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di György Lukács

[Aktualität und Flucht (1941), Schicksalswende. Beiträge zu einer neuen deutschen Ideologie, Aufbau-Verlag, Berlin 19562; traduzione italiana di Fausto Codino in G. L., Marxismo e politica culturale, Einaudi, Torino 1968]


Ogni guerra inasprisce i problemi politici e sociali dei paesi partecipanti; contraddizioni altrimenti nascoste vengono alla luce, ferite apparentemente cicatrizzate si riaprono. La guerra moderna, «totale», non comporta soltanto la mobilitazione militare ed economica di tutto il popolo, ma anche quella ideologica.

Ma su quest’ultimo punto sembra che nel mondo capitalistico gli apparati statali, per il resto onnipotenti, non ottengano un successo incondizionato. Da vari paesi, soprattutto dalla Germania, abbiamo sentito levarsi lamentele e accuse: la letteratura non s’impegna con tutte le forze per il compito attuale decisivo, la vittoria; molti scrittori, spesso non mediocri, si tengono in disparte, si ritraggono di fronte al grande tema attuale.

I paesi fascisti hanno posto la questione in forma di appelli politici diretti agli scrittori. Ma, per quanto riguarda i veri scrittori del mondo borghese, quelli che creano per un’esigenza interiore, i risultati non sono stati considerevoli. Maggiori successi promettono i metodi indiretti. Gli stessi letterati pongono la questione dell’attualità come problema letterario, come problema centrale di una produzione veramente grande.

In generale hanno pienamente ragione. Nessuna letteratura veramente grande ha mai ignorato le grandi questioni decisive, storiche e sociali, del suo tempo. Quando scrittori, anche di talento, hanno cercato d’ignorare l’appello dell’epoca, che come vedremo in seguito non s’identifica affatto con gli appelli dei governi e con le parole d’ordine propagandistiche della letteratura ufficiale, specialmente in paesi reazionari, essi hanno condannato a morte in partenza le proprie opere. L’attualità della letteratura realmente importante sembra essere dunque, parlando in generale, una cosa ovvia e anzi un luogo comune.

Ma solo parlando in generale. La questione assume aspetti molto differenti nei vari paesi e nei vari periodi di sviluppo. Ciò che in generale appare ovvio, in determinate circostanze diventa quanto mai problematico. E questa problematica rivela poi indirettamente, attraverso gl’incerti rapporti della letteratura col presente, l’intima problematica di tutto un sistema sociale.

Nei dibattiti che ora si svolgono in Germania, talvolta la questione è stata posta proprio in questi termini. Si è osservato che spesso il discorso intellettuale pubblico su certi oggetti fa capire che valori e concezioni legati o connessi in qualche modo con questi oggetti sono diventati incerti. Gli scrittori pongono la questione riferendosi alla letteratura di alto livello qualitativo, o per meglio dire alla mancanza di questa letteratura. Ma, se vanno fino in fondo, hanno per lo meno il sentimento, se non la nozione precisa, che manchi qualche cosa, che qualche cosa non sia in ordine. Uno scrittore confronta la letteratura, non a torto, a un orologio che indica l’ora storica. E aggiunge con una certa malinconia che al tempo di Goethe era un congegno meraviglioso. Chi può averlo distrutto?

A questo disagio non può porre rimedio una ricca e varia letteratura d’attualità. Questa c’è stata e c’è sempre; specialmente all’inizio di una guerra. Si producono in massa poesie entusiastiche, corrispondenze liriche, resoconti oggettivi e sentimentali su esperienze del fronte, su avventure interessanti, sulle belle prove di cameratismo ecc. Ma le esperienze della prima guerra mondiale imperialistica indicano che questi stati d’animo e le loro espressioni letterarie non possono avere un’efficacia durevole se non risalgono fino alla fonte, fino ai reali obiettivi di guerra e al loro rapporto reale con i veri interessi della nazione. Si ha questo fallimento specialmente quando la guerra ha superato il punto culminante e appare con evidenza la problematica sociale che era alla base della guerra stessa.

