Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , ,


I testi> Il marxismo e la critica letteraria>

di György Lukács

da Il marxismo e la critica letteraria, Einaudi, Torino 1969.

Intervento al IV Congresso degli scrittori tedeschi, Berlino, 11 gennaio 1956

Le difficoltà della nostra letteratura – Becher e Anna Seghers vi hanno già accennato nelle loro relazioni – derivano proprio dalla sua grandezza, dalla sua superiorità sociale e ideologica. Questa problematica diventa particolarmente acuta nella questione della prospettiva. Poiché oggi suona quasi banale affermare che la grande differenza tra realismo critico e realismo socialista sta giustappunto nella questione della prospettiva, e che in essa emerge nel modo più chiaro la superiorità della nostra letteratura.

Quando però consideriamo la faccenda concretamente, leggendo le varie opere — la maggior parte delle nostre opere —, ci accorgiamo che nella configurazione della prospettiva si celano moltissimi problemi. E oserei dire che una delle fonti dello schematismo che si riscontra nella nostra letteratura sta proprio nella configurazione erronea, nella configurazione meccanica o nella meccanica deformazione della prospettiva.

La prospettiva di cui parlo la posso in breve definire come segue.

In primo luogo: qualcosa si determina come prospettiva in quanto non è ancora esistente. Se esistesse, non sarebbe prospettiva per il mondo che noi configuriamo.

In secondo luogo: tale prospettiva non è però una pura utopia, un puro sogno soggettivo, sibbene la necessaria conseguenza di un’evoluzione sociale oggettiva, che sul piano letterario si manifesta oggettivamente nello sviluppo di una serie di caratteri agenti in situazioni determinate.

In terzo luogo: essa è oggettiva, ma non fatalistica. Se lo fosse, non sarebbe una prospettiva. È prospettiva in quanto non è ancora realtà; tuttavia ciò che è effettualmente dato è la tendenza ad attuare, mediante le azioni e i pensieri di uomini determinati, questa realtà: una grande tendenza sociale che si realizza per vie intricate, forse in modo assai diverso da come ci immaginiamo.

Se vogliamo veramente configurare le azioni e i pensieri degli uomini, constatiamo che essi tendono a traboccare, a proiettarsi nel futuro, tanto più quanto più ricchi essi sono. Eppure l’opera d’arte deve terminare a un certo punto. Ma questa fine non va presa alla lettera. Ciò che qui appare è una specie del tutto particolare di realtà, che nei casi in cui è correttamente rappresentata noi riviviamo con profonda commozione.

Permettetemi di addurre in primo luogo un esempio che non è attinto dalla nostra letteratura. Pensiamo alla fine di Guerra e pace di Tolstoj. Il vero romanzo sulla guerra e sulla pace è terminato. La guerra è stata vinta dai russi che difendevano la loro patria e i due protagonisti, Nataša Rostova e Pierre Bezuchov, si sono ritrovati. Il romanzo è finito. Ma ora Tolstoj aggiunge un epilogo in cui si descrivono non solo gli sviluppi del rapporto tra Nataša e Pierre Bezuchov, ma anche le ulteriori vicende di altri personaggi principali: in questa specie di epilogo si configura il futuro che segue al romanzo vero e proprio. E al di là di questo futuro se ne delinea un altro ancora, più lontano. Vediamo infatti che le conversazioni di Pierre Bezuchov dopo il suo ritorno a Pietroburgo si muovono nella direzione di un rivolgimento interno della Russia ad opera dell’aristocrazia progressista, cioè di quel movimento che noi conosciamo dalla storia sotto il nome di decabrismo. Il sogno del giovane Bolkonskij mostra chiaramente dove approda questa tendenza.

Abbiamo qui una forma di prospettiva storicamente profonda ed artisticamente resa in modo mirabile. Da una parte il fatto che la rivolta dei decabristi sia sorta dalle esperienze della guerra di difesa contro Napoleone è una profonda verità storica, e dall’altra questo cammino verso il decabrismo è preannunciato in Tolstoj dalle vicende individuali di uomini singoli.

