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di György Lukács

[Organisatorische Fragen der revolutionären Initiative, 1921]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


È stato già ripetutamente messo in rilievo, e corrisponde senza dubbio a verità, che la crisi del VKPD, a cominciare dal conflitto-Serrati fino all’acuta crisi-Levi dopo l’«azione di marzo», non è altro che la ripercussione reale delle condizioni per l’ammissione poste dal II Congresso. Doveva infatti venire alla luce che le condizioni di cui sopra – qualora siano intese seriamente – non possono assolutamente considerarsi soddisfatte con il semplice atto della loro accettazione e neanche con la decisione di realizzarle organizzativamente, ma che con esse, al contrario, si è appena messo in moto il processo al termine del quale si trovano gli effettivi partiti comunisti. Tutti gli opportunisti della III Internazionale, da Serrati a Levi, vi si sono quindi opposti con un istinto sicuro, e si sono concordemente uniti – anche se da principio cautamente e a bassa voce – al grido di furore del Centro contro di esse. La richiesta di tutti i centristi e opportunisti di stabilire clausole politiche per l’ammissione significa infatti che non si procede di un passo in direzione di una formazione di veri partiti comunisti, ma che al contrario dovrebbero nascere «partiti di massa»solo apparentemente comunisti (composti di masse operaie animate da sentimenti rivoluzionari, ma poco consapevoli e manovrate dagli opportunisti secondo le regole dell’«autonomia»). Questa falsa strada è stata definitivamente sbarrata dalle decisioni del II Congresso. Le deliberazioni hanno però potuto dare solo la spinta iniziale per avviare questo processo nella giusta direzione. Le crisi di partito scoppiate dappertutto nel periodo tra i due congressi mostrano che la chiarificazione è già notevolmente avanzata ma che non è ancora assolutamente ultimata. Sarà compito del III Congresso riassumere le esperienze di tutte queste crisi e portare avanti lo sviluppo ormai felicemente iniziato.

Tra queste esperienze occupano un posto essenziale quelle dell’«azione di marzo»soprattutto perché il partito e la rivoluzione si trovano in Germania nella fase più avanzata. Ciò che a questo proposito deve risultare subito evidente anche ad un osservatore esterno è, da un lato, il fallimento della centralizzazione dell’azione, la scoperta che il partito era centralizzato solo sulla carta;dall’altro, che questa mancanza d’organizzazione è stata capita subito, con un sano intuito rivoluzionario, dalla massa dei membri del partito, e che essa è stata posta al centro delle discussioni sull’«azione di marzo», sicché esistono fondate speranze in un processo di risanamento in tal senso.

È però abbastanza singolare che questa mancanza d’organizzazione, la quale c’è stata indubbiamente anche prima, sia saltata agli occhi in modo così palese solo in occasione dell’azione stessa. La causa di ciò sta, a mio giudizio, nel fatto che la centralizzazione dell’organizzazione e l’iniziativa tattica del partito sono concetti che si condizionano reciprocamente. Questa azione reciproca è in primo luogo tecnica. Da un lato infatti ogni tentativo del partito di assumere come che sia l’iniziativa, è necessariamente destinato a restare una semplice proposta, o addirittura a trasformarsi in mera fraseologia, qualora non esista alcuna forma d’organizzazione pienamente centralizzata in guisa tale da ottenere che tutte le parti che compongono il partito, uomini o istituzioni, abbiano la capacità di funzionare subito come le membra di un corpo. D’altro lato, una centralizzazione efficacemente realizzata, per la sua stessa dinamica interna, deve spingere il partito all’azione e all’iniziativa. Allo stesso modo come ai tempi del putsch di Kapp il sentimento e la coscienza della debolezza organizzativa ebbero sulla Lega spartachista un effetto paralizzante e contribuirono non poco all’esitazione e indecisione tattiche di essa, così un’organizzazione fatta procedere con spirito rivoluzionario, deve necessariamente, quando funziona, spingere in avanti il partito anche sul piano tattico.