Nel mondo capitalistico il disagio di fronte alle condizioni sociali è già da tempo un fenomeno generale. Qualche volta esso è sostituito da speranze esaltanti di rinnovamento interno. Ma finché non scompare la base reale, l’ordine economico capitalistico, anche l’attesa più ansiosa deve restare inappagata e portare alla delusione. Si ha l’impressione che questa delusione abbia afferrato larghi ambienti già prima dello scoppio della seconda guerra imperialistica, naturalmente senza che i delusi si fossero resi ben conto dei veri motivi sociali. E anche i desideri e le speranze, gli entusiasmi inebrianti hanno avuto in sé un confuso carattere messianico. La delusione trova dunque espressione letteraria nel mostrare come l’ideale di un’aspirazione così profonda, una volta attuato, appaia affatto diverso che nei sogni, come dalle speranze poetiche di un mondo rinnovato ci si risvegli nel vecchio prosaico capitalismo.

Questa delusione può quindi ricevere un’incarnazione letteraria suggestiva e adeguata, anche quando gli autori non sospettano neppure che cosa venga messo in luce nelle loro opere. Così un drammaturgo italiano, Cesare Meano, ha dato un’elaborazione drammatica all’antichissimo tema romantico del trovatore Jaufré Rudel e di Melisenda di Tripoli. Nella leggenda e nelle sue versioni passate (Uhland, Heine, Rostand) sorge un cantico della nostalgia appagata. Il trovatore si è innamorato della principessa sconosciuta, rischia la vita per vederla, raggiunge la meta dopo un lungo peregrinare, mortalmente malato, e nel momento dell’incontro muore tra le braccia di Melisenda. Il senso poetico della leggenda è chiaro: per questa nostalgia metteva conto di rischiare la vita, anche se l’appagamento è concesso solo in punto di morte, solo per i minuti del trapasso. Meano invece introduce un cambiamento singolare e significativo. Le ultime parole del suo eroe, nel momento che la sua nostalgia amorosa è appagata, sono queste: non ne valeva la pena.

La delusione può certo limitarsi a un fatto meramente privato, meramente erotico. Ma è tipico della vera poesia che il suo contenuto simbolico trascende, volutamente o no, lo spunto occasionale, per quanto questo possa essere essenziale e in sé appassionante. Il trionfo lirico dell’amore di Romeo e Giulietta è anche la fanfara che annuncia la vittoria del mondo nuovo sul cadente feudalesimo. La malinconia delusa nell’amore di Frédéric Moreau per Madame Arnoux, nell’Educazione sentimentale di Flaubert, è in pari tempo una critica disilludente e distruttiva della monarchia borghese e del secondo impero in Francia. Ci sembra così che anche in Meano, volutamente o no, la battuta di delusione superi il fatto erotico; che il «non valer la pena» riassuma le più svariate forme di nostalgia che nel dopoguerra hanno toccato grandi masse dei popoli europei.

Questi umori di delusione e di disagio sono molto diffusi nel mondo capitalistico; da essi deriva, nel campo letterario, l’evasione di molti scrittori dai problemi del presente, dalla materia attuale. Non è un caso che questi umori abbiano indotto molti scrittori a rivolgersi alla storia, benché questa non sia la causa esclusiva, e forse neppure prevalente, della grande maggioranza che negli ultimi anni hanno acquistato la poesia storica, il romanzo e il dramma storico; non è così, soprattutto, nella letteratura dell’emigrazione antifascista. Ma è comprensibile che proprio nel secondo anno di questa guerra mondiale, quando la coscienza comune si rende conto sempre più che essa sarà lunga e dura, la questione dell’attualità dei temi letterari emerga di nuovo e provochi discussioni sul romanzo storico.

Il rivolgersi alla storia rivela necessariamente un’evasione dello scrittore dal presente, dall’attualità? Questo è il contenuto, in parte esplicito, in parte latente, delle discussioni in corso fra gli scrittori tedeschi. Una risposta univoca non è possibile, come sa la maggioranza dei partecipanti alla discussione. Soprattutto se, come è accaduto spesso, la materia storica è nel mondo capitalistico una risposta spontanea di scrittori e pubblico a un tema attuale commissionato, a professioni di fede commissionate, se quindi il pubblico ha «votato con i piedi» su questa attualità, se gli scrittori si sono rifugiati in tempi lontani per sfuggire alle professioni forzate. Quando le basi sono queste, la moda del romanzo storico, soprattutto in Germania, rappresenta senza dubbio un’evasione.

