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di Miklós VásárhelyiAntonino Infranca

Intervista con Miklós Vásárhelyi a cura di Antonino Infranca

«Il Ponte», n.4-5, luglio-ottobre 1987

Si ringrazia vivamente Antonino Infranca per averci concesso di pubblicare questa intervista.


Miklós Vásárhelyi è stato un conoscente stretto di György Lukács, e anche amico, durante un periodo molto travagliato della vita del filosofo ungherese. Gli fu molto vicino soprattutto durante i tragici giorni dell’ottobre-novembre 1956 e la successiva deportazione in Romania. In questa rievocazione, sotto forma di intervista, Miklós Vásárhelyi ricorda quei giorni, e anche l’intero periodo di amicizia con Lukács. Li ha accomunati la stessa fede nel socialismo, anche se questa fede fu interpretata in modi e forme diverse, perché diverse erano le esperienze dei due. Il vecchio filosofo, formatosi alla dura scuola della lotta clandestina e dell’esistenza nella Mosca degli anni trenta, vedeva le cose sotto una luce parzialmente diversa. Il colloquio con Vásárhelyi, condotto da questi in un italiano pressoché perfetto, può aiutare a comprendere la partecipazione di Lukács a quegli avvenimenti. Non è soltanto un quadro storico, finora inesistente nella letteratura lukacsiana, ma anche un ritratto morale, di cui la naturale parzialità della testimonianza non sminuisce, al contrario, accresce e ravviva le tinte. Quello che si ha di fronte non è più il freddo e analitico intellettuale, dedito alla politica, ma piuttosto una persona viva e umana, che non solo nella lotta politica, ma anche nella vita quotidiana, continuò a farsi guidare da principi etici saldissimi, ispirati alla propria fede ideologica. Si tratta di un uomo che ha saputo vivere il proprio pensiero.


D. Quando ha conosciuto Lukács per la prima volta?

R. Lo conobbi nel 1945, allorquando rientrò dall’Urss. Era maggio o giugno e una parte degli emigranti abitava in una piccola pensione nella Váci utca, al n. 40. Tra di loro erano anche Lukács e sua moglie. Dato che abitavo vicinissimo a quella pensione, decisi di andarlo a trovare insieme con Géza Losonczy, (giornalista, membro della direzione del partito, n.d.r.), Márton Horváth (direttore del Szabad Nép, membro della direzione del partito, n.d.r.) e Tamás Májor (attore, direttore del teatro nazio­nale, n.d.r.). Eravamo attratti dal suo già notevole prestigio di intellettuale. Ci parlava, suscitando in noi un grande interesse, della letteratura classica tedesca e a sua volta ci chiedeva notizie sulla letteratura ungherese del periodo tra le due guerre, che lui non conosceva a fondo a causa dell’esilio. Mi ricordo che gli prestai alcuni libri di Làszló Németh (scrittore vissuto nel perio­do a cavallo della seconda guerra mondiale, n.d.r.), che gli sembrò interessante.

D. In che consisteva l’attività di Lukács in quel periodo e come tentava di rientrare nella vita culturale ungherese?

R. In quel periodo, e questo è molto interessante, Lukács manifestò un grande interesse per quello che è chiamato il «Movimento dei collegi popolari». Si trattava di istituzioni scolastiche, un po’ sul modello inglese e francese, dove potevano essere istruiti i figli di operai, contadini o proletari in genere, che sprovvisti di mezzi economici, non avrebbero avuto altrimenti alcuna possibilità per una buona istruzione. Lukács li visitava spesso e volentieri, tenendo conferenze o semplicemente conver­sando con i ragazzi. Sono stato qualche volta testimone di questi incontri ed era enorme l’impressione che Lukács suscitava sui giovani. Da parte sua non nascondeva la speranza che quei giovani divenissero utili al socialismo e all’Ungheria. E l’interesse per loro e per la letteratura ungherese era, senza dubbio, il segno che egli intendeva risiedere in Ungheria dopo la guerra.

D. Si era, quindi, formato attorno a Lukács, fin dal suo arrivo in Ungheria, un gruppo di giovani attratti dalla sua personalità.

R. Sì, esatto. Nacque, almeno tra noi, un’amicizia anche per i continui contatti. Ci davamo del «tu», e chi conosceva la sua educazione strettamente borghese, sapeva bene che erano pochissimi coloro che potevano vantare ciò che era un vero e proprio privilegio. Non a tutti i suoi allievi, per esempio, era concesso di dargli del «tu».

