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di Cesare Cases

«il manifesto», 28 giugno 1983


Filosofo marxista, uomo politico, studioso di estetica, critico letterario: l’ungherese morto nel 1971 ha nutrito fin troppo abbondantemente pensatori e studiosi di sinistra, che ora fanno a gara nel dimenticarsi di lui. Con qualche eccezione. Di Lukács gli Editori riuniti hanno appena pubblicato Pensiero vissuto. Autobiografia in forma di dialogo (Gelebtes Denken). È un libro non organico, ma ricchissimo. Comprende, oltre alle contratte annotazioni autobiografiche di Lukács (il Pensiero vissuto vero e proprio) un testo affascinante, ricavato da lunghe conversazioni – dialogo davanti al registratore con il filosofo ottantaseienne, a cura di Istvan Eörsi. Ci sono anche Un ultimo messaggio dello stesso Eörsi, ulteriori Annotazioni di Lukács, un apparato di note, un Dizionario biografico e un Indice dei nomi utili per decifrare la mappa intellettuale e politica di un secolo. Versione italiana, prefazione e cura sono di Alberto Scarponi, che si è giovato di una revisione sul testo originale ungherese. Per certi versi, questa edizione italiana si presenta così più completa di quella tedesca (1981) di cui è la traduzione. Ringraziamo dunque l’editore Prismi di Napoli, che in questa occasione ci consente di anticipare alcune pagine di un saggio di Cesare Cases che apparirà nel volume a più voci Il marxismo della maturità di Lukács, a cura di Guido Oldrini, annunciato per il prossimo autunno. Oltre a quello di Cases, figurano nell’indice scritti di Istvan Hermann, G. Oldrini, Stefan Morawski, Miklós Almasi, Istvan Fehér, Nikolae Tertullian. Il titolo del saggio di Cases è «L’uomo buono». Così Lukács fu definito, nel corso di una conversazione del 1962, da Heinz Maus, «francofortese» discepolo di Horkheimer, uno dei pochi, se non l’unico – nota Cases – rimasto in Germania durante il nazismo. Secondo Maus, il filosofo ungherese «rientrava nella grande tradizione europea dell’ottimismo storico». E la sua Estetica «implicava la resistenza contro il filisteismo partitico, politico, pragmatico» tanto quanto contro «il movimento dell’arte per l’arte, il formalismo». È questa la tesi, suggestiva, che qui Cases discute. Per il lettore che si avvicini ora a Lukács, sarà un’utile introduzione al segreto di questo pensatore considerato «ufficiale», che sempre evitò di dichiarare bancarotta, e che pure una volta – subito dopo l’autunno di Praga – fu sentito pronunciare queste frase: «Probabilmente l’intero esperimento iniziato nel 1917 è fallito, e bisogna ricominciare tutto da capo un’altra volta in un altro luogo». Ognuno tragga la conclusione che vuole, (s.c.)

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La cecità di Lukács di fronte al «male radicale» che si manifestava nei Gulag e che doveva per lo meno imporre un riesame dei princìpi si scorge nella credenza, ricorrente in Pensiero vissuto, che l’individuo non sia mai del tutto estraneo alla sua fine. La sua sempre scarsa carità verso le vittime del processi staliniani implica non già un giudizio di assenso alla loro presunta colpevolezza bensì il sospetto di mancanza di carattere. Nella bufera che il processo storico ogni tanto si compiace di scatenare chi ha la tempra morale necessaria troverà quasi sempre il modo di resistere e di scampare.

Anche quando ammette di avere avuto la fortuna dalla sua parte nell’essere sopravvissuto agli anni terribili, si sente il segreto convincimento che la fortuna aiuta solo chi ha la forza del carattere. Quando andai a visitarlo a Budapest nel 1965 lo trovai entusiasta del libro di Jorge Semprun Il grande viaggio (trad. it. Einaudi 1964), che a me aveva fatto un’impressione alquanto penosa perché in queste memorie sembrava che a Buchenwald l’autore avesse trovato la forza di sopravvivere nel ricordo delle aule della Sorbona e della Bibliothèque Nationale, come se l’esaltazione della cultura fosse l’unica alternativa alla cancellazione dell’umano.

Quello che in Se questo è un uomo di Primo Levi è soltanto episodico, nella scena in cui Primo recita al suo compagno di fatica il canto di Ulisse, tentando di evocare in mezzo all’orrore la parola altissima che invita a «seguir virtute e conoscenza», in Semprun è uno stato d’animo costante appiattito alla misura dell’intellettuale medio. Ma proprio questo era piaciuto a Lukács. Il libro, mi diceva (e ripeté poi in non so quale articolo o intervista) poneva fine alla «leggenda di Auschwitz» per cui esistono situazioni estreme di fronte alle quali ogni resistenza spirituale è impossibile. E quel che vale per Auschwitz, a maggior ragione doveva valere per i processi e per i Gulag.

