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di Ágnes Heller

«Lettera Internazionale, n. 23, 1990.

Avevo diciotto anni quando vidi György Lukács per la prima volta – sulla cattedra dell’aula 4 dell’Università delle scienze allora «Pázmány Péter» – e quarantadue quando mi congedai da lui morente in una deserta camera della clinica Kutvölgyi. Nel rievocarlo come maestro, devo riandare con la memoria al nostro primo incontro.

In principio era il Logos

A passi rapidi egli andò alla cattedra, distese sul piano del tavolo il manoscritto della lezione. Poi si sedette e parlò, sempre a voce bassissima.

Bisognava concentrare tutta l’attenzione per capire. Non alzava mai la voce, non cercava mai l’effetto immediato: insomma, nessuna teatralità. Son si levava mai in piedi, non andava mai in su e in giù, non faceva appello alla Corona: insomma, nessuna captatio benevolentiae. Era il testo che ci parlava, il pensiero privo di orpelli: il puro Logos.

Non voleva mettere in moto la nostra fantasia, ma il nostro intelletto. Non voleva brillare con il cosiddetto fascino della personalità. Invece, la sua intenzione era: rendere comprensibile il pensiero perché pensassimo insieme a lui. Egli scompariva dietro il pensiero.

Professori noti per essere maestri del modo di esporre, che possedevano un eloquio sempre scintillante e arguto, non reggevano il confronto con lui. Perché erano proprio le parole pronunciate a bassa voce e la voluta impersonalità del ragionamento che arrivavano a farlo brillare. Sempre più potente diventava la fascinazione di ciò che veniva spiegato. E questa forza non proveniva soltanto dai ragionamenti, ma anche dal pensatore che voleva celarsi dietro il Logos. Noi non avevamo la minima idea di chi fosse in realtà György Lukács: il suo passato era ancora un mistero, la sua opera ci era ancora in grandissima parte ignota. Nel susseguirsi di quelle spiegazioni sommesse si esprimeva qualcosa di quasi inspiegabile, i cui segnali, tuttavia, noi giovani riuscivamo a «captare» e a decifrare come la presenza di una personalità di rilievo.

«Adesso ricapitoleremo brevemente quanto abbiamo detto nell’ultimo semestre», era la frase con cui cominciava ogni semestre. I «vecchi» sapevano che cosa volesse dire: per tre mesi Lukács ricapitolava quanto aveva già detto.

All’inizio si tirava ad indovinare: tutte queste ripetizioni sono dovute al fatto che non ha esperienza di lezioni universitarie? (Aveva più di sessantanni quando ottenne per la prima volta nella sua vita una cattedra, e per poco tempo). Oppure è la memoria che gli fa qualche scherzo? Solo lentamente si capì che per lui era una questione di principio, anch’essa indissolubilmente legata alla sua personalità.

Si comportava come ogni educatore: la ripetizione per lui era funzionale. Ognuno poteva inserirsi nel suo ragionamento, nessuno degli allievi doveva andare avanti a tastoni, nel buio, senza aver afferrato quell’anello logico che l’altro aveva già chiaro.

Non intendeva aumentare la «massa» delle nostre conoscenze. Ognuno poteva da sé accumulare cognizioni intorno a una «materia», per queste non c’era bisogno di nessun maestro.

Egli ci educava a comprendere che cosa significa «sapere», in che cosa si differenzia dal «non sapere», come alle cognizioni si possa dare una forma che le ordini e che dia loro un senso.

György Lukács ci educava al pensiero.

La vacca e il vitello

Educare al pensiero significava per lui educare alla filosofia. Presupponeva che tutti avessero la capacità di pensare filosoficamente.

Quando avemmo un seminario, non offrì né torta né dolci come facevano gli altri. Era proibito fumare, anche per lui, fumatore accanito. La vita quotidiana doveva essere «sospesa».

Senza indugio si entrò nel vivo dell’argomento: prima la Critica del giudizio, poi l’Estetica di Hegel.

Lukács non parlava. Adesso faceva parlare gli altri: «Qui interviene il problema della bellezza naturale. In che cosa lei vede la specificità della bellezza naturale? Prego …». Un breve silenzio. Poi qualcuno chiede la parola e parla. Noi non capiamo del tutto quanto va dicendo, e probabilmente nemmeno lui. Dopo che ha finito, si sente di nuovo la voce di Lukács: «Quel che lei dice ha un nocciolo razionale. Cioè …» e si mette a «svolgere» quel certo «nocciolo razionale».

Noi siamo stupiti: ma davvero nel discorso del nostro compagno c’era quello? Possibile. Il nostro compagno di scuola però si sente rassicurato: ha visto, ha afferrato qualcosa che è importante ed essenziale. E quando poi Lukács ci invita di nuovo a esprimerci sulla questione, piovono interventi su interventi. Senza eccezioni, in ogni intervento egli trova un «nocciolo razionale». Così finiamo per dibattere tra noi e alla fine arriviamo a un certo risultato. Quanto meno si delinea una possibile risposta: noi sappiamo, abbiamo compreso qualcosa. Nessuno ci ha detto quale sia la specificità della bellezza naturale: ci siamo arrivati da soli.

Spesso dicevamo scherzando che Lukács avrebbe trovato un vitello anche dentro una vacca sterile. Lo scherzo era affettuoso, ma non privo di critica nei suoi confronti: l’ottimismo filosofico di Lukács ci pareva discutibile. Oggi, in verità, la penso altrimenti: meglio scoprire il vitello in dieci vacche sterili che non individuarne neppure uno in dieci vacche gravide. Se non diamo per presupposto che tutti posseggano la capacità di pensare in termini filosofici, il nostro sistema di conoscenze funziona immediatamente come un sistema di pregiudizi: presupporremo la presenza di tale capacità solamente in chi la pensa come noi. Il fatto che Lukács scoprisse (o ritenesse di scoprire) un certo «nocciolo razionale» nel pensiero di ognuno, in altre parole il suo ottimismo antropologico, fece sì che quest’uomo, i cui scritti tanto spesso (e talora anche a ragione) sono stati tacciati di dogmatismo, sia poi stato, in assoluto l’insegnante più antidogmatico che abbia incontrato nella mia vita.