D. Quanto è durato il vostro rapporto d’amicizia?

R. Il rapporto, in forma così intima durò per qualche mese e con minore intensità fino al 1948, quando le nostre strade si divisero, diciamo pure, fisicamente. Andai ad abitare lontano dal Belgrad rakpart, ove lui viveva, e mi dedicai al giornalismo, mentre lui era impegnato – lo sarebbe stato ancora per un paio di anni – con l’insegnamento universitario. Comunque la nostra amicizia rimase viva e continuammo a vederci episodicamente fino al 1956. Dopo aver vissuto gomito a gomito tutti gli avveni­menti di quell’anno, fummo deportati insieme in Romania e da lì non ci rivedemmo quasi più.

D. Durante gli avvenimenti del 1956 riprendeste il vostro rappor­to d’amicizia? Fu anche un rapporto politico? E come Lukács partecipò a quegli avvenimenti?

R. Il nostro rapporto non fu soltanto un rapporto d’amicizia, discutemmo molto anche di politica. Ci incontravamo in casa d’amici e anche a casa sua, e un po’ spinti dalla situazione del momento (era la primavera-estate del 1956) parlavamo di Chruscev, dell’Urss, dell’Ungheria, di Rákosi, di riforme, di un nuovo socialismo allora ormai necessario. Ovviamente non eravamo d’accordo su tutto. D’altro canto la politica, secondo me, è stata sempre la sua grande passione, più della filosofia. Dal 1919 non gli si offriva più la possibilità di fare politica attiva. Ne appro­fittò nel periodo 1945-1949 e poi ancora nel 1956. Mi dava l’impressione che godesse del potere, della politica, del fatto di essere in grado di rientrare nella mischia.

D. Cosa intende per «godere del potere»?

R. Intendo, e mi riferisco soprattutto a quei pochi giorni in cui fu ministro del governo Nagy e membro della direzione del partito, che poteva nuovamente cogliere la possibilità di agire, non soltanto di pensare, ma di agire in base alle proprie teorie. Era enorme la sua voglia di fare, la sua capacità di fare nascere iniziative attorno a sé. Era quello che si potrebbe definire un vero prototipo di intellettuale gramsciano. Il rapporto teoria-prassi non era per lui soltanto un fatto teorico, ma di politica quotidiana, immediata. E poi la soddisfazione, come ho detto prima, di uscire dal guscio ideologico, dove si era rifugiato, per rientrare «nella mischia», era grandissima.

D. Come si svolse questo «rientrare nella mischia»? Quali erano le opinioni di Lukács nel 1956, prima e durante i giorni di ottobre e di novembre?

R. Lukács era iscritto al partito, ma come ho detto, non faceva politica attiva, militante. A partire dalla primavera del 1956, cominciò a dare segni di un più vivo interesse verso la politica. Ma erano ancora episodi della sua vita privata. Simpatiz­zava con i gruppi che volevano adottare una politica di destaliniz­zazione, ma lo faceva sempre con grande prudenza, forse forte della sua precedente esperienza moscovita.

Ad esempio, nel novembre del 1955, non firmò una petizione di intellettuali, indirizzata al comitato centrale del partito, peti­zione che chiedeva una più radicale politica di destalinizzazione. Non partecipò alla festa per il 60° compleanno di Imre Nagy, sapendo che sarebbe stata una manifestazione anti-Rákosi. Ricor­do un episodio accaduto un anno prima di quella festa. Lo incontrai e gli chiesi perché non si esponesse di più. Mi rispose grosso modo così: «Lo spettacolo più bello del mondo è vedere un acrobata camminare su un filo teso sulle cascate del Niagara, sopra migliaia di tranquilli spettatori. Ebbene troppe volte mi sono trovato al posto dell’acrobata, adesso voglio stare tra gli spettatori».

D. Eppure non mancarono certe sue apparizioni in pubblico, come la famosa conferenza al circolo Petőfi?

R. Sì, è vero. Ma erano sempre interventi di un intellettuale e per giunta in un circolo diretto da membri del partito, anche se membri diversi da quelli della dirigenza. Era sempre dell’opinio­ne che non bisognasse assolutamente rischiare l’espulsione dal partito. Era sì d’accordo con i gruppi riformisti, esterni al parti­to, sulla destalinizzazione, cioè la destituzione di Rákosi, la continuazione delle riforme iniziate nel 1953 e la democratizza­zione della vita politica, culturale e sociale dell’Ungheria, ma tutto ciò doveva essere fatto sempre all’interno del partito. Ad esempio era dell’opinione che Nagy, all’inizio della primavera del 1955, avrebbe dovuto fare un’autocritica per restare al governo o almeno nel partito, perché un vero comunista non avrebbe mai dovuto rischiare l’espulsione. Credo che il problema dell’espul­sione abbia determinato certe scelte nella sua vita.

