Tag

, , , , , , , , , , , ,


di György Lukács

[Die Krise des Syndikalismus in Italien, 1920]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


L’ultima grande battaglia dei lavoratori italiani si è conclusa. Le rivendicazioni concrete sono state in gran parte accolte. Le fabbriche occupate sono state nuovamente sgomberate e riconsegnate ai loro antichi e «legittimi» proprietari. E tuttavia perdura un’atmosfera singolarmente poco chiara, che può essere caratterizzata nel modo più evidente dal fatto che tutti i partiti si considerano vincitori. E così il «Corriere della Sera» parla di un «trionfo degli elementi moderati» del movimento operaio italiano. «È stato un trionfo del coraggio; si è visto che non appena gli elementi ragionevoli hanno osato prendere una posizione ferma, hanno vinto» (21 ottobre). Ancora più evidente si palesa la consapevolezza della vittoria in Giolitti. Secondo un telegramma della «Neue Freie Presse» (4 novembre), egli ha dichiarato:

«All’estero sono state diffuse notizie inesatte e false anche a proposito del controllo delle fabbriche da parte degli operai. Gli equivoci sono stati determinati dall’enorme differenza tra il significato della parola controllo’ nella lingua inglese e in quella italiana. In America e in Inghilterra control significa press’a poco comando e diritto decisionale; in Italia, al contrario, significa ‘verifica’. Sono ben lontano dalla bolscevizzazione dell’industria italiana, ‘sono invece convinto di risultare utile alla nostra industria nel modo da me perseguito. L’operaio, il quale conosce i rapporti reali, confermerà infatti le sue esigenze a questi rapporti effettivi; scomparirà in tal modo quella pericolosa sfiducia dell’operaio nei confronti del padrone della fabbrica. D’altro canto, questa promozione morale dell’operaio influirà favorevolmente sulla produzione perché sprona al lavoro, il quale – lo ripeto ancora una volta – costituisce l’unica via di salvezza».

E il caos si palesa ancor maggiore perché un’atmosfera di vittoria regna anche in vasti ambienti della classe operaia. Non è solo l’«Avanti!» ad annunciare la vittoria dei lavoratori, ma perfino negli ambienti dei sindacalisti l’accordo viene considerato una vittoria. Finanche i sindacalisti rivoluzionari sono del parere che solo la condotta incoerente dei vertici ha impedito che il movimento giungesse ad una vittoria totale. La prima massima insurrezione rivoluzionaria dei lavoratori italiani si è conclusa con uno status quo ideale.

A questo punto è necessario esaminare la crisi nella quale si trova – a nostro parere – il movimento operaio italiano. Bisogna cominciare dalla tattica adottata in occasione di questa battaglia. Il tipo di lotta offre, infatti, insegnamenti assai importanti per tutto il movimento operaio, tanto più che l’attuale situazione italiana, molto confusa, non è soltanto il risultato di rapporti e di circostanze particolari, ma la necessaria conseguenza della tattica meramente sindacalistica seguita nel corso della lotta. È una situazione che presumibilmente si ripeterà – anche se con numerose varianti – in tutti i paesi dell’Europa occidentale (e in America), ovunque non esiste una tradizione rivoluzionaria di partito, ma solo una tradizione sindacalista-rivoluzionaria. È pertanto essenziale riconoscere tempestivamente la questione di principio relativa alla situazione problematica del proletariato italiano per trarne al più presto le debite conseguenze.

Il Congresso di Mosca e il movimento dei metallurgici italiani rivelano una stupefacente unità d’intesa, completandosi nella maniera più istruttiva. A Mosca l’ideologia sindacalista è stata definitivamente superata sul piano teorico, e nelle tesi accolte (alla cui elaborazione hanno partecipato rappresentanti dei sindacalisti italiani, della IWW e del movimento degli Shop-Stewards) è stata tracciata la via per evitarne i pericoli sul terreno pratico. In Italia il proletariato mondiale ha avuto una lezione pratica sui pericolosi limiti di un’azione puramente sindacale. A vasti gruppi del proletariato italiano le Tesi di Mosca sarebbero forse apparse puramente dogmatiche o meramente teoriche. La lezione dell’occupazione delle fabbriche può consistere unicamente nel fatto che solo il seguirne l’insegnamento riesce ad indicare una via di uscita rivoluzionaria dalla situazione critica in cui è venuto a trovarsi il proletariato italiano.