Il silenzio

Nel 1949 le lezioni di Lukács smisero di essere obbligatorie. Nell’università si diffuse la paura. Seguitare ad andare alle lezioni di Lukács voleva dire avere coraggio. Solo cinque o dieci studenti perseverarono.

E di nuovo: a passi rapidi va alla cattedra, distende il testo della sua lezione e comincia a parlare a bassa voce. E di nuovo: ricapitola in breve quanto è stato detto nel semestre precedente. A volte davanti a tre studenti.

Lui però non rivela mutamenti di sorta. Davanti a tre studenti parla esattamente come davanti a trecento. Come non si accorgesse di nulla, come se nulla fosse mutato. Parla con noi esattamente allo stesso modo, ci fa le domande esattamente allo stesso modo, in tutti noi presuppone esattamente allo stesso modo la capacità di pensare filosoficamente.

Sul punto essenziale, però, tace. Questo silenzio è il silenzio dell’attenzione. L’esperienza di quell’attento tacere mi condusse a una scoperta: quella stessa persona che presupponeva in ciascuno la capacità di pensare filosoficamente, non presupponeva però in ciascuno la moralità; o meglio: non la presupponeva in nessuno. Il suo socratismo «maieutico» valeva solo nel campo intellettuale, non in quello morale. Infatti, non si può «cavar fuori» dalle persone ciò che non si presuppone vi sia. Ciò nondimeno quando qualcuno dava prova di moralità e di onestà, egli guardava al fatto come ad un dono, quasi ad un miracolo. Non sapevamo allora quali meriti acquistasse presso di lui chi aveva superato quella prova.

In quel silenzio, comunque, non c’era solo attenzione: tacendo egli emetteva anche sentenze. A ogni lezione prendeva parte anche un «incaricato», il quale doveva avvertire il professore quando qualcuno degli studenti era «indisciplinato». Si presentò, così, l’occasione in cui tale zelante «attivista» poté adempiere il suo «dovere». Saltò su e annunciò: «Devo avvertire il compagno Lukács che Z. sta leggendo un libro di nascosto», e questo a voce così alta che lo si sarebbe potuto sentire anche dal corridoio. Lukács non batté ciglio, si chinò impassibile sulle sue carte e continuò a leggere, senza interrompere il discorso neppure per un secondo. L’«incaricato» rimase di sasso, ma poi ripeté ancora una volta il suo avvertimento. Con il medesimo risultato. Alla fine non poté non capire che semplicemente non esisteva (ma solo per la durata del seminario).

La freddezza

Chi per la prima volta si dirigeva al quinto piano del Lungodanubio Belgrad 2 faceva prima tre giri intorno all’isolato, poi si tratteneva ancora un attimo davanti alla porta di casa Lukács, in attesa di suonare. In tal modo, raccoglieva le idee e rifletteva ancora sui problemi da porre al maestro.

A dispetto di tutte le apparenze, era l’udienza di un re. Il re era cortese, amichevole e disponibile. Chi però si fosse lasciato fuorviare da quella immediatezza, non sarebbe uscito da quella casa psichicamente incolume.

Mai sarebbe stato lecito mettergli una mano sulla spalla, né lui mai metteva una mano sulla spalla di nessuno. Lì c’era la ragione in dialogo con la ragione, e quel dialogo esigeva l’esclusione di tutto ciò che non fosse filosofia. Essendo noi persone vive e fragili, qualche volta avremmo desiderato parlare dei nostri dolori, discutere dei nostri dubbi, ricevere il suo consiglio prima di una decisione. Ci ascoltava sempre con cortesia, nascosto dietro il denso fumo dei suoi sigari, ma era la cortesia dell’indifferenza. L’«uomo intero» non lo interessava, non dava mai consigli. Ci considerava «portatori» di problemi scientifici, perciò eravamo importanti per lui. Dovemmo imparare a sopportare questo fatto. Chi lo imparò e fu capace di tenerne conto, riuscì poi, molti anni dopo, a vedere la corazza di ghiaccio che si liquefaceva.

Ciascuno di noi ebbe il suo primo lavoro importante. Suonare alla porta di Lukács divenne una cosa naturale. Le «consultazioni» si moltiplicarono.

Ciascuno di noi aveva potuto scegliere liberamente il tema. A tale proposito un consiglio veniva da lui solo quando si era incerti e non si sapeva che pesci pigliare. Non soltanto tollerava, ma addirittura gli era simpatico un atteggiamento ossessivo.

Chi però aveva preso una decisione, perdeva il diritto di tornare sulla scelta. Se nel corso del lavoro l’interesse mutava, se il tema risultava troppo limitato o troppo ampio, se si aveva la sensazione di non farcela a superare le difficoltà, non c’era da far conto sulla sua tolleranza. «Una gravidanza richiede il suo tempo», diceva. «Non è permesso abortire al quarto mese». Su questo era netto e inflessibile, i motivi non lo interessavano. La sua freddezza, che noi non potevamo non vivere dolorosamente, si rivelava però saggezza.

Il frutto intellettuale poteva anche essere monco, o solo sciocco, insomma incompleto, ma nessuno dopo si pentiva di avere dovuto portare fino alla fine la gravidanza. Perché quella pretesa rigida, che non ammetteva compromessi, radicava in noi un’abitudine: andare sempre fino in fondo in ciò che si è iniziato.

