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di György Lukács

da La responsabilità sociale del filosofo, Pacini Fazzi, Lucca, 1989.

Grazie a Toni Infranca per aver messo a disposizione questo testo

Le osservazioni che seguono non hanno assolutamente la pretesa di esaurire in qualche modo il problema e non vogliono assumere posizioni valutative sotto nessun riguardo. Il problema, che va qui solamente posto, mira a inserire concettualmente la tipicità dell’atteggiamento dell’intellighenzia tedesca di fronte alla guerra in una connessione storico-culturale e a comprendere tale atteggiamento a partire da questa connessione. Al fine di delimitare il tema, va notato preliminarmente che da un lato, non si aspira affatto alla completezza (oggi comunque irraggiungibile) dell’argomento e, dall’altro, che la ricerca è limitata alla classe dei cosiddetti intellettuali, di cui vengono analizzate esclusivamente le prese di posizione intellettuali rispetto alla guerra, e anche queste devono essere soltanto comprese, non esaminate in base alla loro giustezza; i presupposti etici vengono tirati in ballo solo in quanto contribuiscono alla comprensione di queste prese di posizione; non può pertanto essere qui trattato in modo esauriente – per motivi che non necessitano di essere esposti – ciò che riguarda le loro conseguenze puramente etiche. Il complesso delle esperienze dell’intellighenzia tedesca nel momento dello scoppio della guerra si possono forse descrivere nella maniera più semplice così: un entusiasmo affatto generico, spontaneo, che però manca di ogni contenuto chiaro e positivo. Di questa esperienza non viene approvata in generale la guerra in sé, e in particolare questa guerra specifica; non vengono indicati scopi determinati e chiaramente definiti, posti come senso dell’avvenimento e come direttrici del comportamento: la visione generale dell’intellighenzia era e resta che la Germania è stata costretta alla guerra e che durante la guerra l’importante è solo la guerra, solo «tener duro»; sarebbe ancora troppo presto per parlare di scopi. Tuttavia, in tale entusiasmo è presente, anche se non un contenuto determinato, certamente un senso di intensità: l’esperienza profonda di un respiro di sollievo, di liberazione da uno stato avvertito come – ormai – insostenibile. Sembrava quasi come se nella guerra si approvasse non qualcosa di positivo, ma il suo esserci, il suo essere altro rispetto alla latenza fino a quel momento. «Era la guerra di per se stessa a entusiasmare i tedeschi – scrive Thomas Mann1 – la guerra quale calamità, quale necessità morale». È questa trasformazione dell’intera realtà che viene salutata con giubilo. Si crede di sapere: tutto ciò che valeva finora non vale più; si verificherà, dovrà verificarsi, qualcosa che è ancora inconcepibile, qualcosa di assolutamente nuovo. Georg Simmel scrive che «la Germania, nella quale siamo divenuti ciò che siamo, è naufragata come un sogno finito, e noi, quale che sia l’esito degli eventi, vivremo il nostro futuro in una Germania completamente diversa. Nessuno cercherà di determinare in positivo come esso apparirà nella forma e nei contenuti; ma proprio perché noi non conosciamo il come, ma soltanto il che cosa, ci conquista tanto più fortemente quanto più generali sono queste idee, per così dire, indifferenziate: da questa guerra uscirà una Germania diversa da quella che vi è entrata»2. E, per prepararsi all’arrivo di questo «nuovo», bisogna «reimparare»: ci si deve liberare da tutti i vecchi pregiudizi, buttarsi nel nuovo, partecipare: il nuovo contenuto del nuovo mondo sorgerà da sé dalla grande guerra, non richiesto e non determinabile a priori. Questo nuovo possiede, nonostante tutto, solo una determinatezza: deve essere una unità, il superamento di tutte le differenziazioni disgreganti. La parola d’ordine dell’imperatore: «non conosco più partiti, conosco solo tedeschi» viene accolta dall’intellighenzia nel modo più entusiasta e interpretata secondo una determinata direzione: deve scomparire l’isolamento, che tutti avvertono in maniera così opprimente di fronte alla guerra, della cultura e dei portatori della cultura, deve sorgere una comunità di tutti. O, più precisamente (e con riferimento ancora più forte alla situazione specifica dell’intellighenzia): deve finire l’individualismo esasperato che non solo separa gli intellettuali come ceto dagli altri gruppi, ma anche separa e isola così nettamente ogni singola, vera personalità da tutte le altre, bisogna far posto a una comunità nuova, solidale. Il collante di questa comunità per la guerra è dato: il cameratismo nel comune pericolo scampato e superato. Sembra comunque indubbio – per questa speranza – che essa debba continuare ad esistere anche dopo la guerra, anche se non si può ancora dire in che cosa tale comunità debba consistere. (Escluderei in questo contesto l’ideale politico di una grande Germania come momento decisivo di questa coralità; non credo, infatti, che esso fosse determinante per la totalità dell’intellighenzia tedesca; una parte non trascurabile di questa era ed è ostile ai presupposti e alle conseguenze di quei gruppi per i quali un tale ideale era decisivo già prima della guerra; senza volersi in qualche modo sottrarre ai sentimenti e alle esperienze descritte sopra, essa concordava su ciò che vi era di più intenso).

