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di Rosario Assunto

«Tempo presente», II/n.1 – gennaio 1957

Dove si trova, in quoti giorni, Giorgio Lukács? E le conclusioni del suo saggio Zur Konkretisierung der Besonderheit als Kategone der Aesthetik, di cui abitiamo letto la prima pane nella berlinese (Berlino-Est) Zeitschrift für Philosophie, sono state pubblicate? Queste domande sono oramai il contrappunto inevitabile di quel nec tecum nec sine te che è nota costante di tutte le nostre letture lukacsiane: anche, e particolarmente, quando ci troviamo di fronte ai saggi su Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna, recentemente pubblicati dall’editore Feltrinelli nella traduzione di Giorgio Dolfini. Per quello che può dipendere da noi, c’è da augurarsi che Concretizzazione della particolarità come categoria dell’estetica trovi presto un solerte traduttore; come vorremmo lo trovasse anche quelli Theorie des Romans che fece epoca, a suo tempo, nello spazio culturale centro-europeo e venne favorevolmente recensita da Karl Mannheim in un articolo, ancora oggi tutto da leggere, apparso su Logos, la rivista che una volta usciva a Tubinga sono l’autorità, fra gli altri, dello Husserl e del Vossler.

In più di una occasione ci è capitato di motivare il nostro dissenso da Lukács per certe sue inadempienze rispetto a quella che il Mannheim lodava nel 1920 (e che di recente ha lodata, con parole analoghe, e riserve da sottoscrivere, il nostro Garetti): una forza che non procede per deduzione da alcuni principi, ma intende quello che vi è di più essenziale e profondo in una forma d’arte e nello spirito da cui essa deve avere avuto origine… Questo dissenso, e la inadempienza che lo giustifica, sono patenti quando si aprano alcune pagine, davvero deduttive, del volume su Goethe e il suo tempo. Ma il volume su Mann è forse l’opera più indicativa a questo riguardo, nella misura in cui il lettore viene portato a meditare sulle doti e sui limiti di Lukács, sull’entità del suo apporto al pensiero contemporaneo, e sulla necessità di appropriarcene appunto prr accrescere le nostre difese contro gli errori nei quali uomini del talento di Lukács sono incorsi non certo per capriccio, ma per effetto di condizioni del nostro tempo e della nostra cultura delle quali, e dei conseguenti errori di Lukács e di altri, noi stessi portiamo una responsabilità che va investigata e chiarita.

La chiave di tutta l’estetica e del procedere critico di Lukács è nella costante ricerca di un rapporto, intrinseco all’opera d’arte e non ad essa artificiosamente imposto, fra qualità e significato. Di questa ricerca, il saggio berlinese recentissimo propone alcune premesse teoriche che ogni lettore di Croce non potrà non compiacersi di trovare in ambiente marxista-leninista, mentre gli scritti su Mann ne additano una puntuale applicazione concreta.

Il problema che Lukács affronta nello studiare Thomas Mann è quello di interpretare Mann pensatore e politico partendo dalla sua opera e non, come spesso si usa, viceversa. Non si tratta dunque di un problema di critica, nel senso di giudizio sul valore estetico dell’opera manniana, ma di un problema che diremmo di filosofia dell’arte: problema la cui legittimità è condizionata dal suo non gabellarsi, nemmeno per sottinteso, come ricognizione di valore, che in ultima analisi farebbe dipendere la qualità dal significato; e dal fatto che la ricerca del significato viene condotta nella regione che unicamente può autorizzarla in arte, nella regione della forma e dello stile, fuori della quale quello che Lukács chiama il rispecchiamento della realtà non avrebbe carattere artistico ma scientifico, dal momento che, come lo stesso Lukács scrive in Zur Konkretisierung der Besonderheit, oggetto della formazione artistica non è il pensiero in sé, nella sua immediata e oggettiva verità, bensì il modo come esso entra in opera in situazioni concrete di uomini concreti, quale concreto fattore di vita. Non c’è bisogno di attardarsi su certi crudi giudizi che Fadcev ebbe ad esprimere su Lukács: «…Molte cose della sua attività suscitano seri dubbi… nega la possibilità che il Partito diriga le cose dell’arte… egli cerca una giustificazione per la ideologia borghese e per la sua coesistenza con la nostra ideologia… Lukács tenta di disarmare i costruttori della cultura socialista nei Paesi di democrazia popolare… ».

A noi interessa qui rilevare, per meglio comprendere e discutere Lukács, come la politicità che egli sostiene sia di tutt’altra natura da quella di Fadeev: politicità, per lui, è la presa di posizione, plasmata nell’opera con mezzi artistici, rispetto al mondo rappresentato. E questa politicità egli cerca di individuare nell’opera di Thomas Mann, scrittore che effettivamente non è possibile leggere e apprezzare se non si tiene presente il nesso strettissimo, nella sua opera, fra qualità e significato: non certo nel senso che il significato determini dall’esterno la qualità, e il nostro apprezzamento qualitativo dipenda dalla misura maggiore o minore in cui accettiamo il significato, bensì nel senso più veritiero che qualità è la presentazione del significato nell’atto formale, creativo, in seguito al quale esso entra in opera, per ripetere qui le parole di Lukács, in situazioni concrete, di uomini concreti, quale concreto fattore di vita.

