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di Lelio La Porta

«Critica marxista», 1, 2016

È appena stata pubblicata una raccolta antologica di scritti di György Lukács intitolata Testamento politico e altri scritti contro lo stalinismo. In appendice l’interrogatorio della polizia sovietica nel 1941, a cura di Antonino Infranca e Miguel Vedda (Milano, Edizioni Punto Rosso, 2015, pp. 176). I testi raccolti sono: Le visioni del mondo aristocratica e democratica, cioè la relazione tenuta dal filosofo ungherese alla conferenza sulla pace di Ginevra del 1946; I compiti della filosofia marxista nella nuova democrazia, relazione al convegno internazionale che si tenne presso la Casa della cultura di Milano tra il 18 e il 21 dicembre 1947; Libertà e prospettiva: una lettera a Cesare Cases datata 8 giugno 1957; Oltre Stalin del 1969; Epistolario con János Kádár sul caso Dalos-Haraszti del 1970; Testamento politico, testo di un’intervista rilasciata da Lukács fra il 5 e il 15 gennaio del 1971 (morirà il 4 giugno) e pubblicata per la prima volta in ungherese nel 1990. Il Testamento politico è stato tradotto per la prima volta in una lingua diversa dall’originale (lo spagnolo), proprio da Infranca e Vedda (docente di letteratura tedesca presso l’Università della capitale argentina e noto anche per la sua traduzione del Faust di Goethe in spagnolo) e pubblicato nel 2003 in Argentina (Ediciones Herramienta, Buenos Aires, 2003). In italiano, sempre nella traduzione di Infranca, era già comparso in appendice al volume di Tibor Szabó, György Lukács. Filosofo autonomo (Napoli, La Città del Sole, 2005).

Al centro degli scritti di Lukács raccolti nell’antologia si trovano due temi: la critica dello stalinismo e la vexata quaestio della democrazia socialista. Sulla prima questione, lo scritto Oltre Stalin del 1969 offre diverse risposte. Il filosofo, procedendo quasi in chiave di autobiografia, spiega i suoi rapporti con Stalin e la sua politica prendendo nettamente le distanze da tutti quegli intellettuali che, confondendo Stalin con il socialismo, mentre sottoponevano a critica il primo contemporaneamente rigettavano anche il secondo: «Ho sempre respinto quel tipo di critiche che, insieme ai metodi staliniani, rifiutano anche il socialismo» (p. 88). E subito dopo: «Credo di poter dire con tranquillità che fui, oggettivamente, un nemico dei metodi stalinisti, anche quando io stesso credevo di seguire Stalin» (p. 89).

Fu Lukács un onesto dissimulatore, alla stessa maniera di Croce nei confronti del fascismo? Resta il fatto che il filosofo ungherese, a differenza di quello italiano, che non risulta sia stato mai sottoposto ad interrogatorio dalla polizia fascista, fu interrogato dalla polizia sovietica nel 1941, come testimonia l’Appendice dell’antologia. I motivi dell’arresto del filosofo, all’epoca a Mosca presso l’Istituto Marx-Engels-Lenin, sono messi in evidenza da Infranca nell’Introduzione al verbale dell’interrogatorio e risultano essere tipici di un clima diffuso di sospetto alimentato anche dall’attacco nazifascista all’Urss. Lukács riconobbe i suoi errori teorico-politici che reputò tali anche in epoche successive e senza aguzzini a interrogarlo. Per il resto, l’atteggiamento è sereno e disteso e in nessun caso l’accusato rivelò nomi o fece menzione a fatti che potessero essere ritenuti criminosi da chi lo interrogava: «Non ho mai compiuto alcun genere di tradimento contro il partito comunista e l’Unione Sovietica» (p. 158).

Seconda questione: la democrazia socialista. Tutto il testamento politico ruota intorno al tema e riprende molte delle riflessioni svolte dal filosofo nel suo scritto del 1968 sulla democratizzazione (G. Lukács, L’uomo e la democrazia, a cura di A. Scarponi, Roma, Lucarini, 1987; ora anche G. Lukács, La democrazia della vita quotidiana, a cura di A. Scarponi, Roma, manifestolibri, 2013). Partendo da un terminus a quo («nego che qui in Ungheria si possa parlare di una democrazia realizzata»: p. 102), il filosofo sviluppa il suo ragionamento muovendo da Lenin e, attraverso il nesso strettissimo fra cultura e lavoro, perviene a conclusioni che sono la negazione esplicita dello stalinismo e l’affermazione della democrazia come autogestione, come capacità dei cittadini di riunirsi per operare le richieste più svariate (Lukács fa l’esempio della mancanza di una farmacia in una strada di Budapest: p. 123), ma sempre finalizzate alla migliore organizzazione e realizzazione di quelle questioni che sono concrete e importanti per la vita quotidiana.

La democrazia è per Lukács quell’insieme di regole che garantiscono il potere di intervento dei cittadini nella vita politica che, però, non sarebbe possibile se fra i cittadini stessi non ci fosse un rapporto vivo e attivo e se i cittadini, a loro volta, non intrattenessero un rapporto altrettanto attivo con la società nella quale vivono che ha il suo elemento distintivo nel contenuto umano rappresentato da ogni singolo individuo che fa parte di quella specifica formazione economico-sociale. In questo senso essere con l’altro uomo assume un senso in quanto l’altro non è più un limite alla nostra azione bensì coopera con noi, è di aiuto e, per questo, è accolto.

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