Per la determinazione fenomenologica dei fatti potrebbero essere significativi ancora due elementi. Primo, che un tale atteggiamento dell’intellighenzia tedesca ha suscitato all’estero viva sorpresa e indignazione3 e, secondo, che anche in Germania si ha la sensazione che si tratti di un’esperienza che un non tedesco non può capire, la cui comprensione non ci si può aspettare, non si può pretendere; che quindi non si tratti semplicemente di un’esperienza patriottica, ma di un’esperienza inesprimibile, quasi religiosa, la cui comprensione deve restare preclusa per sempre a chi è ad essa estraneo4.

Sono ora dati i fatti fondamentali partendo dai quali dobbiamo tentare di capire tale atteggiamento nella sua condizionatezza e collocazione storico-culturale e sociologica, senza tuttavia assumere alcuna posizione valutativa.

Dobbiamo cominciare con le esclusioni. Corrono voci, fattesi insistenti, che mirano a mostrare come i tedeschi siano particolarmente attratti dalla guerra in generale e dal nuovo tipo di eroismo che si è abbondantemente e prepotentemente manifestato in questa guerra. La prima parte di questa affermazione è stata messa in circolazione in particolare all’estero e sempre in una forma più o meno astiosa. Io non vedo, per quanto possa valutare la situazione, il benché minimo fondamento che possa giustificarla. Vi sono ovviamente anche in Germania (e anche nella «classe» degli intellettuali) uomini e tipi che non solo hanno costantemente fatto riferimento all’inevitabilità della guerra, ma l’hanno anche approvata nell’intimo e desiderata. Io però non vedo non solo nei loro contenuti, ma neanche nel modo della loro argomentazione un qualcosa che in qualche maniera distinguerebbe i loro sentimenti da quelli che in aspirazioni simili erano presenti in ogni paese. Più interessante e significativo è l’altro problema: il sorgere di un nuovo eroismo; ci si chiede già se si tratti qui di un fenomeno che possa essere considerato specificamente tedesco, che dunque contribuisca in modo sostanziale alla chiarificazione della situazione delineata sopra. Oggi è certamente ancora molto difficile, quasi impossibile, descrivere a fondo il tipo di eroe che questa guerra ha rivelato.

