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di György Lukács

[Die Triumph Bernsteins. Bemerkungen über die Festschriften zum 70. Geburtstag Karl Kautskys, 1924]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


Note sugli scritti celebrativi editi in occasione del settantesimo compleanno di Karl Kautsky1.

Anzitutto, come ti ho già scritto, qualcosa del genere lo si fa, ma non lo si dice.

Ignaz Aer, Lettera a Bernstein.

Colui che lo fece e però non lo disse, che non annunciò la revisione del marxismo, la trasformazione della dialettica rivoluzionaria in un pacifico evoluzionismo, ma che la portò a compimento, costui è stato Karl Kautsky. E se in occasione del suo settantesimo compleanno il riformismo di tutto il mondo si è radunato a festeggiarlo, la cosa è molto significativa e coerente. Il «Vorwärts» nel suo resoconto sui festeggiamenti londinesi ha dato il giusto rilievo alla parte veramente saliente. «Allorché, infine, si levò in piedi il vecchio Eduard Bernstein che sedeva alla destra di Kautsky, l’uomo che al pari di Kautsky ha fedelmente amministrato per tutta una vita l’immane eredità spirituale di Marx e di Engels, la festa toccò il suo più genuino e profondo significato […]. Furono parole di amicizia quelle di Bernstein. Per Kautsky e per lui acquistò particolare significato il detto che Adler aveva citato in un altro contesto: ossia che ciò che li divide ha scarsa importanza rispetto a tutto ciò che di grande li unisce. Quando Bernstein ebbe terminato e i due vegliardi, i cui nomi sono da lungo tempo diventati oggetto di venerazione per la nuova, la terza generazione, si furono abbracciati tenendosi stretti per alcuni istanti, chi avrebbe saputo sottrarsi al sentimento della commozione, chi avrebbe voluto sottrarvisi?».

Kautsky non mette affatto in discussione questa intesa con Bernstein. Egli così scrive circa la sua presa di posizione verso la guerra mondiale: «A quell’epoca ero vicinissimo a Bernstein. In occasione della guerra ci siamo ritrovati. Ognuno di noi ha conservato il proprio punto di vista sui problemi teorici, ma nella nostra attività pratica eravamo ora quasi sempre d’accordo. E così siamo rimasti fino ad oggi» (Selbstdarstellung, p. 26). È sotto questo emblema che si svolge il giubileo di Kautsky. Mentre le lotte per l’«ortodossia» marxista che riempiono il primo periodo dell’attività di Kautsky e culminano nella Bernstein-Debatte impallidiscono sempre più fino a ridursi a un episodio insignificante, nella sua opera assurgono a problema centrale le lotte che – dopo la prima rivoluzione russa – egli combatté dapprima contro Rosa Luxemburg, Pannekoek ed altri, e più tardi contro Lenin e Trockij.

Non è quindi un caso che nelle celebrazioni a Kautsky acquisti un ruolo primario il suo ultimo e più importante scritto, Die proletarische Revolution und ihr Programm [La rivoluzione proletaria e il suo programma], nel quale si rivelano chiaramente tutte le sue tendenze riformistiche sotto forma di una nuova «teoria della rivoluzione». Karl Kautsky viene celebrato da tutti i riformisti come il grande teorico della rivoluzione. E con ragione. Infatti il loro sabotaggio della rivoluzione, la loro angoscia di fronte alla rivoluzione, i loro sforzi frenetici per impedire la rivoluzione, hanno avuto in tutta l’opera di Karl Kautsky la più scoperta enunciazione teorica.

