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di György Lukács

[Részletek a „Tézistervezet a magyar politikai és gazdasági helyzetről és a KMP feladatairól” (Blum-tézisek), 1928]

Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972.


Il programma approvato dal VI Congresso mondiale include molto giustamente l’Ungheria tra quegli Stati nei quali il problema di una dittatura democratica svolge un ruolo decisivo in vista del passaggio alla rivoluzione del proletariato. Il partito deve quindi chiarire questo problema con tutti i possibili mezzi in primo luogo ai membri del partito e poi alle più larghe masse operaie. Nella chiarificazione di questo problema occorre badare ai seguenti aspetti:

a) Nella questione della democrazia borghese bisogna neutralizzare tra i lavoratori il nichilismo derivato dalle delusioni per la politica del partito socialdemocratico. La concezione del marxismo secondo cui la democrazia borghese è il campo di battaglia più utile al proletariato, deve venire largamente diffusa tra i membri del partito. Si doveva capire che la realizzazione di un tale campo di battaglia richiede grossi conflitti rivoluzionari. Le esperienze della rivoluzione del 1917 in Russia e del 1918-19 in Ungheria devono perciò diventare oggetto di considerazione ed essere rese popolari. (Nella primavera del 1917 Lenin diceva: «La Russia rappresenta la democrazia più progressista del mondo».)

b) Ormai bisogna attaccare in anticipo ogni concezione secondo cui una dittatura democratica è una forma di governo che fa da transizione tra il regime di Bethlen e la dittatura del proletariato, – come a dire che attualmente esiste il regime di Bethlen, che poi a forza di combattere otterremo la dittatura democratica, e che solo quando avremo edificato e realizzato quest’ultima, albeggerà l’epoca della dittatura del proletariato. Le forme di una dittatura democratica possono essere molto varie. All’inizio del 1917, contro Kamen’ev che voleva inchiodare il partito alla forma della dittatura democratica del 1905, Lenin aveva sottolineato che all’inizio della rivoluzione del 1917 la dittatura democratica si era realizzata in forme ben precise: una di queste forme era un controgoverno formato dai consigli degli operai e dei soldati. La dittatura democratica, quindi, come completa realizzazione della democrazia borghese è, nel senso rigoroso del termine, un campo di battaglia, un campo della battaglia totalmente decisiva tra borghesia e proletariato. Ovviamente essa è anche, in pari tempo, il più importante strumento di lotta, una possibilità di appellarsi alle più larghe masse, di sollevarle e guidarle all’azione rivoluzionaria spontanea, come anche di allentare le forme organizzative e ideologiche con il cui aiuto la borghesia, in circostanze «normali», disorganizza le larghe masse del popolo lavoratore; la dittatura democratica è una possibilità di creare quelle forme organizzative mediante cui le larghe masse degli operai fanno valere i propri interessi contro la borghesia. La dittatura democratica è in via di principio incompatibile, nell’attuale livello di sviluppo, con il potere economico e sociale della borghesia, sebbene l’esplicito contenuto di classe del suo obiettivo concreto e delle sue rivendicazioni immediatamente realizzabili non vada oltre l’ambito della società borghese, ma rappresenti piuttosto la completa realizzazione della democrazia borghese. (Nel 1793 la realizzazione di una compiuta democrazia non si trovava ancora in un’opposizione di fondo con il potere del capitalismo, ma anzi, al contrario, promuoveva quest’ultimo.) Per questo, sia nella rivoluzione di Kerenskij come anche in quella di Károly, si è di necessità verificato che la borghesia cercasse in fretta di abbattere la «più sviluppata delle democrazie» che seguì allo scoppio della rivoluzione, e si sforzasse di ristabilire quanto più presto possibile quella democrazia «normale» che garantisce il potere del capitalismo – o insomma quella situazione in cui il ricostituito apparato statale, le organizzazioni statali, l’egemonia economica della borghesia ecc., tornano a sopprimere la spontaneità delle masse; una condizione, cioè, in cui le masse vengono di nuovo disorganizzate dalla borghesia e dai suoi agenti, in prima linea dai socialdemocratici. La dittatura del proletariato, quindi, sebbene nel suo immediato, concreto contenuto non vada oltre la società borghese, è una forma dialettica di transizione verso la rivoluzione del proletariato – oppure verso la controrivoluzione. Un indugio nella dittatura democratica, intesa come un periodo di sviluppo stabilito, «fissato nella costituzione», significherebbe necessariamente la vittoria della controrivoluzione. La dittatura democratica può quindi essere intesa solo come il passaggio concreto attraverso cui la rivoluzione borghese si rovescia in rivoluzione del proletariato. «Non c’è alcuna muraglia cinese tra rivoluzione borghese e rivoluzione del proletariato» (Lenin).

