Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,


di György Lukács

[N. Buchаrin: Theorie des historischen Materialismus. Gemeinverständliches Lehrbuch der marxistischen Soziologie, 1925]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


La nuova opera di Bucharin1 è un compendio sistematico quanto mai atteso del materialismo storico dal punto di vista marxista. Poiché in campo marxista dall’Antidühring di Engels in poi, e fatta eccezione per il volumetto di Plechanov, non era stato tentato niente di simile, e il compendio della teoria era stato lasciato agli avversari del marxismo, in ispecie a coloro che lo intendevano molto superficialmente, il tentativo di Bucharin sarebbe da salutare con simpatia anche nel caso che nei confronti del suo metodo e dei suoi risultati ci fossero da fare riserve molto più ampie di quanto non è possibile esporre in queste righe. Bisogna infatti riconoscere che a Bucharin è riuscito di porre tutte le questioni più importanti del marxismo in un nesso unitario e sistematico che – tutto sommato – è marxista; va aggiunto che l’esposizione è chiara in ogni punto e di facile comprensione, sicché il libro sembra idoneo ad assolvere il suo compito: di essere cioè un manuale.

Questo proposito di Bucharin, di compilare un manuale facilmente comprensibile, deve disporre il critico nei confronti dei singoli risultati a un senso di indulgenza, soprattutto quando questi risultati si riferiscono ad àmbiti alquanto fuori del comune. Questo obiettivo, oltre alla difficoltà di procurarsi in Russia la letteratura indispensabile, scusa il fatto che nella trattazione dell’arte, della letteratura e della filosofia Bucharin abbia attinto quasi interamente da fonti di seconda mano, ignorando pressoché totalmente i risultati conseguiti dalle ricerche più avanzate. Il pericolo che ne consegue viene tuttavia accresciuto dalla tendenza che Bucharin – nello sforzo di scrivere un manuale largamente accessibile – ha di semplificare eccessivamente i problemi stessi. La sua esposizione, in tal modo, è sì molto chiara e lucida, ma al tempo stesso cancella e rende oscure le varie connessioni, invece di esplicitarle effettivamente. Una esposizione semplificatrice però che, invece di essere una semplificazione di problemi impostati in modo corretto e dei rispettivi risultati, diventa un appiattimento dei problemi e dei risultati stessi, non può mai essere accettata; e tanto meno in quanto questa tendenza semplificatrice in Bucharin non si limita alle costruzioni ideologiche più remote, ma penetra anche nei problemi più essenziali. Così ad esempio Bucharin sostiene l’esistenza di un parallelismo pressoché totale, per quanto riguarda la gerarchia e i rapporti di potere, tra struttura economica della produzione e Stato (pp. 168-170), concludendo con l’osservazione: «Qui vediamo che la struttura dell’apparato statale rispecchia la struttura economica, ossia che le stesse classi stanno sempre agli stessi posti». La cosa è indubbiamente esatta come tendenza di sviluppo. Ed è altresì esatto che un durevole e acuto contrasto tra le due gerarchie sfocia solitamente in un rovesciamento rivoluzionario. Ma di fronte alla storia concreta la formulazione di Bucharin è troppo semplicistica, schematica. È senz’altro possibile, infatti, che l’equilibrio delle forze economiche tra le classi concorrenti faccia sorgere temporaneamente un apparato statale che non è effettivamente dominato da alcuna delle due classi (anche se è costretto a numerosi compromessi con esse) e che perciò non rispecchia affatto semplicemente la loro struttura. Questo vale, ad esempio, per la monarchia assoluta all’inizio dell’età moderna. È possibile, inoltre, che una classe giunga al potere dal punto di vista economico, senza essere in grado di adeguare interamente l’apparato statale alle sue esigenze e d’imprimergli la sua impronta di classe. Mehring
ha dimostrato in maniera convincente, per la Germania, in qual modo la borghesia, per timore di un aiuto proletario in occasione della rivoluzione borghese, anzi perfino nel pieno della lotta per le riforme borghesi, nel momento della sua più forte ascesa economica abbia lasciato l’apparato statale nelle mani degli Junker, assistendo così passivamente alla sopravvivenza in esso dell’ordinamento feudale assolutistico. Naturalmente un manuale non può trattare tutti questi problemi nella loro estensione concreta. Ma che manchi finanche un cenno all’importanza che hanno simili deviazioni dallo schema, fa sì che l’esposizione di Bucharin ci lasci alquanto perplessi. Tanto Plechanov quanto Mehring hanno spesso dimostrato in singole ricerche come sia possibile nella trattazione di un problema unire l’esposizione piana con la serietà scientifica. Bucharin – il quale si assume il compito veramente attuale e importante di sintetizzare tutti i problemi del marxismo – finisce sotto molti aspetti col trovarsi, quanto a capacità di analisi, al di sotto del livello da essi raggiunto.

