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György Lukács

Originariamente apparso in italiano in Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero, Einaudi, Torino 1970, ora in L’uomo e la rivoluzione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2013.


I. L’attualità della rivoluzione

Il materialismo storico è la teoria della rivoluzione proletaria. Lo è perché la sua essenza è la sintesi concettuale di quell’essere sociale che produce il proletariato e che ne determina l’intera esistenza; lo è perché nel materialismo storico il proletariato che lotta per la propria liberazione raggiunge una chiara consapevolezza. La grandezza di un pensatore proletario, di un rappresentante del materialismo storico si misura perciò secondo la profondità e l’ampiezza della sua visuale in questi problemi. E inoltre, secondo l’intensità con cui è in grado di percepire in modo corretto, al di là delle manifestazioni esteriori della società borghese, quelle tendenze rivoluzionarie che vi si vanno facendo sempre più reali e coscienti.

In base a questo criterio di misura, Lenin è il maggior pensatore che il movimento operaio rivoluzionario da Marx in poi abbia mai avuto. Certo gli opportunisti, i quali non possono ormai più misconoscere o tacere la sua importanza, preferiscono dire che Lenin fu un grande uomo politico russo. Come guida del proletariato mondiale gli sarebbe mancata invece l’intuizione della differenza tra la Russia e i paesi del capitalismo più sviluppato; egli avrebbe trasposto acriticamente – e questo sarebbe il suo limite da un punto di vista storico – i problemi e le soluzioni della realtà russa su un piano universale.

Dimenticano, gli opportunisti (ed oggi del resto è giusto dimenticarlo) che lo stesso rimprovero fu rivolto a suo tempo anche contro Marx. Si diceva, allora, che Marx avrebbe preteso acriticamente di far valere le sue osservazioni sulla vita economica inglese e sulla fabbrica inglese come principi generali dello sviluppo sociale. Per quanto giuste in sé, quelle osservazioni, trasposte a principi generali, dovevano automaticamente rivelarsi false. Oggi è già diventato superfluo mettersi a confutare questo errore, opporre che Marx non ha assolutamente “generalizzato” esperienze singole e limitate temporalmente e localmente. Nel microcosmo della fabbrica inglese, nei suoi presupposti sociali, nelle sue condizioni e conseguenze sociali, nelle tendenze storiche che la fanno sorgere e in quelle che rendono problematica la sua esistenza, egli ha anzi individuato teoricamente e storicamente – secondo il metodo del vero genio storico e politico – proprio il macrocosmo del capitalismo generale.

Perché è proprio questo che distingue nella scienza o nella politica il genio dal semplice routinier. Quest’ultimo è in grado di comprendere e distinguere solo i momenti immediatamente dati e separati degli eventi sociali. Ma quando vuole pervenire a conclusioni di carattere generale, in realtà non fa altro che estendere in modo astratto particolari aspetti di un fenomeno temporalmente e localmente determinato, assunti come «leggi generali», e utilizzarli come tali. Al contrario il genio, che ha individuato la vera natura e la tendenza fondamentale realmente viva di una data epoca, la vede agire al di là di tutti gli svariati avvenimenti del suo tempo, e si sforza di definire le questioni decisive dell’intera epoca al di là dei problemi contingenti.

Oggi sappiamo che proprio questa fu la grandezza di Marx. Nella struttura della fabbrica inglese egli ha individuato e illuminato tutte le tendenze decisive del capitalismo moderno. Proprio il fatto di aver sempre avuto presente la totalità del processo capitalistico gli ha consentito di scorgere in ciascuna delle sue manifestazioni il suo senso complessivo, e di coglierne nella struttura anche il movimento.

Ma oggi sono solo in pochi a vedere come Lenin abbia fatto per la nostra epoca quello che Marx ha fatto per il processo capitalistico complessivo. Nei problemi della Russia moderna (dai problemi di un capitalismo che si sviluppa all’interno di un assolutismo semifeudale a quelli della realizzazione del socialismo in un paese agricolo arretrato) Lenin ha sempre individuato i problemi dell’intera epoca: il trapasso verso l’ultima fase del capitalismo e la possibilità di rivolgere a favore del proletariato e per la salvezza dell’umanità, la lotta, divenuta fatale in questo paese, tra la borghesia e il proletariato.

Lenin – come del resto Marx – non ha mai generalizzato esperienze locali del suo paese, limitate nel tempo e nello spazio, ma ha anzi intuito, con lo sguardo del genio, il problema fondamentale del nostro tempo, quello della rivoluzione imminente, proprio nel luogo e nel momento in cui cominciava a farsi reale; e ha compreso e fatto comprendere tutte le sue manifestazioni, sia russe che internazionali, da questo angolo prospettico, la prospettiva dell’attualità della rivoluzione.

Proprio l’attualità della rivoluzione, che è l’idea fondamentale di Lenin, è anche il punto che lo collega decisivamente a Marx. Poiché il materialismo storico, come espressione concettuale della lotta di liberazione del proletariato, poteva essere afferrato e formulato teoricamente solo in quel determinato momento storico in cui la sua attualità pratica fosse venuta all’ordine del giorno della storia. E doveva trattarsi di quel momento in cui, secondo le parole di Marx, nella miseria del proletariato si manifestasse non soltanto la miseria stessa, ma anche quell’aspetto rivoluzionario «che è destinato a mandare in rovina la vecchia società». E certo anche allora era necessaria l’imperterrita penetrazione del genio per poter scorgere l’attualità della rivoluzione proletaria. Per l’uomo comune la rivoluzione proletaria diviene un fatto percepibile solo quando le masse operaie stanno già lottando sulle barricate, e neppure a questo punto, se l’uomo comune ha assimilato soltanto le nozioni di un marxismo volgare. Per i marxisti volgari infatti le basi della società borghese sono così inamovibili che anche quando essa vacilla più gravemente egli si augura soltanto il ritorno del suo stato «normale» e vede nelle sue crisi soltanto degli episodi passeggeri, sicché considera la stessa lotta che vi si sviluppa come un’irragionevole ribellione di gente sconsiderata contro un capitalismo pur sempre invincibile. I combattenti gli sembrano soltanto dei traviati, la rivoluzione che venga repressa gli sembra un «errore»; e i costruttori del socialismo in una rivoluzione eventualmente vittoriosa (ma solo provvisoriamente, agli occhi degli opportunisti) li considera addirittura dei malfattori.

Il materialismo storico presuppone dunque, già a livello teorico, l’attualità storica universale della rivoluzione proletaria. In questo senso l’attualità rivoluzionaria è la base oggettiva dell’intera epoca e insieme il necessario punto di vista per la sua comprensione; essa rappresenta perciò il nucleo della dottrina di Marx. E tuttavia, nonostante il suo consapevole realismo, che si espresse nel rigoroso rifiuto di ogni illusione infondata e nella severa condanna di ogni moto rivoltoso improvvisato, l’interpretazione opportunistica si appiglia subito ai cosiddetti errori nelle previsioni particolari di Marx per scartare di principio con questo pretesto la rivoluzione dall’edificio del marxismo. E i difensori «ortodossi» di Marx si incontrano qui a mezza strada con i suoi critici. Kautsky, rivolgendosi a Bernstein, spiega che si può tranquillamente lasciare al futuro (un futuro molto lontano) la decisione circa la dittatura del proletariato.

Su questo punto Lenin ha ristabilito la dottrina di Marx nella sua purezza. Su questo punto, anzi, l’ha resa più chiara e più concreta. Non che egli si sia mai posto il problema di «migliorarla». Egli ha semplicemente fatto confluire nella teoria l’ulteriore evoluzione del processo storico seguita alla morte di Marx. E questo significa che l’attualità della rivoluzione proletaria non è più soltanto l’orizzonte storico universale della classe lavoratrice in lotta per la propria liberazione, bensì che la rivoluzione è già venuta all’ordine del giorno per il movimento operaio. Quanto all’accusa di blanquismo ecc. che questa sua intuizione centrale gli procurò, non dovette troppo pesare a Lenin, non solo per la buona compagnia di Marx (di “certi aspetti” di Marx), ma anche perché aveva ben saputo meritarsi l’onore di questa compagnia. Da un lato né Lenin né Marx avevano presentato l’attualità della rivoluzione proletaria e dei suoi scopi ultimi come se la si potesse realizzare in qualsiasi momento. D’altra parte l’attualità della rivoluzione era stata per entrambi l’unità di misura per la risoluzione di ogni questione particolare. L’attualità della rivoluzione è lo sfondo di un’intera epoca. Solo il nesso delle singole azioni con questo punto centrale, che può essere individuato soltanto mediante una precisa analisi della totalità storico-sociale, rende le singole azioni rivoluzionarie e controrivoluzionarie. L’attualità della rivoluzione significa quindi che ogni singolo problema attuale dev’essere considerato in rapporto alla totalità storica sociale, e che dev’essere visto come un momento dell’emancipazione del proletariato. Così l’elaborazione ulteriore che Lenin ha dato al marxismo consiste semplicemente (ed è tutt’altro che una limitazione!) nel collegamento più interno, più visibile e conseguente delle singole azioni col destino generale, col destino rivoluzionario dell’intera classe operaia. Significa semplicemente che ogni questione contingente, già come tale, si è trasformata in un problema fondamentale per la rivoluzione.

Lo sviluppo del capitalismo ha portato all’ordine del giorno la rivoluzione proletaria. L’avvicinarsi di questa rivoluzione non è stato previsto solo da Lenin. Ma Lenin si distingue non solo per coraggio, dedizione e sacrificio personale da coloro che si sono tirati vilmente da parte proprio nel momento in cui la rivoluzione che essi avevano annunciato teoricamente si è fatta realmente attuale, ma anche per chiarezza teoretica, dai migliori, dai più presaghi e devoti rivoluzionari suoi contemporanei. Perché anche questi ultimi hanno riconosciuto l’attualità della rivoluzione proletaria soltanto nel senso in cui era divenuta riconoscibile già al tempo di Marx: come il problema fondamentale dell’intera epoca. Ma essi non erano in grado di fare di questa giusta nozione – giusta però soltanto entro una prospettiva storico-universale – il filo conduttore di tutti i problemi quotidiani, politici ed economici, teorici e tattici, di agitazione e di organizzazione. Questo passo verso la concretizzazione di un marxismo emerso ormai alla dimensione pratica, Lenin l’ha compiuto da solo. Egli resta perciò sul piano storico-universale l’unico teorico di livello pari a quello di Marx che fino ad oggi sia venuto dalle file della lotta di emancipazione proletaria.

II. Il proletariato come classe dirigente

L’insostenibilità della situazione russa si era già rivelata molto prima che il capitalismo vi si sviluppasse concretamente e molto prima della formazione di un proletariato industriale. La dissoluzione del feudalismo agrario e la distruzione dell’assolutismo burocratico non soltanto erano diventati già molto tempo prima dati di fatto incontestabili della realtà russa, ma avevano anche prodotto – con l’inquietudine della classe contadina e il rivoluzionarismo della cosiddetta intellettualità declassata – degli strati sociali che si erano sollevati sporadicamente contro lo zarismo, benché senza chiarezza di idee, in modo confuso ed elementare. È chiaro che lo sviluppo del capitalismo (per quanto la sua realtà stessa e il suo significato siano rimasti oscuri anche ai più chiaroveggenti) era destinato ad accrescere questo disagio oggettivo e le sue conseguenze ideologico-rivoluzionarie. Nella seconda metà del secolo XIX doveva divenire sempre più palese che la Russia, che era ancora nel ’48 il rifugio sicuro della reazione europea, muoveva verso una rivoluzione. Il problema era soltanto di sapere quale carattere avrebbe avuto questa rivoluzione; e – cosa strettamente connessa – quale classe vi avrebbe avuto la parte direttiva.

È senz’altro comprensibile che le prime generazioni di rivoluzionari si siano poste questo problema in modo ancora del tutto confuso. Ciò che essi videro nei gruppi che si sollevavano contro lo zarismo, era qualcosa di unitario, il popolo. Certo anche a questo livello era già ben visibile la distinzione tra intellettuali e lavoratori manuali, che non aveva però un peso decisivo, dal momento che il “popolo”, sotto l’aspetto di classe, non poteva ancora avere che una fisionomia poco individuata, e dato che, tra gli intellettuali, quelli che si erano uniti al movimento erano soltanto gli autenticamente rivoluzionari; rivoluzionari per i quali era e rimaneva un principio incrollabile quello di aprirsi al «popolo» e di servire soltanto i suoi interessi.

Tuttavia, anche a questo livello del movimento rivoluzionario, lo sviluppo dell’Europa non poteva non esercitare un’influenza sullo svolgimento dei fatti e quindi sulla prospettiva storica da cui mossero i rivoluzionari per valutare gli avvenimenti. E qui si poneva inevitabilmente la domanda: il processo di sviluppo europeo, lo sviluppo cioè del capitalismo, è un destino inevitabile anche per la Russia? Anche la Russia è destinata a passare per l’inferno capitalistico per raggiungere la propria salvezza nel socialismo? O non è invece possibile, data la peculiarità della sua situazione, data la permanente sussistenza delle comuni agricole, saltare questa fase di sviluppo e imboccare direttamente la strada dal comunismo originario al comunismo evoluto?

La risposta a questo quesito non poteva essere allora così ovvia come appare oggi. Lo stesso Engels, ancora nel 1882, rispondeva dicendo che se una rivoluzione russa scatena insieme una rivoluzione proletaria europea, “in questo caso l’odierna proprietà comune russa può servire da punto di partenza di un processo di sviluppo comunista”.

Non è questo il luogo adatto anche solo per tratteggiare una storia delle battaglie teoriche sviluppatesi su questo problema. Soltanto ci era necessario partire da questo problema perché con esso veniva posta, per la Russia, la questione della classe-guida della futura rivoluzione. Perché è chiaro che il riconoscimento del comunismo agricolo come punto di partenza e fondamento economico della rivoluzione fa necessariamente dei contadini la classe direttiva del capovolgimento sociale. E in corrispondenza con questa base economica e sociale così diversa dalle condizioni generali europee, la rivoluzione dovrebbe trovare anche un altro fondamento teorico che non il materialismo storico, che in realtà rappresenta solo l’espressione concettuale del trapasso necessario del capitalismo al socialismo operato dalla società sotto la guida della classe operaia. La polemica sulla questione se la Russia fosse in procinto di svilupparsi capitalisticamente, se il capitalismo russo fosse suscettibile di sviluppo; inoltre la controversia scientifico-metodologica se il materialismo storico sia una dottrina generalmente valida dello sviluppo sociale; infine la discussione sulla questione di quale classe sociale fosse destinata a divenire il motore reale della rivoluzione russa, si intrecciano tutte nella stessa domanda. Sono tutti modi di espressione ideologica dello sviluppo del proletariato russo: momenti dell’esplicitazione della sua autonomia ideologica (e insieme anche tattica, organizzativa, ecc.) rispetto alle altre classi sociali.

È questo un lungo e penoso processo che ogni movimento operaio deve attraversare. In esso rivestono un carattere specificamente russo solo i problemi particolari, nei quali prende rilievo la peculiarità della situazione di classe e l’autonomia degli interessi di classe del proletariato (in Germania la classe operaia si trovava a questo livello nel periodo di Lassalle-Bebel-Schweitzer, e l’unità tedesca era una delle questioni che vi avevano una parte decisiva). Peraltro proprio questi problemi specifici e locali devono trovare una giusta soluzione come tali, perché il proletariato possa conseguire l’autonomia della propria azione di classe. Anche la migliore educazione teorica, che si arresti su posizioni generali, non è di giovamento: deve invece sapersi esprimere proprio nella soluzione di questi problemi specifici, per poter acquisire un’efficacia pratica (così, ad esempio, l’acceso internazionalista Wilhelm Liebknecht, scolaro diretto di Marx, non fu affatto in grado di individuare con maggiore frequenza e sicurezza la soluzione di questi problemi particolari dei lassalliani, molto più confusi da un punto di vista teorico). Ma un carattere specificamente russo, in questa situazione, e anche il fatto che questa disputa teorica sull’autonomia del proletariato è sul riconoscimento del suo ruolo direttivo nella futura rivoluzione, non ha trovato in nessun altro luogo una soluzione altrettanto chiara ed univoca che in Russia. È questo che permise di risparmiare al proletariato russo gran parte delle incertezze e delle ricadute cui assistiamo senza eccezione in tutti i paesi più sviluppati (e ci riferiamo non ai risultati della lotta di classe, dove le ricadute sono inevitabili, ma alla chiarezza teorica e alla sicurezza tattico-organizzativa del movimento operaio). Il proletariato russo poté così – almeno nel suo strato più cosciente – procedere teoricamente ed organizzativamente con la stessa linearità e chiarezza con cui la sua situazione obiettiva di classe si è sviluppata dalle forze economiche del capitalismo russo.

Lenin non è stato il primo a portare avanti questa lotta; ma è stato l’unico che abbia affrontato radicalmente e fino in fondo la totalità dei problemi, e l’unico che abbia trasposto radicalmente nella prassi la propria visione teorica.

Lenin era solo uno dei portavoce teorici in lotta contro il socialismo «autoctono» russo, contro i narodniki. E questo è ben comprensibile, giacché la sua lotta teorica aveva lo scopo di provare il ruolo autonomo e direttivo del proletariato nel futuro destino della Russia. Ma poiché il modo e la base di questa discussione poteva consistere soltanto nel fatto di mostrare come il tipico processo di sviluppo del capitalismo delineato da Marx (l’accumulazione originaria) fosse valido anche per la Russia; come in Russia potesse e dovesse sorgere un capitalismo suscettibile di una propria evoluzione, questa discussione doveva portare (provvisoriamente) i teorici della lotta di classe proletaria sullo stesso terreno degli ideologi dell’incipiente capitalismo russo. Lo svezzamento teorico del proletariato dal populismo non comportava affatto, di per se stesso, la nozione e il riconoscimento della sua autonomia e della sua funzione dirigente. Al contrario: la conseguenza più elementare, meccanica e antidialettica dell’osservazione che le linee di sviluppo della vita economica russa puntano verso la struttura capitalistica, sembra essere piuttosto la semplice accettazione di questa realtà di fatto, la sollecitazione del suo avvento. E tale atteggiamento non è proprio soltanto della borghesia avanzata, la cui ideologia (provvisoriamente) «marxista» riesce ben comprensibile se si pensa che il marxismo è la sola teoria economica in grado di spiegare in modo necessario la genesi del capitalismo dalla dissoluzione del mondo precapitalistico; ma esso appare necessario anche a tutti i marxisti “proletari” che concepiscono la loro dottrina in modo meccanico e non dialettico, a tutti quei marxisti che non comprendono – cosa che invece Marx aveva appreso da Hegel ed aveva introdotta nella sua teoria liberandola da ogni mitologia ed idealismo – che il riconoscimento della realtà di un fatto o di una tendenza è ancora ben lungi dal significare che questa debba essere riconosciuta come realtà normativa del nostro agire. Che non comprendono cioè che se è sacro dovere di ogni vero marxista guardare arditamente e senza illusioni ai fatti, v’è pur sempre qualcosa per i veri marxisti che è più reale e quindi più importante dei singoli fatti o tendenze: la realtà del processo complessivo, la totalità dello sviluppo sociale. Perciò Lenin scrive: «È affare della borghesia quello di sviluppare trust e di spingere i bambini e le donne nelle fabbriche, di rovinarli e scorticarli nella fabbrica e di condannarli all’estrema miseria. Questo processo noi non lo «incoraggiamo», non lo «appoggiamo». Anzi, lo combattiamo. Ma come lo combattiamo? Noi sappiamo che i trust e il lavoro in fabbrica delle donne è un fattore progressivo. Non vogliamo far macchina indietro verso l’artigianato, verso il capitalismo senza monopoli, verso il lavoro casalingo delle donne. Avanti dunque, attraverso i trust e il resto, e al di là di essi verso il socialismo!».

Quanto precede ci pone nel giusto punto di vista per comprendere la soluzione leniniana dell’intero arco di questa problematica. Da esso deriva che il riconoscimento della necessità di un processo di sviluppo capitalistico in Russia e lo stesso riconoscimento di quel che di storicamente progressivo vi è implicito, non significa affatto che il proletariato debba anche appoggiare questo processo. Deve bensì dargli il benvenuto, poiché è soltanto con questo processo che si crea il terreno su cui il proletariato può crescere come elemento di forza decisivo. Ma il benvenuto deve rivolgersi al fatto che esso è la condizione, il presupposto della sua propria inesorabile lotta contro i reali promotori di questo processo, contro la borghesia.

È soltanto con questa concezione dialettica della necessità delle tendenze storiche che si costituisce lo spazio teorico atto all’intervento autonomo del proletariato nella lotta di classe. Giacché quando ci si limiti ad accettare semplicemente la necessità dello sviluppo capitalistico russo, come fecero le avanguardie ideologiche della borghesia russa e più tardi i menscevichi, ne deriva la conseguenza che la Russia deve innanzitutto portare a compimento il proprio sviluppo capitalistico. Promotrice di questo sviluppo è la borghesia, e soltanto dopo che questo sviluppo abbia raggiunto un livello abbastanza avanzato, soltanto dopo che la borghesia abbia spazzato economicamente e politicamente gli avanzi del feudalesimo sostituendovi un paese moderno, capitalistico, democratico e via dicendo, solo allora potrebbe iniziare la lotta di classe autonoma del proletariato. Un intervento prematuro del proletariato, con obiettivi autonomi di classe, non sarebbe soltanto inutile, dato che il proletariato, come elemento particolare di forza in questa lotta tra la borghesia e lo zarismo, conta ben poco; ma sarebbe addirittura fatale al proletariato. Perché terrorizzando la borghesia, ne indebolirebbe la forza d’urto nei confronti dello zarismo, e la sospingerebbe anzi senz’altro tra le sue braccia. Il proletariato avrebbe quindi soltanto, all’inizio, la funzione di truppa ausiliaria della borghesia progressiva nella lotta per una Russia moderna.

