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di György Lukács

[Jogrend és erőszak, 1919]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972


I nostri avversari, i socialisti governativi e i politici borghesi, dichiarano gli uni e gli altri con lo stesso tono di essere depositari della legalità, della verità e della persuasione con «argomenti». A ciò noi contrapporremmo, secondo la disinvolta affermazione di un noto socialista governativo, soltanto la violenza bruta e un comportamento dettato da «istinti bestiali». Questi ultimi giorni hanno chiaramente rivelato anche ai più prevenuti la natura menzognera di questo confronto. Qui, nelle file dell’Internazionale, con Béla Kun alla testa, noi dunque non faremmo altro che risvegliare gli «istinti bestiali» di uomini immaturi. E mentre noi, i «cosiddetti comunisti» espulsi dal partito socialdemocratico per «inettitudine e mancanza di carattere», esercitiamo un siffatto terrorismo, i nostri «compagni-poliziotti» hanno convinto Béla Kun con la forza di ponderose argomentazioni che il sistema di governo popolare è uno Stato di diritto, che esso opera esclusivamente sul piano della legalità e deve evitare ogni arma che non sia quella della verità e della persuasione. È finalmente giunto il momento che il governo popolare getti la maschera e si mostri per quello che realmente è: lo strenuo difensore degli interessi di classe della borghesia. È finalmente giunto il momento che esso dica: sì, questo sistema considera suo compito principale quello di difendere con tutti i mezzi possibili il capitalismo imperialistico, definitivamente andato in pezzi nella guerra, fallito in tutta Europa e che sta spingendo l’intera Europa al fallimento. Se il governo popolare affermasse ciò chiaro e tondo, allora lo stimeremmo un avversario degno di rispetto e da prendere in seria considerazione. Ma dovrebbe appunto ammetterlo apertamente, senza cercare di occultare le proprie azioni controrivoluzionarie con la maschera di voler servire solo gli interessi della classe operaia. Esso dovrebbe dirlo apertamente: e allora si vedrebbe se la classe operaia ungherese, la classe dei lavoratori, è disposta nell’interesse di questo obiettivo a versare il sangue dei fratelli e ad annientare coloro che, traviati da erronee e false parole d’ordine, sacrificano la propria vita nella lotta a favore della classe operaia.

Ma nessuno osa dirlo apertamente. Esistono, è vero, «leggi popolari» a tutela delle «conquiste» della rivoluzione; ma anche qui nessuno osa dire che queste leggi sono state emanate contro altre leggi che considerano seriamente l’essenza rivoluzionaria della rivoluzione. Si dice che siamo minacciati dalla controrivoluzione. È vero. Ma come ci si può con una controrivoluzione difendere dai veri controrivoluzionari? Sono state eseguite – ma per pura finzione – alcune perquisizioni domiciliari, e sono stati arrestati alcuni controrivoluzionari notori che già si erano esposti troppo apertamente. Ma dopo qualche giorno sono stati rimessi a piede libero con eccellenti attestati morali. E sono stati proprio i servitori più ostinati del vecchio ordine a fare con i toni più elevati l’elogio del governo per questa sua azione «che ha salvato la patria». Così infatti – hanno scritto i giornali – si sarebbe avuta la dimostrazione solare che tra gli uomini politici borghesi non esistono controrivoluzionari. Senza un’inchiesta simile, gli sforzi con cui essi preparano l’organizzazione della controrivoluzione avrebbero destato sospetti fin dall’inizio, mentre ora invece il governo popolare ha rilasciato loro un attestato secondo il quale essi sarebbero gli autentici seguaci della rivoluzione. Con ciò la faccenda sarebbe chiusa e quei signori possono continuare tranquillamente la loro opera. Ora – dopo che con una siffatta inchiesta «imparziale» hanno tributato questo «sacrificio» al partito socialdemocratico – toccherebbe a noi, ai «veri rivoluzionari».

