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di György Lukács

[Párt és osztály, 1919]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


Il 21 marzo 1919 è un giorno d’importanza storica non solo per la vita del proletariato ungherese ma anche per lo sviluppo della rivoluzione mondiale. Detto in breve: quel giorno si verificò un avvenimento che precorse appunto la rivoluzione e unicamente la rese possibile, un avvenimento che in Russia invece fu possibile solo dopo un anno e mezzo di dura lotta, dopo una lotta fratricida del proletariato: il partito socialdemocratico ha incondizionatamente accettato come base della sua attività il programma comunista, bolscevico.

Non credo che l’importanza pratica di quest’avvenimento abbia bisogno di un lungo commento. È certo, infatti, che la forza del proletariato risiede nella sua unità e forza organizzata. A chi avesse messo in dubbio una tale verità e si fosse aspettato la vittoria del proletariato attraverso un qualche putsch, gli avvenimenti del 21 marzo hanno impartito una lezione inequivocabile. Il solo fatto che i partiti del proletariato si siano unificati, che l’unità di classe del proletariato si sia palesata anche nell’unità dei partiti, ha posto il potere nelle mani del proletariato senza lotte né spargimento di sangue. Che il proletariato sappia esercitare questo potere e usarlo per l’edificazione della società che corrisponde ai suoi fini, l’hanno dimostrato in maniera solare gli avvenimenti di questi ultimi giorni. Essi indicano al tempo stesso che questa unità ha permesso al proletariato ungherese di condurre un’azione ancor più rapida e decisa di quanto era possibile alla classe lavoratrice russa impegnata durante la rivoluzione in una lotta fratricida.

Come ogni azione del proletariato, questa unità poggia sull’unità teorica. Tutto il movimento del proletariato si è sempre chiaramente distinto dal movimento delle altre classi per il fatto che la sua radice e il suo movente si pongono esclusivamente nell’ambito teorico. Mentre l’agire delle altre classi era determinato da raggruppamenti contingenti d’interessi, mentre nel labirinto degli avvenimenti esterni esse barcollavano dunque senza una completa unità (la quale può essere fornita unicamente dalla teoria), le azioni del proletariato hanno costantemente seguito un cammino lineare che conduceva direttamente alla meta. Esse infatti sono state sempre guidate da princìpi teorici chiariti precedentemente e tutt’al più influenzate dagli avvenimenti esterni solo per quanto riguardava la tattica momentanea, ma mai in ciò che riguardava la interezza dell’azione stessa.

Se quindi consideriamo questi avvenimenti, di cui indichiamo qui i documenti storici, dal punto di vista della teoria dell’azione proletaria, vediamo che la fine della rivoluzione sociale è la conclusione dell’ultima grande crisi del movimento del proletariato, di quella crisi che dipende dall’atteggiamento del proletariato sotto il dominio del capitale finanziario imperialistico. Per i teorici miopi e piccolo-borghesi sembra a questo punto prodursi una contraddizione, come se la crisi della società debba cominciare effettivamente solo ora, in concomitanza con la sistematica azione rivoluzionaria del proletariato. In realtà però edificazione e distruzione sono organicamente saldate e tra loro inscindibili come la vita e la morte, come tutte le contraddizioni che il pensiero piccolo-borghese si è vanamente scervellato di armonizzare. Allo stesso modo come le più valide e pure forze edificatrici del proletariato si manifestano nelle azioni distruggitrici con cui esso spezza gli organi oppressivi materiali e spirituali dello Stato borghese, così la crisi degli anni e dei decenni passati ha costituito il vero preannuncio della rivoluzione del proletariato. Se volessimo condensare in una sola frase la palese manifestazione di questa crisi, dovremmo dire che le autentiche mete e le vere possibilità d’azione della classe proletaria avevano finito col trovarsi in opposizione dialettica con quell’organizzazione di partito all’interno della quale quelle azioni erano unicamente possibili. Alle insanabili contraddizioni tra classe e partito si sono già riferiti molti teorici1; tra noi con particolare acutezza Ervin Szabó. Ma i critici dell’organizzazione di partito, i quali attaccano questa possibilità dell’azione del proletariato, non hanno nell’ardore della lotta capito con la dovuta chiarezza la necessità di questa forma di partito come formazione di transizione. Essi non hanno capito che questo contrasto, di cui sono parte sia l’azione di classe che l’attività di partito, non consiste assolutamente nel fatto che una parte è semplicemente giusta e l’altra invece altrettanto semplicemente errata, come si sono accusati gli opportunisti e i sindacalisti, ma nel fatto che si tratta di una opposizione dialettica nella quale i due tipi d’azione, che si escludono e si contrappongono a vicenda, sono in egual misura necessari.