È chiaro – anche se ciò non è stato reso del tutto esplicito nelle discussioni del tempo – che alla base di tutta la discussione stava il problema dell’attualità della rivoluzione. Come è chiaro del resto che per tutti coloro che partecipavano a questa controversia e che non erano soltanto degli ideologi più o meno consapevoli della borghesia, le strade si separavano, secondo che si considerasse la rivoluzione come un problema attuale, come una questione all’ordine del giorno per il movimento operaio, o che invece la si vedesse come un lontano «fine ultimo», incapace di esercitare alcun influsso determinato sulle decisioni del momento. Certamente rimane più che dubbio che il punto di vista menscevico, quand’anche si fosse ammessa la giustezza della sua prospettiva storica, potesse esser fatto proprio dal proletariato. E rimane dubbio se di fronte a un accodamento così fedele alla borghesia, la coscienza di classe del proletariato non si sarebbe talmente oscurata da rendere ideologicamente impossibile o quanto meno estremamente difficile separarsi dalla borghesia e agire autonomamente in quanto proletariato, anche in quel dato momento storico che la dottrina menscevica avesse ritenuto adatto. (Si pensi al movimento operaio inglese). Certo l’ipotesi, praticamente, è oziosa. Giacché la dialettica della storia, che gli opportunisti cercano di escludere dal marxismo, finisce per agire su loro stessi, contro la loro volontà; li porta sul terreno della borghesia, sicché il momento storico dell’avvento del proletariato svanisce per loro nella nebulosa lontananza di un futuro destinato a non realizzarsi mai.

La storia ha dato ragione a Lenin e ai pochi profeti dell’attualità della rivoluzione. L’alleanza con la borghesia progressista, che si era già rivelata un’illusione al tempo della lotta per l’unità tedesca, sarebbe stata possibile soltanto se il proletariato come classe avesse potuto seguire la borghesia fin nella sua alleanza con lo zarismo. Giacché dall’attualità della rivoluzione proletaria segue che la borghesia ha cessato di essere una classe rivoluzionaria. Certamente quel processo economico che essa produce e di cui beneficia rappresenta un progresso se comparato all’assolutismo e al feudalesimo. Ma questo carattere progressivo della borghesia è ridiventato dialettico; in altre parole si è allentato quel rapporto necessario tra le condizioni economiche di esistenza della borghesia e determinate rivendicazioni di democrazia politica, costituzionalità ecc. che si era realizzato, benché solo parzialmente, durante la rivoluzione francese sulle rovine dell’assolutismo feudale. L’imminenza sempre maggiore della rivoluzione proletaria da un lato rende possibile un’alleanza tra borghesia e assolutismo feudale, alleanza che mentre conserva il predominio politico delle vecchie forze, garantisce le condizioni di esistenza e di sviluppo economico della borghesia d’altra parte la borghesia con questo suo decadimento ideologico lascia nelle mani del proletariato rivoluzionario la realizzazione delle sue vecchie istanze rivoluzionarie. Per quanto problematica resti quest’alleanza tra la borghesia e le vecchie forze, dato che si tratta d’un compromesso derivante dalla comune paura di fronte a un male maggiore, e non di un legame di classe fondato su una positiva comunanza di interessi, essa rappresenta pur sempre un fatto nuovo, un fatto di fronte al quale la «prova» schematica e meccanica della «necessaria connessione» tra sviluppo capitalistico e democrazia non può che rivelarsi illusoria. «In generale – dice Lenin – la democrazia politica è soltanto una delle possibili forme (benché sia quella teoricamente normale per un capitalismo allo stato puro) della sovrastruttura costruita sopra il capitalismo. I fatti provano che il capitalismo, come anche l’imperialismo, si sviluppa in ogni forma politica, e si adatta a tutte le forme». In Russia particolarmente, il rapido passaggio della borghesia da una opposizione (apparentemente) radicale all’appoggio dello zarismo dipende dal fatto che qui il capitalismo, sorto in maniera non «organica» e innestato sul tronco russo, rivela fin dai suoi inizi un carattere fortemente monopolistico (preponderanza delle grandi imprese, importanza del capitale finanziario, ecc.). Da ciò deriva che in Russia la borghesia rappresenta uno strato numericamente inferiore e socialmente più debole che in altre terre dove si è avuto un «più organico» sviluppo capitalistico; ma deriva anche che nelle grandi industrie le basi materiali per lo sviluppo di un proletariato rivoluzionario prendano piede più rapidamente di quanto non avrebbe lasciato presumere l’analisi – schematicamente statistica – del ritmo di sviluppo del capitalismo russo.

Ma se l’alleanza con la borghesia avanzata si rivela illusoria, se il proletariato, alla conquista della propria autonomia, ha già rotto definitivamente con il caotico concetto di «popolo», proprio questa sua autonomia così duramente conquistata non lo porterà ad un disperato isolamento, e non lo indurrà quindi ad una lotta che si sa già dall’inizio priva di speranza? Questa ovvia obiezione, mossa tante volte alla prospettiva storica di Lenin, avrebbe valore se il rifiuto della teoria agraria dei narodniki e il riconoscimento della necessaria dissoluzione degli avanzi del comunismo agricolo non avesse a sua volta un significato dialettico. La dialetticità di questo processo dissolutivo – poiché la conoscenza dialettica è sempre soltanto formulazione concettuale di una realtà in sé dialettica – sta nel fatto che la necessità della dissoluzione di queste forme ha un senso determinato soltanto come processo dissolutivo, dunque solo negativamente. Quale svolta in senso positivo debba prendere questo processo non è assolutamente determinabile in base al processo stesso. Ciò dipende dallo sviluppo del contesto sociale, dal destino della totalità storica. Per esprimerci in forma più concreta: il processo dissolutivo economicamente inevitabile delle vecchie forme agrarie – sia quelle latifondistiche che quelle contadine – può procedere per due vie. Secondo le parole di Lenin, «entrambe le forme di soluzione facilitano, ciascuna a suo modo, il passaggio a un livello superiore della tecnica, e si trovano entrambe sulla via del progresso agricolo». Una via consiste nello spazzare ogni rimanenza di tipo medievale (o ancor più antica) dalla vita dei contadini. L’altra – e Lenin la definisce la via prussiana – «è caratterizzata dal fatto che le eredità medievali della proprietà terriera non vengono liquidate una volta per tutte, ma vengono adattate poco alla volta al capitalismo». Entrambe le vie sono praticabili, ed entrambe sono – economicamente – progressive nei confronti dello stato di fatto esistente. Ma se entrambe le tendenze sono possibili e perfino – in un certo senso – entrambe progressive, cosa sarà a decidere quale delle due debba realizzarsi? La risposta di Lenin a questa questione, come ad ogni altra è chiara e precisa: la lotta di classe.

Si vengono così delineando in forma più distinta e più concreta i tratti di quel milieu in cui il proletariato è chiamato ad inserirsi autonomamente, come classe dirigente. Perché la forza decisiva in questa lotta di classe che segna per la Russia il passaggio dal medioevo all’età moderna, può essere soltanto il proletariato. A causa non soltanto della loro paurosa arretratezza culturale, ma soprattutto della loro obiettiva situazione di classe, i contadini non possono mai andare più in à di una ribellione elementare di fronte alla loro situazione che si fa sempre più insostenibile. Essi sono destinati dalla loro obiettiva situazione di classe a rimanere uno strato fluttuante, una classe il cui destino vien deciso, in definitiva, dalla lotta di classe nella città, dal destino della città, della grande industria, dell’apparato statale, ecc.

È proprio questa circostanza che mette nelle mani del proletariato la forza decisiva. La sua lotta contro la borghesia, al momento storico dato, avrebbe avuto forse poche speranze di successo se la borghesia fosse riuscita a liquidare a proprio vantaggio il feudalismo dal diritto agrario russo. Il fatto che lo zarismo si opponga a questo suo disegno spiega il suo momentaneo atteggiamento rivoluzionario – o quanto meno di opposizione. Ma intanto che questa questione non sia stata decisa resta sempre possibile lo scatenamento elementare delle folle contadine asservite e dissanguate. Uno scatenamento elementare al quale soltanto il proletariato può imprimere una direzione, entro cui questo movimento di massa può conseguire un risultato realmente vantaggioso per le masse agricole. Uno scatenamento elementare che consente al proletariato di gestire con ogni probabilità di successo la lotta contro lo zarismo e la borghesia.

Così la struttura economico-sociale della Russia ha creato le basi oggettive per l’alleanza del proletariato e dei contadini. I loro compiti di classe sono diversi. Per questo era necessario che la loro unificazione caotica sotto l’oscuro concetto patriottico di «popolo» si sciogliesse. Ma è soltanto nella lotta comune che possono realizzarsi i loro diversi obiettivi di classe.

Così nella concezione leninista del carattere della rivoluzione russa ritorna dialetticamente trasformato l’antico pensiero dei narodniki. L’oscuro ed astratto concetto di «popolo» doveva essere scartato, ma soltanto per far emergere, dalla concreta comprensione delle condizioni di una rivoluzione proletaria, il concetto di popolo nella sua specificità rivoluzionaria, l’alleanza rivoluzionaria di tutti gli oppressi.

Su questa base il partito di Lenin può considerarsi a buon diritto l’erede delle tradizioni più autenticamente rivoluzionarie dei narodniki. Ma poiché la coscienza e quindi anche l’attitudine a dirigere questa lotta esiste – da un punto di vista oggettivo di classe – soltanto nella coscienza di classe del proletariato, esso può e deve divenire, nella rivoluzione imminente, la classe dirigente del sovvertimento sociale.

III. Il partito dirigente del proletariato>

Il compito storico del proletariato è dunque quello di liberarsi da ogni comunanza ideologica con le altre classi, quello di trovare la propria chiara coscienza di classe sulla base della specificità della propria situazione di classe e della conseguente autonomia dei propri interessi di classe. Solo in questo modo esso diviene capace di guidare tutti gli oppressi e gli sfruttati della società borghese nella comune lotta contro i loro dominatori economici e politici.

Il fondamento oggettivo di questa funzione direttiva del proletariato è la sua posizione all’interno del sistema produttivo capitalistico. Ma sarebbe un uso meccanico del marxismo, e quindi anche un illusionismo del tutto antistorico immaginarsi che la giusta coscienza di classe del proletariato, che lo abilita alla sua funzione direttiva, possa svilupparsi poco alla volta di per se stessa, senza attriti e senza intoppi; che il proletariato possa maturare spontaneamente sul piano ideologico alla sua vocazione di classe rivoluzionaria. Le polemiche sulle tesi di Bernstein hanno mostrato chiaramente l’impossibilità della spontanea maturazione economica del capitalismo al socialismo. Ma proprio la replica ideologica di questa dottrina esercita ancora un’influenza incontrastata nella mente di parecchi sinceri rivoluzionari europei, senza che neppure se ne colga l’aspetto problematico e rischioso. Non già che i migliori di loro abbiano completamente misconosciuto l’esistenza e l’importanza di questo problema, e non abbiano visto che la definitiva vittoria del proletariato deve percorrere una lunga strada che passa per diverse sconfitte, che quindi sono inevitabili ricadute non solo materiali ma anche ideologiche da un determinato livello già raggiunto. Essi sapevano – per servirci dell’espressione di Rosa Luxemburg – che la rivoluzione proletaria, la quale rispetto ai suoi presupposti sociali non può ormai più arrivare «troppo presto», deve invece verificarsi necessariamente «troppo presto» per quanto concerne la presa del potere (e quindi da un punto di vista ideologico). Ma anche se nell’ambito di questa prospettiva storica circa la via che il proletariato deve percorrere verso la propria liberazione, si sostiene che un’autoeducazione spontaneamente rivoluzionaria delle masse proletarie (mediante le attività di massa e le esperienze di massa) sostenuta da una corretta agitazione e propaganda teorica ecc. del partito è sufficiente a garantire in modo efficace il necessario sviluppo, si resta ancor fermi in qualche modo all’ideologia di una maturazione spontanea del proletariato alla propria missione rivoluzionaria. Lenin fu il primo – e per lungo tempo il solo – tra i principali capi e teorici del proletariato che abbia preso in esame questo problema dal punto di vista centrale e praticamente decisivo, quello dell’organizzazione. La disputa intorno al 1° paragrafo dello statuto dell’organizzazione svoltasi al Congresso di Bruxelles-Londra del 1903 è oggi universalmente nota. La questione era di stabilire se potesse essere membro del partito chi lo sosteneva o lavorava sotto il suo controllo (come volevano i menscevichi) o se invece non fosse un dovere imprescindibile la partecipazione alle organizzazioni illegali, la completa dedizione della propria vita al lavoro del partito e la piena subordinazione alla disciplina di partito. Le altre questioni organizzative, ad esempio la centralizzazione, non sono che le conseguenze materiali necessarie di questa scelta.

Anche questa disputa può venire intesa solo sulla base del contrasto tra due concezioni fondamentali sulla possibilità, sul probabile sviluppo, sul carattere ecc. della rivoluzione; sebbene a quel tempo fosse solo Lenin a rendersi conto di tutte queste implicazioni.

Il piano organizzativo bolscevico trasceglie così un gruppo di rivoluzionari coscienti, pronti a ogni sacrificio, dalla massa più o meno caotica della classe. Ma con ciò non sorge il pericolo che questi «rivoluzionari di professione» finiscano per separarsi dalla vita reale della classe, trasformandosi in un gruppo di congiurati, in una setta? Questo piano organizzativo non è semplicemente la conseguenza pratica di quel «blanquismo» che i «sagaci» revisionisti ritenevano di aver scoperto nello stesso Marx? Non possiamo qui indugiarci a discutere fino a che punto questo rimprovero sia ingiustificato per lo stesso Blanqui. Ma certo non fa presa sul nucleo dell’organizzazione leninista, giacché il gruppo dei rivoluzionari di professione, per Lenin, non aveva assolutamente il compito di «fare» la rivoluzione, né di infiammare la massa inerte con la propria azione isolata e coraggiosa, di metterla insomma davanti a un fatto compiuto. L’idea organizzativa di Lenin presuppone il dato di fatto della rivoluzione, l’attualità della rivoluzione. Se avessero avuto ragione i menscevichi nella loro previsione storica che si stesse preparando un periodo relativamente tranquillo di prosperità e di graduale espansione democratica, e che al massimo nei paesi più arretrati gli avanzi feudali stessero per essere spazzati via dal «popolo», dalle classi «progressive», i gruppi dei rivoluzionari di professione avrebbero dovuto necessariamente chiudersi in un’attività settaria o in meri circoli di propaganda. Ma il partito inteso come organizzazione rigidamente centralizzata dei soli elementi più coscienti del proletariato era concepito come strumento della lotta di classe in un periodo rivoluzionario. «Non è lecito – dice Lenin – separare meccanicamente il fattore politico da quello organizzativo», e chi accetta o rifiuta l’organizzazione bolscevica del partito senza porsi la domanda se viviamo o no nell’epoca delle rivoluzioni proletarie, non ha compreso assolutamente l’essenza di quella organizzazione.

Ma può presentarsi, dal punto di vista diametralmente opposto, un’altra obiezione: che proprio l’attualità della rivoluzione renda inutile una simile organizzazione. Potrebbe cioè bensì avere avuto un’utilità, nel periodo di arresto del movimento rivoluzionario, dare una struttura organizzativa ai rivoluzionari di professione; mentre invece negli anni in cui la rivoluzione è alle porte, quando le masse sono scosse nel modo più profondo, e di settimana in settimana o addirittura di giorno in giorno accumulano nuove esperienze rivoluzionarie e si fanno più mature di quanto non sia avvenuto nel corso di secoli; quando perfino quella parte della classe che volendo curare i propri vantaggi immediati non si era mai lasciata trasportare nel movimento si fa rivoluzionaria, un’organizzazione del genere sarebbe inutile e priva di senso, perché sprecherebbe utili energie e qualora esercitasse un influsso non farebbe che frenare la spontanea produttività rivoluzionaria delle masse.

È chiaro che questa obiezione riconduce al problema della maturazione ideologica del proletariato. Il manifesto comunista definisce assai chiaramente il rapporto tra il partito rivoluzionario del proletariato e la classe nel suo insieme. «I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da un lato, all’interno delle diverse lotte nazionali del proletariato, sottolineano e sostengono gli interessi dell’intero proletariato, che sono indipendenti dalla nazionalità, e dall’altro perché nei diversi gradi di sviluppo percorsi dalla lotta tra il proletariato e la borghesia, essi sostengono sempre l’interesse dell’intero movimento. I comunisti sono quindi sempre praticamente la parte più decisa e propulsiva dei partiti operai di tutti i paesi; sul piano teorico, di fronte alla rimanente massa del proletariato essi si avvantaggiano della giusta nozione delle condizioni, dell’andamento e dei risultati generali del movimento proletario». In altre parole essi sono la coscienza di classe del proletariato fattasi figura visibile.

E il problema della loro organizzazione deve essere deciso in base alla previsione di come il proletariato possa raggiungere effettivamente questa sua propria coscienza di classe e farla propria. Che ciò non si produca automaticamente, per effetto meccanico delle forze economiche della produzione capitalistica né per mera crescita organica della spontaneità delle masse, è un fatto acquisito per chiunque non neghi per principio la funzione rivoluzionaria del partito. La differenza tra la concezione leninista del partito e le altre concezioni sta nel fatto che essa da un lato analizza in modo più profondo e conseguente delle altre la differenziazione economica all’interno del proletariato (lo svilupparsi di un’aristocrazia operaia ecc.), mentre dall’altro individua la collaborazione rivoluzionaria del proletariato con le altre classi entro la nuova prospettiva storica che è stata descritta. Di qui deriva un’accresciuta importanza del proletariato nella preparazione e direzione della rivoluzione, e la stessa funzione dirigente del partito di fronte alla classe operaia.

Il fatto che emerga e si sviluppi in importanza un’aristocrazia operaia significa, da questo punto di vista, che la divergenza relativa, sempre esistente, degli interessi immediati di certi strati di lavoratori dai reali interessi dell’intera classe si fa sempre più grande e con ciò tende a cristallizzarsi. Lo sviluppo capitalistico, che all’inizio aveva cominciato col livellare e unificare forzatamente la classe operaia, prima separata geograficamente, corporativamente, ecc., dà luogo ora a una nuova differenziazione. E la conseguenza non è soltanto che il proletariato non contrappone più alla borghesia un muro compatto di ostilità; ne viene anche il pericolo di un’influenza ideologica negativa sull’intera classe da parte di questi strati, ai quali il passaggio a un modo di vita piccolo borghese, le posizioni che occupano nella burocrazia di partito e sindacale, talora negli impieghi municipali ecc. conferiscono una superiorità di educazione formale, di pratica amministrativa ecc. rispetto agli altri strati proletari, nonostante – o magari proprio per – la loro ideologia imborghesita e la loro immaturità dal punto di vista della coscienza di classe. In altre parole questi strati, con l’influsso che esercitano nelle organizzazioni del proletariato, tendono a oscurare la coscienza di classe di tutti i lavoratori, a orientarla verso un tacito accordo con la borghesia.

Contro questo pericolo non basta la sola chiarezza teorica e la conseguente attività agitatoria e propagandistica dei gruppi rivoluzionariamente preparati. Giacché questi contrasti di interessi per lungo tempo non si estrinsecano in forma percepibile per tutti i lavoratori, al punto che talora i loro stessi rappresentanti ideologici non si rendono nemmeno conto d’essere già fuori dal cammino dell’intera classe. Così avviene molto facilmente che queste divergenze vengano presentate alla classe lavoratrice come «divergenze teoriche di opinioni», mere «divergenze tattiche», ecc. E l’istinto rivoluzionario degli operai, che pure si esprime a volte in grandi azioni spontanee di massa, non è in grado di conservare il livello di coscienza di classe già raggiunto nell’azione pratica come un bene duraturo per l’intera classe. Già per questo l’autonomia organizzativa degli elementi pienamente coscienti della classe è indispensabile. Ma già si rivela in questo nesso di idee che la forma organizzativa leninista è inseparabilmente connessa con la previsione che la rivoluzione si avvicina. Perché solo in tale situazione ogni deviazione dalla retta via della classe appare fatale e irrimediabile; e soltanto in una tale situazione la posizione presa di fronte a una questione immediata, apparentemente irrilevante, può avere un’enorme portata per l’intera classe; e diventa questione vitale per il proletariato potersi prospettare chiaramente, in forma visibile, il pensiero e l’azione che corrisponde realmente alla sua situazione di classe.