L’insegnamento che possiamo dunque trarre da questo esempio di Tolstoj è quello che la prospettiva risulta genuina e concreta solo quando sorge dalle tendenze di sviluppo degli individui rappresentati nell’opera d’arte, e non quando è appiccicata come verità sociale oggettiva a determinati uomini che hanno con essa solo un tenue legame personale.

Si può dire che questo nell’ambito del realismo critico è un caso eccezionale, ed effettivamente soprattutto nella posteriore evoluzione di questo realismo ci sono romanzi che non hanno prospettiva nel senso indicato. Il realismo socialista deve invece avere una prospettiva, altrimenti non può essere socialista. La questione è di vedere quanta parte di tale prospettiva debba venire configurata. Si fa presto a dire che la nostra prospettiva è il socialismo. Sta bene, ma il socialismo è da una parte un concetto generale, dall’altra un’espressione che designa un intero grande periodo che di fronte a uomini e vicende individuali appare come una pura astrazione, come un puro ideale.

Se riflettiamo a questo fatto, ci diventa chiaro il criterio per determinare quanta parte di prospettiva può sopportare la caratterizzazione individuale dei personaggi di un romanzo, quanta parte imperiosamente esige questo modo di rappresentare l’individualità e la tipicità degli uomini che appaiono effettivamente in tali opere. E quando consideriamo da questo punto di vista le grandi opere del realismo socialista, constatiamo, forse con qualche sorpresa, che la loro prospettiva immediata è assai modesta.

Prendete la grande opera di Šolochov, Il placido Don. Qual è la prospettiva che chiude questo romanzo? Questa, che dopo gli anni della guerra civile il villaggio cosacco si è riconciliato con il socialismo. Non che sia diventato socialista: si è soltanto riconciliato con il potere sovietico e intende vivere in pace con esso.

Si capisce che questa prospettiva è diversa nelle diverse opere a seconda dell’epoca che rappresentano e dei personaggi che vi agiscono. Ma è sempre una prospettiva immediata relativamente modesta. Perché? Perché anche il romanzo più importante e di contenuto più vasto – mi riferisco di nuovo al Placido Don — abbraccia solo una tappa dell’evoluzione, e la sua prospettiva può lumeggiare concretamente solo il prossimo passo, il prossimo anello della catena, come direbbe Lenin. E se lo scrittore va oltre, dovrà nella maggior parte dei casi fare aleggiare delle astrazioni al di sopra dei suoi personaggi, oppure — e questa è un’altra questione che dovremo trattare — dovrà far violenza ai suoi personaggi con quella prospettiva che vuol loro imporre in quanto pensatore, in quanto buon socialista. In tal modo i personaggi vengono deformati e resi astratti. In realtà gli uomini possono comprendere solo lentamente, dopo aver superato gravi resistenze, i veri obiettivi che conducono al socialismo, e lentamente si mettono per questa via e hanno sovente bisogno di compiere dei lunghi giri prima di capirla bene. La realtà è questa.

E invece nella nostra letteratura ci sono una quantità di casi in cui, in base a intenzioni quanto mai rispettabili, la trasformazione avviene così rapidamente che l’obiettivo, appena posto, viene subito facilmente raggiunto. Si può capire che molti scrittori scelgano questa seconda via per rappresentare la prospettiva: scelgono una via che presenta la prospettiva del nostro sviluppo come realtà già attuata, al di là della quale appare l’astratta prospettiva del socialismo pienamente compiuto; anzi io conosco perfino opere in cui come prospettiva concreta e operante in certi individui appare già quella del comunismo.