Ma le caratteristiche essenziali da rilevare mi sembrano essere le seguenti: l’eroe di questa guerra è anonimo. Nel compimento più modesto, più impersonale e meno appariscente possibile del dovere, egli fa ciò che richiede il momento, senza pensare se la sua azione rappresenti oggettivamente qualcosa di decisivo oppure di episodico, senza domandarsi se con essa la sua personalità venga circondata dallo splendore della gloria, sia pure al prezzo della morte. Non solo l’enorme massa di partecipanti alla guerra, ma anche il modo in cui la guerra moderna viene condotta rende necessario – con la sola eccezione dei leaders, che per lo stesso motivo appartengono sempre meno all’eroe tipo – che l’eroismo sia completamente separato dalla gloria e dal desiderio di gloria. Questa spersonalizzazione va tuttavia ancora oltre: il coraggio non è più la sola categoria decisiva per questo tipo di eroe, ma solo un presupposto imprescindibile. Anche la disciplina, con la quale iniziò la classificazione dell’eroismo individuale come parte di una totalità, ne è una condizione: è in virtù della disciplina, dell’impegno totale di ogni personalità – per cui occorrono cognizione di causa altamente differenziata tipologicamente e personalmente, attitudine all’intervento, capacità di scorgere e giudicare situazioni completamente nuove – che il coraggio eroico può trasformarsi in azioni. Le virtù decisive sono qui in una certa misura quelle (in termini psicologici) più primitive, molto poco europee, le virtù delle guerre indiane, contro le quali si sono impolverati i soldati europei: astuzia, capacità di adattamento, fredda perseveranza, repressione degli istinti spontaneamente dominanti e dell’aggressività, essere sempre pronti, se non lo si fa, al disprezzo di ogni gloria eroica. Inoltre, la povertà viene vista come conseguenza psichica del servizio di leva obbligatorio per tutti e dell’esercito di massa, l’essere eroe non viene più considerato come uno stato eccezionale in qualche modo calcolabile: in questa guerra tutti sono soldati (un eroe e ogni uomo che voglia dare prestazioni fisiche è un soldato. Con ciò si accrescono la mediocrità che deriva dalla impersonalità e la – voluta – assenza di splendore di questo tipo. Ma poiché l’eroismo si basa completamente su prestazioni impersonali, la cui tecnica è tutta da capire anche se non sempre da imitare, ritorna a vivere in questa guerra il vero e vitale apprezzamento delle prestazioni e con esse della personalità del nemico: la cavalleria. E un modo di essere avversari chiaro e freddo, e per i combattenti nella sostanza privo di astio, che aspira all’annientamento del nemico, ma senza essergli nell’intimo visceralmente ostile. E anzi un modo di essere avversari che non solo non esclude che il nemico vinto, dal suo punto di vista di essere un vinto, non sia più considerato un nemico, ma che rende possibile anche, in una certa misura, un cameratismo sportivo cavalleresco nelle pause fra le battaglie tra paesi nemici. È significativo di questa atmosfera il fatto che tali contatti siano divenuti tanto frequenti da dover essere impediti con l’intervento dell’esercito).