Ma le opere nate in questo modo sono di qualità cattiva non meno di quelle che l’evasione ha voluto evitare. Per questo, comprensibilmente, la questione della qualità letteraria sta al centro della discussione. Ciò è comprensibile, ma non per questo si arriva alla soluzione desiderata. La ricerca della qualità è stata a volte incoraggiata da voci autorevoli. Si dice per esempio che ogni buon libro è un libro politico. Da un punto di vista estetico generale ciò è indubbiamente vero. Ma con ciò non si è ancora detto nulla sul contenuto politico. Se per esempio nella Germania belligerante apparisse un romanzo di gran valore contro la guerra imperialistica, in questo caso si avrebbe indubbiamente il collegamento fra qualità letteraria e politica. Ma è molto dubbio che qualche uomo politico della Germania belligerante troverebbe soddisfazione estetica in un’opera simile.

Naturalmente non è detto che quest’opera ipotetica debba trattare in modo diretto della guerra imperialistica. Potrebbe benissimo limitarsi a descrivere fatti della vita privata, eventualmente fatti molto lontani nel tempo e nello spazio, e tuttavia condurre una chiara lotta contro la guerra imperialistica. Anche per questo caso, formalmente, si può parlare di evasione. Ma questa è un’evasione essenzialmente diversa. Essa esprime un’insoddisfazione meditata, o almeno chiaramente sentita, per la realtà attuale; non più un semplice disagio. La storia letteraria conosce molti esempi di questa evasione. Il più famoso è certo quello del Divano occidentale-orientale di Goethe, dichiaratamente scaturito dall’evasione di fronte alla realtà, alla sorgente Santa Alleanza, dalla molto cosciente insoddisfazione per l’esito delle guerre di liberazione.

Come si vede, la questione dell’evasione non è affatto semplice. Una giusta risposta presuppone alcune questioni preliminari: da che cosa evade lo scrittore, e in che direzione si muove?

Solo se si muove da questo punto è possibile valutare giustamente i problemi della discussione sul romanzo storico. Per spiegare la sua diffusione e la sua popolarità si afferma per esempio che allontanandosi nella storia lo scrittore e il pubblico possono trovare ciò che loro manca nel presente. Il presente appare loro prosaico, costretto, disperato, limitato; nel passato lontano si vivono il pericolo, l’avventura, la svolta decisiva del caso, la fortuna insperata, l’eroismo.

Anche i motivi qui elencati per la conversione alla storia non sono nuovi nella letteratura; è significativo solo il fatto che essi emergano anche oggi, in Germania, come motivi di un largo movimento tra gli autori e i lettori. La loro analisi storico-letteraria, che qui naturalmente non possiamo compiere con l’ampiezza desiderabile per mancanza di spazio, potrebbe chiarire un po’ il concetto di evasione. È noto, per esempio, che Flaubert scrisse Salammbô per spirito d’opposizione contro la società borghese del suo tempo; soggettivamente, per trovare un sollievo poetico dall’esame approfondito che ne fece in La signora Bovary. I colori esotici, l’ambiente insolito, la psicologia estranea dei personaggi, tutto ciò è evasione dalla realtà borghese della metà del XIX secolo e in pari tempo un’accusa appassionata contro di essa.

L’intrecciarsi dei motivi appare anche più chiaro nella storia del dramma tedesco. Da Emilia Galotti, attraverso Götz e Egmont, Fiesco e Don Carlos, Wallenstein e Guglielmo Tell, fino a La battaglia di Arminio di Kleist i grandi drammaturghi tedeschi «evadono» dall’attualità momentanea in una lontananza spazio-temporale. Ma qual è il significato poetico, e insieme politico, di questa «evasione»? Nonostante tutta la diversità dei fini politici e dei metodi creativi poetici, infine esso è pur sempre lo stesso: l’«evasione» è solo una più ampia rincorsa per balzare nel centro della politica attuale.

Gli scrittori si rivolgono dunque alla storia perché sono spinti da un concorso complicato di elementi comuni e opposti del passato e del presente. E l’accentuazione dell’elemento comune o dell’opposto può implicare, a seconda dei casi, un’approvazione o una negazione del presente.

Entrambi i punti di vista, se da essi consideriamo da presso e in concreto la questione, presentano nessi molto complicati. L’evasione dal tema attuale può contenere, come abbiamo visto, un attacco frontale alla problematica attuale. E d’altra parte proprio il distacco dai problemi centrali del momento presente può condurre a una scelta di contenuto quanto mai accentuata, soggettivamente sostenuta dal massimo entusiasmo, che tuttavia – dal punto di vista oggettivo – rappresenta un’evasione, perché si aggrappa solo ad apparenze superficiali del momento, e nel metterle in risalto evita il contenuto centrale dell’epoca.

