Tag

, , , , , , , , , , , ,


di György Lukács

Intervista all’«Unità», in G. L., Marxismo e politica culturale, Einaudi, Torino 1968.

«L’Unità»,  28 agosto 1966 [«La riforma economica in Ungheria e i problemi della democrazia socialista», intervista di Bruno Schacherl]


Il Comitato centrale del Partito operaio socialista ungherese ha adottato recentemente una importante risoluzione sulla riforma del meccanismo dell’economia. Vorrebbe dirci la sua opinione in proposito?

Per valutare l’importanza di questa risoluzione, è necessario ritornare per un momento al XX Congresso del PCUS. A quell’epoca solo pochi conoscevano le vere cause delle sue decisioni più importanti, e precisamente che queste erano le conseguenze dello sviluppo economico dell’Unione Sovietica. Per quanto il sistema di direzione di Stalin possa essere stato profondamente problematico dal punto di vista economico, pure esso è stato capace di costruire e mettere in funzione un’industria pesante orientata verso la guerra. Dopo la conclusione vittoriosa della guerra contro Hitler, questo sistema però è diventato sempre più incompatibile con il normale funzionamento della già sviluppata industria sovietica. Non era più possibile indirizzare, con i metodi degli anni trenta, la massa degli intellettuali e degli operai sovietici, considerevole di numero e ben preparata, verso la produzione pacifica, estesa e altamente qualificata. Era necessario liquidare immediatamente almeno questo aspetto dei metodi di Stalin.
Così ha avuto inizio la liquidazione dell’era staliniana. Essa però non si appuntava alla sostanza, ma si arrestava alla critica ideologica, spesso superficiale, del cosiddetto «culto della personalità». Ma nel frattempo la problematica profonda dell’economia socialista continuava ad esercitare i suoi effetti, senza però che tuttavia ne venissero rivelate le vere cause.

In che modo si è manifestata questa problematica?

In primo luogo nel fatto che tutti i problemi sono stati trattati prevalentemente dal punto di vista ideologico. Molti credevano che i cambiamenti effettuati sul terreno puramente ideologico, innanzitutto con la recezione delle arti e delle scienze moderne dell’Occidente, offrissero una sicura via d’uscita. Da parte mia, naturalmente, ero da molto tempo dell’opinione che i divieti della vecchia direzione a questo proposito siano sempre stati senza senso e nella pratica siano serviti solo ad attribuire a prodotti di valore spesso piuttosto basso e a metodi più che dubbi il prestigio e il fascino delle cose proibite. I dibattiti su queste questioni, proprio per tale ragione, non hanno portato avanti di un solo passo la chiarificazione dei problemi fondamentali. Non la potevano portare, in quanto anche nel caso di una eventuale vittoria completa della tendenza «liberalizzatrice», sarebbe rimasta possibile la sopravvivenza di un burocratismo dogmatico, analogo a quello del burocrate che ha le pareti decorate con i quadri di Picasso, ma che fra queste pareti continua con coerenza ad impedire il progresso economico e sociale: così come nel vecchio bel film su Čapaev il sanguinario generale bianco nelle ore libere suonava le sonate di Beethoven e le interpretava veramente bene. È avvenuta quindi una polarizzazione sterile di questo tipo: da un lato vi era il dogmatismo settario che, a parte il «culto della personalità», consentiva di criticare solo pochi difetti; dall’altro lato si manifestava un’ammirazione smoderata per tutto ciò che era «occidentale». Intanto, i problemi economici che non erano stati risolti continuavano ad esercitare i loro effetti sotto la superficie e la problematicità della vita economica continuava incessantemente ad approfondirsi.

E secondo lei, la risoluzione sulla riforma del meccanismo economico significa una svolta?

Sì. Naturalmente noi ungheresi non siamo gli unici ad orientarci verso la soluzione di questo complesso di problemi. Basta, per esempio, accennare alla Cecoslovacchia. Non si parla da nessuna parte di «soluzioni di validità generale» che risolvono di colpo ogni cosa. Si tratta piuttosto del primo passo, comunque del primo passo chiaro, fatto per raggiungere una soluzione reale dei problemi economici.

Un primo passo in che senso?

Nel senso che fanno un passo reale nella prassi reale, per correggere veramente ciò che è errato nella realtà. Penso – per riprendere l’immagine di Lenin – che si sia afferrato l’anello giusto della catena, per poter dominare così il movimento dell’intera catena. Si tratta del primo passo, perché noi teniamo in mano solo il primo anello e non tutta la catena e per il momento incominciamo a riformare i sintomi e non ancora le basi vere e proprie. Ma è stato compiuto un vero primo passo, perché solo ora si è creata la possibilità reale di indirizzare nella giusta direzione l’intera catena.

Cosa intende dire per giusta direzione?

La via che conduce ad una vera economia socialista. Un tertium datur [esiste una terza via (N. d. R.)] tanto rispetto all’arretratezza settaria dogmatica quanto alla capitolazione incondizionata nei confronti dell’economia capitalista. Questo giusto indirizzo abbraccia secondo me due grandi complessi di problemi.