c) Perciò le funzioni antitetiche che la democrazia borghese esplica devono essere spiegate ai membri del partito con la massima esattezza. Si deve distinguere chiaramente se in questa democrazia la borghesia è la classe politicamente dominante, oppure se – pur con la perpetuazione dello sfruttamento economico – essa concede il potere, almeno in parte, alle larghe masse degli operai. Nel primo caso una funzione della democrazia è quella di disperdere, sviare, disorganizzare le masse operaie; nel secondo caso, di minare e disorganizzare il mantenimento del potere politico ed economico della borghesia, e di organizzare le masse operaie all’azione autonoma. I comunisti, quindi, riguardo al valore o disvalore della democrazia devono porre la questione in questi termini: quale classe viene disorganizzata nel suo potere dalla democrazia? Ha la democrazia, dal punto di vista della borghesia, una funzione di consolidamento o di distruzione? (La «lotta» della socialdemocrazia per le riforme democratiche ha proceduto sempre sotto il segno di un consolidamento nell’intento di prevenire una rivoluzione.) Tutte le parole d’ordine della dittatura democratica devono essere giudicate da questo punto di vista, dal punto di vista della mobilitazione delle masse e della disorganizzazione della borghesia. Così, ad esempio, il controllo operaio della produzione che ora diventa attuale. Perciò non si devono accarezzare illusioni come quelle che questo controllo sulla produzione potrebbe avere un qualche effetto di consolidamento. Lo smascheramento del sabotaggio della borghesia, eventualmente solo la sua neutralizzazione, è di un certo valore soltanto come lotta per il potere, come strumento di mobilitazione delle masse.

