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di Fernando Liuzzi

«Il Contemporaneo-Rinascita», 30 luglio 1971.

Nei giorni immediatamente successivi alla morte di György Lukács si è detto da più parti (Paolo Milano alla televisione; Gianfranco Corsini sulle colonne di Paese sera) che l’Italia è uno dei paesi in cui più vasta eco ha trovato l’opera del grande pensatore marxista. In effetti, basta scorrere i cataloghi delle case editrici e i repertori dei libri usciti per accorgersi come dal ’49 a oggi stampe e ristampe delle opere di Lukács siano state edite in Italia pressoché annualmente, senza considerare i suoi articoli e saggi apparsi su buona parte della stampa quotidiana e periodica della sinistra italiana (l’Unità, Rinascita, Il Contemporaneo, Nuovi Argomenti, Cinema Nuovo, ecc.). In realtà uno scritto di Lukács apparve in italiano già nel 1921, quando (lo ha ricordato Lelio Basso) Rassegna comunista pubblicò nei suoi numeri 14, 15 e 16 con il titolo «Rosa Luxemburg come marxista», un celebre saggio che verrà poi ad essere incluso, l’anno successivo, in Storia e coscienza di classe. Il fascismo chiude brutalmente questo rapporto appena iniziato, che può riaprirsi solo dopo la guerra quando, nel 1949 apparve Goethe e il suo tempo, la prima, come si è detto, di una nuova e lunga serie di traduzioni1.

Tuttavia, è proprio tenendo presente questa larga messe di traduzioni, e la mole non indifferente di interventi, saggi ed adesso anche libri2 che direttamente o indirettamente, per opera di autori italiani, chiamano in causa il nome di Lukács, che, leggendo le commemorazioni o necrologi apparsi sulla stampa italiana dopo la sua morte, non si può sfuggire ad una strana e penosa impressione. Da una parte, infatti, tutti si affrettano ad esternare l’omaggio per il grande scomparso, dall’altra in molti dietro alle luci della lode, prendono forma critiche sottili che vanno a concretizzarsi in quella, assai grave per un marxista, di inattualità, cioè di inadeguatezza ai tempi. Si ha l’impressione, insomma, che da più parti, in quest’occasione, si sia voluta portare a termine, nei confronti del pensiero di Lukács, un’opera di seppellimento per imbalsamazione, che tenda cioè, proprio sottolineando i suoi pretesi tratti «olimpici» e «goethiani», a porlo «al di sopra delle parti», e cioè fuori dal gioco.

Ma, più in generale, si assiste a uno strano gioco di rinvii per cui gli studiosi di filosofia sottolineano l’importanza del contributo estetico di Lukács, quelli di estetica rimandano all’importanza di scritti come Storia e coscienza di classe, i politici che, ovviamente, di questo testo non sanno che farsene, dicono che esso è importante perché lo hanno letto «i giovani», e questi ultimi invece o conoscono Lukács solo per sentito dire, o magari hanno letto un testo assai diverso come Il marxismo e la critica letteraria) e così il cerchio si chiude.

Come spiegare questa contraddizione tra una diffusa conoscenza e una quasi altrettanto diffusa ostilità, o, almeno, semi-ostilità? In realtà per capire almeno parzialmente la storia complessa dei rapporti tra l’opera di Lukács e il marxismo e, più in generale, la cultura italiana del dopoguerra, occorre operare una rigorosa distinzione tra la fortuna di Lukács, ampia e diffusa, e la sua influenza: e si vedrà allora che quest’ultima, ciò che più conta per un pensatore, è stata molto inferiore di quanto comunemente non si creda. E in questo senso non ci sembra certo casuale che si sia potuto parlare, a proposito di questo rapporto, di una «discussione contro Lukács»3.

Rintracciare allora le origini dei fili che in questa contraddizione fanno nodo, significherebbe ripercorrere tutta la storia del marxismo e della cultura italiana per più di venti anni; il che, se esorbita dai limiti oggettivi di questo articolo, ci offre intanto due immediate considerazioni. Una prima, che questa dell’influenza di Lukács, nei suoi vari aspetti (rapporto Marx-Hegel, estetica marxista, problema dell’alienazione, questione del realismo, democrazia proletaria, riforma economica, rinascimento del marxismo, problema dei generi letterari, ecc.), sarebbe una chiave di lettura di tale storia culturale e politica di interesse non secondario; e una seconda, che l’ampiezza e la profondità degli intrecci che sempre porta con sé una riflessione sul suo pensiero, come è stato recentemente osservato4, è prova (tra le altre) della sua grandezza.

