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di Antonello Trombadori

«L’Unità», 2 gennaio 1957

Il signor Giovanni Russo, corrispondente romano del Corriere della Sera, ha dato una singolare risposta a Franco Fortini e a tutti coloro che, nelle ultimo due settimane, hanno voluto isolare con particolare risalto dalla tragedia ungherese le personali vicende di Giorgio Lukács. Scrive il signor Russo nel numero di dicembre della rivista Nord e Sud: «Fu Lukács a consigliare Nagy di denunciare il patto di Varsavia e di fare appello all’intervento occidentale». Non sappiamo dove il corrispondente del quotidiano milanese abbia attinto la notizia, né se egli l’abbia coniata di sana pianta nell’intento di calunniare Lukács o nel proposito, non dissimile, di esaltare in lui un tardivo seguace della «scelta della libertà». Se di premeditata calunnia si tratta ai danni del filosofo ungherese, vorremmo tuttavia conoscere che cosa ne pensano Franco Fortini e i suoi più o meno autorevoli imitatori (vedi sull’ultimo numero del Punto anche le lettere dei f.lli Bertelli). Essi saranno di certo, quanto noi, sprovvisti dell’informazione necessaria ma in questi casi più della stessa informazione vale l’ipotesi e l’apprezzamento che se ne deriva. La domanda potrebbe esser questa: è una calunnia o un titolo d’onore qualificare Lukács come promotore di così catastrofiche misure di governo nei giorni della sommossa della disgregazione e del caos?

Uno dei f.lli Bertelli risponde già sua sponte. Egli non fa distinzioni tra Lukács, Nagy e tutti gli altri membri dell’ex governo ungherese che oggi si trovano, a quanto ufficialmente consta, in Transilvania. Sul filo della logica non vi sarebbe, dunque, stato, a suo avviso, un solo momento lungo tutto il corso della tragedia ungherese nel quale le sorti indivisibili della pace e del socialismo abbiano seriamente rischiato d’esser compromesse. Il governo Nagy cedeva alla tracotanza del cardinale. Finalmente un gesto non «settario» verso la gerarchia! Il governo Nagy si lasciava ad ora ad ora sopraffare dagli avventurieri tipo Dudasz? Finalmente un non «settario» riconoscimento delle tradizioni militari della nazione magiara! Il governo Nagy tentennava davanti alle rivendicazioni dei latifondisti sulle terre espropriate? Finalmente una coraggiosa ammissione dei diritti della «produttività»! Il governo Nagy non riusciva a comporre nel quadro della legalità socialista le impetuose e disordinate pressioni delle più contrastanti velleità politiche e ad esso indulgeva con irrealizzabili promesse? Finalmente il libero gioco dei partiti e delle opinioni! Il governo Nagy indicava nell’esercito che un tempo aveva liberato Budapest dai nazisti e dai vilasz il nemico numero uno dell’indipendenza ungherese? Finalmente una critica aperta e leale nei rapporti tra Stati socialisti! Il governo Nagy faceva appello all’intervento occidentale? Finalmente un costruttivo e spregiudicato colloquio col mondo capitalista!

È questa la base di un ragionamento che, come si è detto, ha una sua logica. Questa logica però, se si vuol condurre a fondo e lealmente il dibattito, non deve essere occultata. È la logica di coloro che, per dirla coi comunisti cinesi, «quando l’Ungheria si trovava a fronteggiare la sua crisi, non solo non hanno sollevato la questione di realizzare una dittatura proletaria, ma si sono pronunciati contro i giusti passi compiuti dall’Unione Sovietica per aiutare le forze socialiste in Ungheria. Si sono fatti avanti a chiedere che il governo rivoluzionario operaio e contadino estendesse la democrazia ai controrivoluzionari». È la logica di coloro che, per dirla ancora coi comunisti cinesi, «negano che vi sia una linea di demarcazione tra la dittatura del proletariato e la dittatura della borghesia, tra il sistema socialista e il sistema capitalista, tra il campo socialista e il campo imperialista. Secondo costoro un capitalismo di stato in certi paesi borghesi è già di per se stesso socialismo e perfino la società umana, nel suo complesso, è già maturata nel senso del socialismo». Ed è anche la logica di coloro che, proprio a differenza di quanto comprese Giorgio Lukács fin dal 1919, non hanno mai meditato su una considerazione che dieci anni dopo Bela Kun premetteva a un suo breve saggio sul terrore bianco in Ungheria: «Lo scatenamento della controrivoluzione che ha seguito la rivoluzione proletaria ungherese è una evidente conferma della tesi di Engels, che nel periodo della rivoluzione proletaria tutte le forze della controrivoluzione si raggruppano attorno parola d’ordine della pura democrazia. La socialdemocrazia rappresentò la pura democrazia al tempo della dittatura del proletariato in Ungheria».

