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icoGrazie a Paolo Emilio. (Purtroppo alcune pagine sono poco leggibili).

L’autore si propone di capire l’evoluzione politica di Lukács fino al 1929, nell’ambito di una indagine sull’intel­lighenzia radicale in Germania e in Ungheria agli inizi del secolo. Gli obiettivi sono due: da una parte, analizzare le idee politiche di colui che molti ritengono il più grande filosofo marxista del ventesimo secolo, e dall’altra segnala­re, attraverso la sua parabola, un caso esemplare per cogliere il problema degli intellettuali rivoluzionari. Ispi­randosi alle categorie di Storia e coscienza di classe, l’autore compie non solo uno studio marxista di un teorico marxista, ma anche un’analisi lukacsiana di Lu­kács, dando quindi un contributo alla ormai necessaria sociologia marxista delle avanguardie non proletarie che affiancano il proletariato. I rapporti tra il filosofo unghe­rese a Max Weber, Ernst Bloch, Karl Mannheim e Thomas Mann, vengono esaminati sotto una nuova luce, utilizzan­do numerosi documenti scoperti di recente e che si trovano all’Archivio Lukács di Budapest. Il tema principa­le del libro è il passaggio, complesso e contraddittorio, di Lukács dalla visione tragica del mondo al bolscevismo: le motivazioni etiche e politico-sociali che lo fecero aderire nel 1918 al partito comunista e diventare un anno dopo commissario del popolo alla cultura del governo di Béla Kun. L’opera arriva così ad esaminare le ipotesi possibili per un’analisi della radicalizzazione degli intellettuali oggi. In appendice, un’intervista di Löwy con Ernst Bloch e tre testi inediti di Lukács.

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