Ma nello stesso tempo l’attualità della rivoluzione significa che il fermento della società, lo scompaginarsi dei suoi vecchi ordini, non si limita al solo proletariato, ma abbraccia tutte le classi della società. Perché per Lenin il fattore veramente distintivo di una situazione rivoluzionaria è che «gli “strati inferiori” non vogliono più vivere come prima, e che gli “strati superiori” non possono più vivere come prima»; «la rivoluzione non è possibile senza una crisi che involga tutta la nazione, e che coinvolga tanto gli sfruttati che gli sfruttatori». Quanto più profonda è la crisi, tanto maggiori le prospettive della rivoluzione. Ma quanto più profonda è la crisi, quanti più strati della società coinvolge, tanto più vari sono i movimenti elementari che vi si incrociano, tanto più intricati e mutevoli divengono i rapporti di forze tra le due classi dalla cui lotta, in ultima istanza, dipende la sorte del tutto: la borghesia e il proletariato. Se il proletariato vuole uscire vincitore da questa lotta, deve incoraggiare e sostenere ogni corrente che contribuisca alla disgregazione della società borghese, deve cercare di coordinare nel complessivo movimento rivoluzionario ogni movimento elementare, anche se ancora confuso, di tutti gli strati in qualche modo oppressi. E l’approssimarsi di un periodo rivoluzionario si annuncia anche nel fatto che tutti gli insoddisfatti della vecchia società cercano l’unione o almeno l’alleanza con il proletariato. Qui può insorgere però un grosso pericolo. Perché se il partito del proletariato non è organizzato in modo che la giusta direzione di classe della sua politica ne sia garantita, può succedere che questi alleati, che vanno sempre più crescendo in una situazione rivoluzionaria, portino non aiuto ma soltanto confusione. Perché evidentemente gli altri strati oppressi della società (contadini, piccolo-borghesi e intellettuali) non aspirano agli stessi fini del proletariato. Il proletariato, se sa ciò che vuole e che deve volere da un punto di vista di classe, può procurare a se stesso e a questi altri strati la via di uscita dalla loro rovina sociale. Ma se il partito, veicolo della sua coscienza di classe, è incerto sulla strada che la classe deve battere, e se addirittura il suo carattere proletario non è garantito organizzativamente, questi strati finiscono per dilagare nel partito, per deviarlo dalla sua strada, e la loro alleanza, utile in senso rivoluzionario quando il partito disponga di un’organizzazione classisticameme orientata, può riuscire quanto mai compromettente per la rivoluzione.

L’idea leninista dell’organizzazione si concreta quindi tra due poli necessari: la più rigorosa scelta dei membri del partito sulla base della loro coscienza di classe proletaria e insieme la più piena solidarietà e appoggio a tutti gli oppressi e gli sfruttati della società capitalistica. Si congiungono quindi in essa dialetticamente l’universalità con l’esclusività consapevole dei propri fini, la direzione della rivoluzione in senso rigorosamente proletario con il carattere generalmente nazionale (ed internazionale) della rivoluzione. L’organizzazione menscevica attenua entrambi questi poli, li confonde, li abbassa a diversi compromessi e li unifica in questo modo nello stesso partito. Si isola da larghi strati di sfruttati (per esempio dai contadini), ma unifica nel partito i gruppi di interessi di tipo più differente, che finiscono per rendere quanto mai difficile l’organizzazione unitaria del pensiero e dell’azione. Sicché in luogo di servire a sollevare, entro l’urto caotico delle classi (il più profondo caos dell’intera società è espressione tipica di ogni situazione rivoluzionaria) il fronte decisivo per la vittoria finale, il fronte del proletariato contro la borghesia, e di schierare col proletariato i gruppi meno coscienti degli altri sfruttati, un partito del genere si trasforma in una torbida mescolanza di diversi gruppi di interessi. È solo attraverso compromessi interni che esso può così arrivare all’azione, e se non finisce per farsi tirare a rimorchio dai gruppi attivi, più coscienti o più elementari, rimane necessariamente inerte a contemplare fatalisticamente gli eventi.

La concezione leninista del partito significa dunque una duplice rottura con il fatalismo meccanicistico: sia con quello che considera la coscienza di classe del proletariato come il prodotto meccanico della sua situazione di classe; sia con quello che nello stesso processo rivoluzionario intravvede soltanto l’esplicarsi di forze economiche che prorompono fatalisticamente, forze che – quando le condizioni oggettivamente rivoluzionarie siano sufficientemente «mature» – portano per così dire automaticamente il proletariato alla vittoria. Ma se si dovesse attendere che il proletariato passi in modo chiaro e unitario alla lotta decisiva, non darebbe mai una situazione rivoluzionaria. Da una parte vi saranno sempre strati proletari (e tanto maggiori quanto più sviluppato sia il capitalismo) che osservano inerti la lotta di emancipazione della propria classe, quando non passano addirittura al fronte avversario. E d’altra parte il comportamento del proletariato stesso, la sua determinazione e il livello della sua coscienza di classe non è affatto qualcosa che scatti con fatalistica necessità dalla situazione economica.

È chiaro che anche il più grande e il migliore partito del mondo non può «fare» da sé alcuna rivoluzione. Ma il modo in cui il proletariato reagisce ad una situazione dipende largamente dalla chiarezza e dall’energia che il partito è in grado di dare alle sue finalità di classe. Così nell’epoca dell’attualità rivoluzionaria il vecchio problema se la rivoluzione possa essere «fatta» o no, acquista un significato completamente nuovo. E con questo mutamento di significato si modifica anche il rapporto tra partito e classe, il significato delle questioni organizzative per il partito e per l’intero proletariato. Alla base della vecchia questione del «fare» la rivoluzione stava una separazione cruda e antidialettica tra la necessità del corso storico e l’attività del partito operante. A questo livello, dove «fare» la rivoluzione significa farla comparire dal nulla, non si può che dare una risposta negativa. Ma l’attività del partito nell’epoca della rivoluzione significa qualcosa di essenzialmente diverso. Se infatti il carattere fondamentale del periodo è rivoluzionario, una situazione acutamente rivoluzionaria può verificarsi in ogni momento. Il momento e le circostanze di questo acutizzarsi della situazione non si possono peraltro anticipare esattamente. Ma si fanno invece sempre più evidenti sia le tendenze che ne ostacolano l’avvento come pure le linee fondamentali di un’azione adeguata a tale avvento. L’attività del partito è fondata su questa cognizione dello sviluppo storico.

Il partito deve preparare la rivoluzione. Ciò significa, da un lato, che con la sua azione (con il suo influsso sull’azione del proletariato e anche degli altri ceti oppressi) deve cercare di agire come fattore di accelerazione sulla maturazione di queste tendenze rivoluzionarie. Deve però anche, d’altra parte, preparare da un punto di vista ideologico, tattico, materiale ed organizzativo il proletariato alle azioni che nella situazione rivoluzionaria acuta si renderanno necessarie.

A questo punto anche le questioni organizzative interne del partito entrano in una nuova prospettiva. Sia la vecchia concezione, rappresentata anche da Kautsky, che l’organizzazione configura il presupposto dell’azione rivoluzionaria, come quella di Rosa Luxemburg, che essa sia un prodotto del movimento rivoluzionario delle masse, appaiono ora unilaterali e antidialettiche. La funzione del partito, in quanto prepara la rivoluzione, ne fa nello stesso tempo e con pari intensità sia il produttore che il prodotto, sia il presupposto che il frutto del movimento rivoluzionario delle masse. Giacché l’attività cosciente del partito si fonda su di una chiara nozione della necessità oggettiva dello sviluppo economico; e la sua rigorosa riservatezza organizzativa si attua in un continuo e fruttuoso rapporto reciproco con le lotte e le sofferenze elementari delle masse. Rosa Luxemburg ha talora avuto l’intuizione abbastanza esatta di questo scambio reciproco, ma ne disconosce l’elemento cosciente e attivo; per cui non ha potuto arrivare a riconoscere la molla della concezione leninista del partito: a riconoscere cioè questa funzione preparatoria del partito; e ciò l’ha portata a fraintendere grossolanamente tutti i principi organizzativi che ne derivano.

È chiaro che la situazione rivoluzionaria non può essere, in se stessa, il prodotto dell’attività del partito. Suo compito è piuttosto quello di prevedere la direzione che prenderà lo sviluppo delle forze economiche oggettive, su cui si possa fondare un coerente atteggiamento del proletariato. In rapporto con questa anticipazione, il partito deve predisporre quanto più è possibile spiritualmente, materialmente e organizzativamente le masse del proletariato agli eventi che si preparano e ai loro interessi all’interno di questi eventi. Ma gli avvenimenti e le situazioni che se ne sviluppano sono il prodotto delle forze economiche della produzione capitalistica, nel loro andamento cieco e «naturale». Anche qui, però, non in senso meccanicistico e fatalistico. Giacché abbiamo già potuto constatare sull’esempio singolare del disfacimento economico del feudalismo agrario in Russia che lo stesso processo dissolutivo economico era bensì un prodotto necessario dello sviluppo capitalistico, ma che i suoi effetti di classe, i nuovi strati di classe sviluppatisi, presi separatamente, non possono essere assolutamente spiegati in modo univoco entro questo processo, e non possono quindi essere individuati solo a partire da esso. Essi sono in funzione dell’orizzonte entro cui si avverano. Il destino dell’intera società, le cui parti determinano questi processi, è il fattore in ultima analisi decisivo della piega che essi prendono. Ma all’interno di questa totalità giocano una parte decisiva le azioni spontanee di rottura, elementari o consapevoli, delle classi. E quanto più travagliata è una società, quanto più la sua «normale» struttura ha cessato di funzionare come deve, tanto più fortemente ne viene turbato l’equilibrio economico-sociale; in altre parole: quanto più una situazione è rivoluzionaria, tanto più decisivo diventa il loro ruolo. Ne deriva che lo sviluppo generale della società in epoca capitalistica non procede assolutamente in modo semplice e lineare. È vero piuttosto che dal complesso agire di queste forze entro la totalità sociale derivano situazioni in cui una determinata tendenza può realizzarsi, se la situazione è stata correttamente intesa e valutata. Ma lo sviluppo delle forze economiche, che in apparenza ha sospinto irresistibilmente verso questa situazione, non segue affatto in modo così irresistibile la via già battuta, anzi spesso si rovescia in senso opposto, se l’occasione che si è determinata viene perduta senza che se ne ricavino le estreme conseguenze. (Si pensi alla Russia, se i bolscevichi nel novembre del 1917 non avessero preso il potere e non avessero portato a termine la rivoluzione agraria. In un regime controrivoluzionario sì, ma capitalisticamente moderno in raffronto con lo zarismo prerivoluzionario, non sarebbe stata del tutto esclusa una soluzione “prussiana” della questione agraria).

Solo se l’orizzonte storico in cui il partito del proletariato deve agire è stato correttamente individuato, può essere realmente intesa la sua organizzazione. Essa si fonda sui compiti storici eccezionali che l’epoca del declino capitalistico pone al proletariato, e sulla straordinaria responsabilità storico-universale che questi compiti impongono allo strato cosciente e direttivo del proletariato. In quanto il partito, muovendo dalla conoscenza della totalità sociale, rappresenta gli interessi dell’intero proletariato (e vi collega gli interessi di tutti gli oppressi, il futuro dell’umanità), esso deve unificare in sé tutti gli opposti in cui si esprimono quei compiti che il centro stesso della totalità sociale ha imposto. Abbiamo già rilevato come la più rigorosa selezione dei membri del partito, basata sulla chiarezza della loro coscienza di classe e sulla loro incondizionata dedizione alla causa della rivoluzione, deve unirsi a una completa disponibilità e apertura alla vita delle masse che soffrono e lottano. E tutti gli sforzi volti ad adempiere alla prima di queste istanze senza tener conto dell’altro termine finiscono necessariamente per condurre a un irrigidimento settario anche quei gruppi che sono costituiti da autentici rivoluzionari. (Questa è la ragione della lotta che Lenin ha condotto “a sinistra”, dall’otsovismo al KAPD e oltre). Perché il rigore delle esigenze verso i membri del partito è solo un mezzo per rendere consapevole l’intera classe proletaria (e al di là di essa tutti gli strati sfruttati dal capitalismo) dei suoi veri interessi, per svelare ai suoi occhi tutto ciò che è realmente alla radice delle sue azioni incoscienti, del suo oscuro pensiero e del suo confuso sentire.

Ma le masse possono imparare solo nell’azione, solo nella lotta possono prendere coscienza dei loro interessi. In una lotta le cui basi storico-sociali sono in continuo cambiamento e in cui quindi le condizioni e i mezzi della lotta si trasformano ininterrottamente. Il partito dirigente del proletariato può realizzare la sua missione solo se si trova sempre un passo più avanti rispetto alle masse in lotta, per poter indicare loro la strada. Ma esso è sempre più avanti di un solo passo, per poter continuare a restare la guida della loro lotta. La sua chiarezza teorica ha dunque valore soltanto se essa non si ferma alla giustezza generale, meramente teorica, della dottrina, ma se fa sfociare continuamente la teoria nell’analisi concreta della concreta situazione, se la giustezza teorica esprime sempre soltanto il senso della situazione concreta. Da un lato dunque il partito deve possedere sempre la chiarezza e la solidità teorica necessaria a mantenersi sulla retta via anche a dispetto di tutte le oscillazioni delle masse, a costo di rischiare un temporaneo isolamento. Ma d’altra parte deve essere anche tanto duttile e aperto da sapere individuare in ogni manifestazione per quanto ancora confusa delle masse le possibilità rivoluzionarie rimaste inconsapevoli alle masse stesse.

Un simile adeguamento alla vita della totalità non è possibile senza la più rigorosa disciplina nel partito. Se il partito non è in grado di adeguare immediatamente la sua conoscenza della situazione al mutamento ininterrotto della situazione stessa, rimane alla coda agli avvenimenti, anziché guidare si fa rimorchiare, perde il contatto con le masse e si disorganizza. Ne consegue che l’organizzazione deve funzionare in permanenza con straordinaria forza e rigore, per realizzare, non appena si mostri necessario, questa adeguazione. Ma ciò significa anche che questa esigenza di una sua duttilità deve trovare continuamente luogo nella stessa organizzazione. Una forma organizzativa che si è rivelata utile in una data situazione per un dato scopo può trasformarsi addirittura in un ostacolo in condizioni mutate di lotta.

Giacché è implicito nell’essenza della storia di produrre permanentemente il nuovo, e questo nuovo non può essere computato in anticipo da nessuna infallibile teoria; dev’essere riconosciuto nella lotta fin dalle sue prime tracce, e portato consapevolmente a conoscenza. Non rientra assolutamente tra i compiti del partito quello di imporre alle masse alcun comportamento escogitato in astratto. Esso ha anzi sempre da imparare dalla lotta e dai metodi di lotta delle masse. Ma anche mentre impara deve essere attivo e preparare le successive azioni rivoluzionarie. Deve rendere consapevole e collegare ciò che le masse scoprono in virtù del loro giusto istinto di classe con la totalità delle lotte rivoluzionarie; con le parole di Marx, deve illuminare alle masse le loro proprie azioni, per garantire così non soltanto la continuità delle esperienze rivoluzionarie del proletariato, ma per stimolare anche in modo attivo e consapevole le ulteriori esperienze. L’organizzazione deve inserirsi come strumento nell’insieme di queste conoscenze e nelle azioni che ne derivano. Se non lo fa, finisce distrutta dallo stesso svolgimento delle cose che non ha saputo riconoscere e quindi dominare. Perciò ogni dogmatismo nella teoria e ogni irrigidimento nell’organizzazione è fatale per il partito. Perché, come Lenin dice, “Ogni nuova forma della lotta, che comporta nuovi rischi e nuovi sacrifici, “disorganizza” inevitabilmente le organizzazioni che non sono preparate a questa forma di lotta”. È dovere del partito, anche – e particolarmente – in rapporto a se stesso, di percorrere in modo libero e consapevole la strada necessaria, di trasformarsi prima che il pericolo della disorganizzazione si faccia acuto e di agire in questo modo sulle masse, proprio nel senso di trasformarle a loro volta e di spingerle avanti.

La tattica e l’organizzazione sono soltanto le due facce di un tutto inseparabile. Degli effettivi risultati si possono ottenere solo agendo contemporaneamente su tutte due. Perché tali risultati siano raggiunti bisogna saper essere insieme conseguenti ed elastici per tutt’e due gli aspetti, tener fermo rigorosamente al principio e insieme avere gli occhi aperti, di giorno in giorno, per ogni elemento nuovo. Non può esservi nulla di buono o di cattivo di per se stesso, né sul piano tattico né su quello organizzativo. Solo in rapporto al tutto, cioè al destino della rivoluzione proletaria, un pensiero o un provvedimento ecc. diventano giusti o erronei. Perciò ad esempio Lenin, dopo la prima rivoluzione russa, ha combattuto con la stessa inesorabilità sia coloro che volevano fosse abbandonata l’illegalità ritenuta da loro inutile e settaria, sia coloro che, nella loro dedizione totale all’illegalità, avevano respinto ogni possibilità legale; perciò Lenin ha sempre manifestato lo stesso collerico disprezzo sia per l’assorbimento parlamentaristico che per l’antiparlamentarismo pregiudiziale; e così via.

Lenin non soltanto non è mai stato un utopista in politica, ma non s’è fatto nemmeno mai alcuna illusione sul materiale umano del suo tempo. «Vogliamo erigere il socialismo – egli scrive nel primo periodo eroico della vittoriosa rivoluzione proletaria – con gli uomini che sono stati educati dal capitalismo, che il capitalismo ha corrotto e corrompe, ma che ha anche temprato alla lotta». Le enormi esigenze che la concezione organizzativa di Lenin pone ai rivoluzionari di professione non hanno in sé nulla di utopistico. Certo esse si discostano anche dalla superficie della vita usuale, dalla realtà come semplice dato di fatto, dall’empiria. L’organizzazione leninista intanto è essa stessa dialettica, e quindi non soltanto prodotto dello sviluppo storico dialettico, ma anche suo propulsore consapevole, in quanto essa è nello stesso tempo prodotto e produttrice di se stessa. Sono gli uomini che fanno il loro partito, e devono possedere in alto grado dedizione e coscienza di classe per volere e potere prendere parte all’organizzazione; ma soltanto nell’organizzazione e mediante l’organizzazione possono attuare veramente la loro professione di rivoluzionari. Il giacobino che si allea alla classe rivoluzionaria dà forma e chiarezza ai fatti della classe con la sua decisione, la sua disposizione ad agire, la sua cultura e il suo entusiasmo. Ma è sempre l’essere sociale della classe, la coscienza di classe che ne promana a dare un contenuto e una direzione alle sue azioni. Non è possibile alcuna azione in rappresentanza della classe, ma soltanto un’azione a livello massimo della stessa classe.

Il partito, che ha la missione di guidare la rivoluzione proletaria, non si presenta quindi come qualcosa di già definito nella sua vocazione di guida: anch’esso non é, ma diviene. E l’essenziale processo di azione reciproca tra partito e classe si ripete – naturalmente modificato – nel rapporto tra il partito e i suoi membri. Perché come dice Marx nelle sue tesi su Feuerbach, «La dottrina materialistica che gli uomini sono il prodotto delle circostanze e dell’educazione, e che quindi uomini diversi sono prodotto di altre circostanze e di una diversa educazione, dimentica che le circostanze vengono modificate dall’uomo, e che lo stesso educatore deve essere educato». La concezione leninista del partito rappresenta la rottura più brusca con la volgarizzazione meccanicistica e fatalistica del marxismo; e la realizzazione pratica della sua vera essenza e della sua tendenza più profonda: «I filosofi hanno solo interpretato variamente il mondo; si tratta però di modificarlo».

IV. L’imperialismo: guerra mondiale e guerra civile

Ma siamo effettivamente entrati nel periodo delle lotte rivoluzionarie decisive? E già maturato il momento in cui il proletariato è tenuto ad adempiere alla sua missione trasformatrice, pena la sua stessa decadenza? Poiché è indubbio che nessuna maturazione ideologica o organizzativa del proletariato può consentire questa decisione se la maturazione e la risoluzione alla lotta non è una conseguenza della situazione economico-sociale oggettiva nel mondo, che impone la decisione. Né è possibile risolvere questa questione sulla base di un dato avvenimento, si tratti di una vittoria o di una sconfitta. Anzi, neppure il fatto se si tratti di una vittoria o di una sconfitta può essere deciso a proposito di un evento singolarmente considerato: perché soltanto il collegamento con l’insieme dello sviluppo storico sociale imprime ad un evento il carattere di vittoria o di sconfitta, su un piano storico-universale.