In ciò consiste il trionfo di Bernstein. Le singole «divergenze d’opinioni» sono oggi obliate comunque. Ciò che allora si presentava di vitale importanza era il problema se la socialdemocrazia, nell’epoca delle decisive lotte di potere che si stavano preparando tra borghesia e proletariato, sarebbe diventata la guida della classe rivoluzionaria, o se essa sarebbe accorsa in aiuto della borghesia per farle superare questa crisi, la più drammatica della sua esistenza. Bernstein ha enunciato questo auspicio in forma affrettata, troppo scoperta e tatticamente errata. Un’effettiva discussione delle sue tesi, un reale ripensamento delle loro conseguenze avrebbe immancabilmente diviso la socialdemocrazia e avrebbe contrapposto alla borghesia un partito proletario sia pure numericamente indebolito ma consapevole e decisamente rivoluzionario. La missione storica di Kautsky è stata quella di eludere la chiarificazione di questo problema, di impedire una simile tensione e di salvare ad ogni costo l’unità della SPD (e con essa quella della II Internazionale). Ed egli ha assolto questa missione fedelmente. Invece dell’aperta liquidazione della teoria rivoluzionaria marxista enunciata da Bernstein, Kautsky si è fatto interprete di una «continuità», di una «concretizzazione» della teoria rivoluzionaria marxista, nella quale – sotto l’apparente rifiuto del riformismo bernsteiniano – veniva teoricamente fissata e fondata proprio la parte essenziale della concezione bernsteiniana della storia, Il passaggio in forma evolutiva e pacifica al socialismo. L. Boudin riassume questa vocazione di Kautsky in termini inequivocabili: «Solo dopo che si fu dileguato il fumo della battaglia [si tratta della Bernstein-Debatte – G. L.] e dopo che questa battaglia era stata praticamente vinta, il grande continuatore di Marx, Karl Kautsky, fu in grado di scrivere quella serie di capolavori che esponevano per la prima volta la teoria marxista come una rappresentazione evolutiva della futura rivoluzione sociale» («Die Gesellschaft», p. 44). E altrettanto avviene nella formulazione che ne dà Z. Ronai: «Nella lotta di Kautsky contro il riformismo, in cui il teorico si rivelava un realista più avveduto di quanto lo fossero i fautori della politica del momento, praticoni e totalmente negati a una visione prospettica, la storia ha deciso in favore di Kautsky («Der Kampf», p. 423). Nel Programmbuch che dai suoi ammiratori viene considerato, a buon diritto, come il culmine della sua opera, Kautsky espone questa cangiante e ambigua teoria con la maggiore chiarezza possibile. Egli parla come se non volesse liquidare la rivoluzione. Anzi al contrario: egli si sforza di enunciare in forma molto nitida l’essenza di essa, l’essenza della rivoluzione proletaria, di salvaguardare la rivoluzione proletaria da ogni possibile confusione con la rivoluzione borghese. Ma proprio questa rivoluzione proletaria «pura» ha nel modo come egli la presenta una forma la cui essenza concreta la eguaglia oggettivamente al pacifico passaggio al socialismo enunciato da Bernstein.

Infatti questa rivoluzione si svolge nell’ambito della democrazia. E l’importanza della democrazia sta proprio nel fatto «che essa mette chiaramente in luce la grandezza di questa forza [del proletariato – G. L.] senza che sia necessario uno schieramento di forza armata» (La rivoluzione proletaria e il suo programma, p. 82). Questa rivoluzione si distingue dalla rivoluzione borghese proprio perché ad essa solitamente non segue un contraccolpo, una controrivoluzione (ivi, p. 96), premesso, beninteso, che non si adotti il principio «della prosecuzione della rivoluzione» (ivi, pp. 85-94), che Rosa Luxemburg ha erroneamente mutuato dalla rivoluzione borghese. È evidente che in tali circostanze parlare di democrazia come di una «dittatura della borghesia» è «una delle battute più ridicole che la nostra epoca abbia inventato» (ivi, p. 112).