Se nel momento presente vogliamo applicare la dittatura democratica come una concreta parola d’ordine strategica, bisogna avere le idee chiare su ciò che significa l’imperialismo del dopoguerra, e sulle forme che la democrazia assume nell’interesse del consolidamento del potere della borghesia. Questa questione viene svisata nelle larghe masse degli operai europei a causa del fatto che la democrazia nella maggior parte dei paesi europei si è attuata come un risultato della rivoluzione borghese, avendo le classi oppresse e sfruttate combattuto per secoli o comunque per decenni insieme con la borghesia per l’abbattimento dell’assolutismo feudale e per la conquista di una democrazia borghese. Perciò le masse riconoscono solo con difficoltà la situazione del tutto nuova sorta con l’imperialismo, sebbene ci stia dinanzi un esempio paradigmatico di questa situazione con gli Stati Uniti d’America. Qui la borghesia, quale classe dominante che non doveva abolire il potere feudale con l’aiuto dei proletari e delle masse semiproletarie, è riuscita a creare forme di democrazia nelle quali sono date tutte le possibilità al libero sviluppo, all’accumulazione e all’estensione del capitale, e nelle quali le forme esteriori di democrazia sono assicurate, mentre però le masse operaie non possono esercitare alcuna influenza sulla direzione politica vera e propria. L’America non solo economicamente ma anche politicamente è un ideale dell’attuale borghesia dominante. Lo sviluppo politico delle grandi «democrazie occidentali» tende negli ultimi anni sempre di più a creare una tale democrazia nelle più diverse variazioni. Le illusioni nelle masse operaie, a prescindere dalle tradizioni rivoluzionarie che sono vive particolarmente in Francia, ma agiscono anche in Germania, vengono promosse dalla politica della socialdemocrazia. La socialdemocrazia che nel periodo immediatamente seguente la rivoluzione russa ha concentrato le sue forze su un’azione di propaganda contro la dittatura del proletariato, tende ad aiutare l’insediamento di una democrazia di tipo americano in tutti gli Stati d’Europa. Questa tendenza ha origini economiche molto importanti, dal punto di vista della burocrazia operaia. Infatti l’imperialismo del dopoguerra, particolarmente a motivo della preparazione di una nuova guerra mondiale ma anche a causa dell’aspra lotta per il mercato mondiale, è costretto a non tollerare più la lotta sindacale del tipo d’anteguerra, in qualunque forma essa si esplichi: e cioè dunque a fascistizzare i sindacati. Questa fascistizzazione si manifesta in forme molto varie. Mussolini ne ha creato un tipo che con l’aiuto di una controrivoluzione fatta dalla piccola borghesia e dai contadini medi ha distrutto i vecchi sindacati e al loro posto ne ha impiantato di nuovi. Questa soluzione contiene pericoli sia per la borghesia che per la burocrazia operaia. Alla borghesia costa molti sforzi trasformare la controrivoluzione piccolo-borghese in consolidamento della grande borghesia; una parte della burocrazia operaia perde le sue posizioni nel movimento operaio (emigrazione italiana); quella parte invece che si adatta al sistema fascista, si contrappone in modo pericoloso alle masse operaie. Di fronte a questa soluzione, sia dal punto di vista della grande borghesia che da quello della burocrazia operaia, sembra presentare più vantaggi e meno attriti e pericoli quel metodo che in Germania era già stato realizzato con il componimento dei conflitti da parte dello Stato, che in Inghilterra è ormai parzialmente entrato in vigore con una legge sindacale e che il «mondismo» è chiamato a coronare. È chiaro che nei confronti del proletariato il contenuto di classe di entrambi i sistemi è identico. Solo i metodi sono diversi. Questa
differenza nei metodi significa, ovviamente, che in ogni Stato fascista esercitano il potere ceti sociali diversi, cioè che a questo potere essi partecipano in diversa misura. In base a questa situazione, diventa comprensibile perché l’intera socialdemocrazia internazionale ponga la questione nei termini alternativi di «democrazia o fascismo». Con questo modo di porre la questione la socialdemocrazia nasconde agli operai gli effettivi obiettivi di classe di una democrazia che sia possibile nell’attuale fase dell’imperialismo, e favorisce la soppressione delle lotte di classe, l’ostacolamento istituzionale delle lotte salariali, la fascistizzazione dei sindacati, l’inserimento della socialdemocrazia e della burocrazia operaia nell’apparato statale fascista. (Le conseguenze di questo intero sistema, che appaiono una preparazione alla guerra, sono riconoscibili nella maniera più chiara nella proposta di legge di Paul-Bouncour per la mobilitazione, la quale appunto richiama modelli americani.) Quindi, come nel primo periodo della rivoluzione del proletariato è stato un compito di primaria importanza smascherare l’errata impostazione del problema della dittatura e indicare che la vera impostazione è l’alternativa «dittatura della borghesia o del proletariato» – così ora è un compito primario smascherare l’alternativa sviante di democrazia o fascismo. Occorre mostrare che presso di noi lo sviluppo democratico appena iniziato è, allo stesso modo come nelle «democrazie occidentali», una specie di fascistizzazione la quale – in contrasto con il modello italiano – si basa sulla collaborazione fra la grande borghesia e la burocrazia operaia. Perciò alla parola d’ordine «democrazia o fascismo» deve venir contrapposta un’altra parola d’ordine: «classe contro classe»; e ad una lotta per le rivendicazioni democratiche che assicurano possibilità di manovra ai ceti operai bisogna contrapporre la lotta per la dittatura democratica.