Ma non intendiamo dilungarci in questioni di dettaglio. Assai più importante di queste inavvertenze e deviazioni è che Bucharin, in alcuni punti essenziali, si discosta dalla genuina tradizione del materialismo storico, senza tuttavia che l’oggettività dei fatti gli dia ragione, senza superare il livello già raggiunto dai suoi migliori predecessori, e addirittura senza neanche raggiungerlo. (S’intende che, anche nei suoi errori, la ragguardevole impresa di Bucharin va sempre commisurata al livello delle migliori tradizioni del marxismo; nei suoi confronti i comuni volgarizzatori non servono nemmeno come termine di paragone.) Questa constatazione vale in primo luogo, per il capitolo introduttivo, a carattere filosofico. La posizione di Bucharin si avvicina qui in misura davvero preoccupante al materialismo borghese (da Marx definito materialismo dell’«intuizione»). La critica che ad esempio Plechanov e Mehring hanno esercitato contro questa teoria (per non parlare di Marx ed Engels), il profondo divario tra la incapacità di essa a comprendere il processo storico e la specifica aderenza del materialismo storico e dialettico alla storia, non sembrano per Bucharin esistere proprio. È comprensibile, dopo l’uso alla rovescia del nocciolo oggettivo del marxismo da parte di tutti gli «idealisti», a partire da Bernstein fino a Cunow, che a questo punto sia sopravvenuta una reazione in fin dei conti sana. Ma Bucharin nelle sue considerazioni filosofiche passa sotto silenzio, senza nemmeno degnarli di una confutazione, tutti gli elementi del metodo marxista derivanti dalla filosofia classica tedesca. Hegel, è vero, viene citato qua e là, casualmente; ma non si arriva mai in alcun modo al contrasto di fondo e alla differenza tra la sua dialettica e quella di Marx. Un altro fatto molto sintomatico è che di Feuerbach si dice semplicemente che con lui «la questione del materialismo procedette in avanti», e che «egli esercitò un’influenza su Marx ed Engels i quali hanno fornito la teoria più completa del materialismo» (p. 56). Il problema del rapporto dell’umanesimo di Feuerbach con la dialettica materialistica viene totalmente ignorato.

Abbiamo rilevato in particolare questo punto perché da esso è possibile far emergere chiarissimamente gli errori più radicali della concezione buchariniana del materialismo storico. La teoria di Bucharin, che s’approssima in misura considerevole al materialismo borghese delle scienze naturali, acquista in tal modo l’impronta di una science (secondo l’uso francese del termine) e nella sua concreta applicazione alla società e alla storia finisce non di rado col cancellare l’elemento decisivo del metodo marxista: quello di ricondurre tutti i fenomeni dell’economia e della «sociologia» alle relazioni sociali tra gli uomini. La teoria acquista l’accento di una falsa «oggettività»: diventa feticistica.