Entrambi i tipi d’azione, quindi, non solo sono ugualmente giusti o errati ma addirittura l’esistenza dell’uno esige quella dell’altro, e per la stessa ragione per cui si trovano in conflitto reciproco, non possono esistere l’uno senza l’altro. Questa crisi nella lotta di classe del proletariato consiste nel fatto che da un lato i rapporti di forze resero necessaria l’organizzazione di un partito, mentre dall’altro questi stessi rapporti di forze hanno però trasformato l’organizzazione di partito in un elemento reale che ha frenato l’azione del proletariato. L’eliminazione della crisi non poteva pertanto aversi con la vittoria dell’un contrario sull’altro; era necessario che i due punti di vista apparentemente escludentisi si congiungessero in una superiore unità. Essi si sono effettivamente risolti in una unità superiore ed hanno perduto entrambi la loro natura indipendente e isolata, in cui uno si contrapponeva all’altro.

Questa superiore unità è il proletariato unificato come classe dominante della società. Quel comunismo puro, il cui fondamento teorico è già contenuto nelle primissime opere di Marx e Engels ed il cui indirizzo generale è nato grazie alla loro collaborazione, era rappresentato dall’azione di un piccolo gruppo rivoluzionario. Il carattere dei rapporti di forze impose una tattica rivoluzionaria inequivocabilmente ortodossa, la quale non poteva venir offuscata né dalla transitoria collaborazione con altre classi (come ad esempio nel 1848), né da tentativi isolati e autonomi. Questa tattica fu messa in crisi dal movimento classista del proletariato che andava gradualmente rafforzandosi. Il proletariato è diventato troppo forte per sottrarsi a un’attività politica che nelle situazioni immediate era in così intima relazione con i suoi molti interessi; d’altro lato non era però ancora abbastanza forte da poter imporre la sua volontà e i suoi interessi alla società. L’espressione organizzativa esterna di questo contrasto interno, di questa situazione dicotomica, è il partito.

Il concetto moderno di partito è nato nella società capitalistica. Il fondamento della sua esistenza è rappresentato, oltre che dalla complessità dei contrasti d’interesse entro la classe dominante (la cui unità può palesarsi solo di fronte al proletariato), dal fatto che larghi strati della società capitalistica (piccolo-borghesi, intellettuali, contadini) non avevano né un’appartenenza di classe univoca né una coscienza corrispondentemente chiara. Quando questi gruppi esercitavano la loro influenza sull’azione politica o addirittura venivano attratti nell’orbita di essa, era tuttavia escluso che partecipassero a un’organizzazione classista pura come quella che era stata costituita dalla forza creatrice del proletariato. La natura dell’organizzazione di un partito si basa quindi sulla mancanza di una chiara coscienza di classe. A livello ideologico si può formulare la cosa dicendo che il partito rappresenta in maniera apparente gli interessi della «totalità» e non solo quelli delle singole classi. Che ciò sia appunto pura e semplice ideologia lo dimostra il fatto che i partiti, nella misura in cui operarono sul piano politico in modo davvero efficace, erano sempre apertamente o velatamente al servizio degli interessi di una classe dotata di una chiara coscienza (grande capitale, latifondisti). Il manto ideologico ha l’unico scopo di trasformare gruppi sociali dall’indistinta coscienza di classe in altrettanti reggicoda di determinati interessi. Nella misura in cui un partito ha creduto sul serio di poter stare «al di sopra» della mischia classista, esso si è in partenza condannato all’inattività (il partito radicale).

