano le pareti, perché già si era seduti accanto alla scrivania, sovraf­follata di carte e di libri, e impe­gnati a riflettere sulla prima doman­da che Lukács, rincantucciato nella sua rigida poltroncina, ci aveva po­sto. Che era sempre una domanda precisa, calzante, tale da non potersi accontentare di una risposta generi­ca e capace quindi di avviare di col­po una conversazione che si sarebbe poi prolungata senza intoppi, non importa quante ore saremmo rimasti con lui.

A ottantanni passati Lukács par­lava con la foga fluente di chi sa che il tempo incalza e sente di ave­re ancora molte cose da dire, senza poter perdere minuti preziosi. Né questo valeva solo per ciò che ci diceva di persona. Minuto, asciutto, sereno, conservava una grande vita­lità fisica oltre che intellettuale. Ed era, a quell’età, che magari l’inter­locutore avvertiva relativamente, tutto un fervore di progetti di nuo­ve opere, che avrebbe scritto o che stava scrivendo o che addirittura si apprestava a pubblicare: opere an­che ponderose. Sono persuaso che le sue carte private siano una mi­niera di idee. La semplice conver­sazione già lo era.

Pur nel suo tranquillo rifugio del lungofiume Belgrad, Lukács era at­tento e informato di ogni sviluppo del movimento operaio e rivoluzio­nario nel mondo, perché se ne sen­tiva profondamente partecipe. URSS, Cina, Cecoslovacchia, politica del Partito comunista italiano, movimen­to giovanile nei paesi dell’Occidente capitalistico, storia di ieri e proble­mi del presente, lo scontro delle idee e i conflitti tra le forze sociali erano tutti temi, sui quali la sua men­te, rimasta tanto sorprendentemente lucida e attiva, continuava a riflet­tere.

Rivoluzione e democrazia sociali­sta erano, d’altronde, i problemi su cui si concentrava il suo pensiero politico. Credo che fossero anche i più congeniali a sintetizzare la sua posizione, non soddisfatta di formule o soluzioni già codificate, ma impe­gnata in una continua ricerca e in un continuo esercizio critico. Era la posizione – è bene ricordarlo in queste giornate di rievocazioni non sempre disinteressate – di chi del­la lotta per il socialismo e il comu­nismo si sente protagonista: qualcosa di ben più profondo quindi che una semplice adesione. Il che implicava anche precise responsabilità.

Esemplare era la sua stessa collo­cazione nell’Ungheria di oggi. Sap­piamo quanto travagliato sia stato l’attivo contributo di questo grande pensatore marxista al movimento operaio e comunista ungherese e alle sue lotte di frazione, da quante polemiche esso sia stato accompa­gnato. Conosciamo anche il suo ruolo negli avvenimenti del ‘56, quando egli credette in un rinnovamento an­tistalinista e agìi convinto di operare in tale direzione. Egli non ha mai condiviso quella che è poi stata la interpretazione ufficiale dei fatti, pur essendo stato portato dalla riflessio­ne ad una certa autocritica. Si era invece persuaso di dover appoggiare lo sforzo intrapreso sotto la direzione di Kadar, per cui egli nutriva personalmente molta stima.

Il che non vuol dire che egli soste­nesse tutti gli indirizzi della presen­te politica ungherese: ne apprezzava però l’orientamento fondamentale e si astenne volontariamente dal com­piere atti pubblici, che pure avrebbe­ro corrisposto al suo pensiero, pur di non intralciare una politica che giudicava nell’insieme positiva per il suo paese e per il movimento comunista. Kadar e la direzione del suo partito seppero d’altra parte fare in modo che egli, pur nel suo isolamento, potesse continuare a svolgere la sua opera di studioso e a farla conoscere: atteggiamento il loro, che non solo è stato proficuo per la cultura e per la politica ungherese, ma che nel suo stesso equi­librio sembra indice dell’originale ir­ripetibilità dell’esperienza ungherese di questi anni.

Non era quella di Lukács solo una scelta tattica pur sapendo egli apprez­zare a fondo le qualità tattiche di un dirigente politico e di un partito. Piuttosto Lukács era persuaso che le società socialiste, anche così come si erano storicamente formate, con tutti i loro limiti strutturali, rappre­sentassero una positiva conquista della classe operaia, delle sue rivo­luzioni e quindi delle forze più avan­zate dell’umanità. Credo che a que­sto proposito egli non abbia mai la­sciato dubbi nei suoi interlocutori, ivi compresi coloro che proprio su questo punto erano meno disposti ad ascoltarlo. Se era convinto della validità complessiva di questa esperienza storica, cui egli aveva personalmente contribuito attraverso tan­te vicende, era però non meno luci­do nel giudicare le storture dello stalinismo, i limiti delle stesse risposte, abbozzate nel periodo post-stali­niano dal XX congresso in poi, i problemi quindi che alle società socia­liste incombono nel presente. Si trat­tasse del progresso dell’economia o della vita culturale, egli era convin­to – e non si stancava di dimostrar­lo – che la vera loro soluzione, quella di cui le società socialiste hanno bisogno per le loro intrinse­che leggi di sviluppo, come per la loro capacità di attrazione ideale, era appunto l’affermazione della democrazia socialista.

Attenzione critica

Attento al carattere concreto di ognuna delle esperienze di sociali­smo, egli non era portato a sposar­ne acriticamente nessuna, né a re­spingerne alcuna con una condanna aprioristica. Questo valeva per la Jugoslavia, per la Cina, per l’URSS kruscioviana. Valeva per lo stesso «nuovo corso» cecoslovacco, di cui egli aveva pur colto gli aspetti positivi, riponendo in essi una fidu­ciosa speranza. Ma nello stesso tem­po non vi era nulla in Lukács del­l’intellettuale che ritiene possibile giudicare dal «di fuori». Egli era stato e restava immerso in quelle esperienze, rifiutando di separarse­ne. Il suo pensiero era quindi sti­molo fecondo non solo per chi si raggruppava attorno a lui, ma per chiunque intendesse agire sul terreno della lotta per  il socialismo.

È questo il Lukács che sento ne­cessario rievocare oggi. Altri con ben maggiore autorità hanno parlato e parleranno del pensatore marxista, dell’uomo di cultura. Solo ritengo che il suo ritratto non sarebbe com­pleto senza questo accenno alla sua posizione politica degli ultimi anni, che tanta parte del suo impegno prendeva e che egli offriva con cal­ma fermezza al visitatore amico.

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