Qui non intendiamo svolgere una critica di questa teoria della rivoluzione di Kautsky, che tocca il suo apice nella famigerata tesi del governo di coalizione come forma di passaggio dal capitalismo al socialismo. Volevamo solo denunciare il metodo con cui Kautsky ha «superato» le tendenze fondamentali di Bernstein, ossia la lotta contro la dialettica nella teoria e contro il «blanquismo» nella prassi del movimento operaio, da un lato fingendo di confutarle, dall’altro trasformando il loro contenuto oggettivo in componente inalienabile della teoria e prassi della SPD. L’ingenuità di Bernstein consisteva nella illusione che si potesse trasformare in maniera così scoperta un partito operaio continentale in un alleato della borghesia, e si potesse persuadere una classe operaia continentale che era giunta l’ora della pacifica democrazia. Kautsky supera Bernstein quando sembra riconoscere i momenti rivoluzionari della situazione mondiale, dando però a questo riconoscimento un significato teorico che – inavvertitamente – conduce alle estreme conclusioni pratiche di Bernstein. Così Kautsky vede molto chiaramente che i mezzi democratici sono utili solo nell’ambito della democrazia, che la lotta per la democrazia deve essere condotta con altri mezzi (ivi, p. 2). Ma poiché da un lato non fornisce una definizione concreta di questi «altri» mezzi, e dall’altro ipotizza un proletariato totalmente predisposto ad una pacifica rivoluzione «proletaria», le conclusioni a cui egli approda praticamente equivalgono alla esclusiva utilizzazione degli strumenti democratici sempre e ovunque, solo che nel frattempo gli riesce di sviare dal problema vero e proprio, dalla lotta per il potere, quei lavoratori che sono animati da genuini sentimenti rivoluzionari ma che non hanno le idee chiare. In questa strategia diversiva, in questo suo tentativo d’impedire una scissione reale tra elementi rivoluzionari e riformisti in seno al partito operaio, in questa creazione di una falsa scissione – quando ormai una scissione è diventata inevitabile – sta la missione storica di Karl Kautsky come guida teorica del Centro della II Internazionale. Il serbo Topalovitsch espone in un saggio molto significativo la necessità per il riformismo di una simile teoria della diversione. Egli concede a Kautsky che nei paesi occidentali è «possibile solo un dominio di classe moderato, non una dittatura» («Der Kampf», p. 419). Ma «nell’Europa orientale, a differenza che nei paesi occidentali, il potere del capitalismo è cresciuto, mentre sono rimasti immutati il potere e la posizione di classe del proletariato. Perciò il proletariato dei paesi orientali non si rende conto della vivace e costruttiva ascesa al potere del ringiovanito proletariato occidentale. Questa incapacità di scorgere la necessità dell’evoluzione e della sua gradualità induce però a cercare nell’anarchismo la salvezza del socialismo rivoluzionario». Ed egli lancia un grido di nostalgia per «Vienna», per la serenamente spirata Internazionale 2 ½. «I compagni dei paesi occidentali, ai quali queste considerazioni possono forse sembrare meschine, pensino che noi dobbiamo condurre la lotta non solo contro la nostra immatura borghesia ma persino contro una classe operaia immatura, la quale più che nei paesi occidentali è sensibile a una demagogia che specula sui più bassi istinti» (ivi, p. 421).