In questo quadro il disagio di fronte all’ordinamento economico e sociale oggi dominante in Germania può riuscire di sostegno al sistema dominante e ai suoi scopi, mentre tuttavia la dialettica sopra accennata si esprime per necessità nella profondità e nella durata degli effetti di questa problematica letteraria. La letteratura di guerra della prima e della seconda guerra imperialistica offre vari esempi in questo senso.

Molti scrittori descrivono le condizioni psicologiche dei giovani sotto le armi e al fronte. Mostrano che là, nonostante il servizio e il pericolo, la vita è sentita come un’esistenza meravigliosamente libera, vicina alla natura come quella dei briganti; che vi si trovano esperienze immediate, quali altrimenti provano solo il contadino, il cacciatore, il marinaio; che si vive la guerra come la grande portatrice di naturalezza, che cancella tante artificiosità civili. Rinascono qui tutti i sentimenti dell’opposizione infantile e giovanile, da Cooper a Karl May, dal romanticismo della pirateria fino all’idealizzazione dei soldati di ventura e dei lanzichenecchi. Questo tipo di letteratura, soprattutto all’inizio della guerra, esercita naturalmente una forte suggestione sui giovani, perché già prima della guerra proprio il loro disagio di fronte all’angustia e alla mancanza di prospettive della vita nel sistema capitalistico, e alla sua divisione sociale del lavoro, suscita i sentimenti di protesta che di rado diventano consapevoli, il desiderio di respirare liberamente, di farsi largo, di partecipare a qualche cosa con tutta la personalità, d’impegnare tutta la personalità e non essere soltanto una rotella nella macchina della divisione del lavoro. La propaganda di guerra ha dunque le sue ragioni quando cerca di sfruttare per i suoi scopi un sentimento di massa così diffuso.

Apparentemente ci troviamo in piena attualità letteraria. La materia è vicina al presente; ha una base nel vivo stato d’animo delle masse. Eppure proprio qui abbiamo l’evasione. Infatti non si fa divampare un entusiasmo latente per il sistema sociale esistente, ma, al contrario, in questo modo si può sviare un forte disagio, anche se inespresso, e trasformarlo in entusiasmo. Qui la guerra è approvata, in certo senso come la «grande vacanza» dalle necessità sociali ed economiche del sistema. E i giovani sono spinti ad abbandonarsi a questa «vacanza», a mettere in gioco la vita per conservare e rafforzare l’ordinamento sociale che provocava in loro il disagio, per tornare dopo la «vacanza» nella medesima odiata esistenza quotidiana.

Ma i problemi di questo tipo di letteratura si rivelano già durante la guerra. La profonda verità del detto di Clausewitz, che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, è confermata in tutti i particolari tecnici e organizzativi della condotta di guerra. Cioè, la guerra condotta da uno Stato capitalistico deve necessariamente produrre un apparato bellico capitalistico. Non solo ricompaiono tutti gli aspetti della divisione capitalistica del lavoro, con la mutilazione della personalità, con la trasformazione dell’uomo in una rotella del complicato meccanismo, ma anche la stratificazione e la gerarchia di classe della società capitalistica.

Il sollievo che provano i giovani, nell’essere liberati da questa costrizione, nel trovarsi in «vacanza», non può dunque durare a lungo. Quanto più la guerra si stabilizza, s’irrigidisce, diventa routine (come nella lotta di posizione della prima guerra imperialistica), tanto più nettamente scompare il suo carattere di «vacanza», tanto più decisamente svaniscono le fantasie del lanzichenecco, del pirata e del soldato di ventura. Naturalmente questo passaggio avviene con un ritmo diverso per le diverse persone; quanto più alto è il loro livello umano, tanto più rapido, in generale, si svolge questo processo. Non si deve infatti dimenticare che la «vacanza» consiste anche nel sentirsi dispensati, in seguito alla guerra, dal prendere decisioni, posizioni responsabili di fronte ai problemi grandi e piccoli della società: sentimento che resta a lungo piacevole per la media dei deboli di volontà, riluttanti a prendere decisioni.

Ciò nonostante, a lungo andare, la verità clausewitziana deve imporsi. Arnold Zweig descrive con evidenza, nel suo romanzo di guerra Davanti a Verdun, questo processo di disinganno. Il suo eroe, un giovane intellettuale, si dibatte in vari modi fra i problemi che abbiamo accennato, benché lo faccia (è uno scrittore) a un livello intellettualmente superiore. Perciò aspira a passare dalla sua esistenza di zappatore, in cui pure all’inizio è entrato con entusiasmo, nella zona mossa del fronte, apportatrice di libertà umana. Il suo desiderio è soddisfatto, ma poi sente, «sbadigliando per l’improvvisa stanchezza, che anche qui si fa solo il servizio: nient’altro».