Non si davano compromessi, per lui, neppure quanto alle scadenze. Il compimento di un lavoro era fissato in sei mesi: allora doveva essere scritto in sei mesi. Nel frattempo potevi aver messo al mondo un figlio, essere stato malato o esserti innamorato o aver vegetato dentro una stanza priva di riscaldamento: la scadenza era e rimaneva sacra. Tutti sapevano che non serviva a niente richiamarsi a «circostanze dilatorie», giacché ai suoi occhi il nostro essere corrispondeva all’essere dell’uomo di pensiero. Per conformarci alle sue attese, dovemmo trasformare la sua pretesa in una pretesa assolutamente nostra: per noi stessi non c’erano più scuse quando nel mese concordato non riuscivamo a mettergli sul tavolo i fogli che dovevamo metterci.

Anche questa fredda pretesa radicò in noi un’abitudine: quella di non assolverci mai – per quanto pertinenti fossero i motivi – se il tempo ci scorreva via tra le dita. Sì, anche a noi, persone per nulla fredde, egli trasmise un po’ della sua ascesi lavorativa.

Quando il primo lavoro fu terminato, quando glielo consegnammo, egli si alzò dal tavolo, ci tese la mano e si congratulò. Anche questo, un gesto da re: ci nominava cavalieri. Più avanti non si congratulò più. Al massimo poteva dire: «Mi piace», oppure: «Guardi, in fondo mi piace». Ma non si alzò mai più in piedi, né mai più ci tese la mano, passava subito alle «osservazioni critiche». Chi trovò da ridire sulla mancata ripetizione dei primi gesti, non lo aveva capito. Dopo la nomina a cavalieri noi, ormai, appartenevamo alla medesima «casta», alla casta di quelli che vivono nelle oggettivazioni e per le oggettivazioni E chi è dello stesso rango non ha bisogno di congratulazioni, ma di critiche.

A tali critiche però non si rispondeva più con il silenzio, e nemmeno con un «grazie, compagno Lukács» oppure con «lo cambierò, compagno Lukács». Si rispondeva con il dibattito. Chi è un vero cavaliere sguaina la spada, accetta solo la critica di cui intende la razionalità, difende la propria posizione e passa all’attacco. Quando qualcuno gli dava ragione subito e sotto ogni profilo, Lukács si annoiava. Il suo elemento vitale era il duello intellettuale. «L’uomo è un essere che risponde», scrisse più tardi nell’Ontologia. E non gli piaceva la gente che domanda soltanto. È vero che gli faceva piacere convincere, ma solo attraverso la «lotta». Soltanto la resistenza dura e il contrattacco gli davano la gioia della «vittoria».

Buon combattente, non amava vincere sempre e in ogni caso. Gli faceva piacere trovarsi di fronte un argomento cui non trovava modo di rispondere. «Possibile che lei abbia ragione», usava dire. Ed era però davvero solo possibile.

Inorgoglita

Quando, anni dopo, gli tolsero dalla porta la targhetta con su scritto «Dott. György Lukács», fu felice. Finalmente si era liberato di quel «Dott.». Da quel momento sulla sua porta ci fu: «György Lukács». Solo Lukács.

Rango, titoli, premi non avevano per lui alcun valore. Li apprezzava tanto poco da non rimandarli nemmeno indietro quando – sebbene assai di rado – gli venivano assegnati. Sentirsi al di sopra di qualsiasi rango gli divenne naturale.

L’unica cosa cui fosse profondamente interessato era la diffusione della sua opera. Non che vi vedesse una conferma. Non aveva bisogno di nessuna conferma. Anche se nessuno dei suoi scritti ti fosse mai uscito, il fatto non avrebbe incrinato la «sicurezza di sé». Il suo motto preferito era: «La verità è lentamente in marcia e alla fine delle fini nulla la fermerà». Ma la verità era lui stesso. Non lo abbandonò mai il sentimento vitale di essere l’incarnazione dello spirito del mondo. La diffusione della sua opera serviva a confermare gli altri, quelli che infine riconoscevano la verità, non a confermare lui.

Né la fama né il potere avevano per lui il minimo peso quando si trattava di giudicare gli altri. Distingueva sempre fra merito e potere. Per lui, Rákosi era semplicemente un «commerciante di libri», ammetteva comunque che questi poteva diventare un ottimo manager se solo lo avesse voluto. Aveva fede nella storia, che gli avrebbe dato ragione in toto: lo spirito del mondo, infatti, si afferma sempre.

Era orgoglioso anche davanti alla grandezza autentica. Quando a Weimar, in occasione dei festeggiamenti per Schiller, vide Thomas Mann – che mangiava al tavolo di Walter Ulbricht – non cercò neppure una volta di incontrarlo. «Lui poteva telefonare come potevo farlo io», disse, e lì restò. Quando poi Katja Mann gli scrisse una lettera, fece rispondere da sua moglie Gertrud. E così andò avanti la corrispondenza. Lui non scrisse mai.

L’orgoglio si umilia sempre. E lo fece anche quest’uomo orgoglioso. Si umiliò al cospetto della propria causa, quale epitame dello spirito del mondo. Il sentimento di essere l’incarnazione dello spirito del mondo esprimeva in realtà un convincimento più profondo: quello di essere il vasus e il cavaliere predestinato dello spirito del mondo.

Quando ci nominò cavalieri, egli ci ammise fra i servitori dello spirito del mondo. E noi accettammo questa funzione, ci identificammo con essa. Per noi, in definitiva, la verità era lui.

