copertina Teoria del Romanzo

In quest’opera fondamentale del giovane Lukács il romanzo si configura come la forma artistica esemplare dell’età borghese, di quell’epoca della «compiuta peccaminosità» in cui il senso ha abbandonato il mondo e in cui gli uomini, mero coacervo di individualità differenziate, vivono tutta la propria alienazione dalla realtà e tutta la sua «fragilità». Trascorsi per sempre i tempi beati degli antichi greci e perduta per sempre la totalità organica del loro mondo, abitato dal senso, che l’epica rappresentava in tutta la sua coerenza, felicità e «indifferenza», il romanzo può rappresen­tare il nostro mondo «abbandonato da Dio» perché è «totalità creata», è cioè «forma» e, in quanto tale, dissonante rispetto a una realtà in cui non c’è più identità di essenza ed esistenza, di assoluto e particolare. «Il ro­manzo – scrive Lukács – è l’epopea di un’epoca per la quale l’immanenza del senso nella vita si è fatta problematica, e che tuttavia ha l’aspirazione alla totalità». Il romanzo può incarnare, secondo Lukács, questa totalità, ma a condizione che la denunci come astratta, ossia che si denunci come «finzione», mostrando la propria «distanza dalla vita concreta». La con­sapevolezza di essere finzione, di essere paradossale, è la grande forza del romanzo, è la sua eticità, è ciò che gli impedisce di scivolare in quella «let­teratura amena» che dà per scontato il senso e dimentica di avere a che fa­re con un senso che rimanda a un non-senso e viceversa. Di qui la profon­da malinconia di ogni romanzo grande e autentico, la sua nostalgia di un «paradiso per sempre perduto, che fu cercato ma non ritrovato».

Traduzione di Francesco Saba Sardi

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