Nel dopoguerra imperialistico anche il ruolo dello Stato, mediante la trasformazione dell’ordine produttivo, ha conosciuto decisivi mutamenti. Sorge una stretta relazione tra lo Stato e la produzione capitalistica, relazione che si presenta da un lato come una sempre crescente influenza dello Stato sulle possibilità di produzione capitalistica, sulla disposizione e accumulazione del capitale ecc.; e dall’altro come una sempre crescente influenza del grande capitale (capitale bancario e industria pesante guidata da esso) sullo Stato. Una simile stretta confluenza fra il grande capitale e lo Stato, si mostrava già anche nello sviluppo d’anteguerra. L’evoluzione durante la guerra e dopo la guerra non ha fatto che rafforzare questa tendenza. L’acutizzazione vieppiù crescente della lotta di classe costringe però lo Stato a crearsi garanzie istituzionali sempre maggiori. La disorganizzazione delle masse, la loro mancanza d’influenza sulla vita dello Stato, il divieto della lotta di classe che viene fatto alla classe operaia mediante strumenti legali, non sono delle novità, ma si mostrano ora in un contesto nuovo. Infatti: a) il peso e livello politico delle masse è attualmente superiore a quello dei precedenti periodi di sviluppo. Ma a ciò si contrappone: b) che i mass-media (stampa ecc.) che stanno a disposizione del grande capitale sono fortemente cresciuti in efficacia, e c) il fatto interamente nuovo che simili tendenze di una unità di capitale e Stato vengono appoggiate dal ceto dirigente ufficiale delle classi lavoratrici. Anche in ciò gli Stati Uniti servono da modello. Tuttavia vi sono in Europa fondamentali differenze politiche ed economiche: a) lo strato superiore della classe operaia in America (come negli Stati imperialisti europei prima della guerra) può essere appagato materialmente mediante l’accumulazione, l’esportazione di capitale, la crescita e il rapido aumento dei super-profitti. Le basi europee di un tale sviluppo sono invece molto esigue. b) Le tradizioni di lotta di classe, proprie della classe operaia europea, mancano in America. c) In numerosi Stati d’Europa solo con il dopoguerra la borghesia divenne la classe politicamente dominante (Germania), oppure assunse nella guida politica una parte maggiore di quella che aveva in precedenza (Ungheria). Perciò il tentativo di collegare in Europa la democrazia politica con la mancanza effettiva d’influenza da parte delle masse e con la soppressione istituzionale o arbitraria della lotta di classe, non è approdato a nulla e non riuscirà a raggiungere l’ideale americano. Ciò non impedisce ovviamente alla borghesia e alla burocrazia operaia di volersi avvicinare di più al modello americano. Ma i presupposti sono in Europa necessariamente più incerti di quelli americani e perciò nessuna borghesia europea lascerà cadere completamente la possibilità di un tipo di fascismo «classico» (italiano). Essa terrà presente anche questa possibilità nel caso di un’acutizzazione della lotta di classe, di una scissione delle masse dalla borghesia. Uno Stato capitalistico e imperialistico di oggi è perciò volto in egual misura a rendere le masse prive della minima influenza politica e a imbrigliarle e organizzarle statalmente (oppure «socialmente» sotto sorveglianza statale). La forma democratica di fascistizzazione è la più idonea a questo duplice scopo, ma non l’unica forma in assoluto.