La dialettica qui indicata fra tema esterno e interno, fra attualità reale e fuga oggettiva, porta, generalmente parlando, al risultato che un sistema sociale, anche in guerra e anzi soprattutto in guerra, può essere difeso letterariamente con efficacia durevole solo se lo scrittore è in condizione di approvare con entusiasmo la reale struttura sociale di questo sistema, mentre invece la deviazione attraverso i sentimenti di malcontento, che per necessità sorgono, non può operare durevolmente nel sollievo e nell’entusiasmo momentaneo. Gli scrittori sono quindi costretti dalle cose stesse a prendere posizione sulle questioni dell’ordinamento sociale in cui vivono.

Ma l’ordinamento sociale, esclusa l’Unione Sovietica, è capitalistico. Naturalmente il capitalismo si manifesta in forme molto diverse nei vari paesi, a seconda del livello di sviluppo economico e anche in conformità alle varie vicende storiche dei popoli. Anche più diverse sono le concezioni del mondo che sono sorte fra le due guerre imperialistiche sul terreno del capitalismo. Esse sono variamente determinate dai fatti che, in primo luogo, dalla prima guerra imperialistica è scaturita in Russia la vittoriosa rivoluzione socialista, e che, in secondo luogo, nel frattempo si è continuamente aggravata la crisi del sistema capitalistico, il suo contrasto con i bisogni vitali più elementari del popolo. Su questa base sono sorte, soprattutto in Germania, le più svariate ideologie di economie pianificate, il cui intento fondamentale può essere riassunto così: si vuol dimostrare che lo stato attuale del sistema capitalistico, lo stadio finora più altamente sviluppato dell’imperialismo, in ultima analisi non sarebbe più capitalistico. In appelli o in discorsi politici un contrasto simile può essere facilmente dissimulato con un’abile retorica. Ma quando si tratta di rappresentare la vita, la contraddizione insuperabile fra definizione e realtà appare inevitabilmente, e tanto più energicamente quanto più questa rappresentazione è ampia e profonda, quanto più essa è realistica.

Benché questo contrasto non sia discusso nell’ideologia ufficiale della Germania combattente, esso torna continuamente ad emergere, nelle forme più diverse, sotto l’impulso della dialettica delle cose stesse.

Nel dibattito sul romanzo storico questa questione appare sotto un aspetto storico-letterario. Scrittori che riflettono a fondo sul romanzo e sulla sua posizione nella società borghese, arrivano a concludere che la differenza radicale fra romanzo storico e romanzo sociale non è affatto così essenziale come per lo più ritengono osservatori che si limitano a considerare la scelta esteriore della materia. Nel romanzo si riconosce una forma d’espressione letteraria della problematica fondamentale della società capitalistica. E questo giudizio si riferisce poi a Walter Scott come a Stendhal e a Balzac, e pure a Gottfried Keller. Già una trentina d’anni fa Paul Ernst sosteneva già con la massima energia sul piano estetico questa convinzione, nella teoria secondo cui il romanzo, per la sua origine sociale, per la problematica formale che da essa deriva, sarebbe per necessità una mera «semiarte»,

La concezione del romanzo di Paul Ernst, sia del romanzo storico che di quello sociale, porta alla conseguenza che da un lato lo si respinge come «senza Dio», dall’altro si riconosce che la sua forma sarebbe perfettamente appropriata all’epoca (l’epoca del capitalismo) e alla sua concezione del mondo. L’accusa che qui sarebbe mossa contro tutto il romanzo del XIX secolo, da Walter Scott a Gottfried Keller, si concentrerebbe nell’osservare che la storia, il presente, la società sono visti con l’occhiale stereoscopico della coscienza storica. Quindi per il romanzo sarebbe caratteristico il fatto che gli manchino dèi onnipotenti e grandi eroi.