Questo residuo di una cosalità insoluta, di una falsa «oggettività», si presenta in maniera più netta nella trattazione del ruolo della tecnica nell’evoluzione della società. Bucharin le attribuisce un ruolo che, oggettivamente, non le spetta davvero; e lo fa in un modo che non corrisponde per nulla allo spirito del materialismo dialettico. (Che siano rintracciabili citazioni di Marx ed Engels le quali potrebbero esser volte anche in questo verso, si intende da sé.) Bucharin dice: «Ogni esistente sistema della tecnica sociale determina2 anche il sistema dei rapporti di lavoro fra gli uomini» (p. 150). A p. 158 l’esiguità dello scambio, il prevalere dell’economia naturale nel mondo antico, sono considerate conseguenze della debolezza della tecnica. A p. 164 viene rilevato che «quando muta la tecnica, muta perciò anche la divisione del lavoro nella società». A p. 206 la dipendenza «in ultima istanza» del «livello delle forze produttive» dallo sviluppo tecnico della società viene addirittura definita una «normatività fondamentale» ecc. È chiaro che quest’identificazione della tecnica con le forze produttive non è né esatta né marxista. La tecnica è una componente, un momento senza dubbio molto importante delle forze produttive della società, però non è semplicemente identificabile con esse, né è propriamente – come sembra invece emergere dalle affermazioni di Bucharin addotte più sopra – il momento ultimo o assolutamente decisivo della trasformazione di queste forze. Lo stesso Bucharin riconosce come porti al feticismo ogni tentativo di scorgere la determinazione fondamentale della società e della sua evoluzione in un altro principio che non sia quello del reciproco rapporto sociale degli uomini nel processo produttivo (e di conseguenza nella distribuzione, nel consumo ecc.), quindi nella struttura economica della società rettamente intesa. Così, ad esempio, egli critica in modo acuto e pertinente la concezione di Cunow secondo cui la tecnica è legata a condizionamenti naturali, e l’esistenza di determinate materie prime decide dell’esistenza di una determinata tecnica (p. 132), dimostrando che Cunow confonde le materie prime con gli utensili e che egli dimentica «che è necessaria la tecnica appropriata affinché gli alberi, i minerali, i metalli, le fibre ecc. possano assolvere il loro ruolo di materie prime […]. L’influenza della natura nel senso che questa procura il materiale grezzo ecc., è essa stessa il risultato dell’evoluzione della tecnica» (pp. 132-3). Ma questo atteggiamento, corretto e critico, non deve forse essere assunto anche nei confronti della stessa tecnica? L’idea che lo sviluppo della società dipenda dallo sviluppo della tecnica non è forse un falso «naturalismo» al pari della teoria di Cunow, la quale appunto, in ultima analisi, anche se in forma un po’ più raffinata, si rifa alle teorie del XVIII e XIX secolo sull’«ambiente»? In realtà Bucharin non commette il grossolano errore di un simile «naturalismo» di voler spiegare il mutamento derivandolo dall’esistente (p. 133); in effetti la tecnica va trasformandosi proprio nel corso dell’evoluzione sociale. Dunque egli spiega, correttamente dal punto di vista logico-formale, il mutamento a partire da un momento variabile. Ad ipostatizzare la tecnica come fondamento dell’evoluzione, quest’ipostatizzazione non fa altro se non tramutare il naturalismo grossolano in un naturalismo dinamicamente raffinato. Infatti la tecnica, se non è concepita come un momento di ognuno dei sistemi produttivi, se il suo sviluppo non viene spiegato con l’evoluzione di forze produttive sociali, anziché spiegare con essa quest’ultime, è un principio feticistico che si contrappone agli uomini in forma trascendente come la «natura», il clima, l’ambiente, le materie prime ecc. Nessuno vorrà naturalmente mettere in dubbio che a ogni determinato grado di sviluppo delle forze produttive lo sviluppo della tecnica determinata da quest’ultime eserciterà a sua volta una azione reciproca su di esse. Bucharin sottolinea ciò in rapporto a tutte le ideologie (seguendo in questo gli importanti suggerimenti metodologici dello Engels vecchio); ma non è lecito, anzi è obiettivamente scorretto e antimarxista, estrapolare la tecnica dalla serie delle forme ideologiche per assegnarle una esistenza autonoma nei confronti della struttura economica della società.