L’ascesi

Non si può dire che pretendesse dagli altri più di quanto pretendeva da se stesso.

Tutti i suoi bisogni erano subordinati ad un unico bisogno. Di più: tutti gli altri bisogni si risolvevano in esso. Dalla mattina alla sera rimaneva seduto alla scrivania e lavorava. C’era un’unica persona che lo teneva in collegamento con la vita: la moglie. Gli amici erano soltanto «alleati ideologici». Non sentiva né freddo, né fame, né sete. I «disagi» non lo disturbavano, perché non se ne accorgeva. Non aveva la minima idea di come fosse vestito. La vita quotidiana non la conosceva: né i fastidi né i piaceri.

Di solito non era un «professore distratto». Eppure una volta si presentò all’università con la giacca del pigiama. Tornato a casa, allo sguardo attonito della moglie rispose ridendo: «Gertrud, oggi ho fatto la mia lezione migliore». Motto tempo dopo qualcuno notò quanto fosse logoro il suo cappotto, alludendo con cautela al fatto che era ormai tempo di acquistarne uno migliore. «Perché?», domandò meravigliato. «È un soprabito eccellente. L’ho comperato quand’ero in Romania. Nella mia vita non ho mai avuto un soprabito migliore». E non cambiò opinione.

A Vienna visse a lungo della minestra di patate della cucina popolare. A Mosca, all’inizio della guerra, lavorava in una stanza priva di riscaldamento indossando una giacca di pelle (anch’essa «eccellente», ce ne parlava spesso).

Quasi non usciva di casa. Le stagioni venivano e andavano inosservate. Lui sedeva alla scrivania e lavorava: questa era la vita.

Lavorare per la causa

Sedevamo intorno alla grande tavola da pranzo: la prima volta, per il suo compleanno, poi sempre più spesso, anche fra un compleanno e l’altro. Eravamo la «corrente».

La «tečenie» – come la chiamava, in russo – era il nostro eponimo: un piccolo gruppo formatosi intorno al Literaturnyi kritik. La «tečenie» era sempre concorde su tutte le premesse teoriche. Noi, così diceva e credeva Lukács, rappresentavamo il vero marxismo, in contrasto con ogni falsificazione e deviazione. Così dicevamo e credevamo anche noi. Questa corrente avrebbe finito per diffondersi, per informare di sé il volto dell’ideologia e della cultura, allora tutto sarebbe andato per il meglio. Cosicché, tutti noi eravamo militanti di una causa comune, tutto quanto facevamo gli appariva importante e significativo, perché rappresentava la «giusta causa».

Molto più tardi, quando la «corrente» divenne – come egli la definì – la «Scuola di Budapest», quando noi tutti (lui eccettuato) fummo del parere che «la verità» non ha né un tutore né una quintessenza esclusivi, soltanto allora ci divenne chiaro quanto fosse parte della sua natura, della sua personalità, fondare una «corrente» o una «scuola». Per quanto significativo e riconosciuto, un pensatore o un artista isolato non riuscirà mai a influire in termini profondi e permanenti sull’intera cultura. Invece, della personalità, dell’atteggiamento filosofico di Lukács faceva parte integrante la trasformazione dell’intera cultura, della vita, del mondo. Per questo egli, dal momento in cui aveva preso in mano la penna, continuamente aveva fondato correnti e scuole. Quando ne crollava una, ricominciava daccapo. Già al principio del secolo Béla Balázs riferiva di allievi di Lukács: ce n’erano già a quel tempo. Il fondatore della nostra corrente, della nostra scuola, scrisse – anche questi agli inizi del secolo! – a Paul Ernst: «Dopo che ci siamo visti, ho pensato spesso al nostro ultimo discorso su editoria, riviste, teatro, ecc. e mi convinco sempre più che una vittoria della corrente, della buona causa insomma, è possibile soltanto con una forte coalizione … So che un autore può anche sfondare da solo … ma che la causa sfondi in quanto causa – è questione tutta diversa da una vittoria isolata o dal riconoscimento tributato a una persona isolata». La «causa» poteva anche cambiare, l’atteggiamento rimaneva.

Per Lukács l’opera e la causa erano inseparabili. E poiché noi sostenevamo la sua causa, facevamo parte della sua opera.

Anche Socrate, Platone e Aristotele furono fondatori di scuole.

È difficile trovare un maestro che tanto spesso e da tanta gente sia stato rinnegato e tradito: fra i suoi apostoli ci fu più di un Giuda.

Non se ne curava troppo, anzi forse se ne curava troppo poco. Era sorprendente come potesse «depennare» radicalmente una persona. E chi era stato depennato veniva anche dimenticato. Non conosceva l’odio, solo il disprezzo. E non si trattava di una reazione psichica di difesa, ma del naturale manifestarsi del suo orgoglio. Veniva tradito: ebbene, tanto peggio per il traditore, non per lui. A volte il disprezzo veniva accompagnato anche da un po’ di compassione. A volte metteva la cosa sul conto dei tempi, che richiedevano eroismo per essere semplicemente onesti.

Non depennava soltanto i traditori, ma anche coloro che fallivano nel lavoro. In tali casi la compassione era più forte, ma l’oblio arrivava ugualmente, subito. Non lo interessava il talento che non ce la facesse ad affermarsi.

Gli pareva scontato che la sua fatica, il suo lavoro per tirar su allievi, la sua molteplice assistenza dessero scarsi frutti. «Anche nella natura è così: il vento deve spargere migliaia di semi perché alcuni mettano radici», era solito ripetere. Ed era fiero quando alcuni semi effettivamente germinavano.

Disprezzava la psicologia; la considerava una teoria deterministica dell’agire umano. Già da giovane aveva sostenuto: «L’anima non ha nessuna preistoria». Ogni decisione era da lui concepita come decisione libera. Forse per questo non cercava mai scappatoie per il prossimo, e meno che mai per sé.

