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di Mario Spinella

«Il Contemporaneo-Rinascita», 30 luglio 1971.


La continuità tra il libro politico del 1923 e gli studi di estetica e letteratura

Nell’eredità culturale che György Lukács ci ha lasciato, due temi emergono e fanno spicco: l’estetica e critica letteraria e la problematica della coscienza di classe. Si tratta di due motivi in certo senso disgiunti? di un Lukács politico e di un Lukács «soltanto» uomo di cultura? Vi è chi lo pensa, svalutando – secondo la propria specifica posizione – or l’uno, or l’altro di questi momenti del pensiero lukacsiano. Ma Lukács è stato un marxista, e per un marxista non esistono «scienze» o campi di indagine autonomi e separati: spetta perciò alla riflessione su Lukács individuare i nessi tra le sue posizioni di «politico» e quelle di «critico letterario». Si tratta tuttavia di «una ricerca che va condotta al livello teoretico e storico-pratico, e non sulla base di una vaga «concezione del mondo»: troppo facile, infatti, sarebbe il cavarsela dimostrando che la critica letteraria lukacsiana ha avuto, da un certo momento in avanti, il fine preciso di individuare nella letteratura una precisa posizione di classe, come troppo facile sarebbe attribuire ad una eventuale «delusione» politica di Lukács il suo «ritorno» agli studi e alle ricerche della gioventù, ad un campo di indagine che gli era più congeniale e nel quale – prima ancora di divenire marxista – aveva ottenuto i più lusinghieri riconoscimenti.

Se ci si attiene a tale problematica, la centralità dei saggi raccolti nel 1923 nel volume Storia e coscienza di classe appare evidente – indipendentemente dalle autocritiche e dalla polemica che quest’opera, da allora in poi, ha sempre suscitato. Una rapida ricognizione preliminare dei suoi contenuti è perciò indispensabile.

Occorre intanto osservare che gli scritti raccolti in Storia e coscienza di classe coprono un arco di tempo (1918-1922) che vide da una parte la temporanea vittoria della rivoluzione proletaria in Ungheria, dall’altra la sua successiva sconfitta e, insieme con essa, il crollo delle diffuse speranze su un rivolgimento rivoluzionario in Germania; mentre, sullo sfondo, campeggia l’Ottobre ed il faticoso consolidarsi del potere proletario in Russia. Perché la classe operaia possa vincere, perché possa essere, invece, sconfitta: queste le domande, vissute nel vivo di un momento storico densissimo di eventi, che stanno al fondo della riflessione di Lukács in quegli anni. Intorno a queste domande egli si arrovella, cercando una risposta nella sua esperienza di militante e dirigente della rivoluzione in Ungheria e di studioso del marxismo: uno studio che – come egli ci dice nello schizzo autobiografico del 1933 e ripete nella prefazione all’edizione italiana di Storia e coscienza di classe (1967) era iniziato negli anni dei liceo, e lo aveva sempre più fortemente impegnato a partire dalla prima guerra mondiale.

La sua preparazione filosofica (Simmel, Weber, Kierkegaard, poi soprattutto Hegel) induceva a porre con forza l’epicentro della storia e della sua dinamica nell’uomo: ma il suo marxismo, vissuto e teorico, gli aveva insegnato a mediare e concretizzare questa categoria, che un certo storicismo mantiene ancora nel generico, attraverso la determinazione delle classi sociali. Anzi, proprio nella classe operaia, forza produttiva determinante e insieme polo essenziale dei rapporti di produzione nella società capitalistica, egli individuava la realtà storica capace di «ritotalizzare», di restituire l’unità concreta, ad una umanità divisa.

Questo, delle forze produttive, è un nodo cruciale del pensiero marxista: esse comprendono, come è noto, sia la attrezzatura tecnica (e scientifica) che permette l’appropriazione della natura da parte dell’uomo, sia il lavoro stesso, incarnato nella classe produttiva: nel nostro caso il proletariato. Schematicamente può dirsi che ogni volta che il marxismo pone l’accento sulla strumentazione tecnica, facile è la degenerazione riformistica e la sostituzione della categoria di evoluzione a quella di rivoluzione; ogni volta, invece, che è «lavoratore collettivo», la classe operaia a emergere dell’analisi marxista, avviene il contrario: viene posto, cioè, correttamente, il problema della trasformazione sociale rivoluzionaria. Ciò è ben chiaro a Lukács, come in genere ad una esperienza marxista che è tutta protesa alla polemica contro la Seconda internazionale e la concezione sempre sostanzialmente deterministica che ne caratterizzò le varie correnti, sia di destra (Bernstein), sia di centro (Kautsky), sia di sinistra (Rosa Luxemburg) e contro la quale era insorto polemicamente Gramsci nel noto articolo «La rivoluzione contro il Capitale», riprendendo – sia pure in forma a prima vista paradossale – il nocciolo della concezione di Lenin.