Questa connessione mette nel contempo in luce il punto di collegamento ideale di tattica e organizzazione, iniziativa e centralizzazione.Capacità organizzativa rivoluzionaria e intuito nel cogliere l’importanza che ha l’organizzazione rivoluzionaria presuppongono un elevatissimo grado di coscienza di classe. Non basta a questo fine la semplice disponibilità sentimentale alla – istintiva – azione rivoluzionaria. Non basta nemmeno la chiara consapevolezza che ci troviamo di fronte all’ultima crisi del capitalismo. È necessario avere l’incrollabile certezza che è venuto il momento dell’agire;che siamo giunti al momento cruciale della decisione, in cui la dedizione, lo spirito di sacrificio, l’assoluta subordinazione di ogni singolo determinano il destino della rivoluzione. Infatti un’organizzazione rivoluzionaria non può attuarsi meccanicamente. Se mancano le premesse ideali, la più bella delle decisioni (cioè accettare le condizioni per l’ammissione)resta una mera decisione. Non solo, ma anche con le migliori premesse, con la migliore volontà, la decisione viene presa dinanzi agli interessati senza che si comprenda a pieno la portata e le conseguenze di essa. Ciò è accaduto quasi ovunque a proposito delle condizioni per l’ammissione. Per quanto la decisione dell’offensiva del VKPD meriti di essere salutata con favore, per quanto i suoi iniziatori abbiano ragione a ritenere che solo in tal modo è possibile conseguire una influenza trascinante, realmente decisiva, dell’avanguardia su tutta la classe del proletariato, è necessario tuttavia constatare in pari tempo che organizzativamente la stessa avanguardia non era all’altezza di questo compito. Così si è anche visto che essa non era sufficientemente preparata al suo compito nemmeno sul piano ideale.

Una tale critica non dev’essere interpretata come una disapprovazione della tattica offensiva. In un precedente saggio1, ho esposto in maniera sufficientemente chiara, sul piano teorico, la mia approvazione di fondo di questa tattica. Ma se si tratta di trarre la lezione dell’«azione di marzo»sul piano pratico, allora non è lecito passare sotto silenzio nulla. Non solo infatti non è lecito nascondere neanche un singolo «errore», ma è necessario invece porre in discussione l’aspetto sintomatico di ognuno degli errori. Senza che sia possibile scendere a casi particolari, bisogna tuttavia accennare al fatto che la critica dell’«azione di marzo»viene condotta da entrambe le parti (epperò non vi si può includere Paul Levi)con giusto istinto. Se infatti da un lato la Direzione centrale denuncia come motivo principale degli errori la mancanza di disciplina durante l’azione, ed è decisa ad apportare un cambiamento con l’adozione di misure draconiane, essa ha ben ragione di farlo. Dalla parte opposta si accenna con uguale buon diritto al fatto che le valutazioni centrali del partito sono fallite sia nella fase preparatoria dell’azione che durante l’azione stessa. Entrambe le accuse mirano al medesimo punto. Si può e si deve esigere la disciplina più incondizionata, ma pur con la migliore volontà essa può essere realmente efficace solo se la volontà dell’organismo centrale che la esige sia unitaria al suo interno, abbia una visione chiara degli obiettivi e disponga anche delle premesse per poter esprimere chiaramente questa visione. Non è lecito nascondersi che in tale circostanza sono emerse gravi manchevolezze. Nessuno vorrà mettere in dubbio che alla Direzione centrale si siano presentate durante l’azione intenzioni chiare e consapevoli. Affermare il contrario non è solo una malevola distorsione dei fatti, ma distoglie anche l’attenzione dai problemi obiettivamente organizzativi che possono e devono insegnarci ancora molto – e fa deviare la discussione verso sterili diatribe sulla capacità di singole persone. Tuttavia è lecito chiedersi se sul piano organizzativo la Direzione disponesse di quei mezzi che avrebbero in generale reso possibile di comunicare l’univoca espressione del suo proposito a tutto il partito (il che è la premessa della disciplina).