La cosa è oggettivamente errata perché così non si possono spiegare importantissimi mutamenti di direzione della tecnica, i quali, anche se forse non immediatamente, sono diventati tuttavia determinanti per lo sviluppo sociale. Così, ad esempio, la differenza tra la tecnica del mondo antico e quella del Medioevo. Infatti, per quanto primitiva possa esser stata la tecnica del Medioevo nei suoi risultati, quali che siano stati gli aspetti per cui essa possa aver rappresentato un regresso rispetto a determinate realizzazioni tecniche dell’antichità, il principio della tecnica medievale rappresenta comunque un ulteriore sviluppo: cioè una razionalizzazione nell’esecuzione del lavoro, in contrapposizione al mondo antico dove la razionalizzazione era volta esclusivamente al risultato del lavoro e la stessa esecuzione era ottenuta più «con il ricorso alla costrizione sociale»3 che mediante la razionalità tecnica. Ora, solo in tal modo, come ha chiaramente dimostrato Gotti sull’esempio del mulino ad acqua, della miniera, delle armi da fuoco ecc., furono poste le basi che hanno reso possibile una tecnica moderna. Il fondamento di questo decisivo mutamento d’indirizzo della tecnica è però la trasformazione della struttura economica della società: il mutamento delle possibilità del lavoro e delle condizioni di lavoro. L’impossibilità nel mondo antico di mantenere la base sociale della sua organizzazione produttiva, ossia lo sfruttamento predatorio dell’inesauribile materiale rappresentato dagli schiavi, fu senza dubbio una delle cause di fondo che contribuirono a determinare il suo crollo economico, e resero necessaria una nuova organizzazione economica della società, le cui basi furono create proprio nel Medioevo. Max Weber4 ha rilevato in maniera convincente che, ad esempio, la coesistenza di schiavitù e lavoro libero nel mondo antico ha impedito lo sviluppo di corporazioni e perciò lo sviluppo della città moderna – sviluppo avvenuto appunto in contrasto con l’Oriente e con il mondo antico. Il Medioevo diede inizio alla sua organizzazione economica in condizioni sociali totalmente opposte (carenza di forza-lavoro ecc.), il che ha provocato un profondo mutamento d’indirizzo nella tecnica. Quando perciò Bucharin afferma (p. 153) che «con un altro tipo di tecnica il lavoro schiavistico sarebbe stato impossibile: gli schiavi rovinano le macchine complesse, e alla lunga il lavoro schiavistico non presenta utilità», egli rovescia il nesso causale. Non è lo sviluppo incompleto della tecnica che rende possibile la schiavitù, ma al contrario è la schiavitù come forma dominante del lavoro a rendere impossibile una razionalizzazione del processo lavorativo e – come indiretta conseguenza – il sorgere di una tecnica razionale. Non entrano in questo contesto le modificazioni che sopravvengono allorché la schiavitù viene considerata come un momento – relativamente isolato – di condizioni che su scala mondiale si basano invece sul lavoro salariato5.

Ancora più netto appare l’errore di questo nesso rovesciato se consideriamo il passaggio dalla produzione medievale al capitalismo moderno. Marx rileva in maniera esplicita che il passaggio dal lavoro manuale corporativo a quello manifatturiero non ha rappresentato alcuna rivoluzione nel campo della tecnica. «Riferendoci allo stesso modo di produzione, la manifattura ai suoi inizi si differenzia in misura pressoché insensibile dalle industrie artigiane corporative e solo per il maggior numero di operai occupati assieme dallo stesso capitale. L’officina del maestro di corporazione subisce semplicemente un ampliamento. La differenza è quindi dapprima unicamente quantitativa»6. Il rovesciamento in senso qualitativo si ha allorché in questo campo arrivano a costituirsi la divisione del lavoro capitalistica, i rapporti di potere capitalistici all’interno dell’azienda, le condizioni sociali per il consumo di massa (cessazione dell’economia naturale) ecc. Solo allora compaiono le premesse sociali per la moderna tecnica delle macchine. Essa nasce come il risultato di un secolare processo sociale di rivoluzionamento: è il coronamento e completamento, ma non la causa determinante del capitalismo moderno. Essa compare quando si sono già create le sue condizioni sociali di base, allorché in seno alle forme primitive del capitalismo manifatturiero compaiono le contraddizioni dialettiche, quando cioè l’«angusta base tecnica» del lavoro manifatturiero viene a trovarsi «in contrasto, a un certo grado del suo sviluppo, con i bisogni di produzione da essa stessa creati»7. Va da sé che da questo momento lo sviluppo della tecnica accelera lo sviluppo economico in maniera straordinaria. Ma l’azione reciproca che in tal modo ne consegue non elide minimamente la priorità oggettiva, storica e metodologica dell’economia nei confronti della tecnica. Ad esempio Marx rileva: «Tutta l’economia che nasce dalla concentrazione dei mezzi di produzione e del loro impiego massiccio […] prende così l’avvio dal carattere sociale del lavoro proprio come il plusvalore dal pluslavoro di ogni singolo operaio considerato a sé stante»8.

