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di György Lukács

[Opportunismus und Putschismus, 1920]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


Nessun comunista perspicace e in buona fede vorrà né potrà nascondere a se stesso che i partiti comunisti (eccetto quello russo) stanno attraversando una grave crisi. Questa crisi, i cui germi erano presenti fin dalla fondazione dei partiti comunisti, e che di tanto in tanto si è acutizzata, si manifestò da principio col prevalere di tendenze putschiste. Il blanquismo, che Bernstein e già lo stesso Marx e tanto maggiormente poi i bolscevichi hanno respinto, faceva infatti capolino nei pensieri e nelle azioni di molti compagni, peraltro onesti e in buona fede: si trattava dell’illusione che la rivoluzione proletaria potesse compiersi di un sol colpo attraverso la decisione e il sacrificio di un piccolo gruppo di avanguardie bene organizzate. E sembra che i partiti comunisti si siano avviati a superare le confusioni di questa dottrina che doveva manifestarsi dappertutto dopo la guerra perduta e in seguito allo sfaldamento dell’apparato statale nell’Europa centrale.

Ciò tanto più, in quanto l’altra causa interna e quindi più importante delle spinte putschiste nei partiti comunisti tende a diminuire. È insito infatti nella sostanza di questo fenomeno che i movimenti rivoluzionari facciano presa, in primo luogo, sugli strati operai istintivamente rivoluzionari ma inesperti nella lotta di classe; e che, al contrario, esistano delle forti tendenze opportunistiche e conservatrici nella élite degli operai organizzati sindacalmente. La coscienza delle masse proletarie si permea dello spirito rivoluzionario della vera lotta di classe, di consapevole marxismo dialettico, nella misura in cui il crollo del capitalismo coinvolge pure questi strati con l’estendersi dei suoi effetti anche sulla loro condizione economica immediata. (L’importanza dei ceti suaccennati della classe operaia per quel che concerne la rivoluzione resta con ciò immutata, mentre è solo la loro funzione a subire un mutamento).

Sembra però che altri pericoli interni debbano sorgere. Col proliferare dei partiti, soprattutto quando un partito proletario della Terza Internazionale non è nato dalla rottura e dalla lotta contro il vecchio partito, ma è pervenuto dall’interno alla conquista della maggioranza e alla guida (come in Italia e prossimamente, forse, in Cecoslovacchia), e parallelamente con la tendenza che alcuni gruppi opportunistici o almeno indecisi hanno di gravitare verso la Terza Internazionale (il gruppo Longuet dell’USP), il pericolo si fa sempre più acuto e aumentano più nettamente i segni che anche lo spirito dell’opportunismo farà il suo ingresso nei partiti comunisti. Si ha quindi l’impressione che i veri comunisti marxisti debbano ormai combattere una guerra su due fronti, a destra e a sinistra, come se in seno al comunismo il marxismo fosse condannato a una posizione centrista. A tale proposito occorre rilevare e stabilire teoricamente, nella misura in cui è possibile farlo in questo scritto, che per lo spirito del comunismo si tratta in entrambi i casi dello stesso pericolo; che gli opportunisti e i putschisti, per quel che riguarda le motivazioni teoricamente decisive dei loro princìpi, si trovano sullo stesso terreno, e che di conseguenza anche sul piano pratico essi pervengono molto spesso a risultati assai analoghi.