La quinta tesi del Congresso relativa al ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria dice testualmente:

«L’Internazionale Comunista respinge nella maniera più decisa l’opinione che il proletariato sia in grado di portare a compimento la sua rivoluzione senza avere un proprio partito politico. Ogni lotta di classe è una battaglia politica. L’obiettivo della lotta, la quale si trasforma inevitabilmente in una guerra civile, è la conquista del potere politico. Intanto, il potere politico non può essere conquistato, organizzato e guidato che da un partito politico. Solo nel caso che il proletariato abbia come guida un partito organizzato ed efficiente, con obiettivi rigidamente fissati e con un programma chiaramente elaborato relativamente alle prime immediate decisioni sia in politica interna che estera, solo allora la conquista del potere politico apparirà non già come un episodio casuale ma servirà da punto di partenza per la durevole edificazione comunista della società ad opera del proletariato.

«La stessa lotta di classe esige in eguale misura la fusione degli organi centrali e la direzione comune delle forme più disparate del movimento proletario (sindacati, cooperative di consumo, consigli di azienda, lavoro culturale, elezioni ecc.).

«Un tale centro organizzatore e dirigente può rappresentarlo solo un partito politico. La rinuncia a costituirne uno, a rafforzarlo, ad assoggettarvisi, significa la rinuncia al coordinamento nella guida delle singole milizie di combattimento del proletariato che operano nei diversi settori della lotta. La lotta di classe del proletariato esige un’agitazione concentrica che illumini le differenti fasi della lotta da un punto di vista unitario e indirizzi l’attenzione del proletariato, in ognuno dei momenti presi in considerazione, sui comuni compiti prestabiliti di tutta la classe. Ciò non può ottenersi senza un apparato politico centralizzato, vale a dire al di fuori di un partito politico.

«La propaganda condotta dai sindacalisti rivoluzionari e dagli aderenti all’Associazione mondiale dei lavoratori dell’industria (IWW) contro la necessità di un partito dei lavoratori autonomo ha quindi portato e porta, obiettivamente, a sostenere la borghesia e i «socialdemocratici» controrivoluzionari. Nella loro propaganda contro un partito comunista, al quale vorrebbero sostituire esclusivamente i sindacati o altre unioni di lavoratori amorfe e generiche, tanto i sindacalisti quanto gli industriali si affiancano agli opportunisti più scoperti.

«I sindacalisti rivoluzionari e gli industrialisti vogliono combattere contro la dittatura della borghesia, ma non sanno come. Essi non si avvedono che la classe operaia senza un partito politico autonomo è come un corpo senza testa.

«Il sindacalismo rivoluzionario e l’industrialismo (IWW) significano un passo avanti solo rispetto alla vecchia, ottusa ideologia controrivoluzionaria della II Internazionale. Ma rispetto al marxismo rivoluzionario, cioè al comunismo, tanto il sindacalismo quanto l’industrialismo rappresentano un passo a ritroso.

«Con il solo sciopero generale, con la sola tattica delle braccia incrociate, la classe operaia non può riportare la vittoria sulla borghesia. Il proletariato deve passare all’insurrezione armata. Chi ha capito ciò deve anche intendere che per questo occorre un partito politico organizzato, e che non bastano delle amorfe Unioni operaie.

«I sindacalisti rivoluzionari parlano spesso del grande ruolo che spetterebbe a una minoranza rivoluzionaria decisa. Ebbene, una minoranza realmente decisa della classe operaia, una minoranza veramente comunista, che abbia la volontà di agire, che abbia un programma, desiderosa di organizzare le masse, questa minoranza è il partito comunista»1.

Queste direttive per l’azione rivoluzionaria comunista si adattano a pennello all’attuale situazione in Italia. I lavoratori italiani hanno agito in maniera rivoluzionaria. La resistenza passiva come risposta alla sfida degli industriali è stata un passo esattamente ponderato ed audace, che ha provocato dei danni gravi ai capitalisti, come dimostra la relazione del compagno G. Z.2 (nei nn. 36/37 di «Kommunismus»). L’occupazione delle fabbriche è scaturita necessariamente e ineluttabilmente da questa realtà. Epperò l’ideologia sindacalista di cui erano animati i lavoratori rivoluzionari italiani, ha portato il movimento a un vicolo cieco. È vero infatti che gli operai hanno occupato le fabbriche; ed è vero che con una disciplina e una maturità ammirevoli hanno dimostrato di essere non solo capaci di produrre senza i capitalisti, ma di essere perfino in grado di far aumentare la produzione. Ma il problema che si poneva di fronte al proletariato italiano nel momento decisivo era: come poter uscire nuovamente dalle fabbriche occupate?