Questa contrapposizione tra «Occidente» e «Oriente» non è affatto meramente geografica (sebbene lo stesso Kautsky l’abbia enunciata proprio in questa forma: cfr., nel suo scritto su Liebknecht-Luxemburg-Jogiches, le considerazioni sul tipo «inglese» e «russo» di movimento operaio). Accade anche in Occidente che il proletariato non abbia un sufficiente «addestramento» per realizzare correttamente l’ideale kautskiano della vera rivoluzione proletaria le cui lotte per il conseguimento del potere politico (secondo Kautsky!) vengono combattute «da grandi organizzazioni che esistono da decenni, con ricche esperienze, compiuto addestramento, programmi ponderati e dirigenti noti e provati» (Programmbuch, p. 77). In simili casi, quando sorge un contrasto, Kautsky fa della medesima antitesi un’applicazione una volta tattica e una volta storica. Sul piano tattico ad esempio nella contesa con Rosa Luxemburg a proposito dello sciopero di massa, dove egli – a differenza dei dirigenti sindacali la cui franchezza era poco intelligente – non si è opposto apertamente al movimento per lo sciopero di massa, non ha respinto lo sciopero di massa come tale, ma ha contrapposto una «strategia di logoramento» alla «strategia del rovesciamento» propagandata (secondo Kautsky) da Rosa Luxemburg («Neue Zeit», XXVIII, 2); sul piano storico, e nella forma più deleteria durante i momenti decisivi della guerra mondiale, allorché sosteneva la teoria che l’imperialismo non è affatto una tappa necessaria dello sviluppo capitalistico, ma solo un episodio più o meno «casuale» del processo evolutivo complessivo, sicché è una deviazione sia accettare l’imperialismo (Cunow-Lensch) sia combatterlo sul piano rivoluzionario (Luxemburg-Lenin), mentre si doveva invece lottare per la pace, per il ripristino delle normali condizioni della rivoluzione proletaria. Ancor oggi, dopo dieci anni dallo scoppio della guerra, Helene Bauer enuncia – non ammaestrata dalla storia – lo stesso verbo di Kautsky. «Nelle tendenze economiche immanenti del capitale non è insita la guerra imperialistica come salvezza davanti al crollo, ma al contrario la dominazione monopolistica mondiale mediante una forma di ‘ultraimperialismo’ internazionale secondo Kautsky, e di ‘cartello generale’ secondo Hilferding. Ovviamente però attraverso il potere dei fattori precapitalistici esso può anche esser spinto violentemente in direzione della guerra […]» («Der Kampf», p. 389). E questa prospettiva ha come ineluttabile conseguenza pratica che quei settori proletari che sono troppo sinceramente rivoluzionari per accodarsi alla congrega di Cunow & C., ma non sanno analizzare la situazione in maniera appropriata e trarne le reali conseguenze, si trasformano in una «appendice» della democrazia occidentale. Anche il mettere l’accento in modo unilaterale sulla «colpa» austro-ungarica nello scoppio della guerra serve a questo duplice obiettivo: diversione dalla reale questione di fondo della rivoluzione (imperialismo e guerra civile), e cieca sottomissione alla «democrazia occidentale» (cfr. il saggio di Friedrich Adler su «Kampf»). Non è davvero un caso che Bernstein e Kautsky si siano ritrovati durante la guerra mondiale e che da allora siano rimasti «quasi sempre uniti».