Fermezza nella «causa» e lavoro indefesso per la «causa»: era questo l’unico criterio con cui giudicava gli altri. Se si rispondeva a tale esigenza, allora non c’era nessuno più tollerante di lui quanto alle cose che stavano «al di là della causa». Non si immischiava mai nella nostra vita. Accettava gli atteggiamenti più diversi dei caratteri più diversi. Non criticava mai le persone per le loro follie private, i loro bisogni o il loro modo di vivere. E nemmeno ammetteva che qualcuno criticasse altri in sua presenza. Non voleva possedere l’anima di nessuno. Non celebrava messe intorno a se stesso: gli incensamenti non soltanto non erano richiesti ma venivano addirittura rigettati.

Ciò a cui noi, all’inizio, facemmo fatica ad abituarci e che sopportavamo con difficoltà, vale a dire la sua freddezza, la pura «intellettualità» del rapporto, acquistò un senso. Un senso che possiamo esprimere con un’unica parola: purezza.

Il dubbio

Incontri al caffè, nelle assemblee, in strada. Dalla strada corriamo su da lui, in casa. «Pálffy è stato riabilitato», lo informiamo. È la notizia del giorno. «Impossibile», dice. E noi: «Allora era tutta una menzogna». Lui: «Non può essere vero!». Però era vero. Lo spirito del mondo doveva essere messo in discussione.

Egli non ci ha insegnato nozioni, ma ci ha educato a pensare da noi. E adesso noi pensiamo con la nostra testa, su tutto. E sempre più di frequente arriviamo a conclusioni diverse dalle sue.

Egli però non se la prende a male. Ascolta attento quanto diciamo, riconosce il nostro diritto a pensarla diversamente. Tuttavia non riusciamo ad influenzarlo. È un testardo, che crede sempre di aver ragione: è convinto che verrà il giorno in cui si vedrà che, nonostante tutto, lui aveva ragione.

Criticare lo si poteva sempre, ma non era permesso a chiunque. Chi aveva superato la prova della lealtà e dell’onestà possedeva presso di lui un conto aperto: poteva dire quel che voleva, poteva perfino prenderlo in giro. Verso chi non aveva superato quella prova, egli si metteva continuamente in guardia, gli attribuiva motivazioni non chiare (per lo più a ragione) e ne respingeva rigidamente le critiche.

«Lei non ha affatto ragione quando afferma che fra L’essere e il nulla di Sartre e il pamphlet sull’esistenzialismo c’è contraddizione». Al che lui: «Crede?». «Vede, compagno Lukács, può anche essere che Contadini di Balzac sia un ottimo manuale di economia, ma non vorrà negare che come romanzo è proprio misero». E lui (ridendo): «Beh, potrebbe aver ragione». «Realmente non capisco perché lei è contro Kafka. Non c’è nessuno che abbia potuto sottrarsi al fascino della sua opera!» E lui: «Questo davvero potrebbe essere».

Non si arrabbiava nemmeno quando il dibattito – sempre più frequente – apriva qualche crepa nelle premesse a lui sacre. Invece, sempre più spesso rideva. In questo riso c’era sia dramma sia liberazione. Ridendo, lo spirito del mondo si distacca dal proprio passato. Egli non se ne separò mai del tutto, ma comunque entrò nel presente. Questo riso fu la nostra seconda nomina a cavalieri: ci nominava amici.

I princìpi contro cui noi ci ribellavamo, lui li difendeva finché poteva e, quando poteva, sempre. Anche ridendo. Comunque, davanti a certi argomenti doveva piegarsi. Perché noi siamo puri esseri di ragione, e anche il maestro può ricevere insegnamenti.

Un piccolo uomo coraggioso

Entrò in casa che noi già lo aspettavamo. «Gertrude è morta», disse. Lo baciammo. La prima e ultima volta nella nostra vita.

In una sola circostanza ci eravamo resi conto che la facoltà del pensiero razionale l’aveva abbandonato. Non voleva accettare che la moglie fosse in fin di vita.. Preferiva credere alle menzogne più improbabili piuttosto che guardare in quell’abisso. Quando però il fatto fu irreversibile, strinse i denti.

Sedette alla scrivania vuota sapendo, di trovarsi davanti a un’alternativa: o la morte o il lavoro. Ed esattamente come già negli anni giovanili, decise per il lavoro. «Vedremo di che cosa è capace la mia filosofia», disse.

Coraggiosamente combatté per poter lavorare. «I go to prove my soul» Mise alla prova la sua anima. E vi riuscì.

La sua condotta di vita, già ascetica, da quel momento venne ulteriormente ristretta. Al proprio corpo concedeva soltanto quel che occorreva per conservarlo come macchina da lavoro. Per la prima volta parlò con rassegnazione di se stesso. Era talmente coraggioso, che non ebbe ritegno a mostrare la propria debolezza.

Il mondo in una stanza

Suona il telefono. Zia Piri, la governante, dice: «Moment». È l’unica parola straniera che conosca. Per cui noi chiamiamo «momenti» i visitatori stranieri.

E i «momenti» venivano. Venivano in pellegrinaggio al Lungodanubio Belgrad, a frotte, sempre di più, finché ogni mattinata (dalle dieci e mezzo all’una e mezzo) appartenne a loro.

Lukács non rifiutava un incontro a nessuno. Per lui era indifferente che si trattasse di uno studente sedicenne o di un noto professore: la porta era aperta. Osservammo che forse non doveva dedicare tanto del suo tempo a tali conversazioni ed egli ci raccontò un episodio della sua giovinezza. Una volta era andato, col cuore in gola, in visita dal professor Simmel, già allora famosissimo. Di fronte a lui che si scusava per il disturbo, Simmel aveva fatto tanto d’occhi e aveva risposto: «Ma allora, perché io sarei qui?».

