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di György Lukács

[Részlet Lukács Györnek a Petöfi-Kör filozófiai vitáján tartott beszédéböl (1956, junius 15-én), in «Filozófiai Ertesitö», fasc. 4, 1956; G.L., Marxismo e politica culturale, trad. it. di Fausto Codino, Einaudi, Torino 1968].


Se consideriamo in astratto la situazione dopo il XX Congresso del PCUS, sembra che dopo di esso la diffusione del marxismo-leninismo su scala mondiale abbia prospettive quali non aveva mai avuto. Il XX Congresso contiene possibilità entusiasmanti; non per una breve campagna, no, oso dire, per l’attuazione di quelle possibilità del marxismo che ora sono state liberate e che riempiranno la vita di noi tutti (penso alla gioventù e non a me). Questo avvenimento deve colmarci di pathos e di entusiasmo. Possibilità grandiose ci stanno davanti, ma – ecco l’altro aspetto della questione – come appare attualmente la situazione del marxismo in Ungheria? Compagni, vi prego di scusarmi – si è già visto, da alcune citazioni, che io sono un uomo piuttosto rude e schietto –, ma ora voglio esprimere la mia opinione con tutta chiarezza: oso affermare che nell’opinione pubblica del paese il marxismo non si era mai trovato in una situazione precaria come oggi; oso affermare che oggi la situazione del marxismo in Ungheria è peggiore che al tempo di Horthy. Perché? Perché al tempo di Horthy un gruppo di persone, fosse pur piccolo, rischiava la vita per ottenere un’opera di Marx o di Lenin; perché al tempo di Horthy una parte degli intellettuali guardava al marxismo con stupore, con odio, ma anche con un certo timore, col sentimento che queste opere contenessero qualche cosa di terribile, qualche cosa che eventualmente poteva essere pericoloso, ma anche buono, cioè con un certo rispetto. Gli ultimi sette-otto anni hanno distrutto questa buona disposizione e, oso dire, non solo tra gl’intellettuali estranei al partito, ma anche tra una parte degli intellettuali del partito. Ciò non viene ammesso apertamente, senza dubbio, ma solo ipocritamente e in segreto.

Permettetemi d’illustrarvi la cosa con un aneddoto che forse molti di voi conoscono. Uno studente fu esaminato sul marxismo-leninismo. Dotato di talento, superò ottimamente l’esame, seppe rispondere a tutte le domande – naturalmente ebbe il voto 5 – e, mentre i suoi colleghi si rallegravano con lui, disse: Chi è questo Marx? Pura idiozia. Vale la pena soltanto di leggere Heidegger e Huxley. A questo siamo arrivati attraverso un certo tipo di educazione marxista i cui errori, si può dire, trovano un cattivo pendant nel nostro sviluppo industriale. Qui non voglio scendere a particolari; ma ognuno sa che l’incremento unilaterale della produzione di massa ha avuto conseguenze catastrofiche che qui non voglio citare, ripeto, e non essendo un competente non occorre che venga ai dettagli. Anche nel campo filosofico abbiamo cominciato d’un tratto a produrre filosofi a getto continuo, senza reali conoscenze, senza cultura: e adesso, in questo luogo, io non accuso i singoli filosofi, ma il regime che ha prodotto questi filosofi. Taluni giovani lamentano di non avere tempo. Ma perché non hanno tempo? Perché coloro che dovevano educarli come filosofi ritenevano necessario che un filosofo possedesse anche un sapere positivo. Qui mi riferisco di nuovo alla mia esperienza. A questo proposito ho sentito lamentele da parte di molti intellettuali. Anche quei membri del partito che si trovano al livello relativamente più alto dell’istruzione di partito, che partecipano al cosiddetto studio individuale, devono molto lottare perché sia loro concesso di leggere di seguito il primo volume del Capitale. È possibile che al giorno d’oggi non sia più così. Ma un paio d’anni fa lo studio individuale di chi era filosofo consisteva in questo: doveva leggere l’Antidühring da pagina 40 a 70, il Feuerbach da pagina 80 a 85 ecc., e non era assolutamente spinto a leggere di seguito un’opera completa.