L’aspetto teoricamente decisivo – espresso in maniera solo negativa – sembra risiedere nell’incapacità dei due gruppi a concepire la rivoluzione come un processo, mentre ad esprimerlo in termini positivi sembra consistere nell’errata valutazione dell’organizzazione del movimento rivoluzionario. Si potrebbe anche benissimo parlare di una sopravalutazione dell’organizzazione. Questo termine tuttavia potrebbe trarre in inganno perché sarebbe possibile adoperarlo a sostegno delle tendenze anarco-sindacaliste, cosa che dev’essere aliena a ogni comunista. L’errata valutazione da parte degli opportunisti e dei putschisti non si riferisce, diversamente dai comunisti, all’importanza dell’organizzazione in generale, ma esclusivamente al ruolo e alle funzioni dell’organizzazione del movimento rivoluzionario. Senza organizzazione, anzi senza un’organizzazione rigidamente centralizzata e disciplinata, un partito comunista non è pensabile. Esso tuttavia si differenzia dagli opportunisti e dai putschisti per il fatto che per il partito l’organizzazione non è la premessa per l’azione, bensì un incessante intersecarsi di premesse e di conseguenze durante l’azione, nel senso anzi, che allorquando prevale uno di questi due aspetti, l’organizzazione deve essere considerata più una conseguenza che una premessa. «La concezione rigida, meccanicistico-burocratica – dice Rosa Luxemburg1 – vuol far valere la lotta solo come il risultato dell’organizzazione giunta a un certo grado d’intensità. Lo sviluppo vivo e dialettico, al contrario, fa nascere l’organizzazione come risultato della lotta». Non occorrono esempi per illustrare questo modo di pensare e di agire degli opportunisti. I loro calcoli elettoralistici e di tesseramento, la loro attesa del «momento» in cui un numero sufficiente di operai sia ben organizzato, sono cose ormai note a tutti. Salta agli occhi come l’atteggiamento dei putschisti sia analogo. Non costituisce differenza, al livello dei princìpi teorici, che qui invece di fare il calcolo dei voti si faccia quello delle rivoltelle, delle mitragliatrici ecc., che una «buona organizzazione» debba comprendere un numero limitatissimo di persone, che la sua efficacia non sia quella di un apparato elettorale o di sindacato, bensì di un’organizzazione militare illegale. Anche i putschisti concepiscono l’organizzazione e l’azione come due fasi distinte, l’una come preparazione, e la rivoluzione poi come mobilitazione e battaglia vera e propria. Questa dicotomia meccanicistica del processo rivoluzionario da parte dei putschisti ha come inevitabile conseguenza che il fatto della pura e semplice conquista del potere ad opera del proletariato viene esageratamente sopravalutato. Essi credono di poter valutare la conquista del potere come la conclusione o quanto meno il coronamento del processo rivoluzionario, mentre essa è solo una tappa, certamente importantissima e decisiva, ma nondimeno nient’altro che una tappa della lotta di classe. È perciò inevitabile ch’essi non vedano che le loro forze, in particolare quelle della loro «organizzazione», non solo sono insufficienti per la lotta che seguirà, e che sarà quella realmente decisiva, ma nemmeno ancora ben schierate in vista di essa. Pure per gli opportunisti l’ora della presa del potere appare sotto una luce falsa. Anche se spesso cercano di sradicare l’importanza della presa del potere dalla coscienza proletaria con vuote frasi circa un’«evoluzione graduale», un «trapasso» ecc., possono frequentemente presentarsi situazioni in cui poi, a causa di tale errata valutazione, la presa del potere viene non solo sopravalutata in senso putschista, ma anche praticamente eseguita con questo metro. La proclamazione del governo dei Consigli a Monaco ne è un esempio assai sintomatico. Mentre i veri comunisti vi si sono opposti energicamente e hanno rifiutato di parteciparvi, la prima apparente Repubblica dei Consigli di Baviera è stata attuata col putsch dei socialisti maggioritari, degli indipendenti e degli anarchici. E mentre, dopo la sua costituzione, i comunisti s’industriarono con tutte le loro forze a fare di questo apparente potere cartaceo del proletariato una vera dittatura del proletariato, gli autori del colpo di Stato – a destra ed a sinistra di Toller – hanno in parte mirato a conquiste puramente illusorie e, in parte, apertamente sabotato ogni vero provvedimento rivoluzionario della lotta di classe.

Ciò non è casuale. Non è casuale che la USP sia il centro di questa fraterna frammistione di opportunisti e putschisti. Né è casuale che per il cosiddetto radicalismo di sinistra di Laufenberg e di Wolffheim la conquista del potere da un lato non verrebbe attuata abbastanza in fretta ed «energicamente», mentre, d’altro lato, essi sono assai propensi a concludere per il «rafforzamento» di un tale «potere» del proletariato una pace civile con la borghesia nazionale in vista della lotta contro il capitalismo degli Stati dell’Intesa. La sopravalutazione e la concezione meccanicistica dell’«organizzazione» hanno infatti come necessaria conseguenza che la totalità del processo rivoluzionario venga trascurata a favore di un visibile risultato immediato e relegata in secondo piano.