Nella trattazione di questo problema ci siamo alquanto dilungati in questioni di dettaglio. Era però necessario farlo data la sua importanza metodologica. E tale importanza non risiede solo nell’essere questo un problema centrale del marxismo, ma anche nel fatto che appunto qui Bucharin è stato vittima della sua errata impostazione di metodo. Più sopra abbiamo accennato al suo tentativo di fare della dialettica una science. Questa tendenza si manifesta in forma di una teoria della scienza, nel voler egli che il marxismo venisse inteso come una «sociologia generale» (pp. 7 e 8). Qui però la sua tendenza a civettare con le scienze naturali si scontra insanabilmente con il suo – per lo più giusto – istinto dialettico. Engels ha ridotto la dialettica «alla scienza che tratta le leggi generali del movimento tanto del mondo esterno quanto del pensiero umano»9. Il lato generale della teoria di Bucharin che considera la sociologia come «metodo per la storia» si accorda perfettamente con ciò. Ma poiché in lui (ed è conseguenza necessaria del suo orientamento scientifico-naturale) la sociologia non resta un puro metodo, bensì si sviluppa a scienza che va alla ricerca di una sua propria attuazione contenutiva speciale, essa viene a trovarsi in contraddizione con l’essenza storica del suo fondamento materiale. La dialettica può infatti rinunciare ad un compimento contenutivo speciale, essendo essa rivolta al processo storico complessivo i cui individuali concreti momenti, mai ripetentisi, rivelano i loro tratti dialettici proprio nella reciproca differenza qualitativa, appunto nell’ininterrotto mutamento della loro struttura oggettuale, divenendo in tal modo, in quanto totalità, il vero campo per il compimento della dialettica. Una sociologia generale intesa come science deve al contrario, se non vuole eliminarsi da sé e diventare mera gnoseologia, fornire anche un compimento contenutivo particolare, deve fornire proprie normatività generali. Bucharin, a questo proposito, oscilla con parecchia indecisione. Da un lato egli vede charamente che non esiste una società «in generale» (p. 270); ma non sa trarne le necessarie conseguenze, dato che per lui ogni variazione storica rappresenta teoricamente (sebbene le applicazioni della sua teoria siano spesso molto migliori della teoria stessa) solo un «determinato involucro10 storico», un elemento «uniforme» (ibidem). D’altro lato egli tenta (p. 8) di scindere «teoria» e «metodo» e però di trattarli come una scienza unitaria: un compito che deve apparire insolubile già in partenza, a motivo della poca chiarezza nell’impostazione del problema. E la teoria completamente sbagliata della priorità della tecnica da noi analizzata, non è appunto altro che il compimento contenutivo della sociologia generale auspicata da Bucharin: non una deviazione casuale, ma lo sbocco necessario di un punto di partenza non chiarito fino in fondo.