È chiaro, cari compagni, che se abbiamo prodotto in questo modo filosofi a getto continuo, essi non possono possedere una grande scienza; ma in essi – sia reso onore alle poche eccezioni – non c’era neppure l’istinto del sapere, tanto più che il marxismo che veniva loro insegnato aveva un unico compito: trovare per ogni questione attuale la confacente citazione di Lenin o di Stalin, per scodellare di volta in volta il «politicamente giusto». In realtà questo voleva dire educare la gente a leggere i fondi di caffè. Permettetemi, a questo proposito, di raccontarvi un fatto accaduto circa venticinque anni fa nell’Unione Sovietica. Proprio quando arrivai nell’Unione Sovietica era in corso una discussione economica sulle opere di un economista menscevico di nome Rjubin. La questione m’interessava molto e chiesi informazioni a un mio conoscente, un giovane comunista ungherese che a quel tempo era uditore del cosiddetto professorato rosso. Egli mi raccontò che il compagno Varga aveva giustamente criticato le concezioni di destra di Rjubin, ma aveva commesso un errore di sinistra, che poi un certo compagno Ivanov aveva corretto, mentre lui ecc… Alla fine, quando dissi a quel compagno che tutto ciò era molto interessante, ma volevo sapere su quali problemi economici si svolgeva la discussione, egli non mi seppe dare una risposta. Naturalmente sapeva elencare tutti gli errori di destra e di sinistra emersi in quella discussione, e forse li sapeva distinguere giustamente secondo la linea allora dominante nel partito, ma non si era affatto informato sul vero nocciolo della discussione. Qui è il punto dolente, qui sta il busillis, per quanto riguarda i nostri rapporti con gli intellettuali. Il compagno Jánossy ha parlato molto giustamente di un certo adattamento. Ma l’adattamento non c’è solo tra i fisici. Esso anzi tocca tutta la nostra scienza: i filosofi si attengono rigidamente alla loro concezione umanistica, positivistica o quale che sia, scovano (non è tanto difficile) le due o tre citazioni di Stalin che rendono accettabile questa loro opinione al cospetto della burocrazia competente, e infine mettono in pratica questa opinione. Quel che facciano oggi, non lo chiede più nessuno. Ma ciò pregiudica la credibilità del marxismo agli occhi degli intellettuali; e ora credo che appaia meno paradossale quanto ho detto prima: che ci troviamo in una situazione estremamente sfavorevole e molto difficile. La nostra situazione è molto più difficile di quella dell’Unione Sovietica. Certo, anche lo sviluppo dell’Unione Sovietica ha subito indubbi contraccolpi a causa del dogmatismo dell’età staliniana. Ma non dobbiamo dimenticare che là, per lo meno, uno strato piuttosto largo conosceva lo stalinismo di prima mano. Da noi invece accadeva come si dice, nella storia del diritto, per un certo scolasticismo: glossant glossarum glossas, si glossano le glosse delle glosse. Questo accadeva anche in Ungheria e sotto questo aspetto, in realtà, siamo stati un paese dirigente dello stalinismo.

Non dimentichiamo, compagni; io non sono in grado né ho l’intenzione di rileggere vecchi giornali. Se torniamo indietro di qualche anno, troveremo dichiarazioni competenti che indicano quanto fossimo orgogliosi di occupare il nostro posto alla testa dello stalinismo. Naturalmente oggi dobbiamo dimenticarlo, e il nemico alza la voce se qualcuno non trova quella citazione. Confesso, compagni, di non essere abbastanza filologo, perciò ora mi limito a dichiarare il fatto che nella situazione attuale, in tutto il mondo, noi ungheresi forse abbiamo da fare più di tutti. Dobbiamo più di tutti lottare per restaurare il prestigio del marxismo, per eliminare l’odio accumulato contro il marxismo, per ridestare la fiducia del marxismo.

Non possiamo costruire il socialismo e la cultura socialista se non possiamo convincere i nostri intellettuali che l’impiego del materialismo dialettico e storico è necessario e ognuno nel suo campo, non solo dal nostro punto di vista, ma anche dal punto di vista del suo stesso lavoro. Questo grande lavoro ci sta oggi di fronte, e se prima sono stato severo nelle mie critiche, non l’ho fatto per pessimismo, ma per far sentire ad ogni marxista onesto il grande compito che gli sta di fronte, quel pathos che riceve impulso dalle possibilità, create dal XX Congresso, di rimediare col lavoro tenace ed entusiasta quegli errori che sono il risultato di uno sviluppo di sette-otto anni. Non vi si riuscirà da oggi a domani. Né un discorso e uno stato d’animo entusiasta possono rimettere tutto in ordine. Occorre un lavoro tenace, paziente da parte di noi tutti, da parte di ogni marxista nel suo campo. Questo lavoro tenace e paziente presuppone che ognuno verifichi il suo bagaglio e il suo armamentario per vedere fino a che punto può presentarsi a un intellettuale, nella sua specialità, in modo da dare risposte reali alle sue domande, da mostrargli che con l’aiuto del marxismo i suoi problemi possono essere risolti meglio che senza il marxismo. Senza questa propaganda non possiamo ottenere niente nel mondo. Non voglio arrivare a parlare di una certa discussione filosofica. Ma dietro questa discussione filosofica, come dietro tutta l’epoca, stava il problema che nella nostra prassi generale la propaganda era inghiottita dall’agitazione e così la cattiva propaganda uccideva la ricerca scientifica. Dobbiamo imparare a capire che questa strada va a rovescio. Senza buona ricerca non c’è buona propaganda e senza buona propaganda non c’è buona agitazione.