A questo campo interpretativo appartiene certamente Lukács: da ciò, in Storia e coscienza di classe, il suo leninismo: che sarà, del resto, confermato dal suo saggio su Lenin del 1924. Si tratta anzi di una continuità che va sottolineata contro la tendenza a vedere in quest’ultimo scritto una svolta (autocritica) del pensiero di Lukács. In realtà proprio il paragone tra le due esperienze, l’una vittoriosa (Russia), l’altra sconfitta (Ungheria e Germania) poneva in primo piano, per Lukács, il valore e il significato della costruzione del partito, e quindi l’azione di Lenin e dei bolscevichi: si veda, particolarmente, il saggio «Considerazioni metodologiche sulla questione della organizzazione», e la sua chiusa: «Come il partito in quanto intero supera le distinzioni reificate secondo le nazioni, le professioni, ecc. e le forme fenomeniche della vita (economica e politica), agendo nel senso della coesione e dell’unità rivoluzionaria, per produrre la vera unità della classe proletaria, così, proprio per via della sua organizzazione caratterizzata da una rigida coesione interna e dalla ferrea disciplina che essa richiede, in seguito all’esigenza di impegnare tutti i suoi membri nella loro personalità complessiva, esso lacera i veli della reificazione che, nella società capitalistica, ottenebrano la coscienza dello individuo… Proprio perché il sorgere del partito comunista può essere soltanto l’opera coscientemente compiuta dagli operai che hanno coscienza di classe, ogni passo orientato nel senso di una conoscenza giusta è qui, nello stesso tempo, un passo verso la realizzazione».

Appare anche in questo passo il termine «reificazione», che è oggetto di ampia analisi nell’altro scritto «La reificazione e la coscienza di classe del proletariato»: su tale saggio esiste un’amplissima letteratura; sui suoi limiti ha insistito lo stesso Lukács nella citata prefazione dei 1967: non è qui il caso di affrontarne tutti i risvolti problematici. Nella chiave di lettura che abbiamo enunziato, ciò che va posto in primo piano è la questione della intenzionalità di Lukács, del perché la reificazione e la coscienza di classe assumono per lui, in quel momento, nel loro nesso contraddittorio, una importanza decisiva. Si tratta, per il militante e lo studioso che è Lukács, di analizzare e di approfondire le ragioni della sconfitta della classe operaia in Ungheria e in Germania (soprattutto, anzi, in Germania, un paese considerato come il luogo privilegiato di una possibile rivoluzione proletaria); ma in pari tempo – ed è questo lo sfondo essenziale del saggio – confermare, contro ogni delusione e cedimento, la necessità storica della rivoluzione socialista. Ed ecco che la categoria di reificazione – portata alla luce in maniera geniale da Lukács e sottratta alla vera e propria rimozione cui era stata sottoposta nel marxismo della Seconda internazionale – viene ad assumere una duplice funzione: da un lato esplicativa, dall’altro critico-pratica.

In quanto funzione esplicativa la categoria di reificazione contribuisce fecondamente a rispondere al quesito che, qualche anno più tardi, Wilhem Reich formulerà in termini concettualmente forse ancora più chiari, certo ineccepibili: che cosa impedisce alla classe operaia, il cui sviluppo come forza produttiva, come classe in sé, è continuo, di acquisire la coscienza del proprio ruolo rivoluzionario, di divenire, cioè, classe per sé? Contro ogni tendenza meramente «sovrastrutturale» o «culturalistica» Lukács individua e sottolinea nelle stesse modalità del processo produttivo la fonte prima della reificazione e delle sue implicazioni profonde sulla stessa classe operaia e sulla sua coscienza reale, storicamente costituitasi e storicamente determinata. Ma questo significa, in parole povere, che, se è vero che è il sistema di produzione capitalistico a produrre i fenomeni di reificazione, essi investiranno e coinvolgeranno la sua totalità: anche cioè la borghesia, la classe dominante. Riemerge pertanto in tutto il suo valore gnoseologico la «falsa coscienza» marxiana: non è che avvenga un processo cosciente per cui la classe dominante – attraverso i suoi molteplici strumenti – «provochi e mantenga» la reificazione della classe operaia, impedendole di acquisire la coscienza di classe rivoluzionaria (anche se una determinata «politica culturale» della borghesia e delle sue istituzioni possa agire in questo senso); bensì la reificazione operaia è un momento specifico di quei più generali e totalizzanti processi di reificazione che scaturiscono direttamente dai rapporti di produzione e che coinvolgono quindi la società nel suo complesso.

