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di Ottavio Cecchi

«L’Unità» 4 giugno 1996

György Lukács, di tanto in tanto, sospendeva la conferenza per riaccendere il sigaro. Parlava a un pubblico di poca gente, raccolto nella saletta di un vecchio palazzo fiorentino. Quando il sigaro ricominciava a tira­re Lukács s’incantava dietro le volute di fumo. I suoi silenzi erano lunghi. Lo scelto pubblico, che lo avrebbe segui­to all’Università, finalmente poteva vedere da vicino il grande filosofo che, durante la conferenza, aveva pronunciato condanne senza appello contro l’esistenzialismo. Com’è possibile che il capitalismo eviti la crisi e la guerra? Non è possibile, e l’esistenzialismo è espressione ideologica di questa incapacità. Questo e altro rimaneva nei taccuini fitti di appunti L’arte? L’arte è rispecchia­mento della realtà. Se la rivoluzione proletaria fallisse, il mondo precipiterebbe nella barbarie… Il sigaro si spense più volte e più volte Lukács seguì le nuvolette di fumo az­zurro. Al termine, cambiò sigaro, abbandonò quello te­desco che aveva fumato durante la conferenza e accese mezzo toscano. Un gruppo di affezionati lo seguì per le scale e sul marciapiede. Non aveva bisogno di essere guidato. Conosce Firenze, professore? Rispose; «Oh sì, sì».

A Budapest la casa di Lukács è sul Danubio. Oltre il portone comincia una scala che va su a chiocciola lungo una parete. Le porte degli appartamenti si aprono su un largo vuoto.

Lukács è morto nel ’71, e da allora è cominciato un pellegrinaggio ininterrotto.

La giovane donna che è stata sua allieva riceve gli ospiti, li accompagna al tavolo di lavoro, vicino alla fine­stra. Di là, oltre la finestra, si vede il fiume. Tutto è rimasto come quando il professoie era vivo. C’è anche un porta­sigari e, nell’aria, si sente l’odore pungente di carta e tabacco. I libri di Lukács sono alle pareti, ordinati. La visita è breve. All’ospite, la giovane offre un cognac, poi lo sa­luta con un sorriso.

Nel 1973, a Heidelberg, è stala ritrovata una valigia che Lukacs aveva dimenticato là nel 1917. Nella valigia c’è un diario che va dal 25 aprile 1910 al 16 dicembre 1911. La traduzione italiana uscirà nel 1983 da Adelphi, a cura di Gabriella Caramore e con un saggio di Massimo Cacciari, Metafisica della gioventù.

Firenze

Il giovane Lukács prepara l’edizione tedesca dell’Ani­ma e le forme. La stesura del diario è avvenuta tra Berli­no, Weimar e Firenze. In quell’arco di tempo, muore sui­cida Irma Seidler (è il 18 maggio 1911), la donna della quale Lukacs è innamorato, e muore anche il filosofo dell’ arte Leo Popper, il più caro amico di Lukács. Il diario è segnato profondamente da queste due moti. La soffe­renza investe i sentimenti e il pensiero di Lukács.

Da quei giorni in poi, egli non sarà più lo stesso, morirà, con Irma e con Leo, l’uomo dell’Anima e le forme, do­vrà sopravvivere, nota Cacciari, «attraverso tutte le forme della sopravvivenza, dipendere da esse».

Inetta non è stata Irma, né lo sarà Leo, «ma inetto, cer­tamente sì, l’uomo “versato” nell’opera è necessaria­mente, poiché il dovere stesso dell’opera è durare oltre la vita, sopravviverle, “superarla”. La morte di Irma sma­schera le ragioni di questo dovere, la costitutiva menzo­gna del suo pretendere di salvare la vita “superandola”». Cacciari ha già pronunciato la parola menzogna e ora stringe il senso del suo ragionamento. Lukács consuma in opera il proprio suicidio». Conseguentemente: «L’ope­ra che segue avrà la forma di ciò che sopravvive alla necessità di questo suicidio». Il ragionamento è crudo, tragi­co e non può concludersi se non in chiave di progetto. Il secolo si annuncia carico di tragedia. I progetti di salvez­za sono destinati a crollare. Lukács  accompagnerà con l’opera e con l’azione un progetto infuturante che na­sconde la sua necessità di sopravvivere

Verso la fine del 1907, Lukács aveva conosciuto la pit­trice Irma Seidler. Tra il 28 maggio e l’11 giugno del 1908, Irma, György e Leo partono insieme per l’Italia. Meta è Fi­renze. Per Lukács, Irma è il grande amore. Ma non è de­stino. La rottura avviene molto presto. Irma sposa il pitto­re Kàroly Réthy, e il 18 maggio 1911 si uccide. Il diario ha un vuoto tra il maggio dell’11 e il 22 ottobre.

«Non so perché riprendo a scrivere Questo è l’inizio – oppure la fine. Sarebbe vano starne a parlare. Ieri è mor­to Leo (…) È notte e vuoto intorno a me. La mia intelli­genza lavora in uno spazio vuoto: mai resistere, mai es­sere. Neanche nel lavoro: non riesco a produrre nulla. È una prova, questa, o una tentazione? È Dio o il diavolo che mi ha sottratto ogni cosa? E qual è la strada per la sal­vezza, e quale per la rovina?». Il contrasto tra un amore difficile – contrasto cominciato quando Irma era ancora in vita, e vivo era anche Leo – e l’opera si fa drammatico. Lukács pensa al suicidio, acquista persino un revolver.

Ma il 15 dicembre 1911, scrive: «La crisi sembra essere alla fine. Mi sono rifugiato nella teoria della conoscenza e nella frivolezza. La cosa andrà – temo. Quello che ne è rimasto è che io sento la mia “vita”, il mio “poter conti­nuare a vivere” come decadenza, attraverso il suicidio, sarei vivo, al culmine del mio essere, conseguente. Così, tutto non è che un triste compromesso e un declinare». Irma e Leo erano ancora vivi quando egli aveva scritto nel diario: «Se guardo al futuro, ai cinquant’anni che se­guiranno, vedo avanti a me un grande deserto grigio».

Non è un suicidio il malinconico infuturarsi?

Il diario ritrovato a Heidelberg ha una città complice. Firenze. Irma Seidler e Leo Popper sono ancora nel giro delle sorti umane, Lukacs è solo nella città che li ha visti insieme. György scrive: «Firenze senza Irma e c’è qualco­sa di importante, le stesse cose di allora. Giotto e Michelangelo. Non sono inebrianti come allora…» «Settignano, così, mi fa un effetto molto triste». Lukács, con il suo dia­rio scritto tra il ’10 e l’11, dà l’addio alla gioventù.

Cacciari comincia così il suo saggio: «Il 20 novembre del 1889 Mahler dirigeva alla Filarmonica di Budapest la sua Prima Sinfonia (…) «Aus den Tagen der Jugend» (dai giorni della giovinezza, ndr) titolava il program­ma di quella sera il Primo Movimento. Lo sviluppo della Sinfonia fugge via dai giorni della giovinezza; Budapest, come la Vienna dei Klimt e degli Allenberg, apprende da Mahler che la memoria è anche questa fuga che consuma ogni felice intuizione».

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