Vediamo ora che cosa ha significato per il proletariato l’inserimento della sua azione nell’ambito organizzativo del partito. Significa anzitutto che l’arena, il modo e l’ambito dell’azione si sono abbassati al livello delle lotte di partito, a un livello che comportava compromessi, insicurezza e opportunismo. Significa inoltre, che come necessaria conseguenza dell’attività entro l’ambito organizzativo del partito, il partito del proletariato era costretto a dare un riconoscimento alle forme della società capitalistica. Era del tutto vano criticare con parole e atti queste forme se poi si partecipava alle elezioni, alla vita parlamentare ecc. Così il partito ha di fatto riconosciuto la società capitalistica, e venne a crearsi in tal modo quella profonda spaccatura tra le parole e gli atti che ha caratterizzato i movimenti di questi ultimi anni. A ciò ha inoltre contribuito il fatto che come necessaria conseguenza della forma organizzativa, numerosi elementi non proletari hanno aderito a tutti i «partiti proletari». Nella misura in cui al partito hanno aderito grandi masse di piccolo-borghesi, rafforzando in tal modo gli interessi del grande capitale, ogni elemento non proletario ha finito con l’indebolire le organizzazioni del proletariato.

E tuttavia la forma organizzativa del partito costituiva una necessaria fase di passaggio nel movimento del proletariato. Le sue contraddizioni interne non sono tanto da considerare conseguenze delle sue deviazioni, quanto interne contraddizioni dialettiche. La vocazione storica del proletariato è di distruggere la società classista. Nell’adempimento di questo compito sta l’unica possibilità del proletariato di diventare, transitoriamente, da classe situata al livello più basso, classe dominante. Dico transitoriamente perché il fatto che il proletariato diventi classe dominante ha come conseguenza necessaria la distruzione dell’organizzazione classista della società2. La transizione consiste nel fatto che il proletariato, come classe dominante, organizzerà l’intera società secondo i suoi propri intenti. Allora il contrasto dialettico insito nell’organizzazione di partito si fisserà nel fatto che questa necessità certamente diventerà palese in essa, in una forma tale che la natura della vocazione del proletariato ne rimarrà nuovamente offuscata. La forma organizzativa del proletariato è infatti la prima vigorosa sortita del movimento proletario dalla semplice opposizione, dalla negazione assoluta della quale hanno fatalmente sofferto le fasi iniziali del movimento proletario. Per il proletariato si tratta del primo tentativo di modellare la totalità della società a sua immagine. Ma nell’ambito dello Stato borghese questa prospettiva positivamente creatrice poteva avere solo una forma espressiva distorta. Fino al momento in cui il proletariato, impadronendosi del potere, non è stato in grado di far crollare anche l’edificio della società borghese e di costruire in pari tempo il proprio, le sue energie creative e distruttive non potevano fondersi in una azione comune; e fino a quel momento esse dovevano permanere in un contrasto interno insuperabile. Questo contrasto non lo si deve ovviamente intendere così come viene assunto dal pensiero borghese, cioè come se l’organizzazione di partito dovesse incorporare sia le forze che anelano impazientemente all’azione sia le forze distruggitrici che le stanno contrapposte. Al contrario: in entrambi i casi i due opposti sono congiunti in intima unità, come avviene in tutte le azioni del proletariato. Essi però non acquistano in alcun luogo le loro proprie forme realmente chiare; non certo nel partito, perché nell’ambito dello Stato borghese il proletariato non ha potuto edificare se stesso e perché la sua azione distruggitrice vi si era rivelata solo in forme inadeguate: cioè come «opposizione» parlamentare o extraparlamentare. Questa unità degli opposti non aveva tuttavia acquistato una forma chiara nemmeno nelle correnti (il sindacalismo) che negano gli organismi di partito e il parlamento. A questo punto falliva l’unità dell’opera costruttiva e distruttiva perché il campo delle azioni si trovava fin dall’inizio delimitato dallo Stato borghese; la negazione aveva avuto qui il significato anche di «opposizione», seppure illegale, e l’edificazione voleva dire la costruzione di un’organizzazione qualsiasi «all’interno della società».