Qui entra in gioco la funzione critico-pratica della categoria di reificazione. Una volta dimostrato – come Lukács fa ampiamente – che i fenomeni di reificazione contrastano e impediscono lo sviluppo e individuale e collettivo, sono causa del permanere e dell’aggravarsi della «miseria» dell’uomo, il loro superamento diviene un fine necessario e «universale»: la classe operaia, e solo la classe operaia, ha, e può assolvere, questo compito storico, cui invece la borghesia è negata proprio in quanto la sua stessa esistenza è ancorata al mantenimento di quegli stessi rapporti di produzione che producono anche i fenomeni di reificazione. È vero che la coscienza di classe del proletariato non nasce spontaneamente e automaticamente, che è soltanto «coscienza possibile»; ma essa è, appunto «possibile» e comporta quel superamento della reificazione che per la classe antagonista, la borghesia, è invece – come si è detto – impossibile. «Progresso» e/o «regresso» dell’umanità in generale, sono dunque legati alla coscienza di classe del proletariato ed ai suoi sviluppi rivoluzionari. Basterà osservare, di passata, che proprio a partire da questa impostazione di Lukács, la parte più attenta e sensibile della grande cultura contemporanea ha fatto della analisi delle vicissitudini della coscienza di classe l’oggetto essenziale della propria ricerca: ma andare oltre questo cenno ci porterebbe lontano; anche perché si tratterebbe di vedere quanto, in una tale ricerca, è rimasto di quel «soggettivismo» di cui Lukács (ancora nella Prefazione del 1967) si autoaccusa, per non aver tenuto conto della «grande idea di Marx secondo la quale “la produzione per la produzione non significa altro se non sviluppo delle forze produttive umane, e quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine in sé”».

Ma riprendiamo, a questo punto, il discorso iniziale: quello del nesso tra questa impostazione lukacsiana e il suo ulteriore lavoro di critico della letteratura e di studioso di estetica. A chi, come Lukács, abbia visto con tanta chiarezza i nessi essenziali tra forze produttive, rapporti di produzione, coscienza di classe, non si può certo rimproverare un atteggiamento «culturalistico», l’ignoranza, o almeno la sottovalutazione, del livello reale in cui si svolge, nella sua asprezza che non ammette se non una soluzione alternativa, lo scontro di classe. Ma egli è anche convinto, sino in fondo, del carattere internazionale di tale lotta e del significato decisivo, in questo ambito, della rivoluzione bolscevica e della nascita del primo Stato socialista. La rottura del modo di produzione borghese nella URSS apre una nuova fase della lotta di classe: il proletariato, assurto al ruolo di classe dirigente, è ormai potenzialmente in grado di imporre il proprio «punto di vista» su tutto l’arco della produzione umana, sia materiale che spirituale. Il lavoro svolto da Lukács in Unione Sovietica, le sue ricerche sull’estetica marxista, le ricostruzioni critiche di alcune grandi tradizioni letterarie, il ruolo da lui assunto nella battaglia polemica per il realismo, le polemiche contro tanta parte della cultura moderna, indicano chiaramente che egli si considera, in quanto militante operaio, direttamente impegnato in una lotta per l’egemonia culturale di un proletariato che ha già una sua base produttiva e statale, un suo Stato. I due compiti della rivoluzione mondiale e della costruzione di una nuova cultura, di una «riforma intellettuale e morale» (per dirla con Gramsci) assumono, con il consolidamento e gli sviluppi della rivoluzione bolscevica, più che mai una loro organicità e contemporaneità. Il proletariato ha ormai un suo «territorio» dal quale irradiare, in piena autonomia, una sua interpretazione critica del passato e del presente, in tutti i campi della produzione umana, nell’atto stesso di costruire il futuro: e cioè nelle condizioni che conoscitivamente Lukács considera privilegiate.

Questo grande intellettuale marxista, che viene comunemente tacciato di essere troppo «occidentale», trova, al contrario, un suo probabile limite nell’esserlo stato, a un certo momento, troppo poco: dall’avere identificato lo sviluppo della rivoluzione in URSS con lo sviluppo della rivoluzione in generale, nello aver scambiato – proprio lui, anche lui! – un dato della contingenza, certamente reale, realissimo, con l’orizzonte storico della lotta rivoluzionaria proletaria e marxista. Al limite, perciò – come in molti intellettuali – sembra possibile parlare, per questo Lukács, di una sopravvalutazione dei fattori economici (i nuovi rapporti di produzione in URSS) e strettamente politici (il nuovo Stato socialista) e non certo di una loro sottovalutazione. Qui, anzi, è da vedere la radice di quell’indiscutibile suo isolamento dalla vivente realtà dei paesi ancora capitalistici e dalla loro cultura in divenire che sta alla base degli schematismi della Distruzione della ragione e della sua incomprensione verso la grande letteratura europea del periodo successivo alla prima guerra mondiale e alla Rivoluzione di ottobre. E qui sono da vedersi anche le incertezze e le oscillazioni del Lukács «politico» di questo dopoguerra, e il suo faticoso, ma purtroppo episodico e spesso eccessivamente immediato, riproporsi in maniera critica la problematica del socialismo. Senza tuttavia mai più, dopo il 1945, ritornare alla profondità di analisi e al vigore critico costruttivo degli anni venti, senza più superare interamente l’isolamento cui la controrivoluzione europea lo aveva obiettivamente, e troppo a lungo, costretto.

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