L’operaio e Pasternak

Quando poi non ci sia proprio più nulla da fare, la superiorità morale trova modo di rivelarsi anche nel gesto in cui si va incontro alla morte. Una volta mi raccontò di uno scrittore ungherese di cui non ricordo il nome il quale, condannato a morte dopo la fine della Repubblica del consigli, fu chiamato per essere condotto davanti al plotone d’esecuzione. Si trovava in cella con un compagno, noto per il suo settarismo, che gli disse: «Va, gli operai e i contadini ungheresi non dimenticheranno il tuo sacrificio». Ma allora la triade classica comprendeva anche gli intellettuali, e lo scrittore, già sulla porta, si voltò sorridendo e disse: «Sei il solito settario, ti sei dimenticato gli intellettuali».

Una simile ironica lucidità di fronte all’inevitabile corrispondeva all’ideale lukacsiano di uno stoicismo antiascetico che tiene fede fino all’ultimo alla vita e alla ragione. Un atteggiamento certo preferibile alle «ultime parole famose» sul tipo di quelle del compagno settario. Ma a quanti fu poi dato di tramandarlo?

Consapevolmente o meno, l’eroe che resiste a Auschwitz o affronta la morte irridendo alla sua retorica è sempre un membro della classe dimenticata dal settario: è un intellettuale. La grande tradizione europea dell’ottimismo storico, in cui Heinz Maus faceva giustamente rientrare Lukács, quando ne parlammo nel 1962, è un lusso che solo gli intellettuali si possono solitamente concedere. Essi che sono «al di sopra», forse anche di Auschwitz e del plotone d’esecuzione.

E, naturalmente, dei settari. Sull’iscrizione di Lukács al partito comunista, che giunse completamente inaspettata agli amici del «circolo della domenica», ci sono diverse versioni. Quella che mi raccontò (e che non è detto che debba necessariamente essere quella autentica, poiché egli era il primo a diffidare della propria memoria – peraltro in generale eccellente –, come si legge in Pensiero vissuto, ma certo è assai significativa) è che egli e Béla Fogarasi si recarono ad ascoltare un discorso di Lászlo Rudas (che in seguito doveva dare vari grattacapi a Lukács) sul programma del partito. Le argomentazioni dell’oratore erano così primitive che i due se ne andarono completamente demoralizzati: se questo era il comunismo…

Passeggiarono un po’ e poi convennero che tanto prima o dopo dovevano farlo, tanto valeva che lo facessero subito. E tornarono sui loro passi per iscriversi. In questo inizio si riflette esemplarmente la morale del «nonostante tutto» che doveva guidare tutto il tormentato rapporto di Lukács con il partito e che egli riassumeva nel noto motto «right or wrong my party».

Ma l’identificazione del «nonostante tutto» è la falsa identificazione che si può permettere l’intellettuale che ci sta e non ci sta, che è con il partito ma sa che il partito può aver torto perché ha sempre ragione nel lunghi periodi, e per questo può sorridere nella morte. Il militante non intellettuale non può far quadrare la coincidenza degli opposti: o resta convinto che il partito ha sempre ragione nell’immediato e scivola insensibilmente nella complicità totale, oppure affronta la rottura definitiva senza poter sperare neanche lontanamente nel miracolo della telefonata rassicurante che Stalin fece a Pasternak o nell’intervento di Dimitrov quando Lukács fu messo in prigione.

Un marito nell’intimità

L’intellettuale è anche, di norma, di origine borghese. Appunto: «l’intelligenza è sempre una deviazione di destra» (un motto di Lukács). Come la normativa lukacsiana spingeva a raccogliere l’«eredità» borghese, venendo incontro alla monumentalità staliniana, cosi già in Storia e coscienza di classe appariva la predestinazione dell’intellighenzia ad anticipare nel pensiero la coscienza del proletariato e a costituirne lo stimolo e la guida. Questa investitura imponeva a chi la deteneva un esercizio delle virtù borghesi che ha salde tradizioni tra gli intellettuali dell’Ottocento e che ci appare insieme nobilissima (specie se confrontata con il cinismo oggi dilagante anche nella sinistra) e problematica.

Tali virtù nascevano dalla lotta contro l’ipocrisia della borghesia, ma in questa lotta assumevano proprio quei tratti di rigore del postulati astratti di quella. L’ammirazione del padre di Lukács per la coerenza del figlio e i sempre buoni rapporti tra i due si spiegano probabilmente in questo modo, cosi come Lukács preferì in fondo sempre l’ascesi borghese al disordine intellettuale.

