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di Rosario Assunto

«Tempo Presente»,  I, n. 2 – maggio 1956

Una conferenza di Lukács sui problemi del realismo nella letteratura contempora­nea. Aula assai grande, gremita di ascoltatori; il pubblico traboccava dalla porta, si accalcava nei vani delle finestre; esaurite le sedie, quelli che non si rassegnavano a rimanere in piedi si contendevano due tavoli disposti in fondo alla sala. Dobbiamo chiederci che cosa cercas­sero, che cosa si aspettassero gli ascoltatori professionalmente e ideologicamente disponibili, che prestarono attenzione per due ore filate. Non credo che il nome di Lukács fosse, di per sé solo, un richiamo così potente, e nemmeno ritengo che la parola realismo basti da sola a spiegare un interesse così diffuso.

In termini opinabilissimi Lukács parlava di letteratura decadente e letteratura realista, e con­cluse indicando le condizioni alle quali deve sottostare uno scrittore che oggi voglia fare let­teratura realista, non senza collegare tutte le sue proposizioni a riferimenti politici, alla guer­ra, alla pace, alla lotta per la pace, al mondo borghese e al mondo socialista. Non cera molto di nuovo, per chi già conosceva, in tutto o in parte, l’opera di Lukács, le sue pagine felici e le sue pagine infelici (infelicissime fra tutte, forse, quelle sul Werther di Goethe, il saggio su Hölderlin…); e non possiamo dire che, ad ascoltarlo, la sua immagine si modificasse ri­spetto al ritratto che di lui traccia Victor Serge nelle Memorie di un rivoluzionario. Più di una volta, soprattutto verso la fine, la sua maniera di argomentare faceva tornare alla mente quel professore di filosofia del quale racconta, mi pare, il Croce, che usava dedurre i romanzi di Balzac a colpi di tesi antitesi e sintesi. Ma il pubblico era numeroso e prestava attenzione.

Se i ragionamenti di Lukács erano, e rimangono, opinabili, non meno opinabile è la nozione di realismo, che tanto inchiostro ha fatto versare. Letteratura della realtà, realtà della let­teratura? E quale realtà, quale letteratura? So­no questioni estremamente complesse, che ad affrontarle si rischia di perdersi dentro una spugna. Ma nessuno può negare che siano questioni importanti, se tanta gente accorre ad una conferenza nella quale esse vengono affrontate. Importanti, soprattutto, nella misura in cui l’in­teresse che esse suscitano va oltre il tema ri­stretto di realismo o no e investe quello dei rapporti fra letteratura e condizione umana.

La letteratura come interpretazione della condizione umana, uno sforzo dì capire e di aiutare a capire la condizione umana; e di capire aiutando a modificare. Uno sforzo di intervenire nella condizione che è sempre condizione situata, e attraverso la comprensione aiutarla a situarsi diversamente. Questo chiedono oggi i lettori, e non è improbabile che l’avvertenza più o meno esplicita di questa esigenza abbia condotto tanta gente, pubblico autentico, ad accalcarsi entro la sala in cui Lukács parlò così a lungo, il cinque maggio millenovecentociquantasei, a Roma. Non è azzardato supporre che se lo stesso oratore, o un altro ancora più noto di lui, avesse parlato intorno al bello e al brutto della letteratura contemporanea, proponendo un ulteriore criterio di antologizzazione, gli ascoltatori sarebbero stati un decimo di quelli
che erano. Lukács parlava da filosofo e da uomo interessato alla situazione, e come tale decifrava, a suo modo, la letteratura contemporanea. Per questo la gente era andata a sentirlo, e sopportava anche le soperchierie da lui usate agli autori e ai libri, il suo modo di tirare il collo a uno e di allungare le gambe a un altro, per farli corrispondere alle sue misure di realismo e di decadentismo.

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