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di György Lukács

[Zur Organisationsfrage der Intellektuellen, 1920]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


Come hanno già dimostrato Marx e Engels nel Manifesto, è uno dei segni essenziali dell’imminente fase decisiva nella lotta di classe che «il processo di chiarificazione [Aufklrungsprozess1] all’interno della classe dominante, all’interno di tutta la vecchia società, assume un carattere così violento e acuto che una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria, a quella classe che ha nelle sue mani l’avvenire». Per il capitalismo questa fase ha avuto inizio già prima della guerra, e le sue conseguenze non hanno fatto che rendere acuta la crisi latente del capitalismo. A questa crisi acuta fa riscontro il rapido aumento delle organizzazioni d’intellettuali, in cui molti hanno scorto, nella prima ebbrezza rivoluzionaria, non solo un segno della lotta decisiva (cosa che in parte era giusta), ma perfino un rafforzamento interno dei reparti del proletariato che devono combattere questa battaglia decisiva. Ogni movimento rivoluzionario, nella misura in cui si era creato delle illusioni in proposito, ha dovuto subire cocenti delusioni. Le organizzazioni intellettuali, tranne alcune sporadiche eccezioni, sono passate tutte prima o poi nel campo della controrivoluzione. I loro dirigenti, spesso genuinamente rivoluzionari, sono rimasti col tempo o totalmente isolati oppure, se non riuscivano a staccarsi dal gruppo, sono stati risospinti come gli altri nelle file della borghesia.

Questo fenomeno è talmente generale che sembra valga la pena di analizzarne in breve le cause. Le organizzazioni degli operai dell’industria (e anche quelle dei lavoratori agricoli) sono, da un lato, efficaci organizzazioni di lotta del proletariato, che rendono materialmente e ideologicamente possibile la lotta di classe; dall’altro, sono delle forme preparatorie, dei germi dell’organizzazione comunista della vita economica. Nella vita economica esiste infatti un processo direttamente dialettico: il capitalismo crea da sé le condizioni del suo declino e produce da sé le forze e potenze che saranno chiamate a sostituirlo. Invece in tutti quei settori che in contrapposizione all’economia siamo soliti designare complessivamente come «ideologia», la relazione dialettica tra il dissolvimento del capitalismo e la nascita delle forme destinate a sostituirlo, è una relazione indiretta, e perciò estremamente complicata. In primo luogo la trasformazione immediatamente operata in tutti questi campi dal proletariato che va organizzandosi in classe dominante, è molto più violenta dell’organizzazione aziendale della socializzazione. A ciò si aggiunge poi che la necessaria nuova stratificazione sociale non corrisponde agli interessi di classe degli intellettuali in quanto classe, né può corrispondervi. Alludo al fatto che l’amministrazione unitaria delle aziende economicamente interdipendenti, la quale è indispensabile per un’organizzazione razionale della produzione, deve costringere intere masse d’impiegati dell’industria privata a mutare il loro modo di vita, dal momento che la loro posizione nel processo produttivo non era basata, come nel caso degli operai, sulle necessità obiettive della produzione, ma piuttosto sul carattere capitalistico-concorrenziale delle numerose imprese private. Analoga è la posizione di classe degli impiegati statali, degli ufficiali, e ancor più lampante risulta quella degli avvocati e dei giudici, per non parlare di quella dei giornalisti. Questa posizione di classe spiega a sufficienza perché solo nel momento di una crisi acuta questi strati sociali cominciano ad organizzarsi, o almeno perché solo allora si può cominciare a tenere seriamente conto di essi come organizzatori. La loro organizzazione, infatti, ha un carattere puramente difensivo. Poiché sono dei «parassiti» del capitalismo, le scosse che il capitalismo subisce si manifestano dapprima come altrettante scosse subite dalla loro posizione di classe. Anche se è vero che allo stesso proletariato industriale la lotta di classe è stata imposta dal precipitare della situazione economica, ciò però non cambia nulla al fatto che le organizzazioni degli operai dell’industria sono, fin dall’inizio e secondo il loro carattere, delle organizzazioni offensive, ossia precisamente l’organizzazione degli operai dell’industria è rivoluzionaria per sua natura, e solo sporadicamente (in seguito alla burocratizzazione dei sindacati) essa può operare in maniera reazionaria. Invece le organizzazioni degli intellettuali sono reazionarie per loro natura, e solo occasionalmente pervengono a risultati rivoluzionari.