In tal modo si insinuano a mio parere nella nostra letteratura degli aspetti estremamente problematici. L’ultima impostazione cui accennavo è doppiamente sbagliata. In primo luogo essa sottovaluta le difficoltà, le remore, i residui del vecchio mondo, anzitutto negli uomini stessi che si vanno raffigurando, nella loro anima. E in secondo luogo essa sopravvaluta i risultati immediatamente ottenuti, dando così un quadro distorto della realtà.

Se il mondo potesse essere trasformato da una giusta impostazione teorica formulata in una situazione favorevole, se ogni uomo potesse diventare un socialista toccando una siffatta bacchetta magica della teoria, ebbene allora, compagni, la rivoluzione socialista non sarebbe davvero la conclusione della preistoria dell’umanità? E invece per concludere la preistoria dell’umanità abbiamo bisogno, come ha già detto Marx cent’anni fa, di lotte che dureranno decenni e decenni, di lotte non solo per battere l’avversario, ma anche per liquidare in noi stessi i residui del vecchio Adamo.

Perciò ogni semplificazione, ogni sottovalutazione delle difficoltà che si ergono davanti a noi, ogni sopravvalutazione dei risultati che possiamo ottenere in un determinato momento, induce a rappresentare come dato nella realtà attuale ciò che è vero e reale soltanto come prospettiva.

Questa impostazione conduce necessariamente all’imbellettamento della realtà, conduce a ciò che respingiamo, e respingiamo con ragione, nella letteratura borghese, e che in quella sede chiamiamo happy end. Perché che cosa è, in fondo, lo happy end? Certo noi abbiamo una concezione ottimistica del mondo, e siamo profondamente convinti che i grandi conflitti al livello della storia universale possono essere da noi risolti in modo giusto. Ma in primo luogo l’ottimismo storico-universale non esclude le tragedie individuali. Lenin ha detto che per le classi non esistono situazioni disperate e che non si può contare sulla possibilità che il nemico finisca in una situazione disperata, ma bisogna invece annientarlo. Ma Lenin non ha mai detto che nella vita individuale non ci siano situazioni disperate, che nel quadro di un processo socialmente e storicamente concepito come ottimistico non possano aver luogo tragedie individuali.

Che cosa è lo happy end? È un finale ottimistico che non ha nessuna persuasività, nessuna evidenza sociale che possa organicamente scaturire dall’individualità e dalla tipicità della situazione. Il grande errore dello schematismo nella nostra letteratura — per lodevoli che siano i suoi motivi — è quello di farla assai spesso passare dal giusto ottimismo a un ottimismo banale e edificante da happy end.

Marx dice che un passo reale del movimento vale di più del programma meglio formulato. La letteratura vale appunto qualche cosa — e allora vale molto — quando traduce in forma un passo reale del movimento. Se invece essa presenta come realtà ciò che è solo un postulato programmatico, essa manca completamente il suo vero compito.

Lenin dice che la realtà è sempre molto più astuta delle migliori idee, anche di quelle del miglior partito, e io credo che dietro questo problema della prospettiva si celi il fatto che il nostro compito, il compito degli scrittori, consiste per l’appunto nel mettere in luce quest’astuzia della realtà. È molto semplice rappresentare una realtà che fila liscia come l’olio, mentre è molto complicato rappresentarla in tutte le sue giravolte (e quasi tutti gli individui percorrono delle giravolte quando vogliono realizzare i loro fini). In questa astuzia emerge talora qualcosa di più e talora qualcosa di meno di quel che vuole l’uomo, dei fini che si è generalmente proposto, e la saggezza dello scrittore sta proprio nel trovare in quelle giravolte l’elemento tipico e individuale.