Solo la totalità del processo rivoluzionario è in grado di dare una direzione all’azione comunista. Ciò che Marx ha messo in rilievo nella Critica del prògramma di Gotha2, ossia che «il diritto non può mai essere al di sopra della struttura economica e dello sviluppo culturale della società da essa condizionata» si applica anche alle forme organizzative del proletariato nella sua lotta di classe. Anch’esse sono a un tempo forme d’espressione e armi della lotta di classe, il cui grado di sviluppo, di forza, di utilizzabilità, di accrescimento ecc. dipende dallo sviluppo della lotta di classe. Non appena una delle forme d’organizzazione si eleva ad autonomia, il punto di vista della totalità viene occultato; e poiché con la sua sparizione si è perduto il vero criterio della sua azione, rimangono come risultati e parametri solo i risultati immediati e visibili della lotta. Ma questi, isolatamente considerati, e non importa che si tratti di vittoriosi contratti sindacali di categoria oppure d’insurrezioni armate, non possono in alcun modo offrire un criterio non dico per l’azione del proletariato, ma nemmeno per l’esatta valutazione della situazione del momento.

Le radici teoriche di questo fatale fraintendimento del marxismo rivoluzionario si estendono ben lontano nel passato. La sua prima manifestazione la si ebbe nella lotta tra la frazione Willich-Schapper e Marx; la seconda, le cui conseguenze sono ancora oggi visibili in tutti gli odierni dibattiti, fu la contrapposizione fatta da Bernstein tra evoluzione e rivoluzione. È perfettamente inutile combattere la teoria dell’evoluzione graduale con il pathos retorico, infuocato quanto si voglia, della rivoluzione, se non si capisce che questa stessa contrapposizione – e non importa da qual parte ci si schieri – significa abbandonare il terreno del marxismo. Il marxismo concepisce infatti l’intero processo dello sviluppo capitalistico, e in esso quello dell’espansione delle forze proletarie, come un grande processo unitario. Il lungo lasso di tempo che questa evoluzione abbraccia, le lunghe pause, e – apparentemente – lunghe soste, i cedimenti e l’immobilismo non possono e non debbono mai offuscare, per il proletariato, ma soprattutto per la sua avanguardia consapevole, il carattere rivoluzionario della totalità dell’evoluzione. La tattica dei comunisti deve perciò adeguarsi a questa duplice caratteristica del movimento operaio rivoluzionario, da un lato non perdendo mai di vista l’unità e la totalità del processo rivoluzionario, dall’altro considerando sempre questa stessa totalità dal punto di vista di ogni particolare momento, dal punto di vista dell’«esigenza del giorno»: dev’essere costantemente una Realpolitik rivoluzionaria, in cui ciascuno dei due concetti di cui è costituita la tattica comunista deve sempre conservare in egual misura la stessa importanza. Solo se il significato di questo processo, nella sua unità e tattica, è distorto dall’opportunismo, solo se l’evoluzione è intesa come «evoluzione pacifica» e la Realpolitik come rinuncia alla rivoluzione, il putschismo riesce a ottenere una – apparente – giustificazione rivoluzionaria. Solo allora infatti l’insurrezione armata e la conquista del potere «ad ogni costo» possono effettivamente acquistare la parvenza di un’azione realmente rivoluzionaria. Se, al contrario, il processo stesso viene concepito, secondo la sua essenza, come rivoluzionario, allora le insurrezioni armate appaiono come passi necessari su questa strada, indispensabili in certe situazioni, ma che secondo la loro essenza non sono in linea di principio per nulla diversi dagli altri passi; allora al putschismo viene tolto ogni terreno non solo sul piano teorico e dell’agitazione, ma anche su quello pratico, e il carattere piccolo-borghese dei suoi principi si smaschera da sé agli occhi di ogni operaio consapevole.

Con ciò la tattica dei comunisti nei confronti dei putschisti è chiaramente delineata: ogni loro azione, per quanto apparentemente modesta e volta a esigenze momentanee, i comunisti la devono compiere con spirito rivoluzionario. E spirito rivoluzionario, in questo senso pratico della parola, vuol dire né più né meno che azione cosciente in direzione del processo rivoluzionario, utilizzazione di ogni occasione per rendere più acuti i contrasti di classe e per dare al proletariato la coscienza di questo processo di acutizzazione.

Ciò è possibile solo quando ogni singola azione del proletariato è guidata dalla prospettiva del movimento complessivo, e quando con l’azione il proletariato ha acquistato coscienza di questa unità nell’intero processo rivoluzionario. Se ciò non avviene, la tutela dei loro interessi con le armi in pugno apparirà agli operai sinceramente rivoluzionari, ma che non hanno ancora maturato una piena coscienza di classe, come l’unica azione rivoluzionaria genuina. Opportunismo e putschismo non sono infatti fenomeni fra loro affini solamente sul piano teorico.