È ovvio che non poniamo il problema per ragioni opportunistiche e «realistiche». Non riteniamo del tutto giustificato il timore espresso perfino da parte comunista («Rote Fahne», n. 409) che il movimento sarebbe finito nell’isolamento, che, ad esempio, le banche avrebbero negato il credito ecc. In primo luogo per ragioni pratiche. Il proletariato italiano ha infatti dimostrato ripetutamente di sapere cavarsela anche in simili circostanze. Così gli operai dei cantieri navali di Ancona hanno prelevato da una banca locale 70 000 lire pagando con quel denaro i salari; e così la Camera del Lavoro di Verona ha distribuito degli assegnati col fido delle materie prime esistenti nelle fabbriche occupate, ecc. In secondo luogo soprattutto per ragioni di principio. Ammesso anche che il movimento avesse coinvolto tutta la classe operaia, che tutta la vita economica, l’intero apparato economico italiano fosse passato nelle mani dei lavoratori, la loro situazione non sarebbe stata meno critica di quella in cui effettivamente si sono venuti a trovare, e ciò perché, e nella misura in cui, il potere dello Stato capitalistico è rimasto intatto. Per scuotere questo potere, o almeno per tentare di scuoterlo, non è stato fatto il minimo passo.

Ciò era ed è dovuto anzitutto all’ideologia sindacalista dei lavoratori. L’errore ideologico grave e fatale del sindacalismo consiste proprio nel fatto che esso localizza il contrasto tra lavoro e sfruttamento solo nel luogo immediato dello sfruttamento, ‘nella fabbrica; esso quindi contrappone l’operaio soltanto al capitalista e non allo Stato capitalistico. In tal modo il sindacalismo – nonostante fosse nato come opposizione all’opportunismo dei partiti socialdemocratici – non ha mai potuto vincere radicalmente l’essenza del loro opportunismo. Oggi, per ogni marxista perspicace è infatti evidente che il punto decisivo nel dissidio tra riformismo e rivoluzione sta proprio nella diversa nozione e valutazione dello Stato capitalistico. Solo un errato giudizio sullo Stato, l’ignoranza della dottrina marxista dello Stato ha permesso di considerare l’attività dei partiti operai come opposizione all’interno dello Stato, come lotta per la conquista dello Stato e non come lotta contro lo Stato. Ma poiché con il rifiuto (del resto giustificato) dell’opportunismo dell’opposizione parlamentare, il sindacalismo ha anche respinto ogni attività politica vera e propria, esso si è collocato – in ultima analisi – proprio sul terreno dell’opportunismo. Per questo i Jouhaux, i Merheim e soci durante la guerra hanno fatto fallimento al pari degli Scheidemann, dei Renaudel e Henderson. Ma anche quella frazione dei sindacalisti che è rimasta decisa a ricorrere all’azione rivoluzionaria non può essere all’altezza della presente fase decisiva della lotta di classe – almeno fino a quando si terrà ancorata alla ideologia apolitica del sindacalismo.

Ciò è ancora oggi, e in larga misura, il caso dell’Italia. I sindacati, con alla testa D’Aragona, vogliono per ragioni di opportunismo continuare la lotta esclusivamente sul terreno sindacale. E non solo perché le loro armi sono di natura esclusivamente sindacale, ma anche perché il loro obiettivo sta nel controllo sindacale delle aziende. Pure la forte minoranza sindacalista rivoluzionaria continua solo in questa cornice la sua lotta che va al di là di rivendicazioni opportunistiche. «Umanità Nova» del 12 ottobre scrive che estendere le occupazioni è ancora oggi la via migliore, cioè è il mezzo che garantisce la prosecuzione del lavoro produttivo e che accolla all’avversario la responsabilità dell’immane e inutile spargimento di sangue. È una rivoluzione senza caos e con il minor numero di vittime.

Anch’essa è dunque incapace di scorgere il dilemma della situazione degli operai. Che essi, cioè, o devono abbandonare le fabbriche – e questo in ogni caso e quali che siano le condizioni rappresenta una vittoria dei capitalisti – o devono abbattere, armi alla mano, lo Stato capitalistico per poter mantenere le fabbriche conquistate. La conquista delle fabbriche può diventare un passo estremamente importante in direzione della conquista del potere, purché consapevolmente esso venga compiuto e valutato come un tale passo. Ma essa pone gli avamposti della rivoluzione in una situazione estremamente pericolosa nel caso che dovesse essere considerata come una conquista vera e propria. Il proletariato infatti verrebbe a trovarsi esposto, ignaro, al potere intatto dello Stato, e sarebbe costretto ad accettare la lotta in condizioni sfavorevoli scelte dallo Stato.