In ciò consiste, ritengo, l’importanza storica di Kautsky. Mentre la grandezza di Lenin sta nel creare sempre consapevolmente l’unità del movimento rivoluzionario del proletariato dal punto di vista rivoluzionario, nell’allontanare gli elementi che operano contro la rivoluzione e nel cercare un’alleanza con tutte le forze che operano oggettivamente in senso rivoluzionario, Kautsky ha sempre tentato, con massima coerenza, di cancellare sul piano teorico i problemi cruciali della rivoluzione, ha sempre mirato a non perdere nemmeno per un istante l’unità organizzativa con i riformisti, ed era sempre pronto a pagare qualsiasi prezzo per amore di questa unità. Perciò fin dall’epoca della prima frattura del partito russo, Kautsky dovette stare dalla parte di Martov contro Lenin. Il numero celebrativo di «Kampf» pubblica una sua lettera molto sintomatica su questo argomento. In essa egli scrive: «Dobbiamo costringere tutti i membri del partito ad aderire all’organizzazione segreta? O, in altri termini, dobbiamo confinare il partito entro i limiti di un’organizzazione segreta? La stessa questione si pose alla socialdemocrazia tedesca sotto le leggi eccezionali, ma essa venne respinta. Non è nell’interesse della nostra causa annoverare nel partito soltanto quegli elementi che sono capaci di organizzarsi segretamente. Né rientra nell’interesse della nostra causa che tutti i seguaci di essa vengano spinti ad entrare nelle organizzazioni segrete. Un’organizzazione segreta non deve crescere oltre un certo limite minimale se vuole operare fattivamente e non essere scoperta. Non abbiamo alcuna ragione di estenderla (in una determinata zona) al di là di questi limiti i quali vengono determinati da considerazioni pratiche; mentre non intendiamo assolutamente tracciare limiti all’estensione del partito» (p. 471). In queste parole si palesa chiaramente la concezione di Kautsky. Ciò che egli dichiara poco prima, cioè di non essere mai stato «un organizzatore pratico» e quindi di non essere «molto competente» in problemi del genere (ibid.), non serve che a rafforzare il seguente concetto: Kautsky vede il problema dell’organizzazione da un punto di vista puramente tecnico-meccanico. Come egli considera la rivoluzione borghese «puramente elementare», mentre concepisce la rivoluzione proletaria come «organizzata» (nel senso di una rigida organizzazione di bonzi), e come non ha mai seriamente analizzato la relazione dialettica reciproca tra elementarità e organizzazione (quindi, in ultima analisi, tra classe e partito), così e non diversamente egli considera l’intero processo storico. Egli, lo scolaro «ortodosso» di Marx, ripudia consapevolmente proprio la parte decisiva del metodo marxiano: ossia il rapporto dialettico interno di tutte le «sfere» o «àmbiti», i quali nel modo reificato borghese di vedere le cose devono necessariamente presentarsi come separati, reciprocamente indipendenti. (Il sintomo più tipico a questo propostio è la rigida separazione fra economia e politica nel Programmbuch.) Ma è proprio tale suo volgere le spalle alla dialettica (anche questo un trionfo di Bernstein!) che lo mette in grado di adempiere la sua missione storica: tenersi cioè aggrappato solo alla lettera del metodo marxista e trarre da essa delle conclusioni che oggettivamente si risolvono nell’eliminazione della lotta di classe, nella collaborazione tra borghesia e proletariato. Così, nella lotta tra Bernstein e Kautsky, è Bernstein che ha di fatto riportato la vittoria. Ma il trionfo di Bernstein è stato possibile solo se rivestito nella forma di una vittoria di Kautsky. Infatti solo la sua teoria era in grado di trasformare il contenuto reale del riformismo bernsteiniano in una dottrina a cui si ispira una gran parte della classe operaia.

L’aspetto più prezioso di questi scritti celebrativi è che in essi, sebbene certo non intenzionalmente, questo nesso viene espresso con molta chiarezza. Da questi scritti ogni operaio perspicace può capire quanto fosse giusto il punto di vista di Lenin di individuare e combattere nel Centro e nel suo teorico Kautsky il nemico più pericoloso del proletariato rivoluzionario. Per quanto concerne il restante contenuto di questi scritti, tranne pochissime eccezioni, non si tratta che di ricerche più o meno accurate su questioni particolari, oppure di brevi saggi su Gandhi, Freud, Spann e altri temi «attuali».


1«Die Gesellschaft», numero speciale con contributi di Max Adler, Boudin, Tschernoff, Bernstein, Stampfer ecc.
«Der Kampf», XVII, 10-11, numero speciale con contributi di Ellenbogen, Helene Bauer, Friedrich Adler, Abramowitsch, Brache, Hillquit ecc.
Der lebendige Marxismus. Festgabe zum 70. Geburtstag von Karl Kautsky [Il marxismo vivo. Scritti in celebrazione del settantesimo compleanno di Karl Kautsky], Thüringer Verlagsanstalt und Druckerei, Jena.
Die Volkswirtschaftslehre der Gegenwart in Selbstdarstellung [L’economia politica contemporanea esposta dai suoi rappresentanti], vol. I: Bernstein, Diehl, Herkner, Kautsky, Liefmann, Pesch, Julius Wolf. Leipzig, Felix Meiner Verlag.