Il comportamento dei partiti borghesi è facile da capire. Essi difendono effettivamente le «conquiste» della rivoluzione d’ottobre. È realmente un loro interesse vitale affermare che la rivoluzione è «terminata», che ha «raggiunto» i suoi obiettivi e che è venuto il momento di ritrovarsi tutti insieme per amore dell’«ordine», solamente e unicamente per il ristabilimento di esso. Ovviamente neppure questi loro conti torneranno, tanto più che la controrivoluzione che essi lasciano in tal modo maturare, difficilmente farà distinzioni, appena le sarà possibile, tra rivoluzionari moderati e rivoluzionari accesi. Se il sistema capitalistico finanziario, alleato del feudalesimo agrario, riprenderà vigore dopo essere apparentemente crollato durante la rivoluzione d’ottobre, esso spazzerà via tanto i radicali piccolo-borghesi quanto i dirigenti socialdemocratici ora ridottisi a piccolo-borghesi, i quali credono di difendere alcune «conquiste» convogliando il movimento rivoluzionario del proletariato verso il campo piccolo-borghese.

Io dico: si può capire questa tattica della borghesia «rivoluzionaria», sebbene essa sia tragicamente priva di speranza. Ma in quale conto dovremo tenere la politica «rivoluzionaria» dei dirigenti socialdemocratici? Non sanno questi sciagurati, oppure non vogliono capirlo, che nessuna rivoluzione si è mai fermata a metà strada e che una «collaborazione» tra classi con interessi opposti è pericolosa anche se fosse fatta in maniera soltanto transitoria, perché darebbe alla classe che detiene l’apparato del potere la possibilità di riaversi e, una volta che si sia ripresa, di fare i conti con tutta la rivoluzione? Le analisi ormai classiche di Marx sulle rivoluzioni del 1848 hanno mostrato a quali conseguenze ha portato il «cretinismo parlamentare» dei piccolo-borghesi che allora erano alla testa dei vari movimenti. Ma la fretta spasmodica dei partiti piccolo-borghesi di allora di attuare la forma parlamentare era ancora comprensibile: essa traeva la sua origine dal terrore di una rivoluzione proletaria. E cosa paventano ora i dirigenti socialdemocratici? Tutto sta a indicare che anch’essi hanno paura di una rivoluzione del proletariato.

Non è né il momento né il luogo per occuparci delle cause di questa situazione. Occorreva però accennarvi perché il nesso dei fatti porta comunque a dare ad essa un imperioso rilievo e perché è appunto da questa situazione – e unicamente da essa – che si può capire l’odio selvaggio e irriducibile che i dirigenti socialdemocratici nutrono per noi, per i «cosiddetti comunisti». Quest’odio li distoglie dal loro vero nemico, dalla controrivoluzione che si sta organizzando. Quest’odio annebbia la loro vista e offusca il loro senso morale. Quest’odio nasce dal fatto che noi, i «cosiddetti comunisti», diciamo tutto ciò che dovrebbero pensare tutti i socialisti, ciò che essi anzi realmente pensano (a casa, però, tra le quattro mura delle loro abitazioni), ciò che essi effettivamente dicono (a quattr’occhi, sussurrandolo solo ad amici fidati), ma che non osano palesare apertamente come una loro vera e responsabile convinzione. Uno dei risultati particolari del comunismo è stato il risvegliarsi della coscienza morale del vero socialismo. E l’odio che i dirigenti socialdemocratici opposero a ciò che nel loro intimo avevano riconosciuto come vero e giusto, era una disperata difesa contro la voce della loro cattiva coscienza.

Taluni grandi poeti, che sono i veri conoscitori dell’animo umano, hanno spesso mostrato di che cosa sono capaci gli uomini quando vogliono liberarsi dei tormenti della loro cattiva coscienza, in quale grado possano, dinanzi a se stessi e agli altri, invischiarsi nella palude delle colpe più orrende unicamente per far tacere nel loro animo la voce ammonitrice della coscienza. Il modo più semplice è quello di falsificare la realtà. Quando l’uomo arriva a convincersi che colui che egli odia perché incarna la propria cattiva coscienza non rappresenta affatto il principio che s’incarna in lui; quando l’uomo riesce a persuadere se stesso che qui di tutt’altro si tratta, ossia che il proprio tradimento e la vigliaccheria sono soltanto una giusta difesa contro la perversità altrui, allora l’obiettivo è apparentemente raggiunto. Ma solo apparentemente e per brevissimo tempo. La verità infatti non è possibile bandirla dal mondo. Denigrare chi la predica non serve a nulla, e a nulla serve eliminarlo: la verità rimarrà nel mondo e trionferà su qualsiasi autoinganno, calunnia e violenza.