Quali?

Il primo è la rinascita della teoria e del metodo di Marx. Io stesso sono stato testimone negli anni trenta di come nell’Unione Sovietica lo studio di Lenin – in seguito alle direttive emanate dall’alto – sostituì lo studio di Marx e di come a sua volta mezzo decennio più tardi Lenin sia stato sostituito da Stalin. Se vogliamo creare un’economia pianificata su basi teoretiche solide, per gettarne le basi dobbiamo far rinascere a nuova vita la teoria marxiana della riproduzione allargata.

Non può nascerne un nuovo dogmatismo, una nuova sottospecie della «citatologia»?

Mi pare di no. La rinascita della teoria marxiana della riproduzione allargata mi sembra che abbracci tre complessi di problemi. Il primo è la genuina analisi teoretica della teoria della riproduzione allargata contenuta nel secondo volume del Capitale. Qui però non bisogna mai dimenticare che Engels, l’editore di questo volume, proprio per quanto riguarda tale capitolo rilevò, deplorandole, le «lacune» e la «frammentarietà» della descrizione. Lo studio del testo di Marx deve essere quindi uno studio critico. In linea di principio non è affatto escluso che su questioni specifiche si rendano necessarie correzioni o «integrazioni».
In secondo luogo, Marx ha scritto queste riflessioni circa cent’anni fa. Da allora, il sistema economico del capitalismo è cambiato in modo sostanziale, e oggi abbiamo il compito di dare un’interpretazione teorica di questo cambiamento, sulla base del marxismo. Altrimenti ci troveremmo nuovamente di fronte ad una falsa antinomia: da un lato il dogmatismo che continua ad attendere – come la vecchietta all’estrazione della lotteria – l’esplosione di una nuova crisi, tipo quella del 1929; dall’altra parte i teorici borghesi, i quali affermano che in sostanza non esiste più capitalismo di sorta e che l’analisi marxiana non è altro che un documento storico del secolo XIX.
Pur senza essere un economista, io penso che questa trasformazione possa essere pienamente spiegata con l’aiuto del metodo marxista. È un fatto che la capitalizzazione dell’industria che produce i beni di consumo e della maggior parte dei cosiddetti servizi è avvenuta in questi ultimi cento anni. Ciò però è molto più di una semplice estensione quantitativa della sfera di influenza del capitalismo, ma provoca piuttosto in esso un cambiamento qualitativo: il capitale nel suo complesso è ormai interessato direttamente dal punto di vista economico ai consumi della classe operaia. Pur senza entrare nei dettagli, mi sia permesso constatare che in conseguenza di ciò il plusvalore relativo, come forma di sfruttamento, finisce per avere il sopravvento sul plusvalore assoluto, perché solo questa nuova forma può garantire l’intensificazione dello sfruttamento nel caso dell’aumento contemporaneo dei consumi (e del tempo libero) degli operai. Con ciò però, il capitalismo non cessa affatto di essere capitalismo. Marx scrive in un punto che solo attraverso il dominio del plusvalore relativo, può avvenire nel capitalismo la «sussunzione effettiva» dell’economia. Certamente, è da vedere in che misura questo mio giudizio sia valido. Per poter adottare adeguatamente la teoria marxiana della riproduzione allargata, bisogna metterla a confronto con i cambiamenti strutturali fondamentali del capitalismo.
In terzo luogo, cent’anni fa Marx ha potuto esaminare le leggi della riproduzione della forma sociale della produzione, solo sul capitalismo. Oggi ci si può chiedere se accanto al numero certamente notevole di aspetti comuni esistenti nella riproduzione capitalista e socialista, non vi siano delle costellazioni economiche che si fanno valere in ambedue le formazioni come categorie diverse. Anche questo è un problema teorica molto importante, per cui non si devono anticipare avventatamente i suoi risultati.
A titolo puramente illustrativo, desidero accennare al fatto che, secondo l’economia politica marxista, i beni culturali propriamente detti non possono avere un valore economico, in quanto non può essere valida per loro la categoria del tempo di lavoro socialmente necessario alla loro fabbricazione. Naturalmente nel capitalismo essi hanno un prezzo e di conseguenza si trasformano in merce (Balzac ha descritto gli inizi di questa evoluzione nel suo romanzo Illusioni perdute). Ebbene: il socialismo non ha seguito spontaneamente questa tendenza di sviluppo neppure nel periodo di Stalin. Solo negli ultimi tempi si sono fatti avanti dei teorici particolarmente «progressisti», per fortuna senza trovare notevoli risonanze, i quali desiderano rendere «redditizia» anche la produzione culturale. Ovviamente qui si parla solo dell’aspetto economico dei problemi culturali e non delle brutali manipolazioni staliniste che sono state e sono a buon diritto criticate; e anche questo solo per illustrare la possibilità teorica che si manifesti, talora, una diversità categoriale fra la riproduzione nel capitalismo e nel socialismo.
Ebbene, se la rinascita del marxismo si realizzerà su questa strada, essa non condurrà ad alcun irrigidimento dogmatico. Al contrario farà sì che l’economia pianificata trovi per la prima volta un fondamento teoretico nelle stesse leggi della riproduzione della realtà economica.