Questa osservazione non è affatto nuova. Già l’estetica di Hegel vedeva la differenza fra epos e romanzo non tanto nelle caratteristiche formali esteriori quanto nella differenza dei tempi di cui essi sono i prodotti necessari. L’eroismo animato dagli dèi, spontaneo in ogni verso, e l’atmosfera rivelatrice di libertà umana che si trovano nei poemi di Omero non sono dunque tanto l’espressione di una fantasia poetica soprannaturale quanto l’espressione realistica di una «età eroica» (il concetto risale già al Vico) che non conosceva ancora l’economia moderna, lo Stato moderno, la prosaicità della divisione del lavoro, dello sfruttamento. E d’altro lato il carattere non eroico del romanzo moderno deriva, con pari necessità, dal predominare di queste determinazioni sociali nella società borghese capitalisticamente sviluppata. Naturalmente fra Omero e – diciamo – Flaubert esistono i più svariati momenti di transizione, sociali ed estetici. Dopo la fine dell’epoca degli eroi – che secondo la concezione vichiana e anche hegeliana ha avuto alcuni «ricorsi» durante la storia – né i poeti né i lettori hanno rinunciato, comprensibilmente, a raffigurarsi eroi. Ma basta considerare la storia della cosiddetta epica d’arte per capire quanto siano vani i tentativi di arrivare a un rinnovamento estetico e ideologico di forme poetiche che per necessità non possono più scaturire dalla struttura sociale del presente.

Non occorre pensare al fallimento tragicomico di tentativi come l’Henriade di Voltaire, dove appaiono dèi che si sono già mutati in un apparato impoetico, quanto mai prosaico, e dove persino gli aspetti di Enrico IV che erano eccellenti nella loro reale relatività storica, perdono ogni forza di convinzione a causa dell’eroismo forzato. Ma anche un’opera eccellente come l’Eneide di Virgilio è soltanto retorica, fiacca, incapace di avvincere, proprio là dove vuole gareggiare col «periodo eroico» di Omero, dove tenta di rinnovare l’espressione estetica di questo periodo in un ordinamento sociale affatto diverso. Essa resta viva solo là dove – paradossalmente – si accosta in maniera spontanea e inconsapevole al romanzo moderno. Non a torto Flaubert paragonava il romanzo amoroso di Didone alla tragedia amorosa della Giulietta shakespeariana.

Non è un caso che lo stile di ogni epica d’arte riesca solo a proclamare retoricamente, non a rappresentare realisticamente. Infatti l’influsso diretto degli dèi sui fatti umani, la sublimità eroica delle figure principali, il carattere mitico-eroico delle loro gesta possono essere enunciati solo attraverso una lirica esagerata, ma non svolti creativamente dalla base sociale delle azioni e dei loro motivi reali. La retorica, come forma espressiva della poesia, come sostituto lirico della rappresentazione artistica, scambia sempre la definizione, la falsa definizione oggettivo-storica, oggettivo-sociale, per la cosa stessa; essa vuole convincere il lettore – nei casi migliori con un pathos profondo e convinto – che la definizione coincide con la cosa. Lo studio di questi problemi stilistici è estremamente istruttivo anche per il presente. Infatti nei riguardi della prosaicità del capitalismo si possono assumere due posizioni. O la si riconosce in modo spietatamente realistico come forma necessaria del presente, che dominerà fino a quando il capitalismo stesso sarà rovesciato nella realtà sociale dal socialismo, fino a quando dalla realtà sociale scomparirà l’appropriazione del plusvalore e la vittoriosa rivoluzione socialista riuscirà ad eliminare la stratificazione classista della società e le sue forme d’espressione ideologiche. Se nella società capitalistica si riconosce come esistente questa sua peculiare realtà e la si critica secondo la sua essenza, allora sorge quel grande romanzo, da Walter Scott fino a Tolstoj, che possiamo definire «semiarte», se si vuole, ma che proprio nella sua problematicità è stato ed è tuttora l’espressione artistica adeguata del sistema capitalistico e della sua critica. Oppure lo scrittore – capitolando coscientemente o incoscientemente di fronte alla demagogia sociale del fascismo – si abbandona all’illusione che la società odierna non sia più capitalistica, e nel rappresentarla parte dalla nuova definizione, non dalla realtà che è bensì mutata in molti aspetti, ma nella sostanza è rimasta capitalistica. In questo caso egli è costretto alla retorica: valendosi della fantasia soggettiva deve prestare agli uomini, alle relazioni umane, ai rapporti sociali un «eroismo», una «divinità» che essi posseggono solo nella definizione e nella proclamazione, ma non nella realtà sociale.

