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di Stefano Petrucciani

«il manifesto», 20 luglio 1991.


Vent’anni fa, nel giugno del 1971, moriva a Budapest quello che forse è stato il più grande intellettuale marxista di questo secolo, György Lukács.

Sebbene sia lungo, ormai, il tempo che ci separa dalla sua morte, una valutazione complessiva della sua figura di militante politico e di intellettuale è ancora di là da venire: la sua complessa biografia non si conosce ancora in tutti i particolari, e ciò è vero soprattutto per quanto riguarda la permanenza a Mosca durante il periodo più cupo dello stalinismo (di certo si sa che il grande filosofo ungherese fu arrestato nel 1941, per due mesi, ma in un periodo in cui si era fermata l’ondata di esecuzioni degli anni precedenti).

Un dato comunque resta innegabile, politicamente parlando Lukács si è vissuto sempre come un militante interno al movimento comunista mondiale, che però non ha mancato di prendere all’occasione posizioni critiche nette e rischiose: così fu durante il ’56 ungherese, che vide Lukács far parte del governo Nagy o poi imprigionato e deportato dai sovietici. E così fu anche nel 1968: Lukács disapprovò, ovviamente, la repressione da parte dei carri armati sovietici della primavera di Praga, e scrisse, proprio a ridosso di quegli eventi, un testo sulla democrazia e sulla necessità di riforma del socialismo (L’uomo e la democrazia, tradotto in italiano da Lucarini) che resta il suo testamento politico.

È abbastanza paradossale, perciò, che oggi, dopo il terremoto dell’89, scenda la cortina del silenzio proprio su colui che aveva gridato da molto tempo, e invano, che le cose non potevano continuare così com’erano.

Ma se oggi la cultura dominante gongola all’idea di aver ricacciato una volta per sempre Lukács nel dimenticatoio, io credo che a lungo andare l’operazione si rivelerà più difficile del previsto: nella storia della cultura e della filosofia del Novecento, Lukács, piaccia o non piaccia, ha scritto pagine che non sarà tanto facile cancellare.

E giova perciò ricordare, intanto, che la sua storia intellettuale non è affatto riducibile al marxismo, con il quale si identificò a partire dal grande scossone del 1917.

Già nell’11, infatti, Lukács aveva pubblicato in tedesco quel libro su L’anima e le forme che oggi può essere legittimamente considerato come il primo e cospicuo documento dell’esistenzialismo di questo secolo. Poi venne, dopo la totale conversione rivoluzionaria, quel grande testo di marxismo «iperfilosofico» che è Storia e coscienza di classe (1923): con questo libro Lukács immette nel dibattito filosofico del secolo quella categoria di «reificazione» che saranno in molti a riprendere e a riutilizzare.

Non a caso Lucien Goldmann, poté scrivere, a questo proposito, che non si comprende Essere e tempo di Heidegger (1927) se non lo si legge anche