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di Elémire Zolla

«Tempo presente», III/n. 7 – luglio 1958.

Uno studio di Marris Watnik, apparso recen­temente nella Soviet Survey, illumina i primi scritti di Lukács, anteriori alla conversione del 1918, e offre modo di determinare i filoni delle influenze neokantiane più tardi trasferite nel suo particolare marxismo.

Nelle prime opere Lukács, poco più che ven­tenne, propone una teoria della poesia come idea motrice e formatrice alla quale tendono le singole opere poetiche, come valore verso cui la società industriale si mostra inospitale. Le espe­rienze tragiche, l’incontro con il fato sono mo­menti rivelatori dell’essenza umana, che sfugge al dramma borghese, moralistico e razionale in­vece che religioso e mitologico, analitico invece che simbolico. La critica della società industria­le del giovane Lukács segue la falsariga dei suoi maestri del tempo, Weber e Simmel. Dal loro insegnamento egli trae le categorie sociologiche per giudicare la poesia di George come lirico della nuova solitudine dell’individuo. La teoria estetica platoneggiante si convertiva necessaria­mente in un problema morale: che cosa rende essenziale la vita?

La soluzione del giovane Lukács mostra una evidente influenza kierkegardiana:  «La vita è la forma meno reale e viva dell’esistenza. La vita genuina è sempre… impossibile sul piano empirico. Nella vita quotidiana ci esprimiamo solo marginalmente»; esiste una «gerarchia di vite» corrispettiva alla gerarchia dei generi let­terari, a partire dalla vita quotidiana in cui tutte le scelte sono parimenti possibili e in cui nulla è attuato, fino alla vita in cui l’uomo è impe­gnato pienamente dinanzi a norme assolute. C’è un’ascesa gerarchica dalla vita in cui i valori sono sacrificati ai bisogni a quella in cui i bi­sogni sono sacrificati ai valori: soltanto in que­sto caso si vive veramente, realmente. Nella fase marxista, questo salto necessario dal quotidiano all’etico, nel quale l’uomo diventa reale, viene trasferito dall’ambito del meramente individuale all’ambito della coscienza di classe.

Fino a qual punto il Lukács marxista ha oggettivato il criterio del realismo (che egli de­finiva «medievale e scolastico» in contrapposto al realismo dei naturalisti moderni), nella lotta di classe? Fino a qual punto il tipico sociale rivela l’essenza? Il rifiuto della realtà oggetti­vamente e «brutta» e meschina, quotidiana, del mondo borghese-industriale è ancora il criterio operante del Lukács marxista.

Sull’ultimo numero di Dissent, anche L. Stern si occupa dello sviluppo del pensiero di Lukács dalle origini pre-marxiste a oggi. Nel suo primo libro, L’evoluzione del dramma moderno, del 1908, Lukács sostenne che attraverso la forma si attinge la vita e attraverso la vita la forma: ogni forma letteraria è un grado della gerarchia delle possibilità di vita. Come è possibile vivere oggi? È questa la domanda etica che informa l’estetica del giovane Lukács, per il quale la tragedia e l’epica sono le forme che consentono di vivere senza cadere nella mortuaria «quotidianità». L’analisi di Stern mostra come l’iniziale impulso continuasse a operare nel Lukács marxista e co­me le teorie del primo suo libro siano alla radice anche di pensatori vicini al marxismo, seppure non ortodossi, come Lucien Goldmann, Hork­heimer e Adorno. La grande Estetica, che Lukács sta ora completando, verrà impedita di uscire ora che certi giornali comunisti lo denunciano come «transfuga nel campo nemico»?

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