Lo sviluppo ungherese si distingue dunque, a motivo di condizioni storiche e sociali, dal tipo sia italiano che inglese. La sconfitta della rivoluzione in Ungheria portò al potere i ceti piccolo-borghesi e dei contadini medi. Ma a costoro non riuscì di distruggere o di riorganizzare il movimento sindacale, e tantomeno riuscì loro, come a Mussolini, di guadagnare dei seguaci all’interno della classe operaia. (Le cause di questa resistenza sono da ricercarsi anzitutto nella sconfitta della rivoluzione e nelle illusioni democratiche della classe operaia sulla socialdemocrazia.) Un consolidamento dei grandi proprietari terrieri e capitalisti che si sostituisca alla controrivoluzione piccolo-borghese e medio-contadina inserendo gli organi di essa nell’apparato statale, ha operato da lungo tempo con metodi contraddittori in tale questione ed in parte opera ancora oggi allo stesso modo (così il patto con i socialdemocratici ed anche l’appoggio che viene loro dato). Il governo Bethlen ha compiuto rapidamente, negli ultimi anni, una ristrutturazione dell’apparato statale e delle organizzazioni sociali. E ciò renderà ben presto possibile l’adozione di metodi «democratico-occidentali» (e sarà del tutto indifferente che sia Bethlen o un altro a condurre in porto questa impresa). I più importanti tra questi criteri sono: a) la questione del regolamento parlamentare e la necessità di nomine pubbliche in circoscrizioni con elezioni segrete. Ciò consentirebbe al regime di estendere senza alcun pericolo le elezioni segrete anche alla provincia e perfino al villaggio, b) Una nuova legge sulla stampa che mediante un alto prezzo di cauzione e il principio di un’accresciuta responsabilità personale possa facilmente impedire per vie legali ogni stampa d’opposizione, oppure in ogni momento far sparire con mezzi altrettanto legali quella già esistente. c) La soppressione delle autonomie cittadine ecc. d) Una camera alta a garanzia del potere illimitato del grande capitale accanto a qualunque tipo di parlamento. e) Una regolamentazione del diritto di riunione e di assemblea che sancisca nell’ambito legale la situazione presente, ossia la completa abolizione del diritto di riunione e di assemblea per gli operai e i contadini. f) La fascistizzazione del paese, g) Una politica culturale fascista. Infine come punto più importante: h) la revoca del diritto di sciopero mediante la composizione statale dei conflitti. Non appena questo intero edificio è sufficientemente consolidato, non vi è più nulla che impedisca al regime di Bethlen o del suo successore liberale di passare ad elezioni generali e segrete, di eliminare tutte le leggi straordinarie e i decreti, e di porsi quindi al livello della completa democrazia occidentale. Un re legittimo sarebbe
per questa democrazia un vero coronamento. Questa democrazia costituirebbe la base sociale per la controrivoluzione ungherese, affinché essa, al servizio dell’Inghilterra, si metta in guerra contro l’Unione Sovietica. Per quanto concerne una siffatta liquidazione democratica di tutta la democrazia borghese, v’è unanimità completa da Bethlen a Jenö Kis. La resistenza dei fascisti piccolo-borghesi contro questo blocco non conta molto. Il più entusiastico seguace e propugnatore di un tale sistema della democrazia è il partito socialdemocratico. Con il rafforzamento della produzione capitalistica e della controrivoluzione, con l’allontanamento dalla rivoluzione, la controrivoluzione ungherese dunque entra nella fase dello «sviluppo occidentale». il KPU è l’unico partito che, contro il regime di Bethlen, sostiene la vera lotta per le riforme democratiche.

In questa lotta, che necessariamente raggiunge il suo culmine in quella per la dittatura democratica, il partito deve far valere la sua precedente parola d’ordine: la «repubblica». Finché l’incoronamento di un re legittimo è l’espressione del potere indisturbato e incontrastato della grande proprietà fondiaria e del grande capitale, la lotta per la repubblica rappresenta per le larghe masse anche la lotta per la totalità dei diritti civili, per il diritto di riunione, di assemblea, perfino di sciopero ecc. Diffondendo questa parola d’ordine, nessun comunista deve farsi ingannare dalla cosiddetta propaganda repubblicana della socialdemocrazia. Al contrario, bisogna che sia richiamata l’attenzione sul fatto che per i socialdemocratici la parola d’ordine della repubblica non significa altro che una copertura del legittimismo, una funzione di cane da guardia nei confronti dei fascisti del partito piccolo-borghese di Albrecht. Nemmeno in futuro, naturalmente, il partito deve coniare la parola d’ordine repubblicana in maniera isolata. La parola d’ordine repubblicana può avere un ruolo solo come lotta per la democrazia totale, per la repubblica al cui vertice stia il governo degli operai e dei contadini, come una lotta contro la liquidazione democratica della democrazia, come una realizzazione della parola d’ordine «classe contro classe», come una mobilitazione alla lotta per la dittatura democratica. (Questa presa di posizione riguardo alla repubblica è però valida solo finché l’unione della grande proprietà fondiaria e del grande capitale si schiera a favore di una monarchia legittima. Se per motivi di politica estera essa abbandona questa prospettiva e realizzasse una repubblica borghese del tipo austro-tedesco, allora bisognerebbe che il KPU rivedesse le sue parole d’ordine tattiche, pur senza nulla cambiare nella sua linea strategica.)