D. Era allora un problema etico più che politico o ideologico?

R. Sì, credo di sì. Ma anche per gli altri era un problema etico.

D. Come avvenne che Lukács decise di entrare nel governo Nagy, se aveva fino a quel momento rifiutato ogni partecipazione alla politica diretta?

R. Gli fu chiesto, e ancora una volta, sentì il dovere di partecipare. Ero allora il capo dell’ufficio stampa di quel governo e così lo incontravo quotidianamente. Dal 28 ottobre al 4 novem­bre ci incontrammo regolarmente, dato che lui, in qualità di ministro ed io di capo dell’ufficio stampa, lavoravamo nel grande edificio del Parlamento. Dal 1° novembre, inoltre, Lukács era divenuto membro della Direzione del nuovo Partito operaio socialista ungherese, per cui le sue funzioni di ministro erano passate in secondo piano.

D. Fu quella direzione che votò per la neutralizzazione dell’Un­gheria, nonostante il voto contrario di Lukács e di altri?

R. Non ci fu voto contrario di Lukács. Quella decisione fu presa all’unanimità.

D. Ma in Pensiero vissuto, la sua autobiografia, Lukács sostiene di avere votato contro la neutralità dell’Ungheria.

R. Lukács espose delle riserve, insieme a Szántó (emigrato in Urss durante il regime di Horthy, poi nel 1956 membro della Direzione del partito) e Haraszti[1] (giornalista, nel 1956 primo direttore del Népszabadság, il giornale del partito) riguardo all’opportunità tattica di dichiarare la neutralità del paese proprio in quel momento. Ma la decisione fu presa con voto unanime. D’altro canto, su tutte le decisioni importanti, c’era la più assoluta convergenza, così sulla dissoluzione del vecchio partito, sulla fondazione del nuovo partito, sulla formazione di un gover­no di coalizione e anche, ripeto, sulla neutralità dell’Ungheria. Almeno così mi risulta, non partecipando personalmente a quelle riunioni.

D. Furono decisioni gravi e piene di responsabilità e di conse­guenze. Come vi partecipò Lukács?

R. Con grande calma e ottimismo. Partecipò a quelle riunioni o agli avvenimenti di quei giorni con una tranquillità esemplare. Manifestava un’assoluta fiducia sulla bontà del proprio compito. Incontrava continuamente delegazioni di operai e studenti, di­scuteva con loro e dibatteva su tutte le questioni con grande calma, anche se con vigore. Soprattutto chiedeva agli altri, anche ai dirigenti comunisti, di non perdere la calma, di tenere sotto controllo la situazione. Mi parve pure che si fosse avvicinato finalmente alle posizioni dei riformisti. In quei momenti, però, tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.

D. Cosa avvenne in seguito? Cosa fece Lukács in quei momenti così tragici?

R. All’alba del 4 novembre, quando iniziò l’intervento sovie­tico, insieme a quasi tutti i membri della Direzione del Partito, anche Lukács si rifugiò nell’ambasciata jugoslava, l’ambasciata di un paese socialista, ma neutrale.

D. E dopo?

R. Dopo iniziarono le trattative col nuovo governo ungherese per permetterci di uscire dall’ambasciata e, o fare ritorno a casa, o andare in Jugoslavia. Lukács uscì dall’ambasciata il 17 o il 18[2] novembre – non ricordo esattamente – insieme a Vas (in carcere durante il regime di Horthy, emigrato in Urss, membro della direzione del partito) e Szántó, con la promessa che sarebbe tornato a casa. Poi scoprimmo che era stato trattenuto dai sovietici in una caserma, nella quale lo ritrovammo, allorquando il 22 novembre anche noi uscimmo dall’ambasciata con l’identica promessa. Da lì con due aerei governativi, molto comodi e spaziosi – ricordo che ero nello stesso aereo con Lukács – ci condussero verso una destinazione sconosciuta, che poi si rivelò essere la Romania. Ci portarono insieme alle nostre famiglie. In Romania fummo accolti da un membro dell’ufficio politico del Partito comunista rumeno e alloggiati in una grande villa, proba­bilmente una residenza estiva per dirigenti di partito. Là Lukács restò con noi fino al febbraio del 1957.