A chiunque arrivasse esponeva tranquillamente le idee che lo occupavano in quel periodo. Era capace di ripetere la stessa cosa cento volte. Dagli ascoltatori richiedeva soltanto attenzione. Resta da vedere quanti ascoltavano con attenzione e quanti invece non facevano che ammirare il fenomeno di lui che parlava.

Una volta gli venne presentato il celebre attore cinematografico Charrier. Forse ebbe un vago sentore del fatto che il suo partner non fosse celebre proprio per le sue facoltà di pensatore. Forse. Dopo due minuti dalla presentazione cominciò a spiegargli l’Ontologia. Parlò un’ora e mezzo sull’interrelazione fra causalità e teologia, poi sulla genericità in sé e su quella per sé. Charrier stette lì seduto a occhi spalancati e non osò interromperlo. Quell’uomo piccolo, che con crescente eccitazione spiegava e gesticolava, era commovente e comico. «Era evidentemente interessato. Un uomo ragionevole questo Charrier. Ha capito quello che dicevo», arguì poi Lukács.

Rispondeva a ogni lettera. C’era un giorno sacro della settimana nel quale esclusivamente dettava lettere. Al di là della gentilezza (perché era gentile), il motivo era il rispetto dell’altro. Anche qui non faceva differenza tra persona e persona in base al rango, al titolo, alla fama o all’età.

La critica e l’autocritica

Si scriveva sempre di più su di lui. E lui rideva non soltanto di fronte agli equivoci, ma anche di fronte alle falsificazioni. «Che granchio ha preso quello!», era solito dire. Su ognuno si prendono «granchi», fa parte della celebrità. I posteri avranno qualcosa da correggere.

Un signore si proclamò dall’Inghilterra sua amico. Un anno più tardi lo stroncò in un saggio. Un anno più tardi ancora, se ne scusò per lettera. Non ci fu risposta. «Non avrei nulla contro di lui», spiegò Lukács, «se non avesse commesso l’errore di definirsi mio amico».

Sentirsi offesi è proprio dei caratteri di bassa lega, pensava.

Non ebbe indulgenza per Adorno, il quale, dal canto suo, non ne ebbe per Lukács. Raramente è stato scritto un saggio così duro come Conciliazione forzata di Adorno su Lukács. Quando tuttavia gli dissi che Adorno desiderava un contatto personale, egli rispose positivamente: le offese erano depennate, né gli vennero più in mente. Allorché però Adorno gli scrisse che loro due dovevano allearsi contro Ernst Bloch, i contatti terminarono di nuovo. E definitivamente.

Per lui, era ovvio che una «entelechia superiore» non potesse offendersi. Si rammaricò sempre di non essere riuscito nemmeno una volta ad avere una «buona spiegazione» con Sartre. Pensava che fosse da attribuire al caso. Era infatti convinto che Sartre avrebbe, esattamente come lui, «depennato» ogni passata aggressione verbale (e non è da escludere che a tal proposito avesse ragione). Le uniche critiche che non riusciva a perdonare erano quelle dietro le quali non si ravvisava la convinzione, la «sacra» causa del logos, ma invece viltà e bassi interessi.

Divideva la sua vita in due parti: prima e dopo la redenzione. Era fiero di aver fatto i conti con i suoi (cosiddetti) errori di gioventù. E interpretava quella rottura radicale come una questione d’onore per un intellettuale.

«Questo Goldmann non lo capisco», diceva spesso. «Una brava persona, ma non riesco proprio a immaginare cosa ci trovi nelle mie cose giovanili».

Noi cercavamo di spiegarglielo.

Ma noi stessi lo capimmo lentamente. E a mano a mano che imparavamo ad apprezzare la sua figura giovanile e la sua opera di quel periodo, ci andavamo industriando a restituirgli la sua gioventù dimenticata. «Restituire» significava realmente riportargliela alla memoria. Giacché, non soltanto si era distaccato da quanto aveva scritto da giovane, ma l’aveva addirittura dimentico.

Perché voleva dimenticare.

Il censore che era in lui non lo si afferrava, non sarebbe stato possibile. Noi sapevamo che non apprezzava affatto la psicologia. L’unica istanza a cui ci appellavamo era l’unica che egli riconoscesse: la ragione.

Vero che non si lasciava persuadere del tutto. Con voce sommessa diceva di quando in quando: «Forse potrebbe esserci qualcosa di vero». Andava reintegrando la propria gioventù nella propria vita storicizzandola, ma insomma la reintegrava.

«Interessante quanto dice questo Goldmann».

La minigonna

La vita per lui era un oggetto di pensiero. In quanto tale lo interessava sotto tutti gli aspetti, quelli importanti e quelli meno importanti. O meglio: tutto gli sembrava importante.

Leggeva i quotidiani, osservava la gente, registrava perfino i cambiamenti minimi.

Era entusiasta dei movimenti studenteschi. Così come dei movimenti delle donne.

Amava i giovani, come tutti i filosofi. È vero che ripeteva scettico la massima secondo la quale ogni puttana un tempo è stata vergine; ma – aggiungeva – in fondo una vergine è una vergine e non è da escludere che non diventi puttana. I semi gettati fra i giovani hanno molte probabilità di attecchire.

Era un autentico femminista. Negli anni giovanili aveva scritto altezzosamente: una donna è solo una donna. Lo giudicò però il suo errore più grave, quando, più tardi, mise il sesso femminile al di sopra del proprio. Le donne con la loro saggezza di vita erano secondo lui la garanzia dell’avvenire nel presente.