Chi non capisce in che consista questo passo in avanti effettivo, socialmente necessario, e non sa mostrare come si attui negli individui, colti nel loro aspetto tipico; chi rappresenta la prospettiva come realtà, costui scriverà opere non soltanto scarsamente persuasive, ma anche soggette a invecchiare straordinariamente presto. Pensiamo agli enormi cimiteri letterari dove sonnecchiano miriadi di opere invecchiate. Perché sono invecchiate? Perché la prospettiva effettiva degli scrittori – non parlo soltanto del realismo socialista – è invecchiata, e uomini che sono stati raffigurati in modo sbagliato nella loro prospettiva umana conducono una vita fantomatica. Poiché la realtà va per le sue vie indipendentemente dal pensiero, indipendentemente dagli scrittori, e se lo scrittore non è riuscito a rappresentare esattamente un solo passo reale – perciò parlavo di modestia della prospettiva –, se percorre cinque passi sbagliati mentre nel frattempo la realtà ha compiuto i suoi cinque passi giusti, allora l’uomo che è stato configurato in questo modo continua a vivere solo come fantasma, e l’opera così creata è totalmente invecchiata.

Naturalmente gli scrittori, soprattutto gli scrittori borghesi, si sono spesso sbagliati nelle loro prospettive politiche. Non vale la pena di soffermarsi su tutte le cose sbagliate enunciate in questo senso da Balzac, Tolstoj e altri grandi scrittori. Ma Balzac non si è mai sbagliato nell’immaginare come un intellettuale oppresso nell’epoca della Restaurazione si sarebbe comportato in quella di Luigi Filippo e che posizioni avrebbe assunto di fronte alla rivoluzione del 1848, e non genericamente, ma nella persona di Rastignac o di Marsay. Perciò Marx può parlare del valore profetico dei personaggi balzacchiani, affermando che al tempo di Napoleone III apparvero certi tipi sociali che Balzac aveva già descritti prima nelle loro tendenze di sviluppo, e io credo che il realismo socialista abbia il grande vantaggio che su questo punto il marxismo ci fornisce strumenti spirituali che permettono la massima chiarezza sociale e sono quindi assai superiori a quelli dei grandi scrittori del passato, di modo che la letteratura profetica è divenuta da noi una possibilità effettiva. Ma una possibilità realizzabile solo se sappiamo sentire e configurare con sensibilità letteraria queste differenze tra la realtà empirica e le tendenze che vi operano, e tra il presente e il futuro della tendenza. La prospettiva – e con questo vorrei concludere – non è dunque un problema isolato della letteratura, ma un problema che investe la totalità del nostro operare. E vorrei pregare i nostri giovani colleghi di riflettere su questo problema; di riflettere che la questione della prospettiva, così essenziale per tutta la nostra attività, consiste in fondo nel fatto che noi siamo gli storici del socialismo che sta nascendo, e di questo processo dobbiamo essere storici autentici e veritieri.

Ci sono ragioni di censura interna, molto oneste e rispettabili, per cui per esempio degli scrittori considerano una certa difficoltà del nostro sviluppo isolata dal passato o addirittura credono che le difficoltà vengano soltanto dall’esterno, che ci siano sabotatori ecc. (A scanso di equivoci: i sabotatori naturalmente esistono, ma la questione non è questa). Invece i nostri problemi attuali scaturiscono dai problemi, risolti e irrisolti, del passato, e i risultati che otteniamo oggi sono i germi dei problemi che dovremo risolvere domani. Solo se uno scrittore è in grado di configurare tutti i personaggi e le situazioni nel senso di una siffatta dialettica storica, solo allora la mia precedente affermazione, che ha un’aria così astratta, per cui la prospettiva è una realtà eppure non lo è, o è una realtà di specie affatto diversa da quella abitualmente configurata, diventerà per lui qualcosa di ovvio. Temo di aver parlato un po’ astrattamente. Ma ho la sensazione che questo problema era in qualche modo implicito in molti degli interventi che abbiamo ascoltato qui, e vorrete scusarmi se nella mia qualità di teorico ho cercato di delimitarlo e di chiarirlo. Sono convinto che se vi si rifletterà portandolo fino in fondo, si chiarificheranno molte delle questioni che sono emerse nel corso di questo dibattito.

Advertisements