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di Victor Serge

da Memorie di un rivoluzionario, e/o, 2001.

I marxisti sanno, mi diceva György Lukács, autore di “Geschichte und Klassenbewusstsein”, che si possono commettere impunemente molte piccole porcherie quando si fanno grandi cose; l’errore di certi consiste nel credere che si può arrivare a grandi risultati facendo soltanto piccole porcherie….

[…]

Apprezzavo soprattutto György Lukács, cui debbo molto. Universitario a Budapest poi commissario di una divisione rossa al fronte, filosofo nutrito di Hegel, di Marx, di Freud, spirito libero e rigoroso scriveva grandi libri che non dovevano vedere la luce. Vedevo in lui uno di quei cervelli di  prim’ordine che avrebbero potuto dare al comunismo una grandezza intellettuale se il comunismo si fosse sviluppato in quanto movimento sociale, anziché degenerare in movimento di sostegno di una potenza autoritaria.

Il pensiero di Lukács lo portava a una visione totalitaria del marxismo che abbracciava per lui tutti gli aspetti della vita umana; la sua teoria del partito poteva essere, a seconda delle circostanze, ammirevole o mortale.

Riteneva, per esempio, che la storia, non potendo essere estranea alla politica, dovesse essere scritta da storici al servizio del Comitato centrale. Parlavamo un giorno del suicidio dei rivoluzionari condannati a morte (a proposito dell’esecuzione a Budapest nel 1919, del poeta Otto Corvin, che aveva diretto la Ceka ungherese e di cui l’alta società venne a contemplare l’impiccagione come uno spettacolo di prima scelta).

Il suicidio disse Lukács, ci avevo pensato al momento in cui mi aspettavo di essere arrestato e impiccato con lui, e avevo concluso di non averne il diritto: un membro del Comitato centrale deve dare l’esempio. (Incontrai più tardi György Lukács e la sua compagna, nel 1928 o 1929, in una strada di Mosca. Lavorava all’Istituto Marx-Engels, ci soffocavano i suoi libri, viveva coraggiosamente nella paura; pressappoco benpensante, non osò stringermi la mano in luogo pubblico, giacché ero escluso e noto come oppositore. Sopravvive fisicamente. Scrive articoletti grigi sulle riviste del Comintern.)

[…]

Soprattutto mi diceva György Lukács, una sera che andavamo errando sotto le guglie grigie della chiesa votiva, non fatevi stupidamente deportare per nulla, per il rifiuto di una piccola umiliazione, per il piacere di votare con sfida… Credetemi, le vessazioni non hanno grande importanza per noi. I rivoluzionari marxisti hanno bisogno di pazienza e di coraggio; non hanno affatto bisogno di amor proprio. L’ora è cattiva, siamo a una svolta oscura. Risparmiamo le nostre forze: la storia farà ancora appello a noi.

Rispondevo che se l’ambiente del partito a Leningrado e Mosca mi fosse diventato troppo pesante, avrei domandato una missione in qualche parte della Siberia e là, in mezzo alle nevi, lontano dalle politiche tortuose, avrei scritto i libri che avevo in testa aspettando giorni migliori.

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