L’accostamento apparente alla poesia dell’«età eroica», in realtà è l’estremo allontanamento da essa. L’oggettiva, spettrale potenza sociale del capitalismo, il necessario disagio umano che esso deve suscitare in chiunque abbia sentimenti umani; l’esperienza dell’illibertà, dell’oppressione e dello sfruttamento, del frammentarismo dovuto alla divisione del lavoro, sono in stridente contrasto con le proclamazioni della retorica eroicizzante, per quanto possano essere sentite sinceramente. I poemi di Omero contengono una poesia inimitabile perché essi possono rappresentare uomini che vivono approvando la loro realtà sociale, creata da loro stessi e ininterrotta, che nella loro realtà si sentono di casa e a loro agio. Un riflesso lontano di questo stato di cose si trova ancora nel rapporto di Gottfried Keller con la democrazia svizzera; ma è un riflesso che con lo sviluppo del capitalismo in Svizzera impallidisce sempre più e alla fine scompare del tutto. Basta confrontare Martin Salander con Enrico il Verde. Ma già in Raabe si trova la frase: «È un piacere, davvero, sentirsi ancora vivi nella propria pelle e nella propria nazione», espressione di una nostalgia che questo realista sincero e legato al popolo sentiva sempre più inappagabile, inconciliabile con la struttura sociale del suo presente.

Nel capitalismo, dunque, la concezione del presente come periodo eroico è una evasione inconsapevole dal realismo nella retorica. Non sarebbe così solo se lo scrittore fosse in grado di rappresentare la realtà sociale del capitalismo come una realtà voluta, come una casa propria, che diffondesse la soddisfazione e l’umanità, che quindi l’uomo potesse approvare con entusiasmo nel suo intimo più profondo, nella quale pertanto ogni esperienza apparentemente remota fosse collegata col problema centrale della struttura sociale, e collegata con un’accentuazione positiva.

Solo su una base sociale di questo tipo nasce una poesia «eroica». Ed è chiaro che essa non è sempre possibile, che il suo sorgere e il suo fiorire non dipendono dal talento degli scrittori, e meno che mai dalle loro intenzioni. Infatti solo ciò che merita approvazione può essere oggetto di una reale approvazione poetica. Una vera poesia non può mai mentire, quale che possa essere l’intenzione cosciente dello scrittore. Taluni scrittori che in partenza volevano benedire, nell’attuazione dell’opera hanno maledetto; altri che volevano maledire, nell’opera hanno benedetto. (Si pensi soltanto alla rappresentazione dei rivoluzionari russi in Dwinger, Fra bianco e rosso).

Si arriva così a uno strato più profondo del rapporto fra attualità ed evasione. Anche l’ostilità inconsapevole che si cela in un’evasione può elevarsi, nell’atto della creazione, ad ostilità reale. Per esempio, lo scrittore può proporsi soltanto di rappresentare una degna esistenza umana (o la sua distruzione); può scegliere un tema il più possibile distaccato dal punto di vista storico, geografico, sociale: ma se nell’atto creativo va realmente fino in fondo, se rappresenta il suo caso in modo veramente realistico, non avvolto dalle nebbie retoriche, il fatto del distacco può assumere attualità in alto grado, può apparire una critica profonda del sistema sociale in cui questo distacco è necessario. Giustamente Schiller diceva che gli scrittori non sono soltanto i restauratori, ma, se necessario, anche i vendicatori della realtà.

Vediamo che tutte queste conclusioni non si trovano affatto in perfetta concordanza con le intenzioni coscienti, con la visione cosciente del mondo che hanno gli scrittori. Essi cercano la loro strada creativa e qui possono facilmente trovare qualche cosa di affatto diverso, di nuovo, di opposto, rispetto a ciò che hanno cercato. Anzi, lo stesso processo della ricerca, anche quando dal punto di vista ideologico resta senza risultati, sul piano poetico può avere per contenuto la scoperta di una novità considerevole. Proprio negli scrittori onesti, nei realisti spregiudicati, si compie di solito, nei modi più diversi, la sorte del Wilhelm Meister.

Ciò spiace a taluni critici della Germania di oggi. I poeti sono ricercatori, ha scritto di recente un novelliere, e la critica ha deplorato proprio questa espressione di per sé innocentissima. Essa trovava che nella ricerca in sé c’è qualche cosa di disperato, che sarebbe più giusto se gli scrittori si considerassero scopritori, se almeno si ponesse l’accento piuttosto sulla scoperta che sulla ricerca. Ma si può prescrivere qualche cosa di simile agli scrittori? Dipende dagli scrittori come individui, e non piuttosto dalla società in cui vivono, se diventano in prevalenza ricercatori o scopritori? E chi garantisce che quel che si trova sia proprio conforme a un sistema capitalistico? Sarà così, tutt’al più, quando la scoperta non è realmente un risultato, ma un a priori, e precisamente un a priori che s’identifichi nella forma e nel contenuto con le esigenze dell’ordinamento sociale capitalistico e con la sua forma attuale tedesca. Ma in questo caso proprio colui che «trova» è necessariamente nell’evasione: di fronte alla conoscenza della realtà sociale quale effettivamente è.