Perciò la discussione sorta all’interno della socialdemocrazia russa, sviluppatasi sia tra i bolscevichi che tra i menscevichi ancor durante la prima rivoluzione e culminata dopo la sua repressione – se cioè il punto di riferimento della rivoluzione fosse il 1847 (prima cioè della rivoluzione decisiva) o il 1848 (dopo la repressione della rivoluzione) – è una discussione che porta necessariamente al di là dei problemi russi in senso stretto. E possibile risolvere questa alternativa solo se è stata risolta la questione del carattere fondamentale della nostra epoca. Anche la questione più ristretta e più specificamente russa, se la rivoluzione del 1905 sia stata una rivoluzione borghese o proletaria, e se – dal punto di vista della rivoluzione proletaria – il comportamento degli operai sia stato giusto o sbagliato – può essere risolta soltanto entro questo contesto. D’altra parte già l’energia con cui la questione e stata sollevata indica in quale direzione vada cercata la risposta. Giacché la separazione tra destra e sinistra nel movimento operaio comincia sempre, anche al di fuori della Russia, con l’assumere la forma di una discussione sul carattere generale dell’epoca. Una discussione cioè volta a stabilire se determinati fenomeni economici, che si presentano in modo sempre più chiaro (concentrazione capitalistica, importanza crescente dei grandi istituti finanziari, colonizzazione, ecc.) rappresentino soltanto accrescimenti quantitativi del normale sviluppo del capitalismo, o se vada scorta in essi l’imminenza di una nuova epoca del capitalismo; se le guerre sempre più frequenti (guerra dei boeri, guerra ispano-americana, russo-giapponese, ecc.) che seguono ad un periodo di relativa pace siano da considerare come fatti “casuali” ed episodici”,o se non si debba scorgere i primi segni di un periodo di guerre sempre più violente. E infine: se lo sviluppo del capitalismo è giunto per questa via in una nuova fase, sono sufficienti i vecchi metodi di lotta a valorizzare i suoi interessi di classe in queste nuove condizioni? E quindi, quelle nuove forme di lotta di classe che sono sorte prima e durante la rivoluzione russa (scioperi in massa, insurrezione armata) sono eventi di significato solo locale e speciale, o magari «errori» e smarrimenti o vi si debbono scorgere i primi spontanei tentativi delle masse, suggeriti da un giusto istinto di classe, di adeguare il comportamento alla situazione mondiale?

È nota la risposta pratica di Lenin a questo intreccio complesso di questioni. Essa si espresse nel modo più chiaro con la lotta da lui intrapresa al Congresso di Stoccarda (subito dopo la repressione della rivoluzione russa, quando ancora non s’erano spente le lamentele dei menscevichi sugli errori della classe operaia russa che era andata «troppo in là») perché la II Internazionale prendesse una posizione chiara e irriducibile contro la minaccia di una guerra imperialistica. Egli cercò di orientare questa presa di posizione secondo la questione di cosa si dovesse fare contro questa guerra.

L’emendamento di Lenin e della Luxemburg fu approvato a Stoccarda e convalidato più tardi dai congressi di Copenaghen e Basilea. Ciò significa che il pericolo dell’approssimarsi di una guerra mondiale imperialistica e la necessità che il proletariato conducesse una lotta rivoluzionaria contro questa guerra venne ammesso dalla II Internazionale. In questo caso quindi Lenin apparentemente non si è trovato solo. E neppure del resto nel riconoscimento, sul piano economico, dell’imperialismo come nuova fase del capitalismo. L’intera sinistra e persino parti del centro e dell’ala destra della II Internazionale hanno riconosciuto la realtà dei fatti economici che stanno alla base dell’imperialismo.

Hilferding ha cercato di elaborare una teoria economica di questi nuovi fenomeni, e Rosa Luxemburg fu addirittura in grado di presentare il complesso economico generale dell’imperialismo come necessaria conseguenza del processo di riproduzione nel capitalismo; di inserire cioè organicamente l’imperialismo nella teoria del materialismo storico e dare quindi un fondamento economico concreto alla «teoria del crollo finale». E nondimeno, quando nell’agosto del 1914 e poi a lungo in seguito Lenin si trovò completamente solo nella sua posizione verso la guerra mondiale, questa sua solitudine non era affatto casuale. Essa non trova una spiegazione sul terreno psicologico né su quello morale, come se molti altri che prima avevano «correttamente» giudicato l’imperialismo ora per «viltà» fossero diventati titubanti, ecc. No. Le posizioni assunte dalle singole correnti socialiste nell’agosto 1914 furono le dirette e materiali conseguente del comportamento teorico, tattico, ecc., che le aveva caratterizzate fino allora.

La concezione leniniana dell’imperialismo ha il carattere apparentemente paradossale di essere un importante operazione teorica, senza per altro contenere molto di realmente nuovo se considerata come teoria puramente economica. Per più aspetti si fonda su Hilferding, e da un punto di vista meramente economico non regge affatto, per profondità e grandiosità, al paragone con la straordinaria prosecuzione a opera di Rosa Luxemburg della teoria marxiana della riproduzione. La superiorità di Lenin sta nel fatto di essere riuscito -e questa è un’impresa teorica senza paragone – a collegare concretamente e organicamente la teoria economica dell’imperialismo con tutte le questioni politiche contemporanee; a fare della struttura economica della nuova fase un filo conduttore per l’insieme delle azioni pratiche in un orizzonte così decisivo. Per questo egli respinge durante il conflitto talune concezioni ultrasinistriste di comunisti polacchi come «economismo imperialistico». Perciò la sua critica e il suo rifiuto della concezione kautskiana dell’«ultraimperialismo», una teoria che confidava in un pacifico trust mondiale del capitale, verso il quale la guerra mondiale rappresenta un passaggio «casuale» e neppure «appropriato», culmina nella critica a Kautsky per aver separato l’economia dell’imperialismo dalla sua politica. Certo la teoria dell’imperialismo di Rosa Luxemburg (e di Pannekoek e altri della sinistra) non è affatto economistica in un senso proprio e ristretto. Tutti costoro, e Rosa Luxemburg innanzi tutti, mettono in rilievo proprio quei momenti della struttura economica dell’imperialismo in cui essa si ribalta necessariamente sul piano politico (colonizzazione, industria bellica, ecc.), Eppure questo collegamento viene svolto in modo concreto. Rosa Luxemburg cioè riesce bensì a dimostrare in modo insuperabile come, in conseguenza del processo di accumulazione, il trapasso all’imperialismo, l’epoca della lotta per il possesso dei mercati coloniali e delle materie prime, per la possibilità di esportazione del capitale ecc. sia divenuto inevitabile; come quest’epoca – l’ultima fase del capitalismo – debba essere un’epoca di guerre mondiali.

Ma con ciò ella si limita a fondare la teoria dell’epoca complessiva, la teoria del moderno imperialismo in generale. Ma neppure lei fu in grado di trovare un passaggio da questa teoria alle concrete esigenze della lotta quotidiana; la “Juniusbroschure” (cioè lo scritto, La crisi della socialdemocrazia, del 1915, ndt), nelle sue parti riservate alle situazioni concrete, non è affatto una conseguenza necessaria dell’Accumulazione del capitale. La giustezza teorica del giudizio sull’intera epoca non si concreta in una chiara definizione di quelle effettive forze motrici che la teoria marxista ha il dovere pratico di valutare e sfruttare in senso rivoluzionario.

Ma anche la superiorità di Lenin su questi punti si lascia sbrigare con parole fatte, come «genialità politica», «perspicacia pratica», ecc. Si tratta piuttosto di una superiorità teorica vera e propria nel giudicare il processo complessivo. Non vi fu mai, in tutta la sua vita, una decisione pratica che non fosse la conseguenza logica e materiale della sua posizione teorica. E solo a chi non pensa dialetticamente può sembrare che la massima fondamentale di questa posizione, l’esigenza di un’analisi concreta della situazione concreta, trasponga tutta la questione su un piano pratico di «Realpolitik». Per i marxisti l’analisi concreta della situazione concreta non contraddice affatto alla «pura» teoria, al contrario essa è il culmine della vera teoria, il punto in cui le esigenze della teoria sono veramente soddisfatte e dove quindi essa si traduce nella prassi.

Questa superiorità teorica si fonda sul fatto che Lenin, tra tutti i successori di Marx, fu quello su cui ebbero minore effetto le categorie feticistiche del mondo capitalistico contemporaneo. Giacché la superiorità decisiva dell’economia marxista su tutte le precedenti e successive sta nel fatto di essere riuscita anche nelle questioni più intricate, nelle quali in apparenza si deve far uso delle categorie economiche più pure (cioè le più puramente feticistiche) a configurare metodicamente il problema in modo tale da rendere visibili, dietro le categorie «economiche pure», quelle classi in sviluppo di cui queste categorie economiche esprimono l’essere sociale. (Si pensi alla distinzione tra capitale costante e capitale variabile, rispetto alle distinzione classiche tra capitale fisso e circolante. È solo con queste distinzioni che la struttura di classe della società borghese si fa perspicua). La concezione marxiana del problema del plusvalore ha già svelata la separazione di classe tra borghesia e proletariato. L’incremento del capitale costante mostra questa relazione nella connessione dinamica del processo di sviluppo dell’intera società, e svela insieme la lotta dei diversi gruppi del capitale per la spartizione del plusvalore.

La teoria dell’imperialismo, in Lenin, non è tanto una teoria della sua necessaria origine economica e dei suoi limiti economici – come è quella di Rosa Luxemburg – quanto piuttosto una teoria delle forze concrete di classe che, scatenate dall’imperialismo, sono divenute realmente attive al suo interno: la teoria della concreta situazione mondiale che si è sviluppata attraverso l’imperialismo. Quando Lenin indaga l’essenza del capitalismo monopolistico, lo interessa in primo luogo questa situazione mondiale concreta e le divisioni di classi che vi si sono prodotte; come la terra sia stata spartita di fatto tra le grandi potenze coloniali; come si modifichi, attraverso il movimento di concentrazione del capitale, la stratificazione interna di classe della borghesia e del proletariato (ceti di rentiers meramente parassitari, aristocrazia operaia, ecc. ). E soprattutto come il movimento interno del capitalismo monopolistico, dato il suo ritmo ineguale nei singoli paesi, renda caduche le spartizioni temporaneamente pacifiche delle «zone di interesse» e tutti gli altri compromessi, e sospinga a conflitti che possono essere risolti soltanto con la violenza e con la guerra.

La separazione degli strati sociali in rapporto alla guerra si chiarisce appunto in quanto l’essenza dell’imperialismo venga individuata come monopolismo capitalistico, che esprime nella guerra la propria inarrestabile tendenza a una sempre maggiore concentrazione, al monopolio assoluto. Ed è chiaro a questo punto quanto sia ingenuo immaginarsi – come fa Kautsky – che certe parti della borghesia, «non interessate» direttamente o addirittura «abbindolate» dall’imperialismo, possano essergli mobilitate contro. Lo sviluppo monopolistico trascina con sé l’intera borghesia, e trova degli appoggi non solo nella piccola borghesia (che oscilla continuamente da una posizione all’altra) ma perfino, transitoriamente, in certe parti del proletariato. E nondimeno non funziona il discorso (e la scarsa fiducia rivoluzionaria) di coloro che pensano che il proletariato rivoluzionario, per la sua intransigente condanna dell’imperialismo, sia costretto all’isolamento sociale. Lo sviluppo della società capitalistica è sempre contraddittorio, si muove tra forze contrastanti. Il capitalismo monopolistico crea per la prima volta nella storia un’economia mondiale vera e propria; la sua guerra, la guerra imperialistica, è quindi la prima guerra mondiale nel senso più rigoroso della parola. Ciò significa innanzitutto che per la prima volta nella storia le nazioni oppresse e sfruttate dal capitalismo non si oppongono più ai loro sfruttatori con delle lotte isolate, ma vengono trascinate con tutta la loro esistenza nel vortice della guerra mondiale. La politica coloniale capitalistica al suo più alto grado di sviluppo non si limita, come ai primi tempi del capitalismo, a sfruttare i popoli coloniali in maniera piratesca, ma ne rovescia anche la struttura sociale, li capitalistizza. Questo avviene, naturalmente, ai fini di un accresciuto sfruttamento (esportazione di capitale, ecc.), ma la conseguenza, certo estranea alle intenzioni imperialistiche, e che nei paesi coloniali vengono posti i primi elementi di uno sviluppo borghese autonomo e come necessaria conseguenza ideologica si sviluppa una lotta per l’indipendenza nazionale. Questo processo viene incrementato dal fatto che la guerra imperialistica mobilita tutte le riserve umane disponibili dei paesi imperialistici, e quanto ai popoli coloniali, in parte li trascina direttamente nella lotta, in parte invece li riserva ad una maggiore accelerazione dello sviluppo industriale e sollecita così sia economicamente che ideologicamente questo processo.

La situazione dei popoli coloniali è però solo un caso limite del rapporto tra il monopolismo capitalistico e le vittime del suo sfruttamento. Il trapasso storico da un’epoca all’altra non si svolge mai in modo meccanico, così che ad esempio un certo modo di produzione possa prender piede e concretarsi storicamente solo quando il modo di produzione precedente abbia già dovunque esaurito la sua missione di trasformazione sociale. E vero piuttosto che in questo processo i diversi modi di produzione, insieme con le forme sociali e le stratificazioni di classe corrispondenti, si presentano storicamente intrecciati ed esercitano un influsso reciproco. Così avviene che determinati processi, che si assomigliano da un punto di vista astratto (ad esempio il passaggio dal feudalesimo al capitalismo) assumano, nell’orizzonte storico completamente diverso in cui si sviluppano, un rapporto affatto diverso con la totalità storico-sociale e quindi, anche considerati di per se stessi, rivestano una funzione e un significato del tutto nuovi.

Il capitalismo in espansione fu un fattore costitutivo delle nazionalità. Dall’insieme caotico di piccole signorie feudali, dopo dure lotte rivoluzionarie esso arrivò a plasmare la parte capitalisticamente più evoluti d’Europa nella forma di grandi unità nazionali. Le lotte per l’unità tedesca e italiana sono state le ultime di queste battaglie, oggettivamente rivoluzionarie. Ma se è vero che in questi stati il capitalismo ha già assunto forma ulteriore di monopolismo imperialistico e che persino in alcuni paesi arretrati (come la Russia e il Giappone) ha cominciato ad assumere forme analoghe, ciò non significa che il suo ruolo nella costituzione di organismi nazionali sia ormai esaurito per tutto il resto del mondo. Al contrario. Il progressivo sviluppo capitalistico ha dato luogo a movimenti nazionali presso tutti i popoli d’Europa rimasti privi fino allora di una storia autonoma. Solo che le loro «lotte di liberazione nazionale» non sono più soltanto delle lotte contro il feudalismo interno e l’assolutismo feudale, non rivestono più quindi un carattere senz’altro progressivo, ma sono costrette ad inserirsi nella contesa imperialistica delle grandi potenze mondiali. La valutazione del loro significato storico dipende dalla funzione concreta che esse esercitano all’interno di questa concreta totalità.

Già Marx ha avuto una precisa intuizione di questo problema. Al suo tempo esso era soprattutto un problema inglese: il problema dei rapporti tra Inghilterra e Irlanda. E Marx sottolinea nel modo più deciso «che, indipendentemente da ogni questione di giustizia internazionale, è una condizione preliminare per l’emancipazione della classe operaia inglese che l’attuale unione forzata – che significa la schiavitù dell’Irlanda – venga trasformata in un’alleanza libera e paritetica, se ciò è possibile, o in una completa separazione, se così deve essere». Marx aveva cioè visto chiaramente che lo sfruttamento dell’Irlanda significava una posizione decisiva di forza del capitalismo inglese, che già allora (benché allora fosse il solo) aveva assunto un carattere monopolistico, e che d’altra parte il confuso atteggiamento della classe operaia inglese a questo proposito generava una divisione tra le file stesse degli oppressi, una lotta di sfruttati contro altri sfruttati in luogo della loro lotta unitaria contro il comune sfruttatore; che quindi soltanto la lotta per la liberazione nazionale dell’Irlanda poteva generare un fronte realmente efficace nella lotta del proletariato inglese contro la borghesia inglese.

Questa concezione marxiana non soltanto è rimasta senza influenza sul movimento operaio inglese contemporaneo, ma non ha permeato neppure la teoria e la prassi della II Internazionale. Anche su questo punto era riservato a Lenin il compito di risuscitare la teoria a nuova vita, e ad una vita più fervida e più concreta che nello stesso Marx. Poiché con Lenin questa concezione, che aveva una sua attualità soltanto sul piano della storia universale, si è trasformata in una questione non più soltanto teorica, ma pratica, in una questione all’ordine del giorno. Giacché in questa situazione deve essere chiaro per tutti che l’immane problema che ci si impone oggi, la ribellione di tutti gli sfruttati, e non solo degli operai, su scala mondiale, è lo stesso problema che Lenin ha ininterrottamente evocato fin dal principio, come nodo essenziale della questione agraria, contro i narodniki, i marxisti legalitari, gli economisti, ecc. In tutti questi casi si tratta di quello che Rosa Luxemburg ha definito il mercato «esterno» del capitalismo, col che si deve intendere il mercato non capitalistico, indipendentemente dal fatto che sia collocato geograficamente all’interno o all’esterno dei confini politici dei rispettivi stati. Il capitalismo in fase di espansione non può sussistere senza questo mercato, ma d’altra parte la funzione sociale del capitalismo rispetto ad esso consiste nella dissoluzione della sua originaria struttura e nella sua trasformazione in un mercato capitalisticamente «interno», processo nel quale per altro si sviluppano tendenze indipendentistiche, ecc. Anche qui ci troviamo in presenza di una situazione dialettica. Soltanto, Rosa Luxemburg non ha saputo trovare la via per arrivare da questa giusta e grandiosa prospettiva storica alla concreta soluzione dei problemi effettivi della guerra mondiale. Questa prospettiva conservò in lei un valore meramente storico, quello di una caratterizzazione giusta e fondamentale dell’intera epoca. Ma, appunto, solo dell’epoca presa come totalità. E ancora una volta rimase a Lenin il compito di fare il passo dalla teoria nella pratica. Passo che peraltro – non lo si dimentichi – rappresenta anche un progresso teorico, in quanto costituisce un passaggio dall’astratto nel concreto.

Questo passaggio da una valutazione astrattamente corretta della realtà storica, basata sul carattere generalmente rivoluzionario dell’intera epoca imperialistica, alla concretezza della situazione, culmina nella questione concernente il particolare carattere di questa rivoluzione. Uno dei principali risultati teorici di Marx è stata la precisa distinzione tra rivoluzione borghese e proletaria. Distinzione che era della massima importanza pratica e tattica rispetto all’immaturo illusionismo dei suoi contemporanei, e che d’altra parte offriva l’unico strumento metodico per riconoscere chiaramente gli elementi realmente nuovi e rivoluzionari in senso proletario nei movimenti rivoluzionari del tempo. Nel marxismo volgare tuttavia questa distinzione si è irrigidita in una separazione meccanica. Separazione che, per gli opportunisti, ha avuto la conseguenza pratica di sollecitarli a generalizzare schematicamente l’osservazione, empiricamente giusta, che ogni rivoluzione moderna inizia come rivoluzione borghese, per quanto s’incroci largamente con istanze ed azioni proletarie. La rivoluzione riveste quindi in questi casi, per gli opportunisti, un carattere meramente borghese. Quanto al proletariato, esso deve porsi il compito di sostenere questa rivoluzione. La conseguenza di una tale separazione tra rivoluzione borghese e proletaria e che il proletariato deve rinunziare ai suoi propri obiettivi rivoluzionari di classe.

E tuttavia anche la concezione della sinistra radicale, che sa percepire chiaramente il sofisma meccanicistico di questa teoria e che è consapevole dell’orientamento della nostra epoca verso la rivoluzione proletaria, cade, dal lato opposto, in un meccanicismo altrettanto pericoloso. Dal riconoscimento del fatto che su un piano storico-universale la funzione rivoluzionaria della borghesia nell’età imperialistica è ormai esaurita, il radicalismo di sinistra, separando anch’esso meccanicisticamente rivoluzione borghese e proletaria, deriva che ci troviamo ormai nell’epoca della pura rivoluzione proletaria. Da un punto di vista pratico il pericolo di questo atteggiamento è di trascurare o addirittura disprezzare e respingere tutti quei movimenti di disgregazione o di fermento che si sviluppano necessariamente nel periodo imperialistico (questione agraria, questione coloniale e problema delle nazionalità) e che in connessione colla rivoluzione proletaria sono obbiettivamente rivoluzionari. Il pericolo è, inoltre, quello di rinunciare spontaneamente ai principali e più effettivi alleati del proletariato; di trascurare quel milieu rivoluzionario che dà concrete possibilità di successo alla rivoluzione proletaria, limitandosi così ad aspettare, in uno spazio rarefatto, una «pura» rivoluzione proletaria e presumendo di prepararla. «Chi aspetta una rivoluzione sociale pura – dice Lenin – non la vivrà mai, ed è un rivoluzionario a parole, che non comprende la rivoluzione reale.»

Giacché la rivoluzione reale non è che la conversione dialettica della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria. Il dato di fatto storico incontestabile che quella classe che è stata guida o beneficiaria delle grandi rivoluzioni borghesi dei secoli passati è divenuta ormai oggettivamente controrivoluzionaria, non significa affatto che con ciò siano stati anche tacitati socialmente quei problemi oggettivi che le rivoluzioni borghesi hanno eluso e che siano stati appagati quegli strati sociali che erano vitalmente interessati alla loro soluzione rivoluzionaria. Al contrario. La svolta controrivoluzionaria della borghesia non significa semplicemente la sua ostilità al proletariato, ma anche la deviazione dalle sue proprie tradizioni rivoluzionarie. Essa cede al proletariato l’eredità del suo passato rivoluzionario. Il proletariato è ormai la sola classe in grado di portare conseguentemente a termine la rivoluzione borghese. Ciò significa da un lato che le istanze rimaste ancora attuali della rivoluzione borghese possono realizzarsi soltanto nel quadro di una rivoluzione proletaria, e d’altra parte che la conseguente realizzazione di queste istanze conduce necessariamente a una rivoluzione proletaria. La rivoluzione proletaria significa dunque oggi, nello stesso tempo, la realizzazione e il superamento della rivoluzione borghese.