Questa cattiva coscienza ha condizionato la tattica dei dirigenti socialdemocratici nei confronti dei comunisti. Volevano far credere a se stessi e agli altri, ad ogni costo e ricorrendo ad ogni mezzo, che la nostra non era l’unica possibile e coerentemente giusta posizione che tenesse conto di tutte le conseguenze del socialismo. A se stessi e agli altri hanno dovuto porre la questione come se fossero «costretti» a difendersi di fronte alla nostra brutale violenza – e dato che non erano in grado di arrivare con noi (per nostra colpa) ad una franca e argomentata chiarificazione – dovessero appunto ricorrere «forzatamente» all’arma della violenza. I comunisti tuttavia non erano disposti a fornire troppe occasioni che consentissero di mettere in atto mezzi violenti per una «giusta autodifesa». Queste occasioni dunque dovevano venir create, provocate. Tutte le volte che procedevamo nella nostra attività di chiarificazione e di formazione delle coscienze (il cui obiettivo finale era naturalmente la dittatura del proletariato, risvegliato allo stato di autocoscienza, e l’edificazione di un nuovo ordine sociale sulle rovine dell’antico), essi usarono sempre ogni loro energia per provocare un’insurrezione violenta, onde avere poi motivo e occasione di soffocare nel sangue la nostra opera di educazione e di risveglio delle coscienze.

Non passa giorno che qualche dimostrazione di massa – nata spontaneamente per immaturità o per comprensibile esasperazione – non venga addebitata ai comunisti. Alcuni giornali borghesi smentiscono di quando in quando le loro prime false versioni su quei fatti; ma con la «Népszava» questo non accade mai. Non si tralascia occasione per imbastire provocazioni durante le riunioni comuniste (così ad esempio, la scorsa settimana a Ujpest, dove solo la pazienza e la disciplina dei compagni presenti ha evitato che il governo popolare, come ha fatto adesso, ricavasse allori dalla faccenda).

Lo stesso accadde durante una dimostrazione davanti alla «Népszava». Tutti gli indizi indicano che il conflitto ivi scoppiato fu opera di provocatori controrivoluzionari. È comunque certo che il partito comunista non ha avuto proprio nulla a che vedere con questi avvenimenti. Di ciò però nessuno ha voluto informarsi. Ecco, la verità non aveva davvero alcuna importanza per i maestri della verità! Si era presentata un’occasione per eliminare i dirigenti del comunismo, e l’hanno sfruttata con gioia. La loro mentalità è infatti diventata talmente piccolo-borghese che essi ormai credono che le agitazioni di massa vengono «inscente» da singoli individui, da «sobillatori» privi di scrupoli e non dalla forza insopprimibile delle rivoluzioni economiche. Essi seguono in ciò i metodi dello zarismo, il quale ugualmente credeva di potersi sottrarre al proprio destino mandando in Siberia o sulla forca tutti coloro che avevano riconosciuto e propagandato la sentenza emessa su di esso dalla storia mondiale.

Però si sbagliano di grosso. Proprio come i loro predecessori, gli zar, si erano sbagliati a proposito di Ludendorff e Tisza. Ciò che la forza dell’uomo è in grado di compiere nel corso della storia, dipende unicamente dalla presa di coscienza della necessità della storia mondiale. Questa necessità noi l’abbiamo riconosciuta, e annunciandone il testo volevamo risvegliare la consapevolezza di essa nella coscienza dei proletari che di tale necessità sono gli esecutori. Sapevamo infatti che, una volta sorta questa consapevolezza, cioè una giusta nozione dei reali interessi del proletariato, nulla avrebbe più potuto impedire l’edificazione di un nuovo ordinamento nel mondo. Certo, noi sapevamo e abbiamo anche annunciato che questo nuovo ordinamento del mondo – come d’altronde ogni ordinamento sociale – può essere instaurato solo con la violenza. Comprendiamo che il capitalismo, condannato a perire, combatte con ogni mezzo per la propria sopravvivenza. Ma non comprendiamo perché coloro per i quali il costruire una coscienza rivoluzionaria nel proletariato dovrebbe rappresentare una vocazione naturale, si oppongano con la violenza alla costruzione di una siffatta coscienza. Non comprendiamo per quale ragione si mettano al servizio del vecchio sistema proprio nel momento in cui potrebbero essere realizzati i princìpi che essi hanno sempre predicato, e utilizzino gli strumenti del vecchio sistema per impedire che il proletariato acquisti coscienza di sé. «Poveri essere traviati» – disse Béla Kun ai poliziotti che lo arrestavano. «Poveri esseri traviati» – diciamo noi a quei lavoratori che non sanno ancora riconoscere i loro veri interessi e chi onestamente li propugna.