Ci limiteremo più semplicemente a formulare, circa i modi e i motivi del contrasto sopra delineato, alcune ipotesi di fondo, rintracciandone i segni solo in alcuni punti della polemica che più direttamente entreranno in contatto col discorso; con quel tanto di arbitrario e con le omissioni che un simile metodo comporta: e delle quali chiediamo senz’altro scusa al lettore.

Nel 1949, come abbiamo visto, esce la prima importante traduzione italiana, quella di Goethe e il suo tempo; pochi mesi prima Benedetto Croce ne aveva recensito l’edizione tedesca5. Croce pone subito in chiaro che ciò che più gli dà fastidio nel «signor Lukács», è che egli sia un «ripetitore» sia pure insigne «del Marx», e che in quanto tale si dia «naturalmente» a ricondurre «senz’altro alla polemica e critica “sociale”» la tragedia di Margherita. Dopo una confutazione teoreticamente volgare di tale interpretazione nel corso della quale Croce trova modo di riprendersela anche con Engels e non stenta a confessarci candidamente che dopo aver preso visione di tali orrori ha «rinunziato a leggere il libro intero», libro che, nientemeno, «è uno dei soliti nei quali ora si rinnova indefessamente l’attentato di istupidire il lettore». Questa recensione crociana ci sembra importante al di là della notizia, proprio perché ci consente di sottolineare le due cose che in essa sono chiare; e cioè, da una parte il fatto che per un autore coscientemente borghese attaccare Lukács significa anche e subito attaccare il marxismo nelle persone dei suoi stessi fondatori, e dall’altra che al fondo di tale rifiuto, da un punto di vista più specificamente estetico, sta l’impossibilità di accettare quella «categoria del tipico o particolare, interposta tra il singolo e l’universale» (Fortini) che consente appunto a Lukács di operare quella «storicizzazione delle forme artistiche» che è preclusa, e cui non ambisce, chi, come Croce, ha una concezione della «Poesia assoluta ed eterna».

Per ciò che riguarda questo aspetto estetico della questione, diremo subito che il difetto, che qui si evidenzia, interno al pensiero crociano, circa il rapporto tra storia e poesia, non è a nostro giudizio, un difetto personale, ma un momento di un problema irrisolto negli ultimi due secoli della cultura italiana: quello del rapporto tra età moderna e antichità classica. Vogliamo dire con questo che mentre Lukács è un autore la cui opera rimanda subito a quella di Hegel e a quella, come nota ancora giustamente Fortini, di «Goethe o Schiller o Lessing», cioè ad autori che hanno speso larga parte dei propri sforzi nella definizione di tale complesso rapporto, in Italia è mancato un Classicismo propriamente detto, e che, per tacere dei critici e dei teorici, quei letterati per cui questo problema è stato direttamente importante nella loro produzione, da Monti a Foscolo, da Carducci a Quasimodo, si sono mostrati scarsamente coscienti della reale dimensione del problema; e che anzi con essi la borghesia italiana è stata piuttosto incline a dare al problema una soluzione estetizzante, con tutto il bagaglio di superficialità e di irrazionalismo che questo termine comporta. In Lukács invece, tramite i suoi «autori», e tramite una profonda assimilazione del pensiero di Marx, è stata sempre acuta la percezione della «specificità» dei tempi moderni, e la teoria dei generi, di evidente derivazione classica, è stata lo strumento della mediazione teorica tra opera poetica data e divenire storico della base produttiva corrispondente6.