La giusta valutazione di questo stato di cose apre straordinarie prospettive alle occasioni e alle possibilità di successo della rivoluzione proletaria. Solleva anche però inaudite responsabilità per il proletariato rivoluzionario e per il suo partito guida. Per individuare questo passaggio dialettico, infatti, il proletariato non deve limitarsi a possedere una corretta nozione dello stato di cose effettivo, ma deve anche superare praticamente in se stesso quelle inclinazioni e modi di pensare piccolo-borghesi che gliene hanno sbarrato la conoscenza (per esempio, il pregiudizio nazionale). Risulta qui la necessità che il proletariato si sollevi al di sopra di se stesso, a guida di tutti gli oppressi. La lotta per l’indipendenza nazionale dei popoli oppressi è innanzitutto un’opera imponente di autoeducazione rivoluzionaria, sia per il proletariato del popolo oppressore, che dando man forte a questa realizzazione della completa autonomia nazionale supera il proprio nazionalismo, come per il proletariato del popolo oppresso che si solleva al di sopra del proprio nazionalismo all’insegna del federalismo e della solidarietà proletaria internazionale. Poiché, come dice Lenin, «il proletariato lotta per il socialismo e contro le sue proprie debolezze». La lotta in senso rivoluzionario, lo sfruttamento delle occasioni oggettive offerte dalla situazione internazionale e la lotta interna per la maturazione della propria coscienza di classe rivoluzionaria sono momenti inseparabili del medesimo processo dialettico.

La guerra imperialistica crea quindi dovunque degli alleati al proletariato se esso è impegnato in una lotta rivoluzionaria contro la borghesia; ma costringe anche il proletariato che non riconosca la sua situazione e i suoi doveri a dilaniarsi paurosamente. La guerra imperialistica produce una situazione in cui il proletariato è realmente in condizione di porsi a guida di tutti gli oppressi e gli sfruttati e in cui la sua lotta di liberazione può diventare il segnale e il punto di riferimento per la liberazione di tutti gli esseri asserviti al capitalismo. Ma produce anche una situazione mondiale in cui milioni e milioni di proletari sono costretti ad assassinarsi con la più raffinata crudeltà per consolidare e allargare la posizione monopolistica dei loro sfruttatori. Quale di questi due destini sia riservato al proletariato, è cosa che dipende dalla sua chiara percezione della sua propria situazione storica, dalla sua coscienza di classe. Perché è vero che «gli uomini fanno da sé la propria storia», ma «non sulla base di condizioni che loro stessi si scelgano, ma di condizioni già esistenti, già date e tramandate». La scelta non è quindi se il proletariato voglia accettare la lotta oppure no, bensì per gli interessi di chi debba lottare, per i propri o per quelli della borghesia. Il problema che la situazione storica pone al proletariato non è la scelta tra guerra e pace, ma la scelta tra la guerra imperialistica e la guerra contra questa guerra: la guerra civile.

La necessità della guerra civile come difesa del proletariato di fronte alla guerra imperialistica scaturisce, come tutte le forme di lotta del proletariato, dalle condizioni di lotta che gli sono imposte dallo sviluppo della produzione capitalistica, della società borghese. L’attività del partito, l’importanza della corretta previsione teorica ha e può esclusivamente avere l’effetto di suscitare nel proletariato quella forza di opposizione o di urto che esso possiede oggettiva -mente in virtù della frattura di classe prodottasi in una società data, ma che per immaturità teorica ed organizzativa esso non porta all’altezza delle possibilità oggettive. E così che già prima della guerra imperialistica si e sviluppato lo sciopero generale come reazione spontanea del proletariato alla fase imperialistica del capitalismo, e questo dato di fatto, che la destra e il centro della II Internazionale hanno cercato con tutti i mezzi di mascherare, è divenuta poco alla volta una base teorica comune per l’ala radicale.

Ma anche qui Lenin e stato l’unico a riconoscere assai presto, già nel 1905, che lo sciopero generale non è un’arma sufficiente per la lotta decisiva. Quando, dopo la repressione della sollevazione di Mosca, contro Plechanov che affermava che «non si sarebbe dovuto far ricorso alle armi», Lenin dichiara che la sfortunata rivolta va considerata come una tappa decisiva, e cerca di definire le concrete esperienze che ne sono emerse, con ciò stesso dà un fondamento teorico alla necessaria tattica del proletariato nella guerra mondiale. Infatti la fase imperialistica del capitalismo e in modo particolare il suo sfociare nella guerra mondiale dimostra che il capitalismo è arrivato al momento in cui si decide della sua sopravvivenza o della sua fine. E col giusto istinto proprio di una classe abituata al comando e consapevole del fatto che con l’allargarsi della sua sfera di dominio e lo sviluppo del suo apparato di comando la base sociale del suo potere è destinata a restringersi, il capitalismo compie ora gli sforzi più energici sia per allargare questa base (attirando al suo seguito i ceti medi, corrompendo l’aristocrazia operaia) che per sconfiggere in maniera decisiva i suoi nemici mortali, prima che questi abbiano potuto riscuotersi e organizzare una effettiva opposizione. È così che la borghesia ovunque liquida i mezzi «pacifici» di lotta, sul cui temporaneo funzionamento – del resto così problematico – era fondata tutta la teoria del revisionismo, e li sostituisce con strumenti «più energici» di lotta. (Si pensi all’America). La borghesia è riuscita a prendere sempre più decisamente nelle proprie mani l’apparato statale e ad identificarsi con esso, al punto che le istanze apparentemente solo economiche della classe operaia urtano sempre più duramente contro questo muro; e che gli operai sono costretti, se vogliono scongiurare la rovina della loro situazione economica e delle stesse posizioni di forza già raggiunte, a impegnare senz’altro la lotta contro il potere statale (e quindi, benché inconsapevolmente, per il potere statale). Così il proletariato viene spinto da questo stesso processo alla tattica dello sciopero generale, mentre l’opportunismo, per paura della rivoluzione, ha sempre esitato su questo punto, pronto piuttosto a lasciar decadere il livello già conseguito che a trarre le conseguenze rivoluzionarie della situazione. Ma lo sciopero generale, per la sua stessa natura obbiettiva, è uno strumento rivoluzionario. Ogni sciopero generale crea una situazione rivoluzionaria, di fronte alla quale la borghesia, appoggiata dal suo apparato statale, trae tutte le conseguenze necessarie. E di fronte questi mezzi il proletariato è impotente. Anche l’arma dello sciopero generale finirà per infrangersi di fronte ad essi se il proletariato, per contrastare le armi della borghesia, non ricorre a sua volta alle armi. E questo significa affrontare il problema di procurarsi gli armamenti, di disorganizzare l’esercito della borghesia, che nella sua maggioranza è costituito di operai e contadini, e di rivolgere contro la borghesia le sue stesse armi. (La rivoluzione del 1905 ha conosciuto diversi esempi di un giusto istinto di classe in questo senso, benché soltanto di un istinto).

La guerra imperialistica comporta la massima acutizzazione di tale situazione. La borghesia costringe il proletariato ad una scelta: tra l’uccidere i propri compagni di classe degli altri paesi e a morire per gli interessi della borghesia, o a rovesciare il suo dominio con la violenza armata. Tutti gli altri strumenti di lotta si rivelano impotenti di fronte a questo parossismo della violenza, perché tutti, senza eccezione, finiscono per infrangersi contro l’apparato militare degli stati imperialisti. Se quindi il proletariato vuole sottrarsi a questa violenza, deve intraprendere la lotta contro l’apparato militare, spezzarlo dall’interno e rivolgere le armi che la borghesia imperialistica ha dovuto consegnare a tutto il popolo contro la borghesia stessa per la distruzione dell’imperialismo.

Anche su questo punto quindi non c’e nulla che fosse teoricamente così inaudito. Al contrario il nodo della situazione sta nel rapporto di classe tra borghesia e proletariato. La guerra, secondo la definizione di von Clausewitz, è soltanto la continuazione della politica ma lo è sotto ogni rapporto, il che significa non soltanto che per la politica estera di uno stato essa spinge al limite nel modo più intenso quella linea che il paese ha perseguito fino allora, in tempo di pace », ma anche che per quanto riguarda la differenziazione interna delle classi di un dato paese (e del mondo intero) la guerra accresce al massimo grado e acutizza fino all’estremo quelle tendenze che hanno già agito in tempo di «pace» entro la società. Perciò la guerra non crea affatto una situazione nuova in senso assoluto, né per un paese né per una classe di una data nazione. Quel che v’è di nuovo in questa situazione è che l’eccezionale accumulazione quantitativa di tutti i problemi si traduce in un fattore qualitativamente nuovo e dà luogo per questo – e soltanto per questo – ad una situazione nuova.

La guerra quindi, considerata da un punto di vista economico-sociale, è soltanto una tappa dello sviluppo imperialistico del capitalismo. Ed è perciò anche, necessariamente, soltanto una tappa della lotta di classe del proletariato contro la borghesia. Il significato della teoria leniniana dell’imperialismo sta nel fatto che Lenin ha messo in luce – come non era riuscito a nessun altro prima di lui – questa connessione tra la guerra mondiale e lo sviluppo generale, impostando anche chiaramente i concreti problemi della guerra. Ma poiché il materialismo storico è la teoria della lotta di classe proletaria, l’aver stabilito questa connessione sarebbe stato un elemento teorico insufficiente se la teoria dell’imperialismo non fosse stata insieme anche una teoria delle correnti del movimento operaio nell’età imperialistica. Non bastava quindi vedere chiaramente come il proletariato, nella nuova situazione mondiale creata dalla guerra, dovesse agire in conformità coi suoi interessi di classe, ma occorreva anche indicare su cosa si fondassero teoricamente gli altri atteggiamenti «proletari» di fronte all’imperialismo e alla guerra imperialistica, quali modificazioni entro le file del proletariato procurino un seguito a queste teorie dando loro il significato di correnti politiche.

Innanzitutto era necessario rilevare che queste correnti esistono appunto come tali. Rilevare che l’atteggiamento della socialdemocrazia di fronte alla guerra non è stata il frutto di una deviazione momentanea, di viltà ecc., ma la conseguenza necessaria degli eventi trascorsi. Che quindi questo atteggiamento va spiegato in base alla storia del movimento operaio e che va considerato in rapporto con le «differenze di opinioni» emerse all’interno della socialdemocrazia (revisionismo ecc.), Questo punto di vista, che dovrebbe essere del tutto ovvio per il metodo marxista (si pensi all’esame delle correnti contemporanee nel Manifesto comunista) ha invece stentato fortemente ad affermarsi anche nell’ala rivoluzionaria del movimento operaio. Anche il gruppo dell’«Internazionale», il gruppo di Rosa Luxemburg e di Franz Mehring, non fu capace di elaborare fino in fondo questo punto di vista metodico e di applicarlo conseguentemente. Ma è chiaro che ogni condanna dell’opportunismo e del suo atteggiamento di fronte alla guerra, che non arrivi a riconoscere nell’opportunismo una corrente individuabile storicamente all’interno del movimento operaio e il cui senso attuale dipende organicamente dal suo passato, non si eleva al livello essenziale del discorso marxista, né può trarre da questa condanna le conseguenze pratiche tattico-organizzative necessarie al momento dell’azione.

Per Lenin, e ancora una volta soltanto per Lenin era già chiaro fin dallo scoppio della guerra mondiale che l’atteggiamento dei Scheidemann-Plechanov-Vandervelde ecc. di fronte alla guerra non era altro che l’applicazione conseguente dei principi del revisionismo alla situazione attuale.

Ma in che cosa consiste la natura del revisionismo? In breve, essa consiste innanzitutto nel fatto di cercare di superare l’«unilateralità» del materialismo storico; unilateralità consistente nel fatto di considerare i fenomeni complessivi del processo storico-sociale esclusivamente dall’angolo visuale di classe proletariato. Il revisionismo si sceglie come punto di vista quello degli interessi dell’«intera società». Ma poiché di simili interessi, in concreto, non ne esistono, e poiché quel che potrebbe apparir tale non è altro che la risultante momentanea dell’azione reciproca delle varie forze di classe in lotta, il revisionista concepisce il risultato sempre cangiante del processo storico come un punta di partenza metodologico sempre identico. Egli mette quindi «sulla testa» le cose anche teoricamente. Praticamente poi la sua natura è sempre e necessariamente un compromesso, già a causa di questo punto di partenza teorico. Il revisionista è sempre eclettico; il che significa che esso cerca, già da un punto di vista teorico, di smussare reciprocamente opposizioni di classe, di livellarle e di porre la loro presunta unità – fondata sulla testa ed esistente solo nella sua testa – come strumento di misura per giudicare gli eventi. È su questa base che, in secondo luogo, il revisionista rifiuta la dialettica. La dialettica infatti non è altro che l’espressione concettuale del fatto che lo sviluppo della società si realizza nella realtà attraverso dei contrasti, e che questi contrasti (i contrasti delle classi, la natura antagonista del loro essere economico ecc.) sono la base e l’essenza di ogni evento; e una «unità» della società, in quanto riposi su una separazione di classi, può essere sempre soltanto un concetto astratto, una risultante sempre transitoria dell’azione reciproca di quelle forze antagonistiche. Ma poiché la dialettica come metodo è soltanto la formulazione teorica quel dato di fatto sociale per cui la società si sviluppa tra i contrasti, nel trapasso da una opposizione ad un’altra, e quindi rivoluzionariamente, il rifiuto teorico della dialettica significa necessariamente una rottura di principio con ogni comportamento rivoluzionario.

In terzo luogo, nella misura in cui i revisionisti si rifiutano così di riconoscere come realmente data quella dialettica che si manifesta per contrasti e che proprio attraverso di essi produce permanentemente il nuovo, si perde nel loro pensiero l’elemento storico, il concreto e, appunto, il nuovo. La realtà che essi vivono è una realtà che agisce in modo meccanico e schematico, soggetta a «leggi eterne di bronzo», che producono – per loro essenza – ininterrottamente gli stessi risultati, leggi alle quali l’uomo è altrettanto fatalisticamente soggetto che alle leggi naturali. Basta quindi, per il revisionista, conoscere una volta per tutte queste leggi per sapere quale sarà il destino del proletariato. L’ammissione che potrebbero darsi situazioni nuove, non previste da quelle leggi, o situazioni tali che il loro destino dipenda dalla risoluzione del proletariato, per i revisionisti e del tutto antiscientifica. (La sopravalutazione della grande individualità, dell’etica, ecc., non sono che l’altro lato necessario di questa medaglia). Ma, in quarto luogo, queste leggi sono le leggi dello sviluppo capitalistico, e sottolineare la loro validità atemporale e super-storica significa che, per i revisionisti, la società capitalistica è appunto la realtà che non può modificarsi essenzialmente, proprio come pensa la borghesia. Il revisionista non considera più la società borghese come un evento storico determinato, condannato quindi storicamente a perire; e non considera la scienza come un mezzo per individuare l’epoca di questo trapasso e per contribuire alla sua accelerazione, bensì, nel migliore dei casi, come un mezzo per migliorare la posizione del proletariato entro la società borghese. Ogni pensiero che trascende praticamente l’orizzonte della società borghese, per il revisionismo è illusorio e utopistico.

Perciò il revisionismo è – in quinto luogo – orientato nel senso della “Realpolitik”. Esso sacrifica continuamente i reali interessi della classe nel suo insieme, la cui coerente difesa viene appunto tacciata di utopismo, per rappresentare gli interessi immediati di singoli gruppi. Risulta già chiaro anche da queste poche osservazioni che il revisionismo ha potuto diventare una corrente reale entro le file del movimento operaio solo perché il nuovo sviluppo capitalistico rende possibile a certi strati di lavoratori di ricavare (transitoriamente) dei vantaggi economici da questa situazione. E anche perché la forma organizzativa dei partiti operai garantisce a questi strati e ai loro rappresentanti intellettuali un influsso maggiore che alla massa proletaria, che è orientata in senso rivoluzionario benché in modo confuso e meramente istintivo.

L’elemento comune a tutte le correnti opportunistiche, il fatto cioè che esse non considerano mai gli eventi dall’angolo visuale di classe del proletariato e quindi in una forma antistorica e antidialettica di “Realpolitik” eclettica, lega l’una all’altra le loro diverse concezioni della guerra e le contrassegna al tempo stesso senza eccezione come conseguenze necessarie dell’opportunismo della politica già condotta. Il fatto che l’ala destra si sia messa incondizionatamente a rimorchio delle potenze imperialistiche del «proprio» rispettivo paese deriva organicamente dalla nozione per cui la borghesia è considerata – benché all’inizio ancor con tante riserve – come la classe guida del processo storico, ciò che assegna al proletariato il compito di sostenere la «funzione progressiva» della borghesia. E quando Kautsky dichiara l’impotenza dell’Internazionale di fronte alla guerra, definendola come mero strumento di pace, non dice niente di diverso dal menscevico russo Čerevanin, che dopo la prima rivoluzione russa si lamentava: «È ben difficile riuscire ad aprire la strada di una razionale tattica menscevica in mezzo al fuoco rivoluzionario, dove pure le mete rivoluzionarie sembrano così vicine a realizzarsi», ecc.

L’opportunismo si differenzia secondo gli strati della borghesia presso i quali cerca appoggio e al cui seguito cerca di mettere il proletariato. Può trattarsi, come per l’ala destra, dell’industria pesante e del capitale bancario. In questo caso l’imperialismo è riconosciuto incondizionatamente come una necessità. Il proletariato deve trovare la realizzazione dei propri interessi nella guerra imperialistica, nella grandezza e nella vittoria della «propria» nazione. Oppure l’unione può essere cercata con quegli strati della borghesia che sono costretti a collaborare allo sviluppo benché sentano di essere respinti in secondo piano; che quindi sono bensì, praticamente, al seguito dell’imperialismo (e sono costretti a esserlo), ma si lamentano di questa costrizione e «si augurano» una diversa piega degli eventi; e che proprio per questo aspirano a una pace sollecita e al ristabilirsi degli scambi commerciali di una situazione «normale» ecc. ecc. Questi ceti, ovviamente, non possono mai diventare avversari attivi dell’imperialismo. Al contrario essi mirano e lottano, del resto vanamente, per una partecipazione al bottino imperialistico (settori dell’industria leggera, piccola borghesia, ecc.).

In questa prospettiva, l’imperialismo appare come un fenomeno «contingente»; ci si sforza di collaborare ad una soluzione pacifica, a un livellamento delle contraddizioni. E il proletariato – che il centro vorrebbe mettere al seguito di questi strati – non dovrebbe neppure combattere attivamente contro la guerra. (Sennonché non combattere significa in pratica prendere parte alla guerra). Esso dovrebbe semplicemente proclamare la necessità di una pace «giusta», ecc.

L’Internazionale è l’espressione organizzativa degli interessi comuni di tutto il proletariato mondiale. Nel momento stesso in cui viene riconosciuta la possibilità teorica che dei lavoratori combattano contro altri lavoratori al servizio della borghesia, l’Internazionale ha praticamente cessato di esistere. E nel momento in cui si deve riconoscere che questa lotta sanguinosa di lavoratori contro lavoratori a vantaggio delle potenze imperialistiche rivali è una conseguenza necessaria dell’atteggiamento fin allora tenuto dagli elementi più in vista dell’Internazionale, non ha più senso prospettare la possibilità di un ritrovamento della rotta smarrita. L’aver riconosciuto all’opportunismo il carattere di una vera e propria corrente significa che l’opportunismo è il nemico di classe che si annida tra le file stesse del proletariato. L’eliminazione degli opportunisti dal movimento operaio è quindi la condizione preliminare e necessaria per intraprendere una lotta vittoriosa contro la borghesia. La preparazione della rivoluzione proletaria richiede quindi necessariamente che gli operai vengano liberati da questa influenza, deformatrice sia in senso intellettuale che organizzativo. E poiché questa lotta è la lotta di tutta la classe contro la borghesia mondiale, dalla lotta impegnata contro la corrente opportunista scaturisce come conseguenza necessaria la creazione di una nuova Internazionale rivoluzionaria del proletariato.

Lo sprofondare della vecchia Internazionale nella, palude dell’opportunismo è la conseguenza di un’epoca il cui carattere rivoluzionario non si lasciava afferrare esteriormente. Il frantumarsi di questa Internazionale, la necessità con cui si fa strada la nuova, è un segno del fatto che l’epoca della guerra civile sta ormai per sorgere inevitabilmente. Il che non significa che la lotta debba svolgersi immediatamente, giorno per giorno, sulle barricate. Ma significa che questa necessità può presentarsi immediatamente, giorno per giorno; che la storia ha pesto all’ordine del giorno la guerra civile. E un partito del proletariato, una Internazionale, possono sussistere soltanto se riconoscono chiaramente questa necessità e se sono decisi a preparare ad essa spiritualmente e materialmente il proletariato e i ceti che esso trascina con sé.

Questa preparazione, teorica ed organizzativa, deve prender l’avvio dal giusto riconoscimento del carattere proprio dell’epoca.