Adesso si discute molto sul fatto che il VKPD sarebbe ormai uscito dalla fase propagandistica ed entrato in quella delle azioni. Se non vogliamo trastullarci con mere frasi vuote, ciò può essere inteso unicamente nel senso di una accresciuta funzione della propaganda, della sua effettiva organizzazione. Fino a quando infatti il partito si trova sulla difensiva, le circostanze stesse fanno sì che i difetti organizzativi della propaganda restano nascosti. Difensiva vuol dire d’altronde, in ultima analisi, che le manifestazioni di vita del partito, anche se sorrette da un altissimo grado di sentimento e coscienza rivoluzionaria non hanno la loro sorgente nel partito stesso, bensì sono condizionate dal comportamento della controrivoluzione borghese o socialdemocratica. Questo margine tra iniziativa e reazioneimposta dall’esterno è ovviamente fluido. Il più forte dei partiti di massa, dotato della più decisa volontà offensiva, viene condizionato nelle sue azioni e decisioni anche dal comportamento dei gruppi avversari ecc. D’altro lato però il punto fino al quale un gruppetto, sia pur esiguo, è intenzionato a condurre le azioni che gli sono «imposte», dipende in notevole misura dalla sua volontà e decisione. Nonostante questo margine fluido, la differenza si esprime tuttavia appunto sul piano organizzativo. Finché infatti il comportamento e la resistenza del partito hanno un così nettamente determinato carattere difensivo, alla propaganda interessa soprattutto lo smascheramento degli intrighi di tutte le forze controrivoluzionarie palesi o occulte per accelerare così nel proletariato il processo di sviluppo della coscienza di classe rivoluzionaria, per promuovere lo scoppio di azioni di massa spontanee, sfruttando la situazione economica e politica. Se qui da un lato è assolutamente necessaria l’unità ideale e tattica nell’azione del partito comunista, dall’altro non può tuttavia venire veramente alla luce la incompleta organizzazione di esso. Il genere ditattica difensiva imposto dall’«esterno», conferisce infatti (e ciò anche se esiste una valida struttura organizzata)tanto alla propaganda quanto all’azione del partito comunista una linea in certo qual modo diffusa, dispersa e poco concentrata. Finché il partito si trova nella fase del mero raduno delle forze è assai difficile evitare questo carattere dispersivo. Il partito è costretto a volgersi nelle direzioni più disparate, ad attrarre forze di sensibilità e maturità diverse ecc., a non tralasciare alcuna occasione per affermare se stesso e smascherare l’avversario. È costretto a venire incontro senza riserve ai movimenti sorti spontaneamente, sicché in questa fase è quasi impossibile verificare con sufficiente chiarezza ciò che in questo tipo di lavoro largamente diversificato e diffuso è intenzione tattica e ciò che invece è debolezza organizzativa. In particolare nel campo della propaganda è senz’altro possibile che degli organismi di partito siano in grado di svolgere un lavoro eccellente ed in modo pienamente «autonomo»:pur limitandosi a seguire solamente la linea tattica di smascherare la controrivoluzione e di sollecitare manifestazioni spontanee di massa, essi riescono, sebbene entro margini ben determinati a promuovere in modo estremamente efficace il movimento.