Lo stesso dicasi del controllo della produzione, del conseguimento di questa cosiddetta «vittoria». Il suo valore, per la lotta di liberazione del proletariato, dipende esclusivamente dal modo come la classe operaia si orienterà ideologicamente nei suoi confronti. Abbiamo visto come il signor Giolitti vi scorge uno strumento efficace per inserire i lavoratori nel sistema capitalistico, per smussare la lotta di classe e riattivare la «produzione» (cioè la produzione capitalistica). Per i lavoratori il controllo può intanto significare una vittoria morale, una capitolazione dei capitalisti di fronte al loro potere. Ma non appena la si inserisce nel processo vitale come una «conquista reale», essa si dimostra ben presto un’illusione. Ciò che è stato «conquistato» occorre utilizzarlo come uno strumento per l’inasprimento della lotta di classe. In parte cercando di esercitare un controllo effettivo, ‘il che i capitalisti non permetteranno in nessun modo. In parte, impartendo agli operai una lezione pratica sul fatto che un controllo nell’ambito capitalistico non può significare per essi assolutamente nulla e che essi debbono conquistare tutto il potere, ‘se vogliono migliorare la loro situazione ed esercitare sulla produzione una influenza reale. Se invece la «vittoria» non viene intesa in tal senso – ed esistono, purtroppo, pochi segni che tra il proletariato italiano sia diffusa una tale consapevolezza della situazione – allora il controllo significa piuttosto un pericolo. Per una rivoluzione che si trovi nella fase preparatoria non esiste infatti nulla di più pericoloso delle illusioni. Queste illusioni, ad esempio, si sono manifestate chiaramente al Congresso nazionale della FIOM, dove il compagno Colombino ha potuto affermare, tra applausi scroscianti, che «il giorno in cui Kerénski trasferì il controllo legale delle fabbriche agli operai, questi erano diventati i padroni delle fabbriche» («Avanti!» del 23 ottobre). Tali considerazioni non tengono conto del fatto che senza la

Rivoluzione d’Ottobre – guidata dai bolscevichi – gli operai russi non solo non sarebbero rimasti «padroni delle fabbriche», ma sarebbero stati nuovamente ridotti alla schiavitù zarista da un Kornilov o da un Kolciak. Il controllo operaio italiano può significare un periodo kerenskiano – ma a patto che in Italia vi siano dei bolscevichi. Esso però rischia di avere un’analogia con la situazione tedesca dell’anno scorso, con la preparazione del putsch di Kapp fatta da socialdemocratici e da indipendenti, qualora ci si fermasse all’«ancoraggio dei consigli di gestione alla costituzione». L’eliminazione di questo pericolo è un problema ideologico, di coscienza del proletariato, un problema di politicizzazione del movimento ad opera del partito comunista (il compagno Garino di Torino lo ha espresso in modo chiaro durante quella seduta).

Questo pericolo è enormemente accresciuto dall’atteggiamento astuto e calcolato degli uomini di governo italiani. Si potrebbe affermare – ma sia detto, naturalmente, in tono amaramente scherzevole – che i signori Nitti e Giolitti sono in Italia gli unici uomini politici marxisti. Essi possiedono comunque l’istinto sicuro di avvertire quale importanza abbia per la conservazione del capitalismo l’ideologia dello Stato al di sopra delle classi. Con ogni loro modo di agire essi danno una mano all’errore teorico dei sindacalisti e degli opportunisti politici, che hanno tutti capitolato, consapevolmente o inconsapevolmente, di fronte a questa ideologia borghese. Lo «Stato», nella lotta di classe tra capitale e lavoro, resta apparentemente «neutrale». Esso «si fa mediatore», rappresenta gli interessi «generali» di «tutte» le classi, gli interessi «superiori» della «società». In tal modo gli uomini politici della borghesia italiana riescono effettivamente ad attuare tutto ciò che è di esclusivo interesse del capitalismo, senza che la classe operaia, animata da sentimenti rivoluzionari, possa riconoscere il proprio nemico mortale nel suo vero aspetto. Che qui da in presenza di una politica consapevolmente perseguita, lo dimostra anche l’atteggiamento del governo italiano a proposito della questione della Russia Sovietica, allorché gli è riuscito di avere completamente mano libera per sostenere in maniera fattiva la controrivoluzione, ed anzi per associarsi eventualmente ad una aperta politica aggressiva contro la Russia; e questo unicamente perché ha saputo svolgere una «grande politica» nei confronti del partito socialista, impedendo che il proletariato italiano si rendesse conto che anche la politica estera è e deve essere lotta di classe.