Soltanto se la classe operaia vede nella guerra mondiale la conseguenza necessaria dello sviluppo imperialistico del capitalismo, e intuisce chiaramente che la guerra civile rappresenta la sua unica difesa contro il pericolo di soccombere al servizio dell’imperialismo, è possibile avviare la preparazione materiale e organizzativa di questa forma di difesa. E solo se questa forma di difesa risulta efficiente l’oscura fermentazione di tutti gli oppressi si traduce in un’alleanza col proletariato. Il proletariato deve quindi innanzitutto avere chiara davanti a sé la propria coscienza di classe materializzata in figura visibile perché possa divenire guida della vera lotta di liberazione, della rivoluzione mondiale. L’internazionale, che nasce da questa lotta e per questa lotta, è perciò il solido strumento di unificazione teorica e di lotta degli elementi veramente rivoluzionari della classe operaia; e al tempo stesso e l’organo e il centro della lotta di liberazione di tutti gli oppressi del mondo intero. È il partito bolscevico, la concezione leniniana del partito trasposta su scala mondiale. Così la guerra mondiale, nel macrocosmo di una gigantesca catastrofe mondiale, ha messo in evidenza quelle determinate forze del capitalismo morente e quelle determinate possibilità di lotta contro il capitalismo che Lenin aveva già chiaramente intuito nel microcosmo del capitalismo russo alla sua origine, nelle possibilità della rivoluzione russa.

V. Lo stato come arma

La natura rivoluzionaria di un’epoca si manifesta nel mode più esplicito nel fatto che la lotta delle classi e dei partiti non ha più il carattere di una lotta all’interno di un determinato ordinamento statale, ma comincia anzi a spezzarne i limiti e a trascenderli. Da un lato questa lotta si presenta come lotta per il potere statale, ma dall’altra e contemporaneamente è lo stato stesso che viene trascinato a prendere parte apertamente alla lotta. Non soltanto si lotta contro lo stato, ma lo stato stesso svela il suo carattere di arma della lotta di classe, di strumento tra i più importanti per il mantenimento del dominio di classe.

Questo carattere dello stato è sempre stato riconosciuto da Marx e da Engels, ed è stato esaminato in tutti i suoi rapporti con lo svolgimento storico e la rivoluzione proletaria. Marx ed Engels hanno definito in modo assolutamente inequivocabile le basi teoriche di una teoria dello stato nell’ambito del materialismo storico. Ma è proprio qui che l’opportunismo si è allontanato quanto più possibile – e del resto conseguentemente – da Marx e da Engels. Perché su tutti gli altri punti era possibile o presentare la «revisione» di singole teorie economiche come se il loro fondamento coincidesse pur sempre con la sostanza del metodo di Marx (direzione presa da Bernstein), oppure dare alle dottrine economiche, conservate nella loro «ortodossia», una piega meccanicistico-fatalistica, antidialettica e antirivoluzionaria (direzione Kautsky). Ma basta sollevare quei problemi che Marx ed Engels hanno considerato fondamentali per la loro teoria delle stato per riconoscere già implicitamente l’attualità della rivoluzione proletaria. L’opportunismo di tutte le tendenze dominanti nella II Internazionale si manifesta nel modo più palese nel fatte che nessuna di esse si e impegnata chiaramente sui problemi dello stato; su questo punto, che è quello decisivo, non v’è tra Kautsky e Bernstein alcuna differenza. Tutti quanti, senza eccezione, hanno semplicemente avallato lo stato della società borghese. E quando lo hanno criticato, era solo per combatterne singole manifestazioni esteriori, nocive al proletariato. Lo stato era considerato soltanto dal punte di vista dei particolari interessi quotidiani, senza che la sua natura fosse mai indagata e valutata dal punte di vista generale di classe del proletariato; e l’immaturità rivoluzionaria, la confusione della stessa ala sinistra della II Internazionale, si rivela nel fatto che anch’essa non era in grado di porre con chiarezza il problema dello stato. Talora essa arrivò fino al problema della rivoluzione, al problema della lotta contro lo stato, senza peraltro essere in grado di porre concretamente la questione, anche sul piano puramente teorico; e tanto meno poi di trarne praticamente le conseguenze nell’attualità storica.

Anche a questo proposito Lenin è stato il solo che abbia ricuperato il livello teorico della concezione marxiana e abbia ristabilito rigorosamente il giusto atteggiamento rivoluzionario del proletariato di fronte al problema dello stato. E se anche la sua azione si fosse arrestata qui, si tratterebbe pur sempre di una azione teorica di alto rango. Ma questa ripresa della teoria marxiana dello stato non è in Lenin né una ricostruzione filologica della dottrina originaria, né una sistemazione filosofica dei suoi puri principi, ma – come sempre – la sua prosecuzione nel concreto, la sua concretizzazione nella sfera pratico-attuale. Lenin ha individuato nella questione dello stato il problema all’ordine del giorno per il proletariato in lotta. Già con questo – limitandoci per il momento al significato di questa problematica – egli è arrivato a impostare concretamente la questione. Poiché la possibilità oggettiva che era data agli opportunisti di oscurare la teoria dello stato del materialismo storico, teoria per altro limpidissima, stava nel fatto che prima di Lenin questa teoria era stata concepita soltanto come teoria generale, come spiegazione storica, economica, filosofica, ecc., della natura dello stato. Certo già Marx ed Engels avevano afferrato sulla base delle concrete manifestazioni rivoluzionarie del loro tempo il progresso reale della concezione proletaria dello stato (la Comune); e certo essi avevano additato acutamente gli errori che le false teorie dello stato comportano per la direzione della lotta di classe proletaria (Critica del programma di Gotha). Tuttavia già i loro scolari più diretti, gli elementi migliori di questo periodo, non hanno colto la connessione del problema dello stato con la loro attività quotidiana. A questo poteva allora arrivare soltanto il genio teorico di Marx ed Engels, i quali solo erano in grado di vedere, nel rapporto con le piccole lotte quotidiane, ciò che allora era «attuale» soltanto in senso storico-universale. E naturalmente il proletario era ancor meno in condizione di collegare organicamente questo nucleo problematico con i problemi che lo stringevano dappresso. Il problema acquistava sempre di più il carattere di una «questione finalistica» la cui risoluzione doveva essere devoluta al futuro.

È soltanto con Lenin che questo «futuro» è diventato anche teoricamente presente. Ma soltanto se la questione dello stato è riconosciuta come problema attuale è possibile al proletariato considerare lo stato capitalistico in modo concreto, non più come il proprio orizzonte naturale e inalterabile, come l’unico ordine possibile della società in funzione dell’esistenza attuale dello stesso proletariato. Solo questo atteggiamento nei confronti dello stato borghese consente al proletariato la sua indipendenza teorica rispetto allo stato e riduce il suo comportamento nei confronti dello stato ad una questione meramente tattica. Per esempio è senz’altro illuminante il fatto che sia nella tattica della legalità ad ogni costo che in quella di un romanticismo dell’illegalità si nasconda la stessa mancanza di autonomia teorica nei confronti dello stato borghese. Lo stato borghese non è considerato come lo strumento della lotta di classe della borghesia, che certo deve essere tenuto presente come un fattore di forza reale ma soltanto come tale, sicché l’osservanza delle sue leggi si riduce a una questione di mera utilità.

Ma l’analisi leniniana dello stato come arma della lotta di classe concretizza la questione in un senso ulteriore. Non soltanto vengono elaborate le conseguenze pratiche immediate (tattiche, ideologiche, ecc.) della corretta nozione storica dello stato borghese, ma nello stesso tempo emerge concretamente il profilo dello stato proletario, collegato organicamente con gli altri mezzi di lotta del proletariato. La tradizionale divisione di compiti del movimento operaio (partito, sindacato, cooperativa) si rivela ora insufficiente per la lotta rivoluzionaria del proletariato. Si rivela necessaria la formazione di organi in grado di convogliare l’intero proletariato e al di là di esso le grandi masse degli sfruttati della società capitalistica (contadini, soldati) e di guidarli alla lotta. Questi organi, i «soviet», per la loro natura – e già all’interno della società borghese – sono organi del proletariato che si organizza in classe. Ma con ciò è la stessa rivoluzione che passa all’ordine del giorno. Perché, come dice Marx, «l’organizzazione degli elementi rivoluzionari in classe presuppone l’esistenza acquisita di tutte le forze produttive che in generale potevano svilupparsi nel seno della vecchia società».

Questa organizzazione dell’intera classe deve assumersi – che lo voglia o no – il compito della lotta contro l’apparato statale della borghesia. Non v’è scelta: o i «consigli» proletari riescono a disorganizzare l’apparato statale e borghese o quest’ultimo si mette in condizione di corromperli fino a ridurli a un’esistenza meramente apparente e a farli estinguere. Ne nasce una situazione in cui o la borghesia arriva alla soppressione controrivoluzionaria del movimento di massa e ricostituisce le condizioni «normali», l’«ordine», oppure dai consigli, dalle organizzazioni di lotta del proletariato, nasce la sua organizzazione di comando, il suo apparato statale, che è anch’esso una organizzazione propria della lotta di classe. I consigli operai, anche nelle loro forme primitive e meno evolute, presentano già verso il 1905 questo carattere: costituiscono un controgoverno. Mentre altri organi della lotta di classe, anche in un periodo di dominio incontrastato della borghesia, possono adattarsi tatticamente, cioè possono condurre avanti il lavoro rivoluzionario anche in quelle circostanze, è proprio invece dei consigli operai di porsi rispetto al potere statale della borghesia nel rapporto di un secondo governo concorrenziale. Quando perciò ad esempio Martov, pur riconoscendo nei consigli degli organi di lotta, nega la loro qualifica a divenire apparati statali, egli elimina con ciò dalla teoria proprio la rivoluzione, la reale presa del potere del proletariato. Quando invece, dal lato opposto, alcuni teorici estremisti di sinistra fanno del consiglio operaio una organizzazione di classe permanente del proletariato e vogliono servirsene per soppiantare partito e sindacato, mostrano di non comprendere la distinzione tra situazioni rivoluzionarie e non rivoluzionarie e di non comprendere la funzione peculiare dei consigli operai. E mostrano di non sapere che già il fatto di ravvisare la possibilità concreta dei consigli operai ci pone al di là della società borghese, è una prospettiva della rivoluzione proletaria (che perciò il consiglio operaio va propagato ininterrottamente tra le file del proletariato, il quale deve essere ininterrottamente preparato a questo compito), e che la loro esistenza di fatto – se non deve divenire una farsa – significa già la vera lotta per il potere statale, la guerra civile.

Il consiglio operaio come apparato di stato: cioè lo stato come arma nella lotta di classe del proletariato. La concezione antidialettica e perciò antistorica e antirivoluzionaria dell’opportunismo ha tratto dal fatto che il proletariato combatte il dominio di classe della borghesia, e che esso si sforza di portare alla luce una società senza classi, la conseguenza che il proletariato debba lottare contro qualsiasi dominio di classe; e che perciò le sue forme di dominio non debbano essere mai organi del dominio di classe e dell’oppressione di classe. Questa concezione fondamentale, concepita astrattamente, è un’utopia, poiché un simile dominio del proletariato non potrebbe mai realizzarsi concretamente. Non appena venga concepita in concreto e applicata nel presente, questa concezione si rivela una capitolazione ideologica di fronte alla borghesia. La forma di dominio più evoluta della borghesia, la democrazia, si presenta dal punto di vista di questa concezione quanto meno come la forma preliminare di una democrazia proletaria, e per lo più addirittura come questa stessa democrazia, entro la quale, servendosi dell’agitazione pacifica, ci si deve semplicemente preoccupare che la maggioranza della popolazione venga acquisita agli «ideali» della socialdemocrazia. Il passaggio dalla democrazia borghese a quella proletaria non sarebbe dunque necessariamente rivoluzionario. Rivoluzionario e solo il passaggio da forme di stato arretrate alla democrazia in certi casi è necessaria una difesa rivoluzionaria della democrazia contro la reazione totale. (Quanto erronea e controrivoluzionaria sia questa separazione meccanica della rivoluzione proletaria da quella borghese, si svela praticamente nel fatto che la socialdemocrazia non ha mai opposto una vera resistenza alla reazione fascista, né ha mai difeso rivoluzionariamente la democrazia). Ma la conseguenza di questa concezione non è solo quella di cancellare la rivoluzione dal processo storico e di rappresentare quest’ultimo, secondo passaggi costruiti con maggiore o minore ingegnosità, come una forma di «maturazione» al socialismo, bensì anche quella di oscurare agli occhi del proletariato il carattere classista-borghese della democrazia. L’equivoco si inserisce qui nel concetto, inteso in modo antidialettico, di maggioranza. Poiché cioè il dominio della classe operaia, per sua natura stessa, rappresenta gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione, si fa strada molto facilmente agli occhi di parecchi lavoratori l’illusione che una democrazia pura e formale, entro la quale la voce di ogni singolo cittadino possa esprimersi in ugual modo, sia lo strumento più appropriato per esprimere e rappresentare gli interessi della generalità. Nel quale discorso viene però dimenticato soltanto (e non è poco!) il piccolo particolare che gli uomini non sono individui astratti, astratti cittadini, atomi isolati di un insieme statale, ma sono tutti e senza eccezione uomini concreti che tengono un posto determinato nella produzione sociale, e il cui essere sociale (e mediato da questo anche il loro pensiero, ecc.) è determinato da questa posizione. La democrazia pura della società borghese esclude questa mediazione: essa si limita a collegare immediatamente il puro ed astratto individuo con l’insieme statale, considerato in modo altrettanto astratto. Già per questo carattere formale di base della democrazia pura, la società civile viene polverizzata politicamente. Il che non è soltanto un vantaggio per la borghesia ma addirittura il presupposto decisivo del suo dominio di classe.

Perché se è vero che ogni dominio di classe, in ultima istanza, è fondato sulla forza, non v’è dominio di classe che sarebbe in grado alla lunga di mantenersi soltanto con la mera forza. Talleyrand diceva già che «si può cominciare a fare qualsiasi cosa con le baionette, soltanto non ci si può sedere sopra». Ogni dominio della minoranza è quindi organizzato socialmente in modo tale da concentrare la classe dominante e da garantirne la necessaria compattezza, e nello stesso tempo disorganizzare e disgregare le classi oppresse. Nel dominio minoritario della borghesia moderna si deve sempre tener presente che la grande maggioranza della popolazione non appartiene a nessuna delle classi decisive per la lotta di classe, né al proletariato né alla borghesia; che la democrazia «pura» ha quindi, da un punto di vista di classe, la funzione sociale di assicurare alla borghesia la guida di questi strati intermedi (a questo punto si connette naturalmente anche la disorganizzazione ideologica del proletariato. Quanto più antica è la democrazia in un paese, quanto più puro è il suo sviluppo, tanto più grave è questa disorganizzazione ideologica; come si può osservare nel modo più chiaro in Inghilterra e in America). Certamente, di per sé sola, questa democrazia politica non basterebbe assolutamente allo scopo; ma essa non e che il culmine politico di un sistema sociale i cui altri elementi sono: la separazione ideologica di economia e politica, la formazione di un apparato statale burocratico, che interessa materialmente e moralmente gran parte della piccola borghesia alla conservazione dello stato, il sistema borghese dei partiti, la stampa, la scuola, la religione ecc. Tutti questi fattori, mediante una divisione del lavoro più o meno consapevole, si sforzano di impedire il sorgere di una ideologia autonoma tra le classi oppresse della popolazione, un’ideologia che esprima interessi particolari di classe; di mettere in connessione i singoli membri di queste classi, appunto presi come singoli, come individui, come semplici «cittadini», ecc., con lo stato astratto, che domina al di sopra delle classi; di disorganizzare quindi queste classi in quanto classi e di polverizzarle in atomi facilmente controllabili da parte della borghesia.

La nozione per cui i consigli (i consigli degli operai e dei contadini e dei soldati) sono il potere statale del proletariato, sottolinea il tentativo del proletariato, in quanto classe direttiva della rivoluzione, di lavorare in senso contrario a questo processo disorganizzativo. Prima di tutto esso deve costituire se stesso come classe. Ma poi organizzerà anche gli elementi attivi degli strati intermedi che si rivoltano istintivamente contro il dominio della borghesia. Contemporaneamente, deve essere troncato l’influsso che la borghesia esercita sia materialmente che ideologicamente sulle altre parti di queste classi. Anche tra gli opportunisti, i più acuti, come ad esempio Otto Bauer, hanno riconosciuto che il senso sociale della dittatura del proletariato, della dittatura dei consigli, sta in gran parte nello strappare radicalmente alla borghesia la possibilità di una direzione ideologica di queste classi, specialmente dei contadini, e di assicurare tale direzione, per il periodo di trapasso, al proletariato. Soggiogare la borghesia, dissolverne l’apparato statale, eliminarne la stampa, ecc., è una necessità vitale per la rivoluzione proletaria, perché la borghesia, dopo la sua prima sconfitta nella lotta per il potere statale, non rinuncia affatto al tentativo di ricuperare il proprio ruolo direttivo economico e politico, e perfino a un livello così avanzato della lotta di classe, nonostante le nuove modificate condizioni, rimane ancora a lungo la classe più forte.

Il proletariato dunque, fondandosi sul sistema dei consigli, prosegue come stato la stessa lotta già condotta per il potere contro il potere dello stato capitalistico. Deve perciò annientare economicamente la borghesia, isolarla politicamente, sfaldarla ideologicamente e sottometterla. Ma nello stesso tempo deve guidare alla libertà tutti gli altri strati sociali strappati al controllo della borghesia. Ciò significa che non basta che il proletariato combatta oggettivamente per gli interessi degli altri strati sfruttati. La sua forma statale deve anche servire a superare pedagogicamente l’inerzia e la disgregazione di questi strati, ad educarli all’attività, alla partecipazione autonoma alla vita della stato. Una delle funzioni essenziali del sistema dei consigli sta appunto nel collegare i momenti della vita sociale che il capitalismo tende a smembrare. Dove questo disgregamento riguarda soltanto la coscienza della classe oppressa, è compito dei consigli render cosciente l’unità complessiva di quei momenti. (Il sistema dei consigli configura ad esempio in modo permanente una unità inseparabile di economia e politica; collega in questo modo l’esistenza immediata degli uomini, i loro interessi quotidiani e immediati ecc. con le questioni più decisive della società complessiva). Ma anche nella realtà oggettiva i consigli ristabiliscono l’unità là dove gli interessi di classe della borghesia hanno creato una «divisione del lavoro». Ristabiliscono, innanzitutto, l’unità tra «apparato del potere» (esercito, polizia, amministrazione, giustizia, ecc.) e «popolo». I contadini e gli operai armati, in quanto potere statale, sono insieme il prodotto della lotta dei consigli e il presupposto della loro esistenza. Il sistema dei consigli cerca appunto di collegare dovunque l’attività degli uomini con le questioni generali dello stato, dell’economia, della cultura, ecc., mentre si oppone a che l’amministrazione di tutte queste questioni resti appannaggio di un ceto chiuso, isolato dalla vita complessiva della società, cioè di un ceto burocratico. Il sistema dei consigli, lo stato proletario, maturando in questo modo nella società la coscienza del nesso oggettivo di tutti i momenti della vita sociale (e unificando obiettivamente, in uno stadio ulteriore, anche ciò che rimane ancora separato, ad esempio città e campagna, lavoro intellettuale e lavoro fisico) è un fattore decisivo per l’organizzazione del proletariato in classe. Quanto era implicito nel proletariato della società capitalistica solo come possibilità, qui soltanto diventa esistenza reale; la potenziale energia produttiva del proletariato può destarsi soltanto dopo la presa del potere dello stato. Ma ciò che vale per il proletariato vale anche per gli altri strati oppressi della società borghese. Anche questi ultimi possono rifiorire alla vita soltanto in queste nuove circostanze; e tuttavia, anche nel nuovo ordine statale, questi ceti restano subordinati a una classe-guida. Naturalmente la loro subordinazione, nel capitalismo, significava che essi non potevano rendersi conto della loro disgregazione economico-sociale, dello sfruttamento e dell’oppressione a cui erano soggetti, mentre nelle nuove circostanze, sotto la guida del proletariato, non soltanto vivono secondo il loro proprio interesse ma sono anche in grado di dispiegare le loro energie fin qui nascoste o compresse. La loro subordinazione consiste ora soltanto nel fatto che l’ambito e la direzione di questo sviluppo viene determinata dal proletariato, in quanto classe dirigente della rivoluzione.