Per quanto riguarda invece la prima parte delle nostre osservazioni su Croce, e cioè il legame strettissimo che egli vede tra il marxismo di Marx e di Engels e quello di Lukács, legame che sarà poi parzialmente o totalmente negato da molti marxisti italiani, è doveroso osservare come in linea generale l’andamento delle fortune di Lukács presso questi ultimi, sia largamente legato all’andamento delle complesse vicende culturali e politiche del movimento operaio italiano e internazionale: si pensi ad esempio, all’insorgere dello ždanovismo, alla pubblicazione delle opere di Gramsci, alla crisi del neorealismo, al XX Congresso, all’imporsi, sull’onda dello sviluppo monopolistico, della industria culturale, alla crisi del ’56, al nuovo ciclo di lotte operaie e studentesche degli anni ’60, alla riammissione di Lukács al partito ungherese nel ’67. Andamento la cui irregolarità, al di là dell’indubbia drammaticità di queste vicende storiche, e al di là della pur giusta osservazione di Cases secondo cui il pensiero di Lukács «proprio per il suo rigore e la sua assenza di compromessi scopre facilmente i fianchi agli attacchi»7, va ricondotto, a nostro giudizio, a un vizio di fondo del marxismo italiano o, quanto meno, di sua larga parte. Vizio che consiste, se ci è concesso questo giudizio, nella sua scarsa attitudine a fondare il proprio discorso con analisi salde e rigorose condotte su quel terreno che è più proprio dell’indagine marxista: la ricostruzione storica e la critica dell’economia politica. Accade così che, se da una parte diminuisce la capacità di persuasione e penetrazione nei confronti dei più agguerriti teorici di parte borghese, esso stesso si trova d’altra parte esposto, in assenza di tale saldo ancoraggio teorico, all’insorgere delle crisi, delle mode e delle reazioni alle mode.

A questo punto ci sembra che si comprendano meglio alcuni motivi di fondo di quella contraddizione tra fortuna (molta) e influenza (poca) di Lukács in Italia; ci sembra cioè di poter vedere che, per condensare il nostro discorso in una formula, i canali della fortuna di Lukács nel nostro paese sono anche stati i canali della sua sfortuna. Infatti, se da una parte è assai probabile che l’hegelismo italiano abbia precostituito un terreno favorevole alla ricezione di un pensatore nella cui opera tanta importanza occupa la categoria della totalità, è anche vero che esso, nel suo proporsi come sintesi teorica dell’Italia unita, si portava dietro un tal bagaglio di problemi (anche estetici) irrisolti, che essi hanno poi fatto nodo in un groviglio a tutt’oggi irrisolto, come abbiamo visto, sia pure di scorcio, a proposito del problema del rapporto tra poesia e storia. Abbiamo detto a tutt’oggi irrisolti; e lo ripetiamo perché questo è il punto: il fatto cioè che nel dopoguerra molti per liberarsi dalle angustie e dagli errori di Croce e dell’idealismo italiano, si sian mossi verso il marxismo o verso altre direzioni senza aver fatto fino in fondo i conti, come diceva Marx, con la propria «anteriore coscienza filosofica», e dando per dato un superamento che era piuttosto un atto volontario che una conquista acquisita. Si comprende allora che se questo canale ha contribuito senz’altro alla diffusione dell’opera di Lukács assai maggiore in Italia che, ad esempio, nei paesi di lingua inglese, di tutt’altra tradizione filosofica, esso ha poi costituito un ostacolo al crearsi di una salda influenza dell’estetica marxista; e si veda, ad esempio, la quasi totale assenza dell’influenza di Lukács nel campo della critica letteraria.

D’altra parte è evidente anche che proprio l’esistenza in Italia di una classe operaia combattiva e di un forte movimento operaio e quindi di larghi settori dell’editoria, della stampa e dell’opinione orientati a sinistra, hanno offerto gli strumenti e il pubblico per la penetrazione di Lukács in Italia. Ma la scarsa omogeneità e le incertezze (e gli sbandamenti anche) della critica e del pubblico, di cui abbiamo indicato sopra un motivo fondamentale, hanno fatto sì che, incompreso dai critici di volta in volta per diverse ragioni, sia noto al pubblico, se pur largamente, spesso solo attraverso più o meno interessate e più o meno profonde deformazioni.

Il nostro ragionamento qui si chiude; ed è evidente che più che un riesame del dibattito su e con Lukács in Italia, esso costituisce solo una premessa a tale riesame; il tentativo di delineare le coordinate nel cui ambito sistemare tutta la complessa e varia fenomenicità del dibattito stesso.

Tuttavia, per evitare che le omissioni in cui l’articolo è sin qui incorso, si facciano troppo gravi, ci sembra necessario ricordare l’importanza che Della Volpe e i «della-volpiani» hanno avuto nel mantenere alto il livello del dibattito, e in particolare le sicure acquisizioni raggiunte anche (e qui giustamente) contro Lukács circa il rapporto tra Marx e Hegel quale si delinea nel Giovane Hegel lukacsiano8; interpretazione quest’ultima che, sia detto di passaggio, è sostanzialmente difesa da Vittorio Saltini sull’Espresso.