Questo carattere antitetico delle due forme organizzative non poggia soltanto sul contrasto d’interessi or ora rilevato circa la struttura esteriore della società nel periodo della dittatura del proletariato, ma anche su contrasti ideologici assai profondi. Infatti, la nuova società che è chiamata a costruire la dittatura del proletariato, deve nascere dallo spirito del proletariato. Se la dittatura del proletariato viene designata anche col nome di democrazia proletaria, si vuole alludere con ciò al fatto che gli interessi vitali del proletariato devono diventare le linee direttive per la costruzione della nuova società. La vocazione storica del proletariato a questa rivoluzione consiste per l’appunto essenzialmente nel fatto che i suoi interessi di classe coincidono con gli interessi dell’umanità, che esso non può affrancarsi dalla sua condizione di classe oppressa senza eliminare nello stesso tempo ogni differenza di classe2. La dittatura del proletariato deve dunque significare un diritto del proletariato all’autodeterminazione. Ma può questo diritto all’autodeterminazione essere applicato nei confronti d’intellettuali anch’essi «organizzati», e che eventualmente si siano pur’essi organizzati sotto la bandiera del socialismo? Certamente no, e soprattutto non là dove queste organizzazioni insistono con apparente massimo diritto sulla propria autodeterminazione: vale a dire nelle questioni della costruzione. Risponde forse a verità che nella costruzione della società comunista l’organizzazione degli insegnamenti potrebbe essere chiamata a portare a compimento il piano dell’opera educativa, o un’organizzazione degli artisti e degli scienziati ad organizzare l’arte e la scienza? Certamente no. Essi s’appellerebbero inutilmente alle loro «conoscenze specialistiche», al fatto che sono degli «esperti» in questi problemi. Essi non sono dei competenti: prima di tutto perché nella grande maggioranza – e ciò è una conseguenza dell’essenza stessa del capitalismo – non sono affatto veri esperti, ma semplicemente vuoti routiniers, operatori e manovali senz’anima; in secondo luogo, perché sono esperti nell’educazione ecc. di tipo capitalistico, e perciò, come tali, non possono avere un potere decisionale per la nuova cultura. Applicare il concetto di democrazia proletaria ai «sindacati» degli intellettuali sarebbe lo stesso che soffocare in germe la nuova società che sta sorgendo, abbandonarla all’iniziativa piccolo-borghese e alla routine capitalistica.

L’aperto sabotaggio da parte dell’intellighenzia in Russia, il suo crescente atteggiamento controrivoluzionario in Ungheria (i giornalisti hanno dato il primo segnale per la controrivoluzione e il sindacato degli impiegati privati ha ostacolato al massimo l’edificazione economica) non sono fatti casuali. Questi fatti non si sono verificati per colpa di una tattica «sbagliata» né possono essere evitati con una tattica «corretta», ma derivano inevitabilmente dalla posizione di classe degli intellettuali e dal corrispondente carattere delle loro organizzazioni. Dicevo che queste organizzazioni sono difensive, mentre quelle dei lavoratori dell’industria sono offensive. Queste prendono d’assalto la società borghese, quelle difendono i propri privilegi minacciati all’interno della società borghese. Se costoro si definiscono socialisti, ciò indica in loro una mancanza di consapevolezza; se i partiti socialisti li riconoscono come tali, allora si tratta di una mancanza di perspicacia. Come potrebbe infatti uno studente essere socialista in quanto studente, quando la caratteristica della classe studentesca (di cui egli difende il «diritto all’autodeterminazione») si basa sulla contrapposizione fra chi è diplomato e chi non lo è, sul privilegio della formazione culturale, – su ciò insomma, la cui eliminazione rappresenta il senso del socialismo? L’equivoco degli entusiasmi iniziali si chiarisce ben presto, ed è meglio che il contrasto di classe, il quale comunque è una volta o l’altra da affrontare, venga affrontato subito e apertamente. Oggi l’intellighenzia, in quanto classe, non è rivoluzionaria, non può essere rivoluzionaria, mentre il proletariato è rivoluzionario proprio come classe. (È un errore richiamarsi alla rivoluzione francese, e in genere alle rivoluzioni borghesi. Nei confronti del feudalesimo o dell’assolutismo da eliminare, l’intellighenzia, in molti casi, pure come classe, poteva anche esser stata rivoluzionaria: da ciò però non sono da trarre delle conclusioni circa il suo atteggiamento nei confronti del capitalismo.) Questo è un dato di fatto obiettivo, il cui disconoscimento ha dato origine a gravi errori – e altri ancora ne produrrà.

Forse con ciò si vuole negare l’importanza rivoluzionaria degli intellettuali? Nient’affatto. Anzi, molti intellettuali sono buoni rivoluzionari, e sono talvolta i migliori combattenti di prima linea della rivoluzione. Se i contemporanei di Lenin e Trockij, di Béla Kun e Rosa Luxemburg negassero ciò, sarebbero certamente ciechi. Ma gli intellettuali possono diventare rivoluzionari solo come individui; devono uscire dalla propria classe per poter partecipare alla lotta di classe del proletariato. Allora essi possono diventare veri combattenti di prima linea; e facendo essi con piena coscienza ciò che la grande massa del proletariato fa solo istintivamente, possono diventare i migliori dirigenti, i più pronti al sacrificio. Infatti essi, come dice il Manifesto comunista nel passo citato, «hanno raggiunto il punto dell’intelligenza teorica di tutto il movimento storico».


1 I testo dell’ultima edizione del Manifesto reca Auflösungsprozess («processo di dissolvimento»): cfr. K. Marx-F. Engels, Manifest der Kommunistischen Partei, in Werke, IV, Berlin 1962, p. 471.

2 Cfr. Miseria della filosofia, cit., p. 140.