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di Arturo Barioli

«l’Unità» 11 giugno 1971

Le spoglie di György Lukács riposano nel Pantheon del Movimento operaio nel cimitero Kerepesi di Budapest. Il Comitato Centrale del Partito Operaio Socialista Ungherese e l’Accademia ungherese delle Scienze hanno tributato al grande filosofo marxista funerali ufficiali e solenni. A rappresentare il POSU c’erano numerosi membri della Segreteria e dell’Ufficio politico come György Aczél, Dezső Nemes, Miklós Óvári. Il governo era rappresentato dal ministro della Cultura Pál Ilku.
Alla veglia nella camera ardente attorno alla bara sulla quale spiccava la semplice iscrizione «György Lukács, 86 anni» si sono succeduti, oltre ai dirigenti del Partito ungherese e ai membri dell’Accademia delle scienze, le più note personalità della cultura ungherese come il poeta
Gyula Illyés e lo scrittore Tibor Déry, la delegazione del Comitato Centrale del nostro partito composta dalla compagna Nilde lotti e dal compagno Franco Ferri, studenti dell’Università di Budapest, specialmente della facoltà di filosofia, operai.
Il servizio d’onore è stato svolto dalla milizia operaia. Su un cuscino di velluto rosso erano appuntate le medaglie dei premi e dei riconoscimenti ottenuti da Lukács nella sua intensa e lunga attività, tra cui i due premi Kossuth e il recentissimo Premio Goethe.
Il discorso funebre a nome del Comitato Centrale del POSU e dell’Accademia delle Scienze, è stato tenuto dallo accademico István Friss che ha illustrato i momenti più significativi della vita di Lukács. Una vita, ha detto, interamente legata al marxismo e al movimento comunista.
Dal suo incontro con la cultura marxista nei primi anni del ‘900 alla iscrizione al Partito comunista, alla partecipazione in prima fila alla breve ma intensa esperienza della Repubblica dei Consigli alla lunga emigrazione a Vienna,
a Mosca, a Berlino e ancora a Mosca negli anni della lotta contro il nazismo, negli anni dell’insegnamento all’Università di Budapest dopo la liberazione, negli eventi
drammatici del ‘56 e ancora negli ultimi anni fino a poche settimane fa, è stato attratto non solo dall’attività teorica ma da un diretto impegno di verifica e di azione culturale e politica.
«Aveva il coraggio di sbagliare, di affrontare le responsabilità, di ammettere i propri errori perchè cercava la verità e non il prestigio», ha detto Friss, che ha concluso il discorso affermando che Lukács rimarrà una grande figura del movimento comunista internazionale.
Prima che la bara venisse fatta uscire dalla camera ardente per essere portata al Pantheon, un commosso umanissimo ricordo di Lukács è stato fatto dallo scrittore Tibor Déry. «Si era fatto così piccolo, magro, minuto negli ultimi tempi che di lui si vedevano soltanto gli occhiali. Ma immutati erano stati l’ordine e la precisione del suo pensiero, il suo sorriso, la sua modestia e la giovanile passione all’indagine, alla discussione, al dibattito».
«Credeva in un futuro più bello e in una società più felice, ha detto ancora Tibor Déry – e quando noi ci poniamo la domanda che viene spontanea in queste occasioni, di come ha vissuto, abbiamo la consolazione di risponderci che György Lukács in tante battaglie e in tante traversie ha speso bene la sua lunga vita: ha scelto la sua strada, si è fissato i suoi obiettivi, li ha perseguiti con tenacia ed intelligenza, ha potuto lavorare nella società in cui credeva, ha assolto ai compiti che si era prefissi».

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