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di Du. T.

«L’Unità» 10 agosto 1980

Commentando la strage di Bologna su l’Espresso il professore Luciano Pellicani ha abbozzato una indecente genealogia degli ispiratori ideologici dell’attentato, accoppiando Gioacchino Da Fiore a Marx, Trotzki a Hitler, Bucharin a Goebbels: un vero e proprio massacro del pensiero cui non eravamo abituati e di cui ci auguriamo egli sia, oltreché l’esecutore, anche l’unico mandante.
L’oltraggio culturale diventa poi grottesco quando il professore pretende di accomunare in una «stessa famiglia sociologica», di apologeti del terrorismo, tanto György Lukács che Pino Rauti: per avere ambedue fatto uso, in tempi e luoghi diversi, dell’espressione «società corrotta e corruttrice».
Forte in logica e in universali, Pellicani deduce infallibilmente: tutti terroristi o quasi, sono coloro i quali in vita loro, e poco importa quando e dove, hanno pensato o detto «male» della società. È superfluo osservare che di una simile «famiglia sociologica» possono entrare far parte Papa Wojtila, per esempio, o magari anche i parenti delle vittime, se qualcuno di loro, trafitto dal dolore, ha trovato forza di imprecare.
Pellicani ce l’ha con quelli che dividono il mondo in Buoni e Cattivi, chiamati impropriamente a «manichei»: chi riuscirà a fargli capire che sta giudicando, prima dì tutto, se stesso? Ma, soprattutto, chi potrà mai aiutarlo a discernere tra l’esempio morale e intellettuale di György Lukács – un combattente per la libertà della cultura sotto diversi regimi – e la figura di un personaggio coinvolto nelle trame nere?
Qualcuno fa osservare che non vale replicare a lui come ad uomo di cultura, e già vede il professore pronto a giurare di aver visto uno con la barba e una valigia di tritolo in mano, che somigliava a Carlo Marx. Noi, pero, siamo più fiduciosi: ed auguriamo al professore che la dottrina, da lui annosamente accumulata, possa trovare finalmente nel suo intelletto più adeguata sistemazione.

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