Se si ha il coraggio di guardare le cose come stanno e di porre la questione in questi termini, se si ha il coraggio, cioè, di riconoscere che da posizioni simili è inevitabile scivolare fino alla vergognosa (vergognosa in particolare per un uomo di scienza) tesi di Fianco Venturi secondo cui sarebbe finalmente iniziato il periodo dell’accerchiamento socialista dell’URSS (guidato dal Patto Atlantico, dagli azionisti della General Motors e dalla «solidarietà occidentale» – n.d.r.), tutta la nostra contesa con coloro ai quali si è fatto cenno all’inizio può prendere la giusta dimensione, uscire dall’equivoco e svilupparsi sul terreno della chiarezza. Ma perché ciò sia possibile è necessario che tutti i nostri contraddittori accettino fino in fondo le proprie responsabilità. Infatti delle due l’una: o Fortini e i suoi imitatori intendono convenire sul fatto che il governo Nagy fu travolto ad un tempo dalla sua incertezza, dal suo miracolismo democratico e dalla sua pretesa equidistanza dal campo socialista e dal campo imperialista, ammettendo, di conseguenza, che quando quel governo si scisse la ragione fu dalla parte dei Kádár e dei Marosán (la ragione rivoluzionaria) e il torto dalla parte di coloro che optarono per il rifugio nell’ambasciata jugoslava: ovvero Fortini e i suoi imitatori non possono evitare di porsi sul terreno di coloro che se non plaudirono, tollerarono le parole del cardinale quando la radio Budapest, nei giorni in cui si trattava di correggere e di denunciare gli errori compiuti ai danni del socialismo da Rákosi e da Geroe, preferiva lanciare la parola d’ordine della liquidazione del socialismo al cospetto della democratica impotenza di chi, in buona o mala fede, aveva lasciato scatenarsi senza freno le forze mescolate del caos dell’anarchia, della restaurazione e della disperazione popolare.

Alla luce di una delle due scelte non può non essere posta anche la particolare vicenda di Giorgio Lukács. Essa, lo ripetiamo, non deve servire di pretesto a chicchessia: sarebbe infatti grave slealtà tentar di contrabbandare, sotto il velo del disappunto e del dolore che in ogni marxista derivano dal non sapere oggi un uomo come Lukács al fianco del governo ungherese, ben più complesse o inconfessabili operazioni politiche.

Chi oggi rivendica solidarietà per Giorgio Lukács, volendo fare di lui una bandiera della controrivoluzione e della liquidazione del socialismo, dovrebbe più dignitosamente e utilmente ceder la penna ai propagandisti del monopolio, della curia e della socialdemocrazia di destra. Eviterà di barare al gioco.

Chi voglia invece porsi il problema della penosa sorte toccata a Giorgio Lukács dopo la sua uscita dall’ambasciata jugoslava, conservando intatta la speranza di non veder sporcato l’illustre scrittore dalle calunnie del signor Russo e di poterlo rivedere, con rinnovato slancio, a fianco di coloro che in Ungheria portano oggi la duplice croce degli errori di Rákosi e degli errori di Nagy, dovrebbe, come noi abbiamo fatto, giudicare l’operato politico di Lukács nel contesto stesso degli avvenimenti ungheresi, delle loro implicazioni internazionali e delle responsabilità che su ciascuno degli uomini di governo ricaddero fin dal momento delle estreme decisioni di Kádár e dei fondatori del nuovo partito socialista degli operai ungheresi. Anche la condotta di Lukács non deve sfuggire alla severità della critica politica che di qui discende. Rimane tuttavia un quesito: fin dove si spinse in questi giorni confusi e drammatici l’iniziativa di Lukács, fin dove giunsero le sue personali responsabilità? Noi ci rifiutiamo di credere che egli cadde nell’intrigo degli «appelli» calunniosamente attribuitigli dal signor Giovanni Russo. Resta il fatto comunque che da quegli appelli egli non dissentì o non poté apertamente dissentire. Ma anche se così stanno le cose fino a qual punto deve essere spinto il giudizio politico, la critica anche severa verso Lukács, in primo luogo da parte dei suoi compagni, dei comunisti? È quanto vorremmo conoscere da coloro che soli possono fornire l’esatta versione dei fatti: le autorità governative ungheresi, i dirigenti del partito socialista degli operai ungheresi, le autorità sovietiche che diressero l’intervento risolutivo nei giorni in cui l’esistenza stessa dello Stato popolare fu sul punto d’esser travolta.

È solo in base a queste premesse (e solo in base alle informazioni che da nessun altro intendiamo accogliere) che un particolare giudizio sulle conseguenze politiche condivise da Lukács col governo Nagy, potrà essere formulato. Al di fuori delle calunnioso provocazioni, nel quadro sereno ma fermo della critica politica.

È giusto per intanto ricordare a Fortini, ai suoi imitatori, nonché a quei professori e letterati che soltanto sei mesi fa finsero, per paura di compromettersi, di non accorgersi d’un viaggio di Lukács a Roma, a Milano e a Firenze, che qualunque potrà essere il definitivo giudizio dei militanti marxisti sulle responsabilità politiche di Giorgio Lukács, un fatto è certo fin d’ora: che il pensiero del filosofo ungherese nelle questioni dell’arte e della letteratura non potrà mai, per sua stessa natura, diventare sostegno di operazioni revisionistiche del marxismo-leninismo. Accadde anche a Kautsky e a Plechanof di cadere nell’errore politico: ciò non ha mutato il giudizio dei marxisti su quel che di marxista v’è nel loro pensiero. È questa un’affermazione che, al di sopra d’ogni sospetto, possiamo a voce alta proclamare proprio noi comunisti italiani che della tragedia ungherese abbiamo indicato le origini, in primis et ante omnia, negli inammissibili errori commessi ai danni del socialismo da Rákosi, da Geroe e dai loro fallimentari seguaci. Noi che a quei danni intendiamo riparare rinsaldando le fila della direzione operaia, accrescendo la consapevolezza democratica delle masse e percorrendo, in questo spirito, la via della rivoluzione italiana.

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