Questo tipo d’organizzazione, in cui sono venuti a trovarsi quasi tutti i partiti comunisti dei paesi non russi nella fase della loro nascita, non rappresenta in realtà un ideale neanche oggi. Diventa poi addirittura un pericolo catastrofico nel momento in cui il movimento e il partito si sono talmente rafforzati che un’iniziativa d’azione del partito è diventata possibile in base al rapporto di forze e necessaria nell’interesse dell’ulteriore sviluppo della rivoluzione. Anche in questo caso è vero, la propaganda si riferisce agli stessi oggetti di prima, ma la sua funzione si è decisamente trasformata: essa deve ricevere una pianificazione interna, epperò non come se, d’ora in poi, il partito comunista fosse in grado di prestabilire il corso e il ritmo alla rivoluzione. Con la propaganda esso deve creare le premesse ideali per una azione unitaria e decisa dell’avanguardia del partito comunista in ogni circostanza; e ciò non solo reagendo in modo rivoluzionario all’atteggiamento della controrivoluzione, ma procedendo tatticamente e organizzativamente a ranghi serrati in ogni occasione che il partito ritiene appropriata all’attacco. Preparazione e potenziamento della propaganda diventano così un compito prevalentemente organizzativo. L’apparato deve essere tanto saldamente nelle mani del partito, che tutta la propaganda possa operare come uno strumento unitario. E qui, secondo me, molte critiche dell’«azione di marzo»sbagliano il bersaglio. È inesatto affermare che l’azione del VKPD era errata perché non fu capita dalla massa del proletariato e perché il partito venne così a trovarsi nuovamente isolato. Ciò in primo luogo non vale per tutte le regioni della Germania;ed in secondo luogo non costituirebbe affatto un’obiezione decisiva nei confronti dell’azione. È infatti ben possibile che un simile comportamento del partito nel momento dell’attacco non venga capito e sia perciò condannato alla sconfitta. Ma la sconfittapuò in seguito portare al rafforzamento del partito qualora sopraggiungano effettivamente quelle conseguenze economiche della sconfitta (riduzione dei salari e aumento delle ore lavorative nella Germania centrale)che il partito voleva impedire con la sua azione offensiva. Una preparazione puramente propagandistica dell’intero proletariato come premessa all’azione è un’utopia opportunistica. Solo dall’insegnamento pratico di una serie di azioni, alcune delle quali sicuramente prive di successo, l’intera classe può acquistare la visione della propria situazione e i necessari tipi d’azione che devono seguirne. La grande debolezza insita nell’«azione di marzo»(non nella sua «idea»ma nella sua realizzazione)stava piuttosto nel fatto che essa non è stata capita abbastanza rapidamente e a pieno dall’avanguardia rivoluzionaria. Una gran parte delle parole d’ordine arrivò «all’improvviso». Non che fossero incomprensibili rispetto alla situazione e quindi scorrette dal punto di vista oggettivo, ma l’apparato propagandistico non vi era né abituato né preparato. Le parole d’ordine della Direzione centrale erano come corpi estranei negli organismi del partito, i quali nei loro articoli di fondo, nei loro commenti sugli avvenimenti quotidiani ecc. si attardavano spesso nel vecchio tono di prima. Azioni di sabotaggio ve ne furono senza dubbio parecchie. Ma, da un lato, non si può attribuire al sabotaggio ogni fallimento di questo genere;e dall’altro la possibilità stessa di sabotaggi così estesi rivela la sostanziale mancanza d’organizzazione, ossia che l’apparato propagandistico del partito ha funzionato in certo qual senso automaticamente, «da sé», e che sul piano organizzativo esso non era nelle mani della Direzione centrale. Che in questo caso non si sia trattato solo di carenze «tecniche»(scarso o interrotto collegamento con la provincia ecc.), ma che è venuto a mancare il principio organizzativo ideale lo dimostra il fatto che l’organismo centrale del partito ha fallito durante l’azione allo stesso modo degli organismi provinciali. (È ovvio che a quanto qui si è detto sull’apparato propagandistico bisogna attribuire un valore sintomatico, e che queste considerazioni valgono in misura ancor maggiore nei confronti degli altri organismi di partito.)

Non si tratta quindi soltanto di creare una ferrea disciplina rivoluzionaria, ma di richiamare in vita al tempo stesso le premesse ideali e organizzative di tale disciplina nella costruzione del partito. Dipenderà dall’effettiva attuazione di questa linea che il VKPD esca rafforzato o indebolito dall’«azione di marzo». Se esso è in grado di afferrare l’idea dell’organizzazione rivoluzionaria in tutta la sua portata e di trarne tutte le conseguenze, vorrà dire che è uscito vittorioso da questa crisi. Se invece tralascia di farlo, allora l’«orientamento verso l’offensiva»rimarrà una pia intenzione la quale, in un eventuale rinnovato tentativo di realizzarla, comporterà crisi ancora più gravi.