E ogni fenomeno, ogni movimento, non faceva che confermargli che l’essere umano non si fa manipolare oltre un certo limite.

Quando venne la moda della minigonna, ne fu contentissimo. E quando la mini venne minacciata dall’avvento della maxi, egli si mise a studiare con cura gli articoli sulla moda. «Lei vedrà», diceva, «la maxi non riuscirà a spodestare la mini. Gli esseri umani non si fanno manipolare oltre un certo limite».

I cavalieri della tavola rotonda

Prima di dettarlo alla dattilografa, ci leggeva sempre ciò che aveva scritto. Noi sedevamo intorno alla tavola e ascoltavamo.

Sempre intorno alla tavola e sempre su dure sedie. A nessuno era lecito stendersi su una poltrona, meno che mai a lui stesso. Il fumo dei sigari si tagliava con il coltello, ma non apriva la finestra.

Gli abbozzi venivano scritti sul retro di pieghevoli, di inviti, di interventi. Non usava mai carta nuova per tale scopo. La carta nuova era per lui sacra quasi quanto un libro. Gli sembrava un sacrilegio compilare gli abbozzi lì sopra.

Allora noi pensavamo che quell’abitudine fosse nata negli anni in cui, emigrante povero, era stato costretto al massimo risparmio. Oggi però abbiamo visto i suoi appunti degli anni giovanili, anche quelli erano su carta già usata. Evidentemente anche questo faceva parte della sua personalità: solo le idee chiare meritano la carta nuova.

Le letture erano esattamente come le lezioni. Nei punti nodali, in verità, ci guardava per sapere se seguivamo. Ma non si trattava di autocompiacimento. Noi eravamo «recettori» e la lettura era la prova principale: voleva vedere se e come quel che gli sembrava rilevante faceva effetto.

Nella nostra critica noi ci sforzavamo sempre di rimanere all’interno della sua concezione, di non imporgli la nostra. E anche lui si comportava così con noi. Era come un tacito accordo.

Eppure non usavamo troppa cortesia reciproca. Se avevamo da ridire sulle idee di base, lo dicevamo. E lui si aspettava esattamente questo da noi. Il che non voleva dire che non si arrabbiasse mai. Indimenticabile fu la scena di lui che s’infuria talmente da picchiare, nel fervore della polemica, con il pugno sul tavolo. Continuò a picchiare finché, di colpo, si mise a ridere.

Per molti anni trascorremmo le vacanze estive sempre con lui. Era un turista eccellente, a volte gli tenevamo dietro a stento.

Su e giù per i monti, sempre con il sigaro tra le labbra. Che si camminasse o che ci si riposasse, nei campi, sui prati o nei boschi, non faceva altro che parlare.

Amava osservare il paesaggio: la «bellezza naturale» era per lui non solo un tema da seminario, ma anche un’esperienza di vita. In verità l’esperienza di vita costituiva semplicemente un primo passo. Poi essa doveva venir riempita di pensiero, doveva essere interpretata, valutata e inserita in una qualche totalità: ogni fenomeno naturale era inquadrato nell’Ontologia.

Lo spazio era dialettico. La vacca pascolava in una categoria. L’alba e il crepuscolo della sera esemplificavano l’unità di continuità e discontinuità. Il sentiero era l’unità di eguaglianza e differenza. Quando camminavamo, noi praticavamo non soltanto il cambiamento di luogo, ma anche una attività teleologica.

Da principio accettavamo tutto, ma a un certo punto ci ribellammo. «L’erba non è una categoria, ma erba», dicevamo, «e quell’albero non è l’unità dialettica di essere-proprio-così e genere, ma un vecchio faggio sotto il quale ci si può riposare. Noi non stiamo esercitando un’attività teleologica, ma facciamo una passeggiata».

Si scherzava, si chiacchierava di cose sciocche e si rideva. Anche lui scherzava, chiacchierava di cose sciocche e rideva. Una volta d’improvviso si fermò, mise una mano sulla fronte ed esclamò: «Dio onnipotente! La mia coscienza non è che un epifenomeno!».

Raccontava non storielle, ma storie. Che venivano costruite con gran cura, fino alla pointe. Rideva per primo lui ad ogni sua storia, molto a lungo, fino alle lacrime.

Possedeva una inesauribile voglia di raccontare. E noi ci trovavamo ad ascoltare cose sempre nuove, ma anche le storie note non risultavano noiose. Se si trattava di una persona famosa, in genere la storia veniva introdotta con questa frase: «Questo grand’uomo io l’ho conosciuto quand’era ancora piccolissimo».

Debolezze umane, piccole infamie e grandi orrori si trasformavano allo stesso modo in storie. La risata finale a volte era allegra, a volte più che amara.

Ripensando a questo instancabile novellatore, mi viene in mente una storia. Non è stato lui a raccontarla, lui ne fu il protagonista. Quando uscì di prigione, ai suoi amici che, preoccupati, volevano sapere come fosse andata, rispose: «È stato molto comico».

Indietro nel tempo

Che dipendesse dall’età o dall’atmosfera amichevole o che a poco a poco andasse sciogliendosi il vecchio blocco (e probabilmente c’entravano tutti e tre i fattori), in ogni caso raccontava sempre più di se stesso. Cominciò un viaggio in comune nel passato: dapprima nell’età adulta, poi nella giovinezza, alla fine nell’infanzia.