Dobbiamo comprendere che in ogni campo l’elaborazione scientifica dei problemi del marxismo è un presupposto affinché la propaganda e l’agitazione possano essere efficaci. E qui, ancora, è riposto il nesso politico tra i problemi del XX Congresso e le epoche passate. Durante il periodo staliniano ho visto laggiù, nell’Unione Sovietica, manifesti raffiguranti un direttissimo su cui correvamo verso il comunismo, e qui basta che mi richiami alle opere di molti scrittori non privi di talento in fondo alle quali – nelle opere che rappresentano il presente – la maggioranza degli uomini ha già un piede nel comunismo. Su ciò si è fatto silenzio già prima del XX Congresso.

Ma qual è la conseguenza? Che cosa si cela dietro a tutto ciò? Se ormai solo un passo ci separasse dal comunismo, vorrebbe dire che ideologicamente e moralmente saremmo del tutto pronti per il comunismo. Non parlo più della parte scientifica, come ho detto, dato che la nostra scienza ha completamente elaborato tutti i problemi e ora, in ogni singolo caso, noi utilizziamo i risultati scientifici già pronti per applicarli al caso dato. Qui sta la radice ideologica del dogmatismo, della citatologia ecc.

Ma come stanno le cose nella realtà? Oltre cinquant’anni fa, poco prima di morire, Engels scriveva che ai marxisti si ponevano compiti enormi, che essi dovevano elaborare tutti i problemi della storiografia, delle scienze, della logica ecc. E in un’altra lettera, scritta nello stesso periodo, Engels parla con scherno di quei giovani marxisti a giudizio dei quali il materialismo storico servirebbe a rendere inutile la conoscenza della storia. Intanto il proletariato ha conquistato il potere. Sono nati i presupposti materiali del marxismo per la reale costruzione scientifica più volte sollecitata da Engels e poi anche da Lenin nei Quaderni filosofici. L’immensa colpa storica dello stalinismo sta nell’avere non solo lasciato inutilizzata questa costruzione scientifica, ma fatta retrocedere. Stalin ostacolò proprio le tendenze che sarebbero state capaci di questa costruzione del marxismo. Se esaminiamo tutte le scienze in vista di ciò che c’interessa direttamente, dobbiamo convincerci che oggi, non esiste ancora un’etica marxista, una pedagogia marxista, una psicologia marxista ecc. Ciò naturalmente non significa che dobbiamo costruire queste scienze dal nulla. Senza i grandi lavori dei classici, senza l’elaborazione d’innumerevoli questioni delle basi metodologiche create dai classici, non faremmo un passo avanti. Ma ciò non implica per esempio che se raccogliamo tutte le affermazioni di Marx, Engels e Lenin sull’estetica (per parlare della mia specialità), in queste affermazioni sia già contenuta tutta l’estetica marxista. Senza queste affermazioni non potremmo creare un’estetica, ma la nostra generazione deve ora costruire questa scienza dell’estetica. Ciò vale naturalmente anche per le altre scienze. Nessuno, compagni, deve scoraggiarsi per questo. Al contrario: io sento profondamente quale responsabilità noi abbiamo non solo di fronte ai proletari di tutti i paesi, ma anche di fronte a tutta l’umanità. La storia ci assegna compiti immensi e grandiosi. Da essa dobbiamo attingere coraggio e pathos: non singoli uomini, ma la totalità dei marxisti ridestati dal XX Congresso e richiamati al vero marxismo creerà la totalità delle scienze marxiste. Non in tre mesi e non in un anno, ma attraverso il lavoro di tutta una generazione.