La Guardia regia è sempre pronta a intervenire per massacrare gli operai nel momento in cui fosse messa davvero a repentaglio l’esistenza del capitalismo. Ma la classe operaia non è ancora in grado di capire con la dovuta chiarezza qual è il nemico più pericoloso. Così lo Stato – con la coscienza della sua superiore tattica – può procrastinare la repressione, e intanto svolgere opera di mediatore per far concludere nella peggiore delle ipotesi la crisi del movimento operaio con una vittoria fittizia e conseguente stordimento e confusione; o invece, nella migliore delle ipotesi e sempre mantenendo la propria «neutralità», per aiutare i capitalisti a conseguire una vittoria effettiva con il «conguaglio». Realmente pericolose, per questa politica condotta con grande maestria, potrebbero essere quelle teste calde del settore capitalistico che nel comportamento di Giolitti e del vecchio sindacalista Labriola (il quale sembra bene individuare le debolezze dei suoi ex compagni) vedono un’eccessiva debolezza ed esigono una politica della «mano forte». Se questa linea dovesse prevalere, allora lo Stato sarebbe costretto a levarsi la maschera e a impartire ai lavoratori la vera e così necessaria lezione pratica.

L’organo davvero competente sarebbe naturalmente il partito. Esso soltanto sarebbe in grado di far compiere al movimento un mutamento di fronte, di contrapporlo allo Stato, di dargli un indirizzo politico consapevolmente rivoluzionario. Ciò, finora, non è stato fatto. Beninteso, la maggioranza dei sindacati ha sempre rifiutato di essere guidata dal partito. Un partito che operi in senso comunista non può e non deve però lasciarsi disorientare e farsi legare da risoluzioni siffatte. Anche 1’«organizzazione di vertice» del movimento tedesco per il boicottaggio della Polonia ha respinto la collaborazione dei comunisti. Ma essi si sono serviti proprio di questo rifiuto per smascherare le false tendenze e il tradimento; si sono serviti proprio di quell’atteggiamento apolitico in tale questione per condurre a fondo la politicizzazione operaia e l’inasprimento della lotta di classe. I nostri compagni italiani, al contrario, sembrano aver tenuto durante tutta l’agitazione un atteggiamento troppo passivo, onde poi u direzione è loro interamente sfuggita di mano. Non mancano, è vero, segni favorevoli anche in altro senso. Così la sezione di Napoli ha adottato una risoluzione nella quale viene messo energicamente in rilievo il carattere politico dell’agitazione, e in cui il partito viene invitato a strappare la direzione del movimento dalle mani dei sindacati. Così pure alla Camera del Lavoro di Roma ha avuto il sopravvento la tendenza favorevole alla politicizzazione.

È questa la via d’uscita dalla crisi provocata dalla ideologia sindacalista in seno ai lavoratori, e che ha finito col diventare in generale la crisi della tattica sindacalista. Per il sindacalismo è una ragione di sopravvivenza che i lavoratori rivoluzionari vengano delusi dall’opportunismo degli «uomini politici», e perciò si disinteressino di ogni politica. Il sindacalismo può essere realmente vinto solo con la nascita di un partito politico più cosciente e quindi più rivoluzionario dei sindacalisti più estremisti – e che perciò sia in grado d’indicare la via all’azione rivoluzionaria allorché questi ultimi sono incappati in un vicolo cieco; e solo così la rivoluzione può essere condotta alla vittoria. Solo il partito comunista può combattere efficacemente lo Stato capitalistico, ‘perché esso soltanto è in grado di vedere nello Stato il vero nemico del proletariato, di riconoscerlo e di smascherarlo. La situazione italiana è rivoluzionaria. La classe operaia è animata da un autentico spirito rivoluzionario. Per renderla effettivamente pronta per la battaglia decisiva le manca soltanto questa consapevolezza. Il Congresso di Mosca ha compiuto teoricamente questo processo di chiarificazione. La crisi del sindacalismo potrà concluderlo sul piano pratico, se il partito entrerà in azione in maniera cosciente e vigorosa.