Questa mancanza di chiarezza si rivela quasi dappertutto dove entra in funzione il concetto di legge proprio a Bucharin. Nelle sue analisi concrete, per fortuna, Bucharin dimentica spesso il suo punto di partenza teorico. Dall’«equilibrio» e dai perturbamenti di esso all’interno di determinati sistemi egli intende derivare certi tipi generali di leggi tanto per la natura inorganica e organica, quanto per la società (pp. 73-81). Hegel e Marx sono qui accoppiati in modo non troppo organico. Tuttavia, sebbene Bucharin ammetta sul piano teorico soltanto queste connessioni «in maniera ottimale nell’esempio11 del sistema più complicato, cioè nella società umana», egli fortunatamente dimentica questa teoria nell’analisi concreta della società, sicché malgrado il suo orientamento di fondo egli giunge spesso a risultati molto interessanti. Si aggiunga, a ciò, che le diverse teorie «organiche» ecc. della società suscitano in lui un salutare atteggiamento di rifiuto che si manifesta spesso con appropriate considerazioni critiche (ad esempio alle pp. 31 sgg.).

Ma è nella definizione dello scopo conoscitivo della sociologia che questo orientamento scientifico-naturale di Bucharin si manifesta nella maniera più grossolana. Egli afferma: «Da quanto è stato esposto consegue che nelle scienze della società la previsione è possibile al pari che nelle scienze della natura12. Per ora non possiamo predire il momento in cui si verificherà questo o quel fenomeno […]. Ciò deriva però dal fatto che non disponiamo ancora di conoscenze delle leggi dell’evoluzione sociale tali da poterle esprimere in cifre esatte. Ignoriamo la velocità dei processi sociali, ma abbiamo la possibilità di conoscerne la direzione» (p. 44-5). Nella sua pregiudiziale scientifico-naturale Bucharin trascura tuttavia che tra la possibilità di conoscere i «fatti» «numerabili» e quella relativa alle direzioni e alle tendenze, non vi è una differenza soggettiva di gradi di sviluppo della nostra conoscenza, bensì una differenza oggettiva e qualitativa degli oggetti stessi. Questo è stato sempre chiaramente riconosciuto sia da Marx che da Engels. Voglio riferirmi solo per inciso alle acute osservazioni, ben ponderate dal punto di vista metodologico, fatte da Engels13 a proposito dell’impossibilità metodologica di intendere in maniera matematicamente esatta il presente immediato; e accenno soltanto al fatto che nella teoria del saggio medio del profitto, la quale è fondamentale sotto il profilo tanto oggettivo quanto metodologico, Marx traccia una rigida discriminazione metodologica tra un singolo «fatto» matematicamente fissato e le tendenze sociali del processo complessivo. «Il saggio di mercato dell’interesse, che è costantemente fluttuante, vien dato in ogni momento», egli afferma, «come una grandezza fissa, come il prezzo di mercato delle merci […]. Al contrario, il saggio generale di profitto esiste sempre e unicamente come tendenza […]»14. E proprio Lenin riprende e pone in rilievo ripetutamente questa concezione delle tendenze dello sviluppo, il cui aspetto tendenziale ha quindi la sua ragione non tanto in un difetto della nostra conoscenza, quanto nella natura dell’oggettività dell’accadere sociale, sulla cui struttura è a sua volta basata la possibilità teorica dell’agire sociale, della «prassi» che «rovescia» la realtà. È questa, ad esempio, la sua posizione nella critica della Juniusbroschüre15, dove mette energicamente in rilievo il carattere antimarxista della tesi secondo cui, nell’epoca dell’imperialismo, le guerre nazionali non sarebbero possibili. Egli fa rilevare sì l’alto grado di improbabilità di esse; ma un’analisi delle tendenze di sviluppo non è mai in grado di avvalorarne l’impossibilità assoluta. In tal modo il problema della conoscibilità del «momento» viene denunciato in partenza come una impossibiltà metodologica. Tale impossibilità è riaffermata più marcatamente nel suo Discorso sulla situazione internazionale pronunciato al II Congresso dell’Internazionale comunista. «In questa sede dobbiamo accennare anzitutto a due errori largamente diffusi […]; vi sono rivoluzionari i quali si sforzano di dimostrare che non esiste alcuna via d’uscita da questa situazione. Questo è un errore. Non esiste nel modo più assoluto una situazione senza prospettive […]. Il tentativo di dimostrare in partenza una ‘incondizionata’ mancanza di prospettive è vuota pedanteria o giuoco di concetti e parole». Una prova concreta di questo o di quel problema può darla solo l’esperienza, solo la prassi16.