D. Come si svolgevano le vostre giornate là? Potevate incontrar­vi? discutere?

R. Certamente, eravamo come una «speciale» colonia di vil­leggianti. Comunque fin dall’inizio si chiarirono certi ruoli. Innanzitutto Nagy non era con noi, poi anche si dissociò dalle nostre posizioni e chiese e ottenne di andare via. Poi anche Vas con una scusa ci lasciò. Invece Lukács disse di non essere d’accordo col nostro gruppo su tutte le questioni politico-ideologiche, tuttavia non voleva lasciare la residenza comune per motivi di elementare solidarietà umana. Invitato dai funzionari rumeni e ungheresi ad esprimere le sue critiche a Imre Nagy rifiutò recisamente, fin quando lui e Nagy si fossero trovati in quella situazione. Lo invitarono a rientrare in Ungheria, ma rifiutò anche in questo caso, così come rifiutò un invito a tenere una conferenza a Bucarest, un chiaro pretesto per allontanarlo da noi. Anche in quell’occasione rispose che avrebbe accettato vo­lentieri l’invito, se si fosse trovato libero a Budapest. Un giorno, infine, gli arrivò un invito a recarsi immediatamente presso il Comitato centrale del Partito ungherese. Egli andò e fu l’ultima volta che lo vidi. La sera un’auto prelevò anche sua moglie.

D. Perché non vi siete più rivisti?

R. Dopo che scontai la mia condanna, non cercai più nessun contatto con lui. Ma so che Lukács continuò ad incontrare altri membri del gruppo che era stato deportato in Romania.

D. Le rimase dell’astio verso di lui?

R. No, anzi al contrario. La sua posizione in quei mesi fu di un’assoluta correttezza morale. Non soltanto non volle lasciare la residenza comune, ma si limitò ad esprimere le sue opinioni differenti soltanto nelle discussioni interne al gruppo. Inoltre ci fu di modello, di sostegno, non avendo perduto affatto quella tranquillità intellettuale, che aveva già mostrato in precedenza. Anche in quelle circostanze mostrava di seguire perfettamente la politica interna e mondiale con lucidità e dovizia di informazioni davvero invidiabili. Inoltre quell’ottimismo verso la riuscita del suo ideale di socialismo non l’abbandonò neanche là. Era convin­to che sarebbero stati necessari decenni per cambiare le cose, ma la fede nella realizzazione del suo ideale di socialismo era incrol­labile. Mi dissero che negli ultimi anni della sua vita divenne più pessimista, ma fin quando eravamo insieme non lo fu mai. Infine durante il processo contro di noi rifiutò di testimoniare.

D. Forse il suo grande prestigio internazione gli garantiva spazi di manovra più ampi rispetto a voi. Non crede che, non volendo lasciarvi, utilizzasse anche coscientemente o meno questo suo presti­gio per proteggervi?

R. Non so se lo facesse coscientemente, ma obiettivamente lo fece. Fin quando Lukács fu con noi eravamo più tranquilli. Il suo distacco forzato da noi fu il presagio che la situazione sarebbe cambiata. Certamente era l’unico del nostro gruppo a trovarsi nella situazione più favorevole di essere conosciuto e stimato all’estero, e di ciò era anche consapevole, tant’è che firmò tutte le petizioni che rivolgemmo ai partiti comunisti sovietico, france­se e italiano. Ma non sortimmo alcun effetto.

D. Cosa lo colpiva della personalità di Lukács?

R. Due cose: il suo odio verso la borghesia e l’umorismo. Il suo sentimento di odio verso la borghesia e il capitalismo erano profondi, quasi violenti. Su questa posizione non cambiò mai, il suo odio era tanto radicato che lo spinse a valutazioni eccessive, sempliciste, anche primitive. Certe sue incomprensioni in sede estetica, come i suoi giudizi su Kafka, Proust o Joyce, probabil­mente provengono da questo suo odio. E tutto ciò è strano se si pensa che personalmente aveva modi di fare tipici di un grande borghese dei caffè di Budapest, di quella borghesia ebraica o tedesca, di cui conservava ancora un fortissimo accento. Parlava, infatti, un cattivo ungherese pieno di inflessioni tedesche e regolarmente iniziava una frase con la parola «tudni illik» («vuol dire»). Ma era una persona cordiale, amabilissima, gran conversa­tore e soprattutto dotato di uno spiccato senso dell’umorismo. Le sue battute erano godibilissime, distendeva qualsiasi tensione con un motto di spirito. Ne ricordo perfettamente una, risalente proprio al periodo della residenza forzata in Romania. Gli dissi che sicuramente a Budapest dovevano sentire la sua mancanza e mi rispose: «Nessuno può gareggiare con la propria assenza».

[1] Secondo altre testimonianze, invece, Haraszti non oppose riserva alcuna cfr. «Problems of Communism» n. 6, november-december 1986, pp. 102-103.

[2] Il 18 novembre.

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