Questo tipo di eroismo non è però realmente nuovo, e nemmeno si tratta di qualcosa che è sorto in Germania. Una tale disposizione cavalleresca verso il nemico la troviamo già molto spesso nelle epoche primitive. Sembra che questa guerra, mentre nella forma tende a essere una guerra distruttiva assolutamente primitiva, sul piano psicologico porti con sé un avvicinamento all’epoca della cavalleria. Riporto una replica dall’Amadigi, in cui questo sentimento si oggettiva molto chiaramente5: il re dell’Irlanda, che Amadigi ha ferito a morte, dice al suo nemico: «Je n’y regret de finir par la vaillance de si gentil Chevalier que tu es: mais de bon coeur je te pardonne. Biens te prie de continuer pru d’homme et avoir memoire de roy». Quando Amadigi ode questo, «il fut tres desplaisant de sa mort, encore qu’il scent assumert, que s’ilent le meilleur du combat, il lui eust fait pie». Anche se le forme sono divenute più semplici, meno cortigiane e cortesi, da moltissime descrizioni sembra emergere una disposizione simile. Ma anche i nuovi tratti essenziali, la mediocrità, l’impersonalità, la completa subordinazione della personalità, nonostante tutte le iniziative personali, la liquidazione di ogni eroismo decorativo, sono presenti già da lungo tempo. Non voglio qui far riferimento agli eroi terroristi della grande rivoluzione russa: essi avevano in tutte queste qualità un pathos di natura completamente diversa [derivante dal fatto che] lo scopo [era] ben definito e condiviso, mentre per questo tipo è decisivo il fatto che non gli viene richiesto nessuno scopo e nessuna sua giustificazione, ma solo il compito da adempiere. Tale tipo mi sembra un fenomeno psichico necessariamente indotto dalla moderna tecnica di guerra: questa è applicabile solo là dove è presente quest’uomo (non è qui il caso di parlare delle ragioni e delle conseguenze di ciò). Era presente già nell’armata giapponese durante la guerra russonipponica e si è sviluppato al massimo nell’esercito coloniale inglese. La forza, che plasma questo tipo e che qui si è manifestata, era così forte che ha già assunto una forma altamente poetica – ciò che presuppone sempre un lungo sviluppo: i versi e le novelle di Kipling. A chi conosce i due volumi Puck of Pooks Hill (1906) e Rewards and Fairies6 e perciò [pensa] alle figure del nobile sassone e del cavaliere normanno, che rinunciano a tutto per amore dell’Inghilterra e che in un piccolo punto compiono con semplicità il loro dovere, ai giovani comandanti del Galles, che devono difendere l’Inghilterra dai paesi del Nord, ai nobili, che periscono ingloriosamente come pirati nella battaglia contro la Spagna, (…) tale affinità deve essere evidente. Essa viene messa in evidenza tecnicamente anche dal fatto che le grandi figure storiche, in quanto autori chiaramente intellettuali, devono essere poste sullo sfondo di fronte a questi eroi anonimi. Si tratta qui di un coraggio spontaneo, di una decisione con la quale si può e si deve fare i conti in precedenza come un qualcosa di noto, del coraggio – come si legge nel diario di guerra di un poeta ungherese – degli uomini del Titanic e della spedizione scozzese. Questo eroismo è qualcosa di internazionale. Al fatto che il fenomeno sia comparso dapprima e con più forza in Inghilterra rinvia, a me sembra, la possibilità della forma kiplinghiana, in opposizione al balbettio informe con cui sono costretti ad esprimere questa esperienza e questo errore i poeti di altri paesi, compresa la Germania7.

Se dunque il nuovo eroismo fosse la cosa decisiva, allora l’isolamento e l’incomprensione dei tedeschi dovrebbero essere qualcosa di completamente infondato, riposare su un semplice equivoco tra le nazioni.

1 Thomas Mann, Friedrich und die grosse Koalition, S. Fischer, p. 15. trad. it., Pensieri di guerra, in Scritti storici e politici; Milano, Mondadori, 1957, p. 40. [Lukács sostituisce la parola «tedeschi» a «poeti» N.d.T.]

2 G. Simmel, Deutschlands intiere Wandlung, Strassburg, K.G. Trubner, p. 1.

3 Parti della notevole quantità di materiale su questo si trova nel saggio di E. Bernstein, Die Internationale der Arbeiterklasse und der europaische Krieg, «Archiv», 2, XI, pp. 267 e sgg.,e in G.F. Steffere Ponel, Krieg und Kultur, E. Diederichs, Jena 1915.

4 Cfr. le note di Gundolf e Simmel sull’«Illuminismo» all’estero, «Frankfurter Zeitung», 282, 283, 1914.

5 In Paul Ernst, Der Weg zur Form, Berlino 1906, p.132.

6 Sono apparsi entrambi presso Tauschnitz.

7 Perciò mi sembra che i fondamenti di psicologia dei popoli nello scritto di Sombart Händler und Helden (Monaco e Lipsia, 1915), che è costruito su questa opposizione inglese-tedesco, abbiano un carattere problematico-generalizzante. Sulla psicologia dei combattenti cfr. Erich Everth, Von der Seele des Soldaten im Felde, «Tal-Fulgschriften», 10, e il saggio di Messer («Preussische Jahbucher», febb. 1915).

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