A Marx, ad Engels e a Lenin non ci siamo qui riferiti come a delle «autorità». Volevamo solo dimostrare che il «fine conoscitivo» di Bucharin si discosta dal cammino della grande e feconda tradizione del materialismo storico che da Marx ed Engels, attraverso Mehring e Plechanov, arriva fino a Lenin e Rosa Luxemburg. (Detto per inciso, è sommamente increscioso, anche se del tutto comprensibile considerando la posizione metodologica di Bucharin, che egli non tenga affatto conto delle fondamentali teorie economiche di Rosa Luxemburg.) Un’approfondita e oggettiva discussione di questo «fine conoscitivo» esula infatti dai limiti di questa recensione. In una discussione del genere si dovrebbe dimostrare che l’intero fondamento filosofico della teoria di Bucharin è ancora fermo al punto di vista del materialismo dell’«intuizione»; e che egli, anziché assoggettare le scienze naturali e il loro metodo a una critica storico-materialistica, concependole cioè come prodotti dello sviluppo capitalistico, ne applica il metodo alla conoscenza della società incautamente, in modo acritico, antistorico e antidialettico. Ma non rientra nel nostro compito una tale critica, che trova validi materiali nei lavori di Plechanov su Holbach, Helvetius e Hegel. Qui andavano esposte solo quelle conseguenze dell’orientamento di Bucharin le quali sono suscettibili di offuscare o di volgere in false direzioni i dati socio-scientifici concreti a cui egli giunge.

Una critica contenuta entro questi limiti non poteva diffondersi nemmeno su tutte le questioni particolari. Essa doveva accontentarsi di indicare la fonte metodologica di questi errori. È stato già rilevato come il libro di Bucharin rappresenti, malgrado tutti questi errori, un lodevole tentativo di riassumere gli elementi del marxismo in modo sistematico e facilmente accessibile. Ciò, a conclusione, è bene riaffermarlo, ma riaffermarlo anche insieme alla speranza che nelle successive edizioni del suddetto lavoro vengano corretti molti di quegli errori, affinché nella sua veste complessiva esso giunga allo stesso livello delle sue numerose parti riuscite.


1 N. Bucharin, Theorie des historischen Materialismus. Gemeinverständliches Lehrbuch der marxistischen Soziologie [Teoria del materialismo storico. Manuale elementare di sociologia marxista], Verlag der kommunistischen Internationale, Hamburg 1922, p. 372.

Corsivo di Lukács [N.d.C.].

3 Cfr. Gottl, Wirtschaft und Technik. Grundriss der Sozialökonomik [Economia e tecnica. Lineamenti di economia politica], II, pp. 236-9.

4 Max Weber, Economia e società, Milano 1961, II, p. 655.

5 Cfr. su ciò le osservazioni di Marx (Miseria della filosofia, cit., p. 96) sulla schiavitù nel Sud degli Stati Uniti, dove però il momento meramente tecnico non rappresenta nient’altro che un momento del processo economico sociale complessivo.

Marx, Il capitale, cit., I, p. 363.

7 Ivi, p. 412.

8 Ivi, III, p. 111.

9 F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Roma 1969, p. 57.

10 Corsivo di Lukacs [N.d.C.].

11 Corsivo di Lukacs [N.d.C.].

12 Corsivo di Lukacs [N.d.C.].

13 Nell’introduzione del 1895 a Le lotte di classe in Francia, di Marx, Roma 1962, p. 41.

14 Marx, Il capitale, III, p. 434; corsivo di Lukács [N.d.C.]

15 Cfr. V. I. Lenin, Opere complete, cit., XXII, p. 315.

16 Protokoll des II Kongresses der Kommunistischen Internationale [Verbali del II Congresso dell’Internazionale comunista], Wien 1920, pp. 43-4. Cfr. Lenin, Opere complete, cit., XXXI, p. 215.

Annunci