Questa subordinazione direttiva degli strati intermedi non proletari si distingue quindi in modo sostanziale, nello stato proletario, dal ruolo subalterno che essi rivestono nella società borghese. Ma vi si aggiunge ancora una distinzione formale tutt’altro che inessenziale: lo stato proletario è il primo stato di classe nella storia che si riconosca in maniera del tutto esplicita e aperta come tale, come apparato repressivo, come strumento della lotta di classe. Questa franchezza priva di doppiezze, questa mancanza di ipocrisia rende possibile per la prima volta una effettiva intesa tra il proletariato e gli altri strati della società. Essa è inoltre un mezzo straordinariamente importante per l’autoeducazione del proletariato. Perché se era così enormemente importante risvegliare nel proletariato la coscienza dell’attualità della lotta rivoluzionaria decisiva e la convinzione che la battaglia per il potere dello stato e per la guida della società era ormai scoppiata, sarebbe ora pericoloso lasciar congelare questa verità in una forma antidialettica. Sarebbe quindi pericolosissimo che il proletariato, per essersi liberato dall’ideologia del pacifismo nella lotta di classe e per avere afferrato il significato storico e la inesorabilità dell’uso della forza, pensasse ora che tutti i problemi del dominio del proletariato possano essere risolti in ogni circostanza con la violenza. Ma sarebbe ancor più pericoloso se si facesse strada nel proletariato l’idea che con la conquista del potere dello stato la lotta di classe ha raggiunto un termine, o perlomeno una tregua. Il proletariato deve comprendere che la conquista del potere dello stato è soltanto una fase di questa lotta. La lotta, dopo la conquista del potere, si fa ancor più veemente e non è assolutamente possibile affermare che i rapporti di forza siano passati senz’altro a favore del proletariato. Lenin ripete instancabilmente che la borghesia, anche all’inizio della repubblica dei soviet, anche dopo la sua espropriazione economica, anche nel periodo della sua repressione politica, rimane pur sempre la classe più potente. Ma i rapporti di classe si sono modificati nella misura in cui il proletariato si è impadronito di una nuova e potente arma per la sua lotta di classe: lo stato. Naturalmente il valore di quest’arma e la sua attitudine a frantumare la borghesia, a isolarla, ad annientarla, a conquistare ed educare gli altri strati della società alla collaborazione con lo stato degli operai e dei contadini, ad organizzare il proletariato stesso in modo effettivo come classe dirigente, non risulta automaticamente dalla mera conquista del potere dello stato. Il valore dello stato come arma del potere del proletariato dipende da ciò che il proletariato sarà capace di fare con quest’arma.

L’attualità della rivoluzione si esprime nell’attualità del problema dello stato per il proletariato. Ma con ciò è lo stesso problema del socialismo che viene considerato non più come un mero problema finalistico, ma come la questione all’ordine del giorno per il proletariato. Questa palpabile immediatezza del socialismo in via di realizzarsi è per altro qualcosa di dialettico, che potrebbe avere pericolose conseguenze per il proletariato se venisse concepita in modo utopistico e meccanico, cioè come la possibilità di realizzare il socialismo con la semplice presa del potere (espropriazione dei capitalisti, socializzazione, ecc.). Marx ha analizzato il passaggio dal capitalismo al socialismo nel modo più acuto ed ha indicato molteplici forme di strutture borghesi che possono essere eliminate progressivamente soltanto nel corso di un faticoso sviluppo. Anche qui Lenin traccia col più estremo rigore la linea di distinzione dall’utopismo. «Nessun comunista, credo, ha più contestato che l’espressione “repubblica socialista dei soviet” significa la volontà dei consigli di effettuare il passaggio al socialismo, e non il riconoscimento dei rapporti economici esistenti come socialisti». L’attualità della rivoluzione significa quindi che il socialismo è la questione all’ordine del giorno per il movimento operaio. Ma solo nel senso che ora esso deve combattere giorno per giorno per la creazione dei suoi presupposti; che alcune delle concrete misure prese giorno per giorno rappresentano già dei passi concreti verso la sua realizzazione.

Ed è proprio su questo punto, nella sua critica del rapporto tra soviet e socialismo, che l’opportunismo mostra di essere passato definitivamente sulle posizioni della borghesia e di essere diventato un nemico di classe del proletariato. Giacché da un lato esso considera tutte le apparenti concessioni che una borghesia momentaneamente spaventata o disorganizzata fa al proletariato come autentici passi verso il socialismo (si pensi alle «commissioni di socializzazione» del 1918-19, in Germania e in Austria, già da tanto tempo liquidate).

E d’altra parte schernisce la repubblica dei soviet perché non suscita immediatamente in vita il socialismo e perché essa realizzerebbe invece, sotto forme proletarie e sotto una direzione proletaria, soltanto una rivoluzione borghese («la Russia come repubblica contadina», «reintroduzione del capitalismo», ecc.). In entrambi i casi si rivela che per gli opportunisti di tutte le gradazioni il vero nemico che deve essere effettivamente combattuto è proprio la stessa rivoluzione proletaria. E anche in questo non fanno che sviluppare conseguentemente la posizione presa nei confronti della guerra imperialistica.

Come pure rappresenta ancora la conseguente prosecuzione della sua critica all’opportunismo prima e durante la guerra il fatto che Lenin abbia trattato anche praticamente gli opportunisti, nella repubblica dei soviet, come nemici della classe operaia. Anche l’opportunismo fa parte della borghesia, il cui apparato intellettuale e materiale e le cui compagini devono essere disorganizzate dalla dittatura, perché il loro influsso non si eserciti sugli strati sociali più instabili per la loro situazione oggettiva di classe. Proprio l’attualità del socialismo rende questa lotta molto più acuta di quanto non sia stata al tempo dei dibattiti intorno a Bernstein.

Lo stato come arma del proletariato nella lotta per il socialismo e per la repressione della borghesia è nello stesso tempo la sua arma per sradicare il pericolo rappresentato dall’opportunismo nella lotta di classe del proletariato, che deve essere proseguita con accanimento non minore entro la dittatura.

VI. “Realpolitik” rivoluzionaria

Il proletariato prende il potere statale e erige la propria dittatura rivoluzionaria: ciò significa che la realizzazione del socialismo è passata all’ordine del giorno. Problema questo, al quale il proletariato non era assolutamente preparato da un punto di vista ideologico. Giacché la «Realpolitik» della socialdemocrazia, che trattava tutte le questioni quotidiane sempre e soltanto come questioni quotidiane, senza rapporto con lo sviluppo generale, senza riferimento ai problemi ultimi della lotta di classe, quindi senza mai emergere realmente e concretamente oltre l’orizzonte della società borghese, ridava ancora una volta al socialismo, agli occhi degli operai, il carattere di un’utopia. La separazione del «fine ultimo» dal movimento non falsifica soltanto la giusta prospettiva di fronte ai problemi quotidiani, ai problemi del movimento stesso, ma trasforma contemporaneamente il fine ultimo in utopia.

Questa ricaduta nell’utopismo assume le forme più diverse. Prima di tutto il socialismo, agli occhi degli utopisti, non si presenta come un divenire ma come un essere. Ciò significa che i problemi del socialismo, nella misura in cui vengono presi in considerazione, si riducono a sapere quali questioni economiche, culturali, ecc., possono insorgere – e quali adeguate soluzioni tecniche siano possibili, – quando il socialismo sia entrato già nello stadio della realizzazione pratica. Non viene invece prospettata la questione di come una tale situazione sia socialmente possibile, di come cioè possa essere raggiunta; né di come una tale situazione sia materiata da un punto di vista concretamente sociale, quali rapporti di classe, quali forme economiche il proletariato trovi davanti a sé nel momento storico in cui si pone il compito della realizzazione del socialismo. (Allo stesso modo in cui già Fourier aveva analizzato con precisione l’assetto dei falansteri, senza essere in grado di indicare come fosse possibile realizzarli). L’eclettismo opportunistico, l’eliminazione della dialettica dal metodo del pensiero socialista distoglie dunque il socialismo stesso dal processo storico della lotta di classe. I contagiati dal veleno di questo modo di pensare sono perciò indotti a vedere in una prospettiva deformata sia i presupposti del socialismo che i problemi della sua realizzazione. La falsità implicita in questo atteggiamento di fondo è così radicata che non si impadronisce soltanto del pensiero degli opportunisti, per i quali il socialismo è sempre un lontano ideale finalistico, ma svia anche gli autentici rivoluzionari su posizioni aberranti. Questi ultimi – una gran parte della sinistra della II Internazionale – avevano bensì afferrato il senso del processo rivoluzionario e visto la lotta per il potere come un processo, in connessione con i problemi pratici di ogni giorno, ma non avevano saputo inserire in questo complesso la situazione del proletariato dopo la presa del potere e i problemi concreti derivanti da questa situazione. E proprio qui essi si trasformavano in utopisti.

L’eccezionale realismo con cui Lenin, nel periodo della dittatura, ha trattato tutti i problemi del socialismo, realismo che ha strappato l’ammirazione persino dei suoi avversari borghesi e piccolo-borghesi, non è dunque altro che l’impiego conseguente del marxismo, dell’impostazione storico-dialettica ai problemi ormai attuali del socialismo. Negli scritti e nei discorsi di Lenin (come del resto anche nelle opere di Marx) si può trovare ben poco sul socialismo come situazione esistente; molto di più invece sui passi che debbono portare alla sua realizzazione. Infatti non possiamo rappresentarci concretamente il socialismo come situazione esistente nei suoi particolari. Per quanto importante sia la conoscenza teorica adeguata della sua struttura fondamentale, l’importanza di questa conoscenza sta soprattutto nel fatto che essa ci offre uno strumento per misurare la giustezza dei passi che compiamo verso il socialismo. La nozione concreta del socialismo – come il socialismo stesso – è un prodotto della lotta che per il socialismo viene condotta; soltanto nella lotta per il socialismo e attraverso questa lotta è possibile elaborarla. Ed ogni tentativo di raggiungere una nozione del socialismo per una via diversa da questo rapporto dialettico di reciprocità con i problemi quotidiani della lotta di classe, fa di tale nozione una metafisica, un’utopia, un’entità meramente contemplativa, non pratica.

Il realismo di Lenin, la sua “Realpolitik” rappresenta quindi la liquidazione definitiva di ogni forma di utopismo, la realizzazione concreta del contenuto del programma di Marx: quello di produrre una teoria fattasi pratica; una teoria della prassi. Lenin ha fatto anche per il problema del socialismo quello che già aveva fatto per il problema dello stato: lo ha strappato dall’isolamento metafisico in cui si trovava fino, allora, al destino dell’imborghesimento, e lo ha inserito nel complesso dei problemi della lotta di classe.

Con ciò ha verificato nella vita concreta del processo storico i geniali accenni dati da Marx nella Critica del programma di Gotha e altrove, li ha resi più concreti e più effettivi nella realtà storica di quanto non fosse possibile all’età di Marx anche per un genio quale Marx era.

I problemi del socialismo sono quindi i problemi della struttura economica e dei rapporti di classe nel momento in cui il proletariato si impadronisce del potere statale. Questi problemi sorgono immediatamente dalla situazione in cui il proletariato erige la propria dittatura, perciò possono essere intesi e risolti soltanto a partire da questa situazione; ma, per la stessa ragione, contengono anche, rispetto a questa situazione e ad ogni situazione precedente, qualcosa di essenzialmente nuovo. Anche se tutti gli elementi sono emersi dal passato, il loro nesso con la presa e il rafforzamento del dominio del proletariato dà luogo a problemi che non potevano essere contenuti né in Marx né in altre teorie precedenti, e che possono essere intesi e risolti soltanto sulla base di questa situazione essenzialmente nuova.

La “Realpolitik” di Lenin si rivela quindi – se si considera il suo insieme e il suo fondamento – come il punto più alto finora raggiunto dal materialismo dialettico. Da un lato abbiamo una analisi strettamente marxista, semplice e sobria ma condotta nel massimo della concretezza, sulla situazione esistente, sulla struttura economica ed i rapporti di classe; dall’altra parte, una chiara intuizione, esente da ogni preconcetto teorico o da ogni speranza utopistica, di tutte le nuove tendenze che derivano da questa situazione. Ma una simile prassi, apparentemente semplice, fondata nella natura stessa del materialismo dialettico (che è una teoria della storia) e tutt’altro che facile da raggiungere. Le abitudini mentali proprie del capitalismo hanno impresso a tutti gli uomini, e soprattutto a quelli orientati verso gli studi scientifici, la tendenza a voler sempre spiegare il nuovo sulla base del vecchio, la realtà d’oggi riducendola ai dati della realtà di ieri. (L’utopismo dei rivoluzionari è un tentativo di uscire fuori dalla tomba tirandosi su per i propri capelli, di proiettarsi con un salto in un mondo completamente nuovo, anziché afferrare l’emergenza dialettica del nuovo dal vecchio, con l’aiuto della dialettica). «Perciò molti, anzi moltissimi – dice Lenin – si lasciano confondere dal capitalismo di stato. E per non esserne disorientati si deve sempre pensare al fatto essenziale che il capitalismo di stato, nella forma che ci è attualmente data, non e stato analizzato in alcuna teoria, in alcuna letteratura, per il semplice motivo che tutti i concetti che sono connessi con questa parola si riferiscono al potere borghese nella società capitalistica. E noi ci troviamo invece di fronte ad uno stato che ha abbandonato i binari capitalistici e non si è ancora inserito su nuovi binari».

Ma qual è il panorama concreto e reale della realizzazione del socialismo che il proletariato russo, giunto al potere, si trova di fronte? In primo luogo un capitalismo monopolistico relativamente sviluppato, in via di ricadere, a causa della guerra mondiale, nello stato di un’economia agraria arretrata, in cui i ceti contadini possono liberarsi dai ceppi feudali solo in rapporto con la rivoluzione proletaria. In secondo luogo, fuori dalla Russia, un ambiente capitalistico ostile, intenzionato a rovesciare con tutti i mezzi a sua disposizione il nuovo stato degli operai e dei contadini; ambiente che sarebbe anche abbastanza forte per reprimerlo militarmente oltre che economicamente se non fosse dilaniato al suo interno dagli effetti sempre crescenti delle contraddizioni del capitalismo imperialistico, così da offrire permanentemente al proletariato occasioni per utilizzare ai suoi fini queste rivalità. (Naturalmente qui abbiamo delineato soltanto i due principali complessi di problemi; ma è impossibile trattare esaurientemente in poche pagine anche soltanto questi problemi). Il fondamento materiale del socialismo come forma economica superiore sostitutiva del capitalismo può essere soltanto la riorganizzazione su nuove basi e il superiore sviluppo dell’industria, la sua adeguazione alle necessità delle classi lavoratrici, la sua ricostituzione in forme nuove che rendano possibile una vita sempre più piena di significato (eliminazione della opposizione di città e campagna, di lavoro mentale e lavoro fisico, ecc.). La situazione di fatto di questa base materiale del socialismo condiziona quindi le possibilità e le vie della sua concreta realizzazione. E a questo proposito Lenin, già nel 1917, ancor prima della presa del potere, ha definito chiaramente la situazione economica e i compiti che ne derivano per il proletariato. «La dialettica della storia è di natura tale per cui la guerra, accelerando straordinariamente il passaggio del monopolismo capitalistico in monopolismo di stato, ha portato proprio con ciò l’umanità eccezionalmente vicina al socialismo. La guerra imperialistica è la vigilia della rivoluzione socialista. E ciò non soltanto perché la guerra con le sue atrocità provoca la sollevazione del proletariato – nessuna sollevazione è in grado di creare il socialismo, se non è maturo economicamente – ma perché il capitalismo monopolistico di stato rappresenta una completa preparazione materiate del socialismo, la porta d’accesso al socialismo, perché quella forma di capitalismo, nella scala storica, rappresenta quel gradino tra il quale e il successivo, il socialismo, non v’è alcun gradino intermedio». Per conseguenza «il socialismo non è altro che un monopolio capitalistico di stato orientato al servizio del popolo intero, e in questa misura non è più un monopolio capitalistico». E all’inizio del 1918: «… il capitalismo di stato, nella situazione attuale della nostra repubblica dei soviet, rappresenterebbe un passo avanti. Se da noi il capitalismo di stato prendesse solidamente piede in capo, ad esempio, a sei mesi, ciò rappresenterebbe un potente successo e la garanzia più sicura che in capo a un anno il socialismo sarebbe stabilito invincibilmente da noi».

Era necessario riportare questi passi per smentire la tanto diffusa leggenda borghese e socialdemocratica secondo cui Lenin, dopo il fallimento del tentativo «marxista-dottrinario» di introdurre «una volta per tutte» il comunismo, sarebbe ricorso a un compromesso, con l’astuzia dettatagli dal suo realismo politico, abbandonando la sua linea originaria. La verità storica è proprio il contrario di questa leggenda. Il cosiddetto comunismo di guerra, che Lenin definisce «una misura provvisoria resa necessaria dalla guerra civile e dalle distruzioni», e che non era e non poteva essere «una politica corrispondente ai compiti economici del proletariato», costituiva una deviazione dalla linea su cui deve correre lo sviluppo del socialismo secondo la sua previsione teorica. Si trattava però di una misura determinata dalla guerra civile interna e da quella esterna, e quindi inevitabile, benché soltanto provvisoria. Ma, secondo Lenin, sarebbe stato esiziale per il proletariato rivoluzionario misconoscere questo carattere del comunismo di guerra e valutarlo – come fecero molti autentici rivoluzionari che non avevano raggiunto il livello teorico di Lenin – come un passo effettivo nel senso del socialismo.

L’importante non è dunque quanto le forme esteriori della vita economica rivestano un carattere socialista, ma esclusivamente importa la misura in cui il proletariato è in grado di dominare effettivamente quell’apparato economico di cui si è impossessato con la presa del potere e che è anche il fondamento del suo essere sociale: l’industria pesante; e quanto sia in grado di mettere effettivamente questo suo dominio al servizio delle proprie finalità di classe. Ma per quanto le circostanze e quindi anche i mezzi per la realizzazione di queste finalità si fossero modificati, il loro fondamento generale doveva rimanere pur sempre lo stesso: giovandosi della funzione direttiva esercitata sugli strati intermedi, sempre ondeggianti, e particolarmente sui contadini, si doveva condurre a fondo la lotta sul fronte decisivo, il fronte antiborghese. A questo proposito non si deve mai dimenticare che nonostante la sua prima vittoria, il proletariato rimane ugualmente la classe più debole e lo resterà ancora a lungo, fino al momento della sua vittoria rivoluzionaria su scala mondiale. La sua lotta deve perciò ispirarsi, da un punto di vista economico, a due principi: si tratta da un lato di porre, quanto più rapidamente e completamente possibile, un argine alla disgregazione della grande industria, provocata dalla guerra e dalla guerra civile; giacché senza questa base industriale il proletariato come classe è destinato a perire. D’altra parte si tratta di regolare tutti i problemi della produzione e della distribuzione in modo che la classe contadina, divenuta alleata del proletariato in seguito alla soluzione rivoluzionaria della questione agraria, sia conservata a questa alleanza, andando incontro nella misura del possibile ai suoi interessi materiali. I mezzi atti a realizzare questi obiettivi sono diversi secondo le circostanze.

La lotta di classe tra borghesia e proletariato procede quindi con intensità non minore anche sul fronte economico interno. La piccola industria, che sarebbe pura utopia abolire, «socializzare» a questo stadio, «produce di continuo il capitalismo e la borghesia, giorno per giorno, ora per ora, in modo elementare in quantità massicce ». Qui importa sapere se in questa gara riuscirà vincitrice la borghesia in via di ricrearsi e di ricostituire una base di accumulazione o la grande industria di stato, dominata dal proletariato. Il proletariato deve rischiare questa competizione, se non vuol rischiare, con una politica repressiva verso le piccole aziende, il commercio, ecc. (politica la cui reale efficacia è comunque illusoria) di raffreddare alla lunga l’alleanza con i contadini. E ancora, la borghesia interviene in questa gara sotto forma di capitale straniero, di concessioni ecc. Si verifica così la situazione paradossale per cui questa tendenza – indipendentemente dalle sue finalità – può essere resa alleata al proletariato da un punto di vista economico oggettivo, in quanto attraverso di essa si rafforza il potere economico della grande industria. Ne deriva «un’alleanza contro gli elementi legati alle piccole aziende», che naturalmente si affianca alla lotta più energica contro la tendenza naturale del capitale concessionario a trasformare progressivamente lo stato proletario in una colonia capitalistica. (Condizioni delle concessioni, monopolio del commercio con l’estero, ecc.).

Non è possibile schizzare, in queste nude osservazioni, neppure i tratti più sommari della politica economica di Lenin. Quanto si è accennato mirava solo a fornire un esempio che facesse scorgere con una certa chiarezza i principi della politica di Lenin, il suo fondamento teorico. E questo principio è quello di mantenere in piedi a qualsiasi prezzo il dominio del proletariato in un universo di nemici dichiarati o segreti, e di alleati incerti. Allo stesso modo, il principio fondamentale della sua politica, prima della presa del potere, era stato quello di ritrovare, nel groviglio delle tendenze sociali che caratterizzano il capitalismo nella sua fase di declino, quei momenti che avrebbero potuto aiutare il proletariato ad ascendere a classe direttiva e dominante della società. Lenin si è attenuto per tutta la vita a questo principio, senza esitazioni e senza concessioni. Ma ha tenuto fermo a questo principio come ad un principio dialettico, e anche qui senza concessioni. Nel senso cioè «che il principio della dialettica marxista sta nel fatto che tutti i limiti nella natura e nella società sono condizionati e mobili, e che non si dà neppure un solo fenomeno che in determinate circostanze non possa rovesciarsi nel suo contrario». Perciò «la dialettica esige che il fenomeno sociale venga indagato sotto tutti i suoi aspetti e nel suo sviluppo, e che i momenti esteriori ed apparenti vengano ricondotti alle forze motrici fondamentali, allo sviluppo delle forze produttive e alla lotta di classe». La grandezza di Lenin come dialettico sta nel fatto di avere intuito i principi fondamentali della dialettica, l’espansione delle forze produttive e la lotta di classe, sempre secondo la loro natura più intima, concretamente, senza prevenzioni astratte, ma anche senza lasciarsi confondere feticisticamente da manifestazioni superficiali. E sta anche nel fatto di aver ricondotto sempre tutti gli eventi contemporanei al loro fondamento ultimo: all’agire concreto di uomini concreti (cioè classisticamente condizionati) sulla base dei loro reali interessi di classe. Solo tenendo fermo a questo principio cade la leggenda di Lenin «astuto politico realista», «maestro del compromesso», e possiamo cogliere il vero Lenin, conseguente prosecutore della dialettica marxista.