Il fondamento di questa crisi risiedeva nella forza di conservazione dello Stato borghese, ovvero nella credenza del proletariato in questa forza. Non appena questa forza cominciò a vacillare, non appena cioè il proletariato si decise a volere la distruzione dello Stato borghese, a volerla seriamente, perché costretto a volerla, lo Stato stesso crollò immediatamente. La grande opera del bolscevismo russo si è rivelata nel fatto che in esso, per la prima volta dopo la Comune di Parigi, si sono nuovamente incarnate questa coscienza del proletariato e la sua autocoscienza storico-universale. Perciò appunto il partito comunista non fu più un partito nel senso dei partiti socialisti che gli si oppongono. Anzi: l’essenza dei partiti comunisti sta nel loro radicale scindersi dall’azione condotta nell’ambito di un’organizzazione di partito. Quando i suoi avversari hanno rimproverato al partito comunista di rappresentare un regresso nel movimento socialista, un regresso alle prime fasi del movimento, si sono sbagliati di grosso, per il preciso fatto che si erano lasciati sviare dalla somiglianza di certe caratteristiche superficiali ed esteriori e non avevano saputo distinguere il contrasto dialettico tra le fasi iniziali e quelle conclusive nella lotta di classe del combattivo e progrediente proletariato, contrasto che si rivela per l’appunto in una certa somiglianza esteriore. Esso si manifesta nel fatto che entrambe le fasi, la fase iniziale e quella conclusiva, sono una pura azione del proletariato, una rottura completa con qualsiasi attività limitata a un’organizzazione di partito. Mentre nella prima fase si può attribuire a quest’attività un significato che nega l’organizzazione di partito, nella fase conclusiva questo fenomeno indica che il movimento proletario è già cresciuto oltre i limiti organizzativi del partito, che lo sviluppo dei rapporti produttivi consente al proletariato d’impadronirsi di tutto il potere.

La differenza teorica tra i partiti socialdemocratici e quelli comunisti si manifestava quindi soprattutto nella valutazione dei rapporti di forze tra il capitale finanziario imperialistico e il proletariato, nel riconoscimento giusto o errato dell’ultima fase della lotta per l’affrancamento del proletariato. In ciò risiede la certezza che l’unificazione poteva riuscire solo sulla base dell’accettazione incondizionata del programma comunista, tanto più che il profondo divario teorico si andava acuendo e si rivelava nel fatto che la situazione era matura per realizzare l’unificazione. I comunisti avevano dato il loro assenso già da molto tempo: per essi dunque il problema di fare concessioni non si poneva affatto. L’unica possibilità di unificazione poteva essere dato dal fatto che il partito socialdemocratico si convincesse che una tale maturità della situazione era già effettiva. Quando se ne è convinto – e questo è avvenuto il 21 marzo – esso ha potuto collocarsi senza sacrificio alcuno delle sue interne convinzioni sulla stessa piattaforma dei comunisti e fare i conti con quelle forme d’azione (organizzazione di partito, cooperazione delle classi ecc.) che gli erano state imposte dall’erronea valutazione del processo evolutivo della storia.

Il nostro è palesemente un problema teorico. A portarlo a soluzione non sono stati tuttavia i dibattiti teorici, non sono state le armi della «persuasione». I dibattiti non potevano portare ad alcuna soluzione. Da entrambe le parti sono stati profusamente adottati, per un giudizio sulla situazione, argomenti a non finire. Una persuasione era in questo caso di per sé impossibile perché la fonte più profonda di essa, ossia la volontà unitaria e decisa del proletariato di impadronirsi del potere, non era attingibile con nessuna argomentazione. Infatti tutti gli altri indizi che si possono addurre a riprova della maturità o immaturità della situazione si muovevano alla superficie. Unicamente la volontà unitaria del proletariato è in grado di distruggere la vecchia società e di edificare la nuova. Insomma, le condizioni per l’annientamento del capitalismo erano maturate nel momento preciso in cui nel proletariato si ridestò alla coscienza questa decisa volontà.

L’unità del proletariato e quindi la possibilità della dittatura del proletariato sono state opera esclusiva dello stesso proletariato. Questa unità non è avvenuta per il semplice fatto che i capi dei due partiti «si sono uniti» e «hanno superato» i contrasti esistenti. Al contrario: è stato il proletariato a mettersi in moto con una forza unitaria. Esso stesso si è reso consapevole delle sue possibilità e ha dato vita alla propria unità, ha creato la sua forza e struttura con la lucida chiarezza della sua autocoscienza. I «capi» sono stati soltanto gli esecutori di questa volontà concorde che mirava all’unità. Essi hanno dato a questa volontà solo una forma teorica che si è poi andata manifestando nell’azione del proletariato (nell’unità immediata di teoria e prassi).