L’intellettuale militante realizzava l’etica che il borghese predicava negandola nella prassi, e insieme si opponeva alla sregolatezza della pura ribellione dei suoi confratelli anarcoidi. Egli dava sempre del «lei» alla moglie Gertrud Bortieber perché lo avevano deciso fin dagli inizi della loro conoscenza per differenziarsi dalla società intellettuale budapestina dove tutti si davano del tu. Forse non si rendevano conto che attraverso la «negazione della negazione» finivano per conferire all’aspetto sacrale dell’istituzione la sanzione di una consuetudine linguistica che tra coniugi era sempre stata molto rara anche nelle classi dirigenti. La realtà era che un legame di questo genere (si ricordi il Che fare? di Cernysevsklj, molto caro a Lukács) assumeva aspetti di dedizione e di assolutezza superiori a quelli del matrimonio tradizionale proprio perché si presumeva fondato su una scelta libera da ogni elemento esterno, arbitrario, convenzionale.

Gertrud, una donna di rara intelligenza e umanità, aveva rinunciato ai suoi studi di economia per identificarsi con l’attività del marito e tra di loro regnava un affiatamento cementato da anni di fughe e di privazioni. Nella rigorosa divisione del tempo seguita da Lukács c’era un’ora, dopo pranzo, riservata all’intimità con lei e in cui era fatto divieto di disturbarli a qualsiasi estraneo, che altrimenti era sempre ben accolto in una casa – porto di mare. Questa oasi di affetti coniugali scandita da un ideale metronomo suscitava tanta commozione quanta perplessità.

Uomini buoni e non

Gli affetti familiari si estendevano ai due figli del primo marito di Gertrud e agli allievi di Lukács, con cui egli aveva rapporti non meno franchi e teneri. Se poteva essere severo, ironico e anche duramente sprezzante verso coloro che non stimava per la mancanza di carattere, d’altra parte era di una disponibilità che rasentava il candore verso coloro cui concedeva credito, con il risultato di vedersi rivoltare contro qualche sua creatura quando il vento politico volgeva a suo danno. Era curioso constatare come quest’uomo, i cui vasti orizzonti avevano potuto essere solo episodicamente limitati dall’oppressione politica e che continuava ad avere numerosi contatti e fonti d’informazione e di appoggio morale (tra cui negli ultimi anni il Pci sosteneva un ruolo primario) vivesse in realtà isolato in una cerchia ristretta di familiari e di amici.

In qualche modo ricreava sempre il «circolo della domenica», esercitando la sua delicata maieutica su chi gli capitava a tiro per arricchire quel novero degli intellettuali consapevoli e disinteressati che secondo i ricordi di Ernst Bloch già nei suoi sogni giovanili, come una specie di ordine cavalleresco, doveva platonicamente costituire il vertice della società.

Ciò che colpì molto Renato Solmi e me, quando andammo a trovarlo la prima volta a Budapest nel 1963, era come egli presupponesse tacitamente che il destino del mondo dipendeva in gran parte da noi happy few raccolti intorno a lui e ancora capaci di pensare alla vera soluzione, al Tertium datur che ci doveva pur essere. E siccome col passar del tempo aveva dovuto mettere molta acqua nel vino della polemica contro la divisione del lavoro e già era disposto a tramutare l’ordine cavalleresco nel brains trust auspicato nei colloqui con Abendroth, era lieto di poter contare nei due figliastri su un economista e un fisico teorico che riparavano alle sue lacune in questi campi. Un uomo esile e umbratile parlava di questi e altri collaboratori, compresi noi presenti, come se fossimo suoi ministri in pectore in un governo intellettuale fantasma cui prima o dopo si sarebbe dovuto ricorrere.

Tale palese inadeguatezza tra il soggetto intellettuale e il mondo ne costituiva però anche lo straordinario fascino. Intellettuale, sì, ma quale intellettuale! Gli sciocchi che se la prendono con Lukács sperando che dimostrando la strumentalizzazione di una grande intelligenza possano dimostrare quella delle loro nullità, dovrebbero rileggersi le poche righe, forse le uniche positive in tutto il libro, che gli dedica il massimo indagatore del tradimento dei chierici comunisti, alludendo alla condanna del 1949:

«È giusto e coerente che il Partito abbia condannato il più insigne critico letterario marxista del Novecento, György Lukács. Non c’è il minimo dubbio che l’entusiasmo sollevato dalle sue opere tra i marxisti delle democrazie popolari aveva ragioni recondite e profonde. Si vedeva in lui l’annunciatore di una rinascita filosofica e di una nuova letteratura diversa da quella dell’Unione sovietica. L’avversione per le opere improntate al realismo socialista che trapela dal suoi scritti rispondeva alla convinzione generalmente diffusa nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale che nelle democrazie popolari l’insegnamento di Marx e di Engels stava prendendo nuove strade, sconosciute in Russia. Nel suoi libri Lukács lo confermava. Fu quindi ufficialmente condannato» (Czesław Miłosz, La mente prigioniera, Adelphi 1981, p. 251).