Era emozionatissimo al ricordo del bambino che la madre considerava stupido, che ogni santo giorno se ne andava in bicicletta e che a Parigi non intendeva assolutamente entrare nel Louvre, ma voleva invece andare allo zoo. Del bambino che, ciò nonostante, aveva imparato a leggere prima del fratello maggiore, sebbene nessuno gli desse lezioni: siccome sedeva dall’altra parte del tavolo, mentre il fratello prendeva le sue lezioni, egli imparò le lettere alla rovescia. Quel bambino non chiedeva mai scusa. Preferiva rimanersene l’intera giornata, senza mangiare e senza bere, rinchiuso dalla madre nella rimessa della legna, in attesa del momento in cui l’amato padre ritornava, lo toglieva dal carcere e, tenendolo fra le sue braccia, lo portava dentro casa, nella sua stanza da lavoro: quel padre buono che aveva scelto il figlio più piccolo perché egli stesso era stato un figlio più piccolo e conosceva le mortificazioni che ne derivavano.

Raccontava del ragazzo che leggendo Cooper e Omero aveva scoperto l’esistenza di un mondo genuino e vero, mentre il mondo in cui viveva lui era solo menzogna e inganno. Quel ragazzo da allora fu persuaso che i libri fossero più reali della vita.

Raccontava delle sue amicizie giovanili. Dell’estate trascorsa da Elek Benedek e dello scossone ricevuto incontrando in lui una «persona dritta in piedi». Della sua ammirazione per Leo Popper e dei pomeriggi passati insieme presi dalla medesima passione per l’arte. «Lui aveva molto più talento di me», diceva parlando dell’amico morto giovane. Raccontava della voce di Irma Seidler e di quel pomeriggio a Firenze quando, scorrendo il giornale seduto al tavolino di un caffè, egli lesse la notizia del suo suicidio. Da allora soffrì di agorafobia.

«Ci racconti ancora qualcosa…», gli chiedevamo di continuo. Egli raccontava e lentamente noi venivamo a conoscerlo.

Proprio alla fine, sulla sua scrivania c’erano le opere di Sigmund Freud.

La cosa più importante

Quando sapemmo che aveva il cancro, ci rendemmo subito conto che bisognava dirglielo. La notizia fatale gli venne comunicata dal figlio e da un medico amico (l’unico medico in cui avesse fiducia, perché non si atteggiava a demiurgo in camice-bianco). Noi aspettavamo ansiosi nell’anticamera.

Prese atto della sentenza senza battere ciglio.

Quando poi entrammo nella stanza, si diede un gran daffare ad allentare la nostra tensione. Non era artificio, non si trattò di una recita. Semplicemente cominciò a chiacchierare, come sempre. Non aveva bisogno di mettersi ad interpretare la parte dello stoico: lo stoicismo era una caratteristica della sua personalità.

Fu talmente naturale nel creare la consueta atmosfera, che noi non potemmo resistere. E così fu sempre da quel giorno in poi, fino alla fine. Tanto che, se non avessimo visto la sua decadenza fisica, ci saremmo dimenticati della situazione.

Bloch gli aveva detto: «Sei come una pianta». E lui amava la novella di Tolstoj sulle tre morti: quella dell’albero gli pareva la morte più umana. Noi, quand’eravamo più giovani, ritenevamo di individuare in questo una mancanza di sensibilità verso il problema. Ora ci diventava chiaro che era quella la sua scelta personale. Quell’essere razionale che viveva delle sue opere aveva effettivamente in sé qualcosa della natura. È proprio vero: era come una pianta, e morì come quell’albero.

Sempre più il lavoro lo affaticava. Non volle smettere di lavorare fino all’ultimo momento, ma capitava che si addormentasse alla scrivania con il sigaro acceso in bocca. Fu necessario sgombrare la scrivania da tutto. Il disordine sistematico di libri e carte scomparve. Quell’uomo che viveva soltanto nell’opera e per l’opera, dovette rinunciare al lavoro.

Scomparsa la prospettiva dell’opera si fuse anche la corazza di ghiaccio dietro la quale il vecchio si era sempre nascosto. Adesso potevamo mettergli una mano sulla spalla e anche lui ci metteva la mano sulla spalla.

All’improvviso cominciò a interessarsi di tutto ciò che fino ad allora gli era risultato estraneo: quali erano le condizioni del nostro lavoro, se avevamo una casa, che cosa mangiavamo, se stavamo bene in salute. Voleva condividere tutto di noi: quello che ci preoccupava e quello che ci rendeva felici. Interveniva con ansia e partecipazione nelle nostre faccende più minute.

All’improvviso si accorse che esistevano i bambini. Osservava come crescevano, scopriva con gioia i segreti del loro carattere, giocava con loro. E loro trovavano simpatico quel vecchietto e lo chiamavano «il vecchio zio Gyuri». Quando non ebbe più la forza di leggere le lettere a lui indirizzate, continuò comunque a strappare accuratamente i francobolli dalla busta: per i bambini.

Una volta aveva detto: «Io ero una persona che non si poteva amare». Su questo si era sbagliato.

Divenne magrissimo, tanto che quasi non riusciva a camminare. Il senso della dignità però non lo abbandonava e cercava di nascondere la debolezza fisica. Citava spesso Plotino, che si vergognava del proprio corpo. Anche lui si vergognava del proprio corpo, quel caduco attributo dello spirito.

Ospedale. Gli teniamo la mano, gli parliamo. Parliamo dei suoi scritti, che dappertutto vengono letti e apprezzati. Diciamo che le sue idee sono ora conosciute anche in America, che si scrive e si discute molto di lui. Egli annuisce, ma i pensieri sono altrove.

All’improvviso dice: «La cosa più importante di tutte, la cosa più importante non l’ho capita». Gli chiediamo che cosa sia questa cosa importantissima. E lui: «Ancora non lo so».

Voleva capire anche la morte.

Morì della morte dell’albero. Eppure fu, fino alla fine, il Logos.

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