Dei cinque saggi che il volume comprende (oltre a un’introduzione e a una premessa), il più significativo, dal nostro punto di vista, è forse quello dedicato alla Tragedia dell’arte moderna, dove Lukács prende in esame il romanzo Dottor Faustus, nel quale la raffigurazione plastica e chiara del processo creativo di Adriano Leverkühn viene interpretata dal Lukács come raffigurazione dell’arte contemporanea in quanto espressione concentrata di decadenza. Una interpretazione plausibile, anche se, come suole accadere in simili casi, vuol essere integrata con altre che guardino da vicino altre facce della complessa realtà di questo romanzo.

«Dietro la musica di Leverkühn — osserva Lukács — si cela la disperazione più profonda di un vero artista nella socialità dell’arte, anzi addirittura nella società borghese del nostro tempo… Per quanto si possano decisamente rifiutare gli esperimenti nati in quest’epoca, spesso completamente vuoti, puramente artificiosi, quasi fossero escogitati in un laboratorio, pur è chiaro che questa tendenza… non è affatto stata una semplice stravaganza di letterati, bensì il rispecchiamento artistico (spesso deformato, di maniera, divenuto addirittura un giuoco) del rapporto dell’individuo, della sua vita personale, con il proprio ambiente sociale, più precisamente con l’epoca storica, con quel decorso storico, di cui una frazione, un momento è costituito da questo curriculum vitae individuale… quelle correnti oggettive che economicamente e culturalmente… preparano le due guerre mondiali, prendono, secondo il loro intimo modo di essere, la via verso la trasformazione del mondo in un caos sanguinoso, verso lo sfiguramento dell’umano nell’individuo singolo, nelle classi e nelle nazioni…». Il curriculum di Adriano Leverkühn mostra qui il suo significato, che si traduce, per Lukács, in una possibilità di comprendere l’arte cosiddetta della decadenza, invece di svillaneggiarla e metterla al bando alla maniera di quel Parsadanov per il quale (e si veda La lotta per il realismo in arte in Letteratura e arte nell’URSS) il compito dell’estetica e della critica letteraria si poneva come un analogo della polizia politica.

Ma questo significato trasformerebbe il romanzo in un saggio filosofico, se esso non emergesse nella qualità, in quanto fattore della qualità stessa che trasforma in soggettività individua e non ripetibile l’universalità oggettiva del senso dell’opera: le pagine nelle quali Lukács analizza la struttura temporale del Faustus, la duplicazione della prima persona – Zeitblom e della terza persona – Adriano, il differente caratterizzarsi dei due personaggi, il rapporto interno all’opera fra piccolo mondo e grande mondo come maniera di soggettivarsi del contenuto oggettivo dell’opera sono fra le più persuasive di tutto il libro, anche se non esauriscono la ricognizione della qualità — proprio in quanto metamorfosi estetica del significato — che per esser completa richiederebbe una investigazione stilistica come indagine portata alla presenza reale della qualità in linguaggio e parola.

Dicevamo, le inadempienze di Lukács. Ecco, quando Lukács nel saggio sul Dottor Faustus si appella alla risoluzione del Comitato centrale del partito comunista dell’Unione Sovietica sulla musica moderna, e saluta il romanzo di Thomas Mann come « un’amplissima fondazione artistica e spirituale di quella risoluzione», proprio allora viene al pettine la preminenza del significato sulla qualità, che revoca quasi per intero la finezza delle sue analisi e delle premesse sulle quali esse riposano. Lukács, come tanti altri, ha creduto che fosse possibile difendere e salvare la socialità dell’arte di fronte all’irrompente isolamento accettando una prevaricazione del significato, ed una riduzione della qualità ad appariscenza esteriore, che in ultima istanza equivaleva all’annientamento della qualità come tale. Certe sue successive prese di posizione, la stessa incertezza che oggi avvolge il suo destino, sono la dimostrazione più esauriente che la crisi del rapporto fra arte e società investe tutto intero il mondo contemporaneo, e se da una parte l’attenzione alla qualità fa dimenticare qualche volta che la qualità è tale in quanto significante, sul versante opposto il significato divora la qualità, per la quale potrebbe anche non esserci più posto.

La condizione dell’arte, in quanto arte è qualificazione del significato, potrebbe davvero essere insostenibile in un mondo tutto scientificizzato, fondato sul culto della verità oggettiva, vale a dire sulla preminenza di quella forma scientifica della quale Lukács scrive che «è tanto più elevata quanto più è generale e onnicomprensiva», mentre la categoria estetica è secondo lui quella che, determinando da un lato una generalizzazione della semplice immediata individualità delle apparenze viventi, dall’altro lato risolve in sé quella generalità che se non fosse risolta toglierebbe via l’unità artistica dell’opera. L’essenza, potremmo dire, verrebbe in quest’ultimo caso a ingoiare il fenomeno (sono termini, anche questi, adoperati da Lukács). E forse nel conflitto fra essenza-significato e fenomeno-qualità è da indagare il dramma dell’opera e del destino di Lukács. Un paradigma, probabilmente, della situazione in cui tutti versiamo, di questi tempi, qualunque sia il posto che per se stesso uno abbia scelto.

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