È paradossale che Miłosz definisse come avversario del realismo socialista quel Lukács che dopo tutto ne era stato il più intelligente teorico, anche se i risultati l’avevano profondamente scoraggiato. Ma l’esagerazione di un uomo non certo disposto a stendere un velo pietoso mostra come i distinguo teorici e critici di Lukács in quella situazione fossero più che sufficienti per trasformare nella pubblica opinione uno dei promotori della tendenza nel suo unico efficace avversario. Solo chi non ha vissuto quell’epoca e non ha voglia d’informarsi può permettersi di ignorare l’energia con cui quel fragile uomo aveva utilizzato tutti i margini e retto a tutte le tempeste.

L’uomo buono. Heinz Maus li aveva conosciuti tutti e poteva fare i debiti confronti. Difficilmente avrebbe definito buoni Horkheimer e Adorno, più facilmente Bloch. Si vede che per essere buoni ci vuole un po’ di ottimismo storico, che si accontenti della «prospettiva» lukacsiana o che voli verso l’utopia.

A differenza di Bloch, Lukács era anche profondamente, qualche volta incredibilmente modesto. Ciò sembra in contraddizione con l’alto concetto che egli  aveva della responsabilità dell’intellettuale, ma non lo era affatto, poiché proprio la funzione dell’intellettuale come battistrada imponeva l’assenza di ogni presunzione e la diffidenza verso se stessi. Certo, una volta che si riteneva convinto della bontà di una politica, il senso di responsabilità si rovesciava in un’intransigenza che poteva dare l’impressione di arroganza a chi, come Brecht, era costituito in modo esattamente opposto: cortesissimo, diplomatico, in fondo indifferente sulle questioni generali e implacabile quando si trattava delle proprie idee. Questo vale del resto soprattutto per i primi anni dopo la conversione al marxismo, quando la fisionomia intellettuale di Lukács fu ritrattata in Naphta (ed egli finì per riconoscersi nel ritratto). Più tardi prevalse la pazienza del saggio, temprata da tanti anni di guerriglia.

Non in se stesso presumeva, ma nella funzione degli intellettuali. Hegelianamente, egli contrapponeva la forza del pensiero alla cieca mole della natura. Bloch rammenta: «Quando un tale [Bloch stesso] disse al suo saggio amico [Lukács]: ‘le nostre conversazioni possono essere fini e profonde, ma quanto mute sono le pietre e come restano non mosse da noi; quanto grande è l’universo e quanto misera si erge di fronte ad esso l’‘altezza’ della nostra chiesa di San Pietro; che cosa dovrebbe aver da dire la terra stessa se aprisse la bocca da Lisbona a Mosca e tuonasse solo pochi detti orfici’; allora il saggio amico, campanilista della cultura, rispose: ‘uno schiaffo non è un argomento e la terra probabilmente direbbe soltanto sciocchezze, poiché non ha letto né Kant né Platone’» (Ernst Bloch, Spuren). La conversione al «materialismo » corresse un po’ questo punto di vista – che è quello di Storia e coscienza di classe – ma più sul piano teorico che su quello pratico. L’uomo non è solo oppresso, anche quando ha letto Kant e Platone, dalla mole della natura, ma altresì da quella degli apparati della società moderna. Lukács li riconosceva e li combatteva – nella reificazione di cui fu il grande teorico, nella «manipolazione» capitalista delle masse, nella burocrazia socialista – ma ne sottovalutò sempre il peso. Credeva che l’uomo ne sarebbe venuto a capo con il socialismo «buono», il cui avvento era garantito da «tutta la grande tradizione europea dell’ottimismo storico». Ma se mai l’umanità potrà rovesciare le forze che la distruggono, non le basterà certo questa tradizione, né il campanilismo della cultura. Lukács avrebbe potuto superare i limiti che aveva imposto al proprio pensiero se avesse lasciato che lo strapotere di quelle forze emergesse alla coscienza e non si vendicasse soltanto nello stile nominale (pieno di versi all’infinito, etc.) denunciato da Karl Korn. Per questo, forse, occorreva essere meno buoni.