Ogni partito comunista rappresenta, per propria natura, una forma organizzativa superiore a quella di ogni altro partito opportunista o centrista. Ma siccome questa nuova organizzazione non può essere realizzata con la semplice presa in consegna del vecchio apparato e con il suo orientarlo verso i nuovi fini, bensì attraverso il processo che anzitutto scioglie o in parte distrugge addirittura le vecchie organizzazioni e incita le masse a ribellarsi spontaneamente alla loro vecchia disciplina di partito, è inevitabile che ogni partito comunista può conquistare la sua superiore forma organizzativa soltanto attraverso gravi crisi. Tali crisi di risanamentosono state ripetutamente provocate dalle condizioni di adesione stabilite dal II Congresso. Ma queste crisi possono portare a un effettivo risanamento solo se le condizioni per l’ammissione vengono non solo accettate ma anche realmente attuate. Il che significa, al tempo stesso, che esse non vanno concepite soltanto come un’esigenza dell’Internazionale e quindi attuate «coscienziosamente», ma che il germe ideale che sta alla loro base deve essere inteso in tutta la sua portata almeno dall’avanguardia rivoluzionaria. Nel VKPD questo processo si è senz’altro già avviato. Tutto sta ora a non farlo ritardare, ma a promuoverne, al contrario, la piena attuazione.

La linea di demarcazione che divide in maniera decisiva la forma organizzativa menscevica da quella bolscevica si rivelò già all’epoca della prima scissione russa:sta nei requisiti a cui devono soddisfare i membri di un partito bolscevico. Già allora Lenin coniò il concetto «rivoluzionario di professione», concetto che fu completamente frainteso dall’intera opinione pubblica dei paesi non-russi. Oggi è possibile affermare tranquillamente, senza la minima irriverenza verso la memoria di Rosa Luxemburg, che la sua opposizione a Lenin nel 1904 era basata sulla più totale incomprensione delle sue proposte;e che a quell’epoca anche Rosa Luxemburg aveva dinanzi agli occhi soltanto la vecchia struttura del partito, scorgendo in essa – e con ragione per quel che concerneva l’Europa centrale e occidentale – un elemento frenante della rivoluzione, e facendo quindi appello proprio alla spontaneità delle masse come all’elemento portante della rivoluzione. Da questo punto di vista la Luxemburg ha combattuto la richiesta di Lenin della centralizzazione assoluta, non individuando però nel contempo ciò che costituiva la molla della nuova forma organizzativa, ossia il maggiore e accresciuto impegno chiesto ai singoli membri del partito. Non è un caso che tutti gli opportunisti – e da ultimo Paul Levi con rara chiarezza – tirino sempre in campo i più bassi istinti, le debolezze troppo gravi dei proletari, onde poi questo pretesto che i proletari sarebbero ancora tanto soggiogati dai legami terreni, serve come un ulteriore motivo di passività, di condanna e di denuncia di ogni azione veramente rivoluzionaria. È vero che la rivoluzione, secondo le parole di Lenin, deve essere fatta appunto con gli uomini di cui si dispone. Ma la questione cambia aspetto allorché si deve scegliere chi può entrare a far parte dell’avanguardia rivoluzionaria e cosa soprattutto bisogna chiedere in prestazioni e sacrificio a coloro che credono di poter far parte dell’avanguardia. Su quest’unico punto, cioè a proposito della istanza etica, Gorter e i suoi seguaci hanno inteso correttamente i criteri organizzativi bolscevichi. Subito dopo hanno però mandato completamente a monte il loro corretto giudizio, traendone conseguenze teoriche e facendone un’applicazione ancor più meccanica. Aspettare infatti che spunti un germe tanto robusto che, con la sola forza del suo esempio, esso, gradualmente, si apra e si espanda sempre più fino ad educare alla rivoluzione un proletariato che secondo Gorter non sarebbe ancora rivoluzionario, costituisce un utopismo non minore della fede opportunistica in quei «partiti di massa»che sarebbero chiamati a unificare altrettanto gradualmente l’intero proletariato sul piano organizzativo, o almeno la sua maggioranza, per attuare in questo modo la rivoluzione. Infatti è bensì vero che lo sviluppo del partito comunista e quello della rivoluzione proletaria si condizionano a vicenda, ma la loro crescita non costituisce affatto un processo unitario, anzi non si svolge nemmeno sotto il segno di un costante parallelismo.