Ne derivano però, riguardo alla situazione concreta del marxismo, molti esempi a problemi concreti. Intendo qui accennare ancora una volta al nostro rapporto con quegli intellettuali del partito, ma in parte anche agli intellettuali esterni al partito, che sono estraniati al marxismo. Se diamo il primato alla vera ricerca marxista e cerchiamo i problemi reali, li rintracciamo dietro i fatti e collaboriamo con questi intellettuali, credo che non ci mostreremo a loro come se avessimo preso a pigione la sapienza del inondo. Se chiedono come si debba giudicare Piero della Francesca, non risponderemo, come un marxista che senta questo nome per la prima volta, che costui fu un ideologo della piccola borghesia di Siena (mentre non era affatto originario di Siena).

Compagni, dobbiamo romperla radicalmente con questo metodo. Qui non si parla esclusivamente dello sviluppo del marxismo, ma in primo luogo del modo di acquistare fiducia al marxismo. Se su questi problemi collaboriamo con gl’intellettuali onesti e seri, tra i quali non includo ora soltanto le cime dell’intelligentsia, ma per esempio i molti ingegneri che lavorano nelle aziende, per i quali sorgono problemi di pianificazione e le loro questioni economiche, oppure gli studenti: sono grandi masse, che proprio con questo metodo possono e devono essere acquistati al marxismo.

Dall’altra parte, e la cosa sembra tanto ovvia: il democratismo è la possibilità della discussione. Come membro della presidenza dell’Accademia delle scienze posso dire che non so da quanti anni, dobbiamo ammetterlo a nostra vergogna, in tutte le sezioni sia sorto lo spirito della discussione vivace. Di questa vergogna parlerò subito. Perché questo spirito non sorgeva? Dobbiamo avere ben chiaro che prima del XX Congresso non era possibile alcuna discussione. Abbiamo sempre detto: la discussione ci deve essere. Permettetemi una citazione anonima, di una frase detta in una discussione davanti a un istituto piuttosto responsabile.

Ho sentito dire che si devono approvare le discussioni in sé, che ognuno deve dire forte ciò che lo preoccupa, così si può dargli addosso decorosamente. In queste circostanze non ci può essere discussione, perché non possiamo pensare che gl’intellettuali siano stupidi. Non mi avete sentito riferire questa citazione perché finora, da membro disciplinato del partito, non ne avevo parlato. Tuttavia dico con Lenin che le classi non si possono ingannare. Quegli intellettuali sapevano benissimo che le discussioni erano impossibili, e ora è nostro compito di attuare a poco a poco discussioni realmente concrete su tutti i campi della scienza, dell’arte e della letteratura.

Vorrei infine parlare di una terza questione, cioè di un pericolo, di cui scopro gli indizi solo qua e là. Ma non ritengo inutile richiamare su di essa l’attenzione dei compagni. Si tratta di questo: il XX Congresso ha sostituito allo stalinismo il metodo leninista. Ma deve essere veramente il metodo leninista. Per dirla ancora con la mia nota brutalità: da Lenin si possono ricavare citatologia e dogmatismo come da Stalin. E anche se questa tendenza si presenta isolata, da noi e in campo internazionale, sono convinto che esistano forze e tendenze che vogliono spingere anche il XX Congresso in questa direzione. Il nostro compito comunista, che c’impegna come filosofi e intellettuali che lavorano nel marxismo, è di combattere fin dal principio contro questa tendenza. Il XX Congresso porterà infatti ai successi veramente grandi che grazie ad esso si possono ottenere solo se rinnoviamo lo spirito di Lenin, la dialettica leninista, il metodo leninista.

Per fare solo un esempio: parlavo prima dei filosofi prodotti a getto continuo. Il principio «meglio meno, ma meglio» fu, soprattutto in campo economico, il testamento di Lenin. Il lavoro culturale a catena è profondamente avverso al leninismo, a tutto il metodo della filosofia di Lenin. Il nostro compito principale, per rinnovare realmente il metodo leninista, è di imparare a conoscere nuovamente con l’aiuto di Lenin, Marx ed Engels, attraverso essi, tutto lo sviluppo e la storia della cultura mondiale. Allora potranno attuarsi anche da noi, in Ungheria, quelle grandiose possibilità che offre il XX Congresso; ma se ci dimostriamo deboli, se dovessero vincere le forze che del leninismo vogliono fare uno stalinismo di segno cambiato, allora il XX Congresso s’insabbierà, così come negli anni trenta la grandiosa iniziativa del VII Congresso del Comintern non portò ai successi che da esso a buon diritto ci si erano aspettati nel 1935. Spero che il XX Congresso non procurerà una simile delusione, che oggi siamo davvero arrivati alla soglia di una nuova, grande fioritura del marxismo e del movimento operaio marxista.

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