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di Stefano Petrucciani

«il manifesto», 22 ottobre 1982


L’interrogativo Lukács: hanno visto giusto Ferruccio Masini e Mario Valente nell’intitolare così la parte monografica dell’ultimo fascicolo della rivista Metaphorein, che raccoglie molti contributi utili a ripensare, a più di dieci anni dalla sua morte, l’opera del grande pensatore ungherese. Di Lukács ancora oggi, sembra non si possa parlare che appunto in termini di interrogativo, di problema; sarà per la statura gigantesca del personaggio, che mal si presta ad una rapida digestione storiografica; sarà per gli usi molteplici che ne sono stati fatti, nelle nostre instabili stagioni culturali (vedi il saggio di Valente su Lukács e l’ideologia italiana); sarà, da ultimo, per la ricchezza di articolazioni, di veri e propri rovesciamenti che segnano, in modo singolarissimo, le tappe decisive del suo pensiero vissuto (così s’intitola appunto l’autobiografia di questo grande marxista).

I saggi raccolti da Metaphorein non mancano di toccare quasi tutti i momenti più significativi della variegata riflessione lukacsiana: dalla filosofia del saggismo di L’anima e le forme, cui Masini dedica alcune interessanti pagine, alla filosofia della storia insieme hegeliana e pessimistico-romantica di Teoria del romanzo, sulla quale si sofferma, con la sua consueta lucidità, Cesare Cases, criticando anche l’interpretazione che, nel lontano ’68, ne aveva tentato Asor Rosa su Contropiano. Ma il maggior numero di interventi è dedicato, com’era naturale, alle complesse vicende del Lukács marxista, segnate anch’esse, teoricamente e politicamente, da fratture profonde. Al marxismo critico e rivoluzionario di Storia e coscienza di classe, testo privilegiato del ’68 (su questo rapporto vedi le considerazioni, un po’ troppo liquidatorie, di Bedeschi), fanno seguito la profonda autocritica degli anni ’30, le concessioni tattiche allo stalinismo imperante (che Tertullian ci invita a non sopravvalutare), ma anche la giusta presa di distanza dagli aspetti idealistici e messianici del pur affascinante libro del ’23.

Quello degli anni ’60 poi (a questo periodo risale l’elaborazione della Ontologia dell’essere sociale, di cui nell’81 è stata completata, a cura di Alberto Scarponi, l’edizione italiana) è, ancora una volta, un altro Lukács. Alla critica della burocratizzazione del socialismo reale e a quella del capitalismo occidentale come sistema dell’universale manipolazione, si affianca qui l’ambizioso tentativo teorico di delineare le strutture generalissime di quell’ambito di realtà che Lukács definisce appunto essere sociale: il suo fondamento, il principio a partire dal quale i suoi vari momenti devono essere spiegati, l’autore della Ontologia lo individua nella categoria del lavoro, inteso come attività teleologia e, seguendo il Marx del Capitale, come una «necessità naturale eterna» dalla quale mai possono emanciparsi gli uomini che devono riprodurre la loro vita mediante l’appropriazione e il dominio sulla natura. L’ultimo Lukács, con la sua pretesa di sviluppare l’ontologia marxista del sociale, rompe decisamente sia con le concezioni storicistiche (impermeabili ad ogni riflessione sul permanente), che con quelle epistemologiche, accusate di buttare a mare l’oggettività della conoscenza riducendola a convenzione, a pragmatica, a manipolazione; è naturale, quindi, che proprio attorno a queste questioni si accenda più vivace la discussione. Sul carattere al tempo stesso coerente ma inattuale, aristotelico, reazionario, di questo connubbio tra ontologia e marxismo insiste Cacciari: esso avrebbe solo il paradossale merito di mostrare che la prassi non ancora ridotta a volontà di potenza, e tesa anzi a realizzare fini giusti ed universali, non può legittimarsi che in un quadro ontologico-classico, e finisce quindi per autodistruggersi con le aporie di questo. Non resterebbe, allora, che la potenza effettuale dei contemporanei saperi senza fondamento; ma come si può pensare, a partorire da essi, di riuscire a concepire anche solo una politica che sia più che un cieco operare?

Sul fronte opposto si collocano le riflessioni, più interne al marxismo di Scarponi e di Prestipino; indubbiamente quest’ultimo ha ragione quando rileva, come limite dell’ultima grande opera di Lukács, la sopravvivenza di quella teoria della conoscenza come rispecchiamento che sembra difficilmente conciliabile con una prospettiva dove il lavoro si pone come mediazione reale, e dunque anche conoscitiva, tra uomo e mondo. Ma entrambi questi studiosi concordano, e secondo me a ragione, nel rivendicare l’attualità, anche per il marxismo odierno, del testamento filosofico lukacsiano: l’indagine sull’evoluzione storica della società, che peraltro non può prescindere dall’analisi delle sue basi naturali, si spezzetterebbe nella più completa incoerenza se non riuscisse a determinare anche degli elementi costanti, o almeno relativamente permanenti; il tentativo di Lukács in questa direzione s’inserisce con pieno diritto nelle ricerche odierne volte al ripensamento o alla ricostruzione del materialismo storico.

Altrettanto interessante mi sembra, per chi non rinunci a pensare l’agire politico in termini di razionalità e universalità, il nesso che l’autore dell’Ontologia stabilisce tra le prospettive storiche più generali dell’evoluzione sociale e la lotta per il superamento del capitalismo e in generale della società estraniata: «il socializzarsi sempre più accentuato dei rapporti sociali (individuali e collettivi), prodotto dallo sviluppo economico, contrasta ormai con il dominio sugli uomini da parte dell’economia» (cito dal saggio di Scarponi); esso pone pertanto all’ordine del giorno la questione di un ulteriore passo avanti nella «denaturalizzazione» dei rapporti sociali e dunque quella di una «regolazione razionale dello stesso sviluppo delle forze produttive».