È anche necessario ricordare l’importante dibattito che si tenne all’Istituto Gramsci dal 3 al 5 gennaio del 1959 sui Problemi del realismo in Italia9.

Infine un accenno ad alcune influenze positive di Lukács in Italia. Esse, come sembra, si legano in notevole misura alla critica cinematografica, e in particolare, oltre alla rubrica tenuta da Alberto Moravia sull’Espresso (che ad es. si servì della nozione di realismo critico a proposito de L’eclisse di Antonioni) alla rivista Cinema Nuovo, che è tutta percorsa da una impostazione «lukacsiana», e alla persona del suo direttore, Guido Aristarco, di cui ricordiamo qui un libro Il dissolvimento della ragione (Feltrinelli, Milano, 1965). Esse si legano anche alla rivista di Carocci e Moravia, Nuovi Argomenti, e ad un libro dello stesso Moravia, L’uomo come fine (Bompiani, Milano, 1964).

1 L’elenco completo fino al ’59 (riaggiornato poi sino al ’63) da cui traiamo questi dati, è contenuto nella nota 1 dell’utile saggio di Franco Fortini su «Lukács in Italia» che sta in Verifica dei poteri, Il Saggiatore, Milano, 1965, pp. 194-222. Questo saggio, che avremo qui ancora occasione di citare, è stato ripreso da Cesare Pianciola, nella sua nota su «Lukács in Italia» posta a chiusura di Conversazioni con Lukács, di Abendroth, Holz e Kofler, De Donato, Bari 1968, pp. 195-205. I più recenti contributi italiani alla discussione su L. di Vacatello, Perlini, e dello stesso Pianciola vengono a loro volta discussi da Cesare Vasoli, al termine della seconda parte del suo ampio studio su «Lukács tra il 1923 e il 1967», Il Ponte, 1969, n. 2, pp. 239-250. Vedi anche Nicola Badaloni, Il marxismo italiano degli anni ’60, Editori Riuniti, Roma, 1971.

2 Vedi Marzio Vacatello, Lukács, Firenze, La Nuova Italia, 1968, Tito Perlini, Utopia e prospettiva in György Lukács, Bari, Dedalo, 1968; Giuseppe Vacca, Lukács o Korsch?, De Donato, Bari, 1969; Nicola M. De Feo, Weber a Lukács, De Donato, Bari, 1971; Giuseppe Bedeschi, Lukács, Laterza, Bari, 1970.

3 Cfr. F. Fortini, op. cit., p. 218; il corsivo è nostro.

4 Cfr. M. Vacatello, «Storia e coscienza di Lukács», in Il Ponte, 1971, n. 5-6.

5 Cfr. B. Croce, Quaderni della Critica, luglio 1949, pagine 110-112.

6 Sull’importanza decisiva del rapporto tra passato e presente per la definizione di un «valido criterio estetico», cfr. le importanti osservazioni di Lucio Colletti alle pp. 18-19 del n. 11 del – Contemporaneo, febbraio-marzo 1959. Vedi anche, sulla coscienza di tale specificità nel L. premarxista di Teoria del romanzo e dell’Anima e le forme, le osservazioni di A. Asor Rosa nella prima parte del suo saggio sul giovane L., saggio dalla cui impostazione peraltro dissentiamo: «Il giovane Lukács teorico dell’arte borghese», in Contropiano, 1968 n. 1, pp. 59-62.

7 Cfr. Cesare Cases, «Lo scoiattolo e l’elefante», Il Contemporaneo, 21 aprile 1956. È questo uno dei migliori articoli che, su Lukács, siano mai stati pubblicati in Italia, e a fianco del quale vanno qui ricordate le attente introduzioni premesse alle edizioni einaudiane de Il romanzo storico e de Il marxismo e la critica letteraria. Per l’ulteriore sviluppo del suo pensiero su L. vedi «Le idee politiche di Havemann e Lukács», Quaderni piacentini, n. 27, giugno 1966.

8 Cfr., ad es., le importanti considerazioni di Colletti in Il marxismo e Hegel, Laterza, Bari, 1969, pp. 87-93 e note, 98 e nota, 119-120, 270, 353-356, e le opere di M. Rossi e N. Merker ivi cit.

9 Cfr. Il Contemporaneo, anno II, 1959, n. 11-12.

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