E prima di tutto, per definire il termine «compromesso», si dovrà respingere ogni riferimento a qualsiasi specie di stratagemma o di inganno raffinato. «Dovremo respingere nel modo più severo coloro che per politica intendono certi piccoli trucchi, che talora confinano con l’inganno. «Le classi non si possono ingannare». Compromesso significa dunque per Lenin l’utilizzazione delle reali tendenze evolutive delle classi (ed eventualmente delle stesse nazioni, come nel caso delle popolazioni soggette) che in certe circostanze e per un certo periodo procedono parallelamente, su determinati punti, agli interessi essenziali del proletariato; utilizzazione che va a vantaggio di entrambe. Naturalmente i compromessi possono essere anche una forma di lotta di classe contro il nemico decisivo della classe operaia, la borghesia. (Si pensi soltanto al rapporto dell’Unione Sovietica con gli stati imperialisti). E i teorici dell’opportunismo si appigliano anche a questa forma speciale di compromesso ora per elogiare o per diminuire Lenin ancora una volta come un «politico realista e privo di dogmi», ora per coprire i loro propri compromessi. Abbiamo già sottolineato la debolezza del primo argomento; a giudicare il secondo deve essere invocata quella totalità che, come in ogni problema della dialettica, costituisce la dimensione concreta del compromesso. E su questo piano è immediatamente chiaro come il «compromesso» di Lenin e quello degli opportunisti procedano da presupposti direttamente contrari. La tattica socialdemocratica – in modo aperto o inconsapevole – si basa sul fatto che la vera rivoluzione sarebbe ancora lontana; i presupposti oggettivi della rivoluzione sociale non sussistono ancora, il proletariato non è ancora oggettivamente maturo per la rivoluzione, il partito e i sindacati sono ancora troppo deboli, ecc.: perciò il proletariato deve fare dei compromessi con la borghesia. Quanto più maturino i presupposti soggettivi ed oggettivi della rivoluzione sociale, con tanta maggiore «purezza» il proletariato potrà realizzare i propri fini di classe. Sicché il compromesso nella prassi presenta, sul rovescio della medaglia, un grande radicalismo, una volontà di assoluta «purezza» dei principi in rapporto con i «fini ultimi». (Ovviamente questo discorso vale soltanto per quelle teorie socialdemocratiche che in qualche modo ritengono di dovere ancora attenersi alla teoria della lotta di classe. Per le altre forme il compromesso non è più nemmeno tale, ma una naturale collaborazione dei diversi strati professionali per il bene comune).

Per Lenin, al contrario, il compromesso scaturisce direttamente e logicamente dall’attualità della rivoluzione. Se il carattere fondamentale dell’intera epoca è appunto l’attualità della rivoluzione e se questa rivoluzione, in ogni singolo paese come nel mondo intero, può scoppiare da un momento all’altro, senza peraltro che questo momento possa essere esattamente predeterminato; se il carattere rivoluzionario dell’intera epoca si palesa nello sgretolamento progressivo della società borghese, che ha come sua conseguenza necessaria l’alternarsi e l’incrociarsi ininterrotto delle tendenze di tipo più diverso – tutto questo significa che il proletariato non può iniziare e realizzare la sua rivoluzione in condizioni che lui stesso possa scegliersi, in condizioni «favorevoli», e che dovrà sfruttare ogni tendenza, benché provvisoria, che possa giovare a sostenere la rivoluzione o quanto meno ad indebolire i suoi nemici. Abbiamo prima citato alcune affermazioni di Lenin dalle quali si poteva vedere quanto poco egli si illudesse, ancor prima della presa del potere, circa il ritmo della realizzazione del socialismo. Le frasi che seguono, tratte da uno dei suoi ultimi articoli, scritto dopo il periodo dei «compromessi», mostrano però con la stessa nitidezza che per lui questa previsione non ha mai significato un differimento dell’azione rivoluzionaria. «Napoleone ha scritto: “On s’engage et puis on voit”, il che si può tradurre liberamente: “si deve cominciare col condurre una lotta autentica, poi il seguito si fa avanti da sé”. Così noi pure abbiamo intrapreso, nell’ottobre 1917, una autentica lotta e poi si sono fatte avanti alcune questioni particolari (che sono veramente tali dal punto di vista storico-universale), come la pace di Brest, o la “nuova politica economica”, ecc.».

La teoria e la tattica leniniana del compromesso e dunque soltanto la conseguenza logica concreta della nozione marxista e dialettica della storia per cui gli uomini fanno da sé la loro storia, ma non la fanno in condizioni da loro scelte. È una conseguenza della cognizione del fatto che la storia produce sempre il nuovo; e che quindi momenti storici, punti di incrocio momentanei di tendenze, non ritornano mai sotto la stessa forma; e che delle tendenze che possono essere valorizzate oggi ai fini della rivoluzione potrebbero domani riuscire fatali agli stessi fini, e viceversa. Così Lenin, il 1° settembre 1917, vuole offrire un compromesso ai menscevichi e ai socialisti rivoluzionari sulla base del vecchio motto bolscevico: «tutto il potere ai soviet». Ma già il 17 settembre scrive: «Ormai la proposta di un compromesso è già scaduta. Forse i pochi giorni nel corso dei quali sarebbe ancora stato possibile uno sviluppo pacifico sono altresì trascorsi. Tutto sta a dimostrare che sono già trascorsi». L’applicazione di questa teoria a Brest Litovsk, alle concessioni, ecc., è immediata. Ma quanto l’intera teoria leniniana del compromesso sia fondata sulla concezione generale dell’attualità della rivoluzione lo rivela forse ancor più acutamente la sua lotta teorica contro l’ala sinistra del suo stesso partito (dopo la prima rivoluzione e dopo la pace Brest in Russia, negli anni 1920-21 su scala europea). In tutti questi dibattiti il radicalismo di sinistra agitava la bandiera del rifiuto di principio di ogni compromesso. E la politica di Lenin sottolinea in modo del tutto essenziale che il rifiuto di ogni compromesso nasconde una evasione dalla lotta decisiva, che questa concezione rappresenta un disfattismo di fronte alla rivoluzione. Poiché la autentica situazione rivoluzionaria – e questo è per Lenin il tratto fondamentale della nostra epoca – si esprime nel fatto che non sussiste alcun settore della lotta di classe nel quale non si diano possibilità rivoluzionarie (o controrivoluzionarie).

Il vero rivoluzionario dunque, quello che sa che viviamo in un’epoca rivoluzionaria e ne trae praticamente le conseguenze, deve sempre considerare l’insieme della realtà storico-sociale da questo punto di vista e deve considerare nell’interesse della rivoluzione ogni evento, il più grande come il più piccolo, quello consueto come quello eccezionale, secondo la loro importanza per la rivoluzione, ma soltanto per questo scopo. Definendo, talora, il radicalismo di sinistra come un opportunismo di sinistra, Lenin ha indicato molto giustamente e profondamente la prospettiva storica comune di quelle due correnti peraltro così opposte, una delle quali bandisce ogni compromesso, l’altra vede nel compromesso il principio della “Realpolitik” in contrasto con il «rigido mantenimento di principi dogmatici»; manifestando con ciò, l’una e l’altra, un pessimismo rispetto all’imminenza e all’attualità della rivoluzione proletaria. E proprio dal modo in cui Lenin rifiuta, in base allo stesso principio, e entrambe le tendenze, si svela come il compromesso, per Lenin e per gli opportunisti, abbia in comune soltanto la parola, come si riferisca, nell’uno e negli altri, ad una realtà affatto diversa, e corrisponda quindi a un concetto affatto diverso.

Riconoscere esattamente in che senso Lenin intendesse il compromesso e come egli abbia fondato teoricamente la tattica del compromesso non è solo fondamentale per la giusta comprensione del suo metodo, ma è anche di larga importanza pratica. Il compromesso, in Lenin, è possibile soltanto in una reciprocità dialettica col mantenimento dei principi e del metodo del marxismo; nel compromesso si rivela sempre l’ulteriore passo reale verso la realizzazione della teoria marxista. Se dunque questa teoria (e tattica) deve sottrarsi nettamente ad ogni irrigidimento meccanico intorno a «puri» principi, essa deve essere anche preservata da ogni “Realpolitik” empiristica e semplificatrice. Ciò significa che non basta per Lenin che siano riconosciuti e valutati esattamente nella loro oggettività la situazione concreta in cui si opera, i rapporti di forza concreti che determinano il compromesso e la tendenza al necessario ulteriore sviluppo del movimento proletario, che ne condiziona la direzione; significa anzi che Lenin considera come un enorme pericolo pratico per il movimento operaio se quelle giuste nozioni della realtà oggettiva non vengono inserite, nel quadro generale dell’intero processo storico.

Così Lenin non soltanto ha riconosciuto la correttezza del comportamento pratico dei comunisti tedeschi nei confronti del «governo operaio» progettato dopo la repressione del putsch di Kapp – la cosiddetta opposizione leale –, ma ha anche denunciato come questa giusta tattica fosse fondata entro una prospettiva storica teoricamente falsa e zeppa di illusioni democratiche.

La giusta unificazione dialettica del generale e del particolare, l’individuazione del generale (della tendenza fondamentale e generale della storia) nel particolare (nella situazione concreta), il conseguente concretizzarsi della teoria, è quindi l’idea fondamentale di questa teoria del compromesso. Coloro che vedono in Lenin soltanto un astuto o magari anche un geniale «realista della politica» perdono completamente di vista l’essenza del suo metodo; ma coloro che nelle sue decisioni ritengono di dover trovare «ricette» «prescrizioni» dovunque utilizzabili per un giusto comportamento pratico, lo fraintendono ugualmente. Lenin non ha mai costruito «regole generali» che potessero essere «applicate» a una serie di casi. Le sue «verità» derivano dall’analisi concreta della situazione concreta con l’aiuto della considerazione dialettica della storia; da una «generalizzazione» meccanica delle sue osservazioni o delle sue decisioni può derivare solo una caricatura del leninismo, un leninismo volgare; così per esempio nel caso di quei comunisti ungheresi che in una situazione del tutto diversa, la risposta alla nota di Clemenceau nell’estate del 1919, hanno cercato di imitare schematicamente il modello della pace di Brest. Giacché in questi casi, come Marx dichiara senza mezzi termini a proposito di Lassalle: «… il metodo dialettico viene impiegato falsamente. Hegel non ha mai chiamato dialettica la sussunzione di una massa di casi sotto un principio generale». La necessità di tener conto di tutte le tendenze esistenti in ogni singola situazione concreta non significa tuttavia che queste tendenze importino lo stesso peso sul piatto della bilancia. Al contrario. In ogni situazione c’è un problema centrale, dalla cui soluzione dipende la soluzione delle altre questioni contemporanee come pure lo sviluppo ulteriore di tutte le tendenze sociali per il futuro. «Ci si deve preoccupare – dice Lenin – di afferrare in ogni momento quel particolare anello della catena a cui attaccarsi con tutte le forze per stringere l’intera catena e per preparare un sicuro trapasso all’anello successivo, tenendo presente che la successione di questi anelli, la loro forma, il loro concatenamento, la loro reciproca distinzione entro la catena degli eventi storici, non sono tanto elementari e insignificanti come in una normale catena forgiata nella fucina del fabbro».

Quale elemento della vita sociale in un momento dato possa assurgere a un tale significato può risultare soltanto dalla dialettica marxista, dall’analisi concreta della situazione concreta. Il filo conduttore con cui può essere individuato è però la condizione rivoluzionaria della società considerata come una totalità in situazione processuale. Soltanto questa relazione alla totalità eleva l’anello volta a volta decisivo della catena a tale significato: questo anello deve essere tenuto stretto, perché solo in questo modo si riesce a stringere l’insieme. Su questo punto Lenin insiste ancora concretamente in uno dei suoi ultimi articoli, dove parla delle cooperative e indica «come molto di ciò che nei sogni dei vecchi membri della cooperativa era soltanto qualcosa di fantastico o addirittura una forma di nauseabondo romanticismo, è diventato la più nuda realtà». «Quello che ci resta da fare – dice Lenin – è essenzialmente soltanto una cosa: rendere tanto civile la nostra popolazione da farle comprendere tutti i vantaggi della sua partecipazione personale alla cooperazione e da farla quindi accedere ad essa. “Soltanto” questo. Non ci occorre a questo punto alcun’altra trovata per raggiungere il socialismo. Ma per realizzare anche questo “soltanto” è necessario un rovesciamento totale, un generale passo in avanti nello sviluppo culturale della massa popolare nel suo insieme». Purtroppo non è possibile qui analizzare diffusamente l’intero articolo.

Un’analisi di questo genere – e in realtà l’analisi di qualsiasi ammonimento tattico di Lenin – dimostrerebbe che in ciascuno di questi «anelli della catena» è sempre contenuto l’intero. Che il criterio della giusta politica marxista consiste sempre nel trascegliere dal processo, per concentrare su di essi la massima energia, quei momenti che in un dato istante, in una fase data, celano in sé questo rapporto al tutto, alla totalità del presente e al problema centrale di sviluppo del futuro, quindi anche al futuro nella sua totalità praticamente afferrabile. Il fatto di concentrare in questo modo le forze sull’anello successivo, quello più decisivo della catena, non significa affatto separare questo momento dall’insieme e trascurare per esso gli altri momenti. Al contrario. Significa invece che tutti gli altri momenti devono essere messi in rapporto con questo problema centrale, devono essere rettamente intesi e risolti entro questo rapporto. La connessione reciproca di tutti i problemi non viene indebolita da questa concezione, ma al contrario si rafforza e concretizza.

Questi momenti vengono messi in risalto dallo stesso processo storico, dallo svolgimento oggettivo delle forze produttive. Dipende però dal proletariato se e in che misura sarà in grado di riconoscerli, di afferrarli e di influire così sul loro svolgimento ulteriore. La fondamentale affermazione del marxismo, già tante volte citata, che sono gli uomini a fare la propria storia, acquista nell’età della rivoluzione, dopo la presa del potere dello stato, un significato sempre più pregnante; benché, naturalmente, vada intesa correttamente col suo complemento dialettico, che cioè gli uomini non possono scegliersi le circostanze storiche. Ciò significa in pratica che la funzione del partito nella rivoluzionela fondamentale idea del giovane Lenin – diventa, nell’età del passaggio al socialismo, ancor maggiore e ancora più decisiva di quanto non fosse nell’epoca precedente. Giacché quanto più si rafforza l’influsso attivo del proletariato nel determinare il cammino della storia, quanto più fatali – in buono ed in cattivo senso – divengono le prese di posizione del proletariato sia per sé che per l’intera umanità, tanto più è essenziale che si conservi nella sua purezza la coscienza di classe del proletariato, unico strumento capace di mantenere la rotta in un mare tempestoso; tanto più essenziale è che si sviluppi questo spirito, unica guida possibile nella lotta, in una chiarezza sempre crescente.

Questo significato della funzione storica attiva del partito del proletariato è un elemento fondamentale della teoria e quindi anche della politica di Lenin; ed egli infatti non si stanca mai di sottolinearne sempre di nuovo il significato per le decisioni pratiche. Così all’XI Congresso del partito comunista russo, prendendo posizione contro gli oppositori dello sviluppo verso il capitalismo di stato, si espresse in questi termini: «il capitalismo di stato è quel capitalismo che noi riusciremo a arginare e a contenere nei suoi limiti; questo capitalismo di stato è legato allo stato, e lo stato sono gli operai; la parte più avanzata degli operai, l’avanguardia, ecco quel che noi siamo… e dipende già da noi come sarà questo capitalismo di stato».

Perciò ogni svolta nello sviluppo verso il socialismo è sempre e in modo decisivo anche un problema interno del partito. Questo impone una ristrutturazione delle forze, un adattamento delle organizzazioni di partito ai nuovi compiti: comporta che lo sviluppo della società venga condizionato nel senso indicato dall’analisi accurata e rigorosa della totalità dal punto di vista di classe del proletariato. Perciò il partito si colloca al grado supremo della gerarchia delle forze dominanti dello stato, di quello stato che siamo noi stessi. Ma proprio perciò questo stesso partito – dal momento che la rivoluzione può vincere soltanto su scala mondiale, e che il proletariato si costituisce realmente in classe soltanto come proletariato mondiale – è coordinato e subordinato all’Internazionale comunista, l’organo supremo della rivoluzione proletaria, come sua sezione. La fissità meccanicistica tipica del pensiero di tutti gli opportunisti e dei borghesi, vede naturalmente in questi legami delle contraddizioni insolubili. Essi non comprendono come i bolscevichi, dopo essere «retrocessi al capitalismo» si attengano tuttavia ancora alla vecchia struttura del partito, alla vecchia e «antidemocratica» dittatura del partito. Non comprendono come l’Internazionale comunista non rinunci neppure per un istante alla rivoluzione mondiale ma cerchi anzi con tutti i mezzi a sua disposizione di prepararla e di organizzarla, proprio mentre lo stato del proletariato russo cerca di concludere la pace con le potenze imperialistiche e di cointeressare il più possibile il capitalismo imperialistico alla ricostruzione economica della Russia. E non comprenderà come mai il partito si attenga rigorosamente al suo severo carattere interno e conservi con i mezzi più energici la sua corazza ideologica ed organizzativa, mentre la politica economica della repubblica dei soviet si preoccupa ansiosamente che non si rallenti quell’alleanza con i contadini a cui deve la propria esistenza, e proprio mentre questa stessa repubblica, agli occhi degli opportunisti, si trasforma sempre più in uno stato contadino, perdendo vieppiù il proprio carattere proletario, ecc. ecc…

La rigidità meccanica del pensiero antidialettico non permette di comprendere come queste contraddizioni siano contraddizioni oggettive e reali dell’epoca presente; come la politica del partito comunista russo, la politica di Lenin, sia appunto contraddittoria proprio nella misura in cui essa ricerca e individua le risposte dialetticamente giuste alle contraddizioni oggettive del suo proprio essere sociale.

Così l’analisi della politica di Lenin ci riporta sempre alle questioni fondamentali del metodo dialettico. Tutta l’opera della sua vita costituisce l’impiego conseguente della dialettica marxista ai fenomeni sempre mutevoli e sempre nuovi affioranti in un periodo di transizione di importanza inaudita. Ma poiché la dialettica non è certamente una teoria bell’e fatta, che si possa applicare meccanicamente alle manifestazioni della vita, ma esiste come teoria soltanto entro e mediante questa applicazione, il metodo dialettico è uscito dalla prassi di Lenin più ampio, più pieno e teoricamente più evoluto di quanto Lenin non l’abbia ereditato da Marx e da Engels.

È perciò del tutto legittimo parlare del leninismo come di una nuova fase nello sviluppo della dialettica materialistica. Lenin non si è limitato a reintegrare la purezza della dottrina di Marx dopo decenni di appiattimento e distorsione, dovuti al marxismo volgare; ma ha anche portato innanzi il metodo stesso, l’ha reso più concreto e più maturo. Se il compito attuale dei comunisti è quello di andare avanti, sul sentiero del leninismo, questo proseguimento può riuscire fruttuoso soltanto se essi si sforzano di riferirsi a Lenin allo stesso modo in cui Lenin si è riferito a Marx. Il genere e il contenuto di questo rapporto sono determinati dallo sviluppo della società, dai problemi e dai compiti che il processo storico impone al marxismo, così come il successo è dal livello della coscienza di classe nel partito dirigente del proletariato. Il leninismo significa che la teoria del materialismo storico si è insinuata ancor più nella lotta quotidiana del proletariato, si è fatta ancor più pratica di quanto fosse possibile ai tempi di Marx.

La tradizione del leninismo può consistere dunque soltanto nel preservare nella sua autenticità e mobilità questa funzione vivente e vivificante del materialismo storico, questa sua capacità di svilupparsi e di promuovere lo sviluppo, senza falsificazioni e irrigidimenti. Perciò, lo ripetiamo, il leninismo deve essere studiato dai comunisti così come Marx è stato studiato da Lenin. Dev’essere studiato per prendere consuetudine con il metodo dialettico. Per impararne come debba essere ritrovato, mediante l’analisi concreta della situazione concreta, il particolare nel generale, e nel particolare il generale; per individuare nell’elemento nuovo di una situazione ciò che lo connette col processo precedente, e per saper cogliere entro le leggi del processo storico il nuovo che si fa strada continuamente; per vedere nel tutto la parte, e nella parte il tutto; nella necessità dello sviluppo il momento dell’agire attivo, e nell’azione il nesso con la necessità del processo storico. Il leninismo significa un livello mai prima raggiunto di pensiero concreto, antischematico, antimeccanico e rivolto autenticamente alla prassi.

Questo e ciò che i leninisti debbono saper conservare. Ma nel processo storico può conservarsi soltanto ciò che si sviluppa in modo vivo. E questa forma di conservazione della tradizione del leninismo rappresenta oggi il compito più alto per chiunque si appropri seriamente del metodo dialettico come arma per la lotta di classe del proletariato.

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