Con ciò abbiamo delineato i contorni concreti dei nostri problemi. Noi ci troviamo in mezzo alla crisi del sistema capitalistico. Proprio il fatto dell’ultima guerra imperialistica dimostra con evidenza la profondità di questa crisi, dimostra che le contraddizioni interne del mondo capitalistico sono insuperabili. Altrettanto si poteva vedere anche nel 1914-18. Il fattore nuovo della situazione odierna è che all’orizzonte, anzi in prossimità del capitalismo ha già preso chiara forma la società socialista. E la sua esistenza parla proprio oggi un linguaggio inequivocabile: il socialismo è la pace, l’imperialismo è la guerra.

Per il socialista cosciente tutto ciò è semplice e chiaro e permette di tracciare dappertutto distinzioni precise. Ma per il ricercatore onesto del mondo capitalistico questa situazione internazionale crea problemi di difficile soluzione. Difesa nazionale e conquista imperialistica sembrano intrecciate in modo apparentemente inseparabile. Si pensi per esempio alle guerre della Rivoluzione francese. In origine erano la difesa del popolo francese, che solo nella sua rivoluzione era propriamente diventato nazione. Insensibilmente esse si trasformarono in guerre di conquista, contro le quali in tutta Europa – in Spagna, in Russia, in Germania – sorsero reazioni necessarie e storicamente giustificate. Ma questi grandiosi movimenti popolari nati per liberarsi dall’oppressione, si convertirono a loro volta nel consolidamento di un sistema di oppressione reazionaria, la Santa Alleanza, che tenne ulteriormente divisi grandi popoli che aspiravano all’unità nazionale e che combattevano per essa, i tedeschi e gl’italiani.

Dove sono qui le linee di divisione? Non è difficile tracciarle oggettivamente, sul piano sociale e storico, per il passato e per il presente, ma in mezzo alla mischia – e proprio in essa di solito si trova lo scrittore creativo – talvolta è molto difficile farlo. In che momento la difesa della Rivoluzione francese si trasformò in conquista? In che momento la guerra di liberazione dei popoli contro Napoleone cessò di essere una lotta per la libertà? Per i contemporanei era difficile, quasi impossibile risolvere queste questioni. Goethe, con la sua saggezza, si trovava in una posizione isolata. Quando, alla sua maniera cauta e riflessiva, diceva allo storico Luden: «E che cosa poi si conquista o si acquista? Lei dice la libertà; ma forse sarebbe più giusto chiamarla liberazione: cioè liberazione non dal giogo degli stranieri, ma da un giogo straniero», egli è stato frainteso dalla maggioranza dei contemporanei e anche da una parte considerevole dei posteri. (Solo in questo quadro si può veramente capire il Divano occidentale-orientale).

Chi, nel vortice di questi problemi, si sente tranquillo e pensa di avere già «trovato» tutto, per lo più scambia l’etichetta con la cosa stessa ed evade dalla grande attualità del presente – dall’attualità della democrazia e del socialismo che si possono realizzare e si realizzano – proprio quando crede di avere trovato qualche cosa di affatto sicuro, di avere realmente adempiuto l’«imperativo del giorno». D’altra parte proprio in queste situazioni colui che cerca disperatamente, che in apparenza si è sperduto ed è al culmine della disperazione, se ai suoi occhi cadono tutte le mascherature sociali del capitalismo imperialistico, se la difesa nazionale gli si rivela come oppressione brutale di popoli stranieri, se i proclamati (e fin qui creduti) ideali si staccano nel modo più netto dalla realtà finalmente riconosciuta, può essere vicinissimo a trovare il vero oggetto della ricerca: la verità, così evidente eppure così dissimulata, che solo la liberazione economico-sociale del popolo lavoratore libera anche lo spirito, che nessun popolo oppressore di un altro popolo può essere libero.

Solo chi cerca onestamente può trovare; solo chi evade giustamente raggiungerà la sua vera patria.

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