Il putschismo può crescere soltanto sul terreno dell’opportunismo, sicché la presenza di tendenze putschiste nella classe operaia deve spingere ogni buon comunista all’autocritica, ossia ad indagare se nella sua tattica non siano comunque presenti fenomeni di opportunismo.

«Il difetto capitale d’ogni materialismo fino ad oggi», dice Marx3, sta nel fatto che «l’oggetto» viene concepito «non come attività umana sensibile, prassi, non soggettivamente», non come «attività oggettiva». Perciò il materialismo feuerbachiano, il materialismo intuitivo non ha compreso «il significato dell’attività ‘rivoluzionaria’, ‘pratico-critica’». Il marxismo volgare degli opportunisti è regredito a questa fase di sviluppo feuerbachiana – e tutta l’apparente attività del putschismo non è in grado di risollevarlo dal livello della pura e semplice intuizione. Entrambi concepiscono perciò l’evoluzione storica in modo del tutto meccanicistico. Dalle concezioni che entrambi hanno della lotta di classe esula l’idea della attività rivoluzionaria delle masse, e con essa quella dell’elevazione della loro coscienza rivoluzionaria, risultato e contemporaneamente fondamento della loro azione rivoluzionaria.

Gli opportunisti ed i putschisti sono affini anche nel sottovalutare la spontaneità delle masse a cui contrappongono le azioni «preparate», organizzate in anticipo, e nel fatto che gli uni e gli altri tentano di «fabbricare» il movimento (non importa che si tratti di aumenti salariali o d’insurrezioni armate), invece di cercar di renderlo cosciente e di guidarlo in senso comunista. Perciò le loro azioni, sebbene dalle due parti vengano sempre definite «realistiche» in confronto alle analisi puramente «teoriche» dei veri marxisti, finiscono col restare campate in aria e prive di qualsiasi fondamento visibilmente reale. Questo concreto fondamento dell’azione può infatti essere costituito solo dalla coscienza di classe del proletariato la quale si manifesta nell’«attività critico-pratica». Ogni azione che non promani da essa, dalla spontaneità delle masse, e la cui prospettiva non sia la presa di coscienza di quelle esigenze che hanno suscitato questa spontaneità in maniera inconsapevole, ogni azione che non miri a convogliare questa spontaneità in tale direzione ossia verso la totalità del processo rivoluzionario, rimane sospesa in uno spazio assolutamente vuoto, per quanto efficaci e «realistiche» possano essere le sue parole d’ordine. Ogni operaio, anche se dapprima in maniera inconsapevole, è un marxista ortodosso: questa circostanza costituisce la premessa inespressa dell’attività comunista. Egli lo è per la sua condizione di classe che lo inserisce necessariamente nel processo rivoluzionario. Ma solo l’insegnamento pratico della lotta di classe, ed in esso l’azione di guida del partito comunista, può dare all’operaio la coscienza di questa sua ineluttabile condizione di classe, con tutte le conseguenze che vi sono connesse. Tanto gli opportunisti quanto i putschisti ostacolano questo processo in pari maniera, anche se con mezzi differenti; i primi, facendo della situazione del momento, isolata dal contesto complessivo, il punto di partenza della loro tattica; i secondi, proponendosi un obiettivo non ancora maturato, non ancora fissato spontaneamente (anche se inconsapevolmente) dalla massa, ma cercando addirittura di realizzarlo senza una diretta relazione con essa.