In corrispondenza alla sua appartenenza di classe ogni proletario è un marxista ortodosso. Le conclusioni a cui i teorici possono giungere solo attraverso un gravoso lavoro intellettuale, sono per il proletario, grazie alla sua appartenenza al proletariato, un dato immediato, purché ovviamente abbia coscienza della sua reale appartenenza di classe e di tutte le conseguenze che ne scaturiscono. Ciò che la teoria comunista ha annunciato, ossia che il proletariato deve ormai impadronirsi del potere, è rimasto pura teoria finché il proletariato stesso non ne ha preso coscienza. E ciò è accaduto il 21 marzo.

Con ciò però veniva meno la giustificazione ad esistere tanto del partito socialdemocratico, quanto del partito comunista. E non solo perché la dittatura del proletariato come tale non riconosce più alcun partito di vecchio tipo e demolisce insieme alle organizzazioni classiste della borghesia anche le proprie organizzazioni di partito; ma soprattutto perché è venuta meno la giustificazione ad esistere di qualsiasi partito. Il partito socialdemocratico si basava sulla ipotesi che il proletariato da solo non fosse ancora in grado d’impadronirsi del potere e d’imporre la propria volontà alla totalità della società. Per questa ragione la socialdemocrazia è stata un partito. Il dato di fatto costituito dalla dittatura del proletariato ha distrutto tutto quel mondo in cui il partito socialdemocratico aveva operato come un partito di masse eterogenee. Se però su questa base è stato un male necessario anche per la socialdemocrazia il dover operare come partito, a maggior ragione la cosa vale per il partito comunista. E a maggior ragione proprio perché i comunisti si sono consapevolmente organizzati in partito unicamente per poter demolire qualsiasi organizzazione di partito; essi volevano operare come partito solo fino a quando la situazione da loro chiaramente compresa non fosse pienamente entrata nella coscienza di tutto il proletariato. Per essi non era affatto un sacrifìcio rinunciare alla propria organizzazione di partito, tanto più che la loro intera esistenza era basata sulla negazione delle vecchie forme di partito. Respingendo la propria forma organizzativa, essi hanno creato quella nuova unità in vista della quale si erano uniti in un partito, cioè la dittatura organizzata del proletariato unificato. Va a gloria perenne del proletariato ungherese aver creato con la propria forza questa unità. Mentre in Russia per le masse proletarie era stato necessario che i quadri della società proletaria venissero creati dai pionieri del proletariato attraverso lotte fratricide affinché una tale unità si costituisse, da noi il proletariato ha posto da solo e con decisione diretta la prima pietra della sua dittatura. Tutti i dirigenti del proletariato, quale che fosse il loro ruolo prima dell’unificazione, non sono stati niente di più che esecutori di questa volontà.

I partiti hanno cessato di esistere: oggi vi è un proletariato unificato. Tale è il significato teorico decisivo dell’unificazione. Se questa nuova unità si definisce partito questa parola esprime oggi un significato del tutto diverso che per l’innanzi. Non è più una formazione eterogenea composta di diverse classi la quale attraverso ogni sorta di mezzi violenti o accomodanti tende a raggiungere una parte del proprio obiettivo entro la società classista. Oggi il partito è l’espressione della volontà unitaria del proletariato unificato: esso è l’organo esecutivo della volontà che con nuove forze si va erigendo nella nuova società. Quella crisi del socialismo che trovava espressione nei contrasti dialettici delle correnti di partito ha finalmente cessato di esistere. Il movimento del proletariato è definitivamente entrato in una nuova fase, nella fase della presa del potere. La vigorosa impresa del proletariato ungherese sta nell’aver definitivamente condotto la rivoluzione mondiale a questa fase. La rivoluzione russa ha mostrato che il proletariato ha la capacità di conquistare il potere e di organizzare una nuova società. La rivoluzione ungherese ha mostrato che questa rivoluzione è possibile senza la lotta fratricida dei proletari. La rivoluzione mondiale perviene così a una fase vieppiù avanzata. Va a gloria del proletariato ungherese che per questo ruolo egemone di essere di guida ai suoi stessi dirigenti e ai proletari di tutti i paesi, esso abbia trovato nel suo stesso seno la forza necessaria.


Cfr. ad esempio Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista, Torino 1963, p. 147.

2 Cfr. Marx, Miseria della filosofia, Roma 1950, p. 140.