La separazione di queste due linee di sviluppo è della massima importanza pratica perché l’opportunismo, il quale è sempre capace di escogitare una «teoria dell’evoluzione»adattabile e consona alle circostanze, si costruisce qui una linea di difesa organizzativa. Se sul piano tattico esso parte dalla premessa che la crescente crisi economica provoca «ineluttabilmente»e «per legge naturale»un rivoluzionamento di tutto il proletariato che poi ogni partito comunista non ha che da sfruttare propagandisticamente per imporsi alla guida del movimento che automaticamente ne scaturirebbe, sul piano invece organizzativo il presupposto dell’opportunismo è che la nascita e crescita di un partito comunista non sono altro se non un puro e semplice sanzionamento della situazione rivoluzionaria dei rispettivi paesi. L’opportunismo organizzativo è ancor più pericoloso di quello tattico perché sul nesso tra organizzazione e azione rivoluzionaria si è avuto a tutt’oggi una trattazione teorica troppo scarsa e il suo significato non è quindi penetrato neppure gradualmente nella coscienza delle masse, sicché l’opportunismo che vi si annida è stato individuato raramente e ancor più raramente smascherato.

Il camuffamento opportunistico della corretta impostazione, il quale sul piano tattico si trincera dietro il problema del putsch, propone sul piano organizzativo il falso dilemma fra partito di massa e setta. L’opportunismo organizzativo sfrutta a tal proposito abilmente la concezione del partito unilateralmente etica, avulsa dalla realtà e antistorica di Gorter e dei suoi seguaci per ridurre il problema a una semplice scelta fra una organizzazione di tipo KAP o di tipo-PSI. Ciò sarebbe senza dubbio esatto, se davvero il problema fosse l’alternativa fra un nucleo organizzativo di comunisti risoluti e coscienti, ma staccato dalle masse impreparate, e un’«evoluzione rivoluzionaria»delle stesse masse verso il comunismo. Ma. è chiaro che né la realtà storica né il metodo dialettica conoscono un simile aut-aut. L’attuazione del «regno della libertà», l’opera storicamente determinante dell’avanguardia risoluta e capace di riconoscere chiaramente il corso della storia e di realizzarlo, si svolgono al contrario all’interno della realtà storica, in un’ininterrotta reciprocità dialettica con la crisi economica oggettiva e l’azione delle masse da essa rese rivoluzionarie. Che cosa ciò significa tatticamente l’ho accennato nel saggio sopra citato. Sul piano organizzativo ne consegue che l’emergere dalla massa proletaria del nucleo consapevolmente rivoluzionario, dei veri quadri dirigenti, costituisce un processo che si compie bensì in costante azione reciproca con l’evoluzione rivoluzionaria soggettiva e oggettiva della classe, ma che tuttavia è per sua natura la libera e consapevole azione dell’avanguardia stessa. Il principio organizzativo di tali partiti, che dal giorno della costituzione del partito bolscevico russo si trova in un processo di costante chiarificazione, deve quindi mirare al rafforzamento ideale e organizzativo di questo nucleo consapevole. In Russia l’avanguardia è riuscita, tra le due rivoluzioni, ad elevarsi a piena chiarezza e consapevolezza;in Ungheria soltanto il crollo della dittatura dei Consigli ha potuto dare l’avvio alle premesse ideali e organizzative di un tale partito. Per quanto riguarda la Germania, e presumibilmente la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, la questione si pone nel senso che larghissime masse sono già state afferrate dallo spirito della rivoluzione e aderiscono all’Internazionale comunista anche organizzativamente, prima ancora che queste premesse siano pentrate con la sufficiente chiarezza nella coscienza dell’avanguardia. Il problema non è quindi rappresentato dalla statica, antistorica e antidialettica alternativa fra partito di massa da un lato e setta dall’altro, bensì dal problema dinamico che promana dal processo rivoluzionario ed in esso sbocca, ossia come un partito rivoluzionario vada trasformato in un partito veramente comunista.