Tutto ciò appare per lo meno interessante. Ma perché crede lei che la riforma del meccanismo economico debba provocare tutte queste conseguenze?

Esaminando il problema dal punto di vista teoretico: perché la realizzazione effettiva di una riforma che sia effettivamente di questo genere deve necessariamente portare a questi problemi. Se si intende realizzare veramente questa riforma, è impossibile trascurare queste questioni. Nella realtà ciò naturalmente si esprime come lotta fra varie tendenze e i sostenitori della riforma potranno vincere solo se contemporaneamente alla realizzazione di un meccanismo economico che funzioni in modo giusto, faranno nuovamente rivivere la democrazia proletaria dei primi anni rivoluzionari dell’Unione Sovietica. Come nella teoria, i due aspetti devono essere organicamente fusi anche nei passi concreti della realizzazione.
Si tratta di ottenere con una mobilitazione cosciente e costante la collaborazione democratica e reale in tutti i problemi della riforma di tutti coloro che – direttamente o indirettamente – sono interessati a debellare realmente nella pratica l’indifferenza nata nei lavoratori nei confronti della propria attività, in conseguenza della burocratizzazione. Una simile democrazia reale non può essere «introdotta» con nessun decreto. Può essere solo il risultato di un lavoro di trasformazione, accanito e deciso, operato sulle basi reali della vita stessa. Proprio per questo, il primo giusto passo consiste nel dare la massima autonomia alle aziende nella realizzazione concreta della programmazione. Bisogna eliminare i vincoli burocratici esistenti nelle aziende, negli organismi locali, ecc., bisogna impedire che le iniziative vengano paralizzate; e allora, se i lavoratori stessi parteciperanno attivamente a questo lavoro, sarà possibile ridestare la loro volontà e la loro energia nella edificazione positiva.
In questi ultimi anni vi sono state molte discussioni scolastiche sulla centralizzazione e sulla decentralizzazione. Dietro a queste parole eccessivamente astratte spesso si nasconde il falso dilemma fra la conservazione della tradizione staliniana e la semplice introduzione di forme d’organizzazione capitalistiche. La realtà ha però già prodotto il modello della realizzazione del piano senza prescrizioni burocratiche fino ai minimi dettagli. Marx ha ripetutamente dimostrato che l’organizzazione bellica spesso è più progressiva dell’economia nel suo senso più stretto – si pensi all’economia schiavistica dell’antichità. Ora, la seconda guerra mondiale ha creato un modello per tutte le questioni pratiche, che dimostra come la programmazione globale possa essere veramente effettiva, proprio perché non stabilisce dei provvedimenti meccanici per quanto riguarda la realizzazione, ma prevede per i singoli organismi l’esecuzione di obiettivi – definiti dalla programmazione – che questi devono risolvere con un’autonomia relativamente vasta. Questo accenno vuole solo indicare la possibilità di organizzare un tale metodo di programmazione e vuole mettere in evidenza la prospettiva di un collegamento dialettico della centralizzazione con la decentralizzazione. In uno schema simile non rientra naturalmente la partecipazione democratica, la insostituibilità dell’iniziativa democratica delle masse, il ruolo decisivo dell’opinione pubblica democratica; queste appartengono specificamente alla prassi economico-sociale. Ma senza che si formi un’opinione pubblica che agisca apertamente non è possibile realizzare né nella teoria né nella pratica una vera riforma economica, che sia nello stesso tempo anche riforma del modo di vita delle masse.

Lei attribuisce una grande importanza alla partecipazione delle masse. È proprio convinto che tutte le iniziative provenienti dal basso debbano essere giuste in ogni caso?

Naturalmente no. Nel corso della realizzazione, che esige un lungo periodo di tempo – in alto come in basso – vi possono essere anche in seguito più volte delle decisioni errate. Democrazia proletaria non significa una garanzia contro gli errori, ma solo – e questo «solo» è un intero mondo – la possibilità di riconoscere e superare i difetti più rapidamente di quanto sia possibile in qualsiasi altro sistema.
La condizione per la realizzazione della riforma avviata ora, sta non solo nella democratizzazione effettiva, ma anche nella collaborazione fra i massimi dirigenti e l’iniziativa spontanea delle masse, una collaborazione la cui punta sia rivolta contro l’irrigidimento burocratico e i suoi fautori. Ci vorranno lunghi anni finché lo sforzo produttivo di milioni di uomini possa creare una nuova economia (ben fondata dal punto di vista marxista) e realizzare così la possibilità di una nuova vita (socialista). Ma se in questo momento si presenta nella pratica la prospettiva di una simile evoluzione, si può e si deve salutare il primo passo reale fatto in questa direzione.

Annunci