Il processo di chiarificazione rivoluzionaria si è però sviluppato in seno al partito troppo poco per consentire al partito stesso di adempiere efficacemente questa missione. Non solo, come abbiamo rilevato, il partito non è stato in grado di prendere la direzione nelle proprie mani, ma anche l’analisi e l’autocritica successive hanno contribuito assai poco al progresso del movimento, al superamento della crisi sindacale. (Comunque, fino al momento della stesura di queste righe, non ci sono ancora pervenute le dichiarazioni del gruppo di Bordiga.) In sé e per sé le sconfitte e gli errori nati da una tattica errata sono, da un lato, inevitabili, mentre dall’altro, qualora vengano decisamente messi a nudo e criticati fino in fondo, possono perfino contribuire al rafforzamento e al consolidamento del partito, e con esso, del movimento. (Ad esempio, i dibattiti in seno al KPD dopo il putsch di Kapp.) Ora occorre ammettere apertamente che questo processo di chiarificazione in seno al partito italiano, almeno per quanto concerne la sua direzione centrale, non è nemmeno cominciato. I dibattiti sui limiti e pericoli rappresentati dalla tattica sindacalista – un punto chiave del Congresso di Mosca – non sono ancora cominciati, sebbene i delegati italiani a quel Congresso siano già tornati in patria. È peraltro auspicabile, e molte indicazioni nelle organizzazioni periferiche stanno a dimostrarlo, che il problema imposto al partito sul piano pratico del movimento penetri dalla periferia al centro per trovare ivi la sua soluzione teorica organizzativa e tattica.

Non va però nemmeno sottaciuto che non esistono ancora compiutamente le premesse per la sua soluzione. Infatti il sindacalismo non è altro che il modo spontaneo in cui le masse rivoluzionarie, ma sul piano rivoluzionario non ancora sufficientemente consapevoli, reagiscono all’opportunismo politico del partito. Il partito può quindi debellare il sindacalismo e diventare l’effettiva guida del movimento solamente se è in grado di estirpare dalle sue stesse file ogni traccia di opportunismo. Il Congresso di Mosca si è pronunciato in modo inequivocabile anche su questo punto, ed ha impegnato tutte le sue sezioni a completare quest’epurazione dei propri ranghi. Ma mentre le condizioni per l’adesione alla III Internazionale hanno suscitato nell’USL reazioni violentissime che prevedibilmente porteranno a una netta separazione tra rivoluzionari e opportunisti, sembra che nel partito italiano la tendenza a sedare i contrasti sia abbastanza pronunciata. A dire il vero, nella seduta della Direzione del partito ha avuto il sopravvento l’ordine del giorno radicale di Terracini (in realtà, con l’esigua maggioranza di sette voti contro cinque), ma anche questo documento procrastina l’effettiva epurazione al prossimo congresso del partito, cioè alla fine di dicembre.

Mancano dunque finora le premesse per una reale chiarificazione della situazione. È vero che gli operai hanno potuto lasciare le fabbriche occupate senza provocare alcuna catastrofe, ma non è affatto scongiurato il pericolo che certi movimenti spontanei delle masse proletarie scontente scavalchino nuovamente i dirigenti e finiscano o col battere la testa contro il muro, o col demoralizzarsi ed esaurirsi per i reiterati tentativi senza effetto. Il pericolo non può essere eliminato anche perché il solo effettivo e visibile mutamento nella coscienza del proletariato italiano sembra essere uno spostamento da destra a sinistra all’interno del sindacalismo. La posizione del partito nei confronti del movimento è rimasta immutata, e non potrà neanche cambiare se prima non ne escono i riformisti. Finché non avverrà questo mutamento, la situazione rimarrà in Italia gravida di crisi. La soluzione della crisi è stata indicata chiaramente da Mosca. Al di là delle tesi del Congresso, Mosca ha anche fatto appello direttamente al proletariato italiano. Ciò che importa è che esso faccia propri questi insegnamenti, ponendoli a guida delle proprie azioni.


Cfr. Tesi, manifesti e risoluzioni del II Congresso dell’Internazionale Comunista, a cura di E. Pellegrini, Roma 1970, pp. 41-3.

2 G. Z. (Guido Zamis), Der Emanzipationskampf des Proletariats [La lotta di emancipazione del proletariato], ‘in «Kommunismus», 36-37, 1920.