Sarebbe ancora una volta opportunismo della migliore specie separare questo problema organizzativo dal problema tattico, astenendosi magari dalla politica attiva finché questo processo organizzativo non sia giunto a compimento. Sarebbe però una nuova forma di putschismo il volere unilateralmente confinare la problematica all’orientamento verso l’offensiva rivoluzionaria (scindendo così ancora una volta falsamente la tattica dall’organizzazione). Ciò che anche qui importa è la unità inscindibile di tattica e organizzazione. È necessario che il significato decisivo della centralizzazione rivoluzionaria si incarni nel vivo di ogni membro del VKPD;che ogni singolo compagno deciso a lottare per la battaglia risolutiva e a impegnare in essa la sua vita abbia la chiara visione di quel che la soluzione di questo problema comporta, ossia che l’organizzazione non può più essere considerata – come nel vecchio partito – un problema tecnico, bensì il supremo problema ideale della rivoluzione. I dibattiti dopo l’«azione di marzo»mostrano che questo processo è già iniziato. Sta a indicare una crescente consapevolezza in questa direzione il modo in cui i singoli distretti si sono mossi contro ogni rottura della disciplina, con sicuro istinto, punendo in primo luogo più severamente l’indisciplina di funzionari e fiduciari che non quella di semplici membri del partito. Occorre però che ciò non sia un «riordinamento»momentaneo, ma che si continui a sviluppare questo spirito della disciplina rivoluzionaria con un’azione incessante.

A questo proposito è sopratutto la Direzione centrale a dover intervenire con consapevolezza e spirito d’iniziativa. Essa deve, da un lato, creare l’apparato che renda anzitutto possibile una disciplina rivoluzionaria;ma dall’altro deve prendersi cura che l’elaborazione teorica di questo problema continui a procedere e la sua importanza penetri effettivamente nella coscienza delle masse. Per quanto peso abbiano qui le iniziative della Direzione centrale, la centralizzazione di un partito rivoluzionario non può mai attuarsi sui binari di un’operazione tecnico-burocratica. L’organizzazione centralizzata del partito è sì il presupposto per la disciplina rivoluzionaria dei suoi membri, ma la chiara consapevolezza raggiunta dai membri del partito in questa direzione costituisce a sua volta il presupposto per l’attuabilità di tale centralizzazione. Così il problema della organizzazione rivela a questo punto la propria natura ideale. Gli ostacoli che qui si devono superare sono infatti di natura ideale:residui ideologici della reificazione capitalistica sia nel pensiero che nel sentimento degli stessi comunisti: routine burocratica, individualismo che vuole la «libertà», che considera indegno il «lavoro minuto»ecc. Il pericolo dell’ideologia individualistica della libertà è stato ormai consapevolmente avvertito da ampie sfere dell’opinione pubblica di partito. In generale non si è però tuttora capito che nel rifiuto del quotidiano lavoro organizzativo si annida un individualismo ancor più pericoloso e una reificazione ancor più fossilizzata. Proprio qui si rende urgentemente necessaria una rielaborazione teorico-pratica del problema dell’organizzazione.

Solo se la questione è posta in questi termini, diventa veramente chiaro quanto profondamente il principio informatore tattico-rivoluzionario e l’organizzazione centralizzata siano governati da un unico e medesimo problema, quello dell’imminente «regno della libertà», e della necessità storica di intervenire coscientemente sul corso della crisi mondiale e sullo sviluppo della storia mondiale. La situazione è oggettivamente matura per la rivoluzione. Gli ostacoli di fondo alla vittoria della rivoluzione sono di natura ideologica. L’iniziativa rivoluzionaria dell’avanguardia ha il compito di superare la crisi menscevica del proletariato. L’organizzazione rivoluzionaria centralizzata del partito comunista non è però soltanto destinata a rendere possibile questa offensiva, essa ha anche il dovere di purificare radicalmente l’avanguardia, la formazione d’assalto, da tutte le scorie della reificazione capitalistica, e metterla degnamente all’altezza della sua missione storica.