Si sbagliano tutti coloro che credono di poter arrestare il corso della storia umana con i mezzi della «legalità» socialdemocratica. Continueremo il lavoro di chiarificazione iniziato dai nostri dirigenti arrestati. E se levassero di mezzo anche noi, altri prenderanno il nostro posto. Invano si tenta, con pretesti provocatori, di privare i migliori di noi della possibilità di fare propaganda. Inutilmente Béla Kun viene dato in mano alla rabbia bestiale di uomini traviati. Ogni smentita è inutile: volevano far assassinare Béla Kun per mano di «compagni poliziotti». Dal momento che ai controrivoluzionari di Székesfehérvár non fu torto un capello, nonostante il loro comportamento controrivoluzionario risultasse dagli atti, – durante la rivoluzione d’ottobre hanno «fatto scudo con il proprio petto» al generale Lukasich, il boia militare, – si sarebbe potuta trovare una «via legale» anche nell’affare Béla Kun. Ma pur rifiutandosi di adottare mezzi «legali», hanno tremato al solo pensiero di dover rimettere in libertà Béla Kun dopo breve tempo. Sembrò loro più sbrigativo eliminarlo così come Scheidemann e i suoi accoliti avevano fatto con Liebknecht e Rosa Luxemburg. In seguito poi, allorché il piano così ben congegnato fallì, tentarono di presentare tutta la faccenda come un affare senza importanza. E la «Népszava» non se la prende nemmeno con la polizia, di cui considera comprensibile e scusabile lo sdegno, ma con l’«Est», il cui resoconto – peraltro malevolo – aveva svelato quel che si era tramato e che invece era fallito. Una cosa però è sicura, ossia che a far subire maltrattamenti a Béla Kun, sono stati i medesimi poliziotti che in passato avevano arrestato gli attuali dirigenti. La differenza è soltanto che a quell’epoca i poliziotti non erano ancora dei «compagni», e dunque la loro brutalità non veniva ancora avallata dal peso morale del partito socialdemocratico; allora, i caporali di polizia non osavano ancora gettare le loro vittime apertamente in pasto alla bestialità dell’apparato poliziesco nel quale a quell’epoca non c’erano ancora «compagni». Ma è tutto inutile: la verità si fa strada e le persecuzioni contro coloro che la predicano non potranno che affrettarne il trionfo.

Noi non seguiamo la linea del partito socialdemocratico su questa strada della legge e della legalità, della persuasione e della «verità». Restiamo sulla strada nostra, l’unica che riconosciamo giusta. Continueremo ancora – nonostante tutta la violenza «legale» – a tenere desto il proletariato perché acquisti coscienza, e a rammentargli la sua vocazione storica universale. E quando l’intero proletariato avrà acquistato questa consapevolezza di sé, sarà esso a pronunciare la sentenza contro coloro che hanno voluto la guerra fratricida, e le cui mani sono sporche del sangue versato, contro coloro che hanno ostacolato il cammino del processo di liberazione del mondo. Attendiamo questa sentenza con assoluta fiducia e fede incrollabile. E sappiamo di poter render conto delle nostre azioni. Aspettiamo fiduciosi. Quale sarà questa sentenza non lo sappiamo soltanto noi, lo sanno anche i nostri attuali avversari, gli assassini e aguzzini degli onesti dirigenti del proletariato.