La concezione meccanicistica che il marxismo volgare ha della lotta di classe separa, come vediamo, la «preparazione» alla rivoluzione dalla «rivoluzione» stessa, e di conseguenza l’organizzazione delle masse, isolando i singoli momenti della lotta dalla loro totalità. Trascurando l’idea della totalità del processo rivoluzionario, essa non riesce a comprendere il ruolo della coscienza nello sviluppo rivoluzionario ed a basare l’attività rivoluzionaria sullo sviluppo della coscienza di classe rivoluzionaria. Gli opportunisti credono di poter infondere gradualmente nel proletariato la «maturità» necessaria alla rivoluzione mediante un pacifico «lavoro di chiarificazione». I putschisti ignorano del tutto questo problema attribuendo di punto in bianco alle masse la loro propria «coscienza» rivoluzionaria. Le due concezioni sono meccanicistiche. Entrambe vedono nello sviluppo della coscienza di classe proletaria qualcosa che indipendentemente dalla lotta rivoluzionaria potrebbe essere soltanto una mera rappresentazione. Si privano così dell’arma più importante, dell’unica arma rivoluzionariamente decisiva. I comunisti, nella misura in cui impostano la loro tattica nell’unica genuina maniera possibile volgendola in direzione di questa unità formata dalla lotta di classe e dalla coscienza di classe, e nella misura in cui compiono ogni loro azione con spirito rivoluzionario, educando il proletariato all’«attività critico-pratica», non hanno nemmeno bisogno di condurre una lotta particolare contro gli opportunisti e i putschisti.

Se invece abbandonano questa strada, nessuna polemica – per quanto letterariamente abile – potrà salvarli da questo duplice pericolo. La rivoluzione, infatti, è un grande processo formativo del proletariato. Il proletariato può vincere solo a condizione di costituirsi come classe nella lotta attraverso la lotta. Ma potrà diventare una classe solo se nel proprio interno esso avrà sviluppato l’autentica coscienza di classe, la quale a sua volta può nascere unicamente dalla presa di coscienza maturata nell’azione rivoluzionaria, nell’azione conforme agli interessi di classe. Ogni altro discorso sulla «maturità ideologica» del proletariato resta una vuota ciarlataneria, sia che si riconosca o che si neghi al proletariato tale «maturità».

Il proletariato, come classe, esiste dapprima solo economicamente, oggettivamente, mentre è soltanto la lotta di classe che rende soggettiva e cosciente questa realtà di classe oggettiva e scientifica, inserendola nella attiva e vivente vita reale. A motivo della loro concezione meccanicistica della lotta di classe gli opportunisti ed i putschisti devono concepire il concetto di classe staticamente e come fissato una volta per tutte in forma inalterabile, non come un concetto dinamico che nasce dalla lotta, cresce in essa, e ivi chiama in vita se stesso. Possiamo ora trovare un solido fondamento per la tattica continuamente mutevole dell’azione comunista solo se consideriamo la costituzione del proletariato in classe come obiettivo e tendenza della rivoluzione, e non come punto di partenza per la rivoluzione. La realtà economico-scientifica della classe è in ogni caso il punto di partenza delle considerazioni tattiche. La sua vivente realizzazione da parte del proletariato può però essere solo l’obiettivo dell’azione rivoluzionaria. Ogni azione autenticamente rivoluzionaria diminuisce la tensione ed il distacco tra la situazione economica e la fattiva coscienza del proletariato. Questa coscienza, quando arriva a coincidere con la situazione, quando riesce a penetrarla e illuminarla in profondità, avrà altresì la capacità di superare tutti gli ostacoli, ossia di portare il processo rivoluzionario al suo pieno compimento.

Nella motivazione della sua proposta di espulsione della frazione Willich-Schapper, Marx4 dice con ineguagliabile chiarezza: «In luogo dei rapporti reali, la ruota motrice della rivoluzione è per essa la volontà pura e semplice. Mentre noi diciamo agli operai: ‘Dovete combattere quindici, venti, cinquanta anni di lotte civili e guerre popolari non solo per cambiare i rapporti ma per trasformare voi stessi5, per rendervi atti al potere politico’, voi dite, al contrario: ‘Dobbiamo giungere subito al potere, altrimenti possiamo metterci a dormire’ […]. Come i democratici trasformano la parola popolo in un’entità sacra, così fate voi con la parola proletariato. Come i democratici, anche voi sostituite allo sviluppo rivoluzionario la fraseologia della rivoluzione».


1 Cfr. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, in Scritti scelti, a cura di Luciano Amodio, Milano 1963, p. 283.

2 K. Marx, Critica del programma di Gotha, Milano 1970, p. 18.

3 Cfr. K. Marx, Tesi su Feuerbach, in Marx-Engels, Opere scelte, Roma 1966, pp. 187-8.

4 Cfr. K. Marx, Enthüllungen über den Kommunistenprozess in Köln [Rivelazioni sul processo dei comunisti a Colonia], in Marx-Engels, Werke, cit., p. 413.

5 Corsivo di Lukács [N.d.C.].