Questa lotta in favore degli operai deve esser condotta in strettissima connessione con le rivendicazioni operaie intese nel senso più rigoroso. Occorre mostrare che nel punto centrale di tutto il fascismo democratizzato si trova un abbassamento del livello di vita della classe operaia e la liquidazione del diritto di sciopero. La lotta per la dittatura democratica deve quindi essere ribadita agli operai in stretta connessione con la lotta contro il fascismo e contro la composizione statale dei conflitti. In questa lotta ci si deve ovviamente richiamare al significato pratico che tutti i diritti civili democratici (diritto di riunione, di assemblea, di stampa ecc.) hanno per la lotta di classe quotidiana degli operai; deve essere ripresa la lotta per la libertà di movimento degli operai nelle fabbriche (sistema dei fiduciari, commissioni interne); deve venire smascherata la prassi del regime contro ogni movimento della classe operaia (deportazioni, ruolo della polizia, sciopero dei minatori e dei contadini ecc.); in una parola: la lotta per i diritti civili borghesi deve essere collegata con le esigenze quotidiane degli operai. Appunto riguardo a questi problemi quotidiani deve essere intrapresa la denuncia del tradimento socialdemocratico, dell’adattamento organico della socialdemocrazia al fascismo democratizzato. Ma nella stessa misura in cui si deve lottare contro ogni nichilismo che si manifesta nei diritti civili borghesi, in questa stessa misura si deve sempre mettere in risalto il valore relativo che dal punto di vista della classe operaia la democrazia ha tanto nella società borghese quanto anche nella dittatura democratica. «Tra oppressori e oppressi, tra borghesia e proletariato non può esserci alcuna eguaglianza» (Lenin). La più completa realizzazione della democrazia borghese è ben lontana dall’eliminare lo sfruttamento della classe operaia.

La peculiarità dello sviluppo ungherese sta nel fatto che la forma feudale di spartizione della proprietà fondiaria resta immutata accanto al capitalismo relativamente evoluto e in via di ulteriore sviluppo; che essa con la riforma della proprietà fondiaria si è perfino peggiorata invece di migliorare. Sebbene singoli membri della classe dominante, i quali hanno superato il provincialismo della Gentry, sappiano bene che la presente situazione di divisione della proprietà fondiaria porta in sé il germe di una rivolta contadina, e per prevenirla discutano della possibilità di una nuova riforma agraria, è oggettivamente impossibile che la divisione della proprietà fondiaria cambi anche solo di poco con le riforme, giacché proprietà fondiarie e grande capitale concrescono sempre più strettamente. I contadini medi e ancor più gli strati inferiori dei contadini non hanno alcun partito. Anche su questo punto i partiti piccolo-borghesi cittadini seguono senza riserve il grande capitale. Anche qui, dunque, il KPU resta l’unico partito che scrive sulla propria bandiera l’attuazione conseguente delle richieste della democrazia borghese: espropriazione senza indennità della grande proprietà fondiaria, occupazione rivoluzionaria della terra, terra libera per i contadini! Senza una propaganda conseguente, senza una decisa lotta nell’interesse della sua realizzazione, l’unione degli operai e dei contadini, la dittatura democratica, resta solo una vuota frase. Il KPU deve far di tutto per guadagnare a questo programma strati sempre più ampi di lavoratori agricoli e di contadini poveri. Esso deve perciò attrarre anche quegli strati della classe operaia che non hanno ancora perduto i rapporti con la campagna. Esso deve cercare, mediante la costruzione regolare e organizzata di rapporti con i lavoratori agricoli, di mettere radice nei ceti inferiori del villaggio. Al fine di riacquistare la fiducia dei contadini, rimasta delusa dalla controrivoluzione, il partito deve esercitare un’autocritica senza riserve della politica agraria fallimentare avutasi durante la dittatura del proletariato. Bisogna dichiarare senza riserve che il partito ha modificato la posizione assunta durante la dittatura. Nel partito occorre chiarire ad ogni singolo membro che quanto è qui in giuoco è una questione strategica decisiva del partito, ossia che si tratta dell’inevitabile presupposto per la conquista del potere e la liberazione del proletariato. Non deve quindi sorgere l’opinione che ciò «non sia ancora socialismo», che l’interesse al mantenimento della produzione e ai bisogni della classe operaia richieda un’altra politica ecc. Tutti i membri del partito devono comprendere che qui si tratta di una questione fondamentale del passaggio dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione del proletariato, che il potere della grande proprietà fondiaria e del grande capitale in Ungheria può essere annientato solo con una tale rivoluzione, e che i resti del feudalesimo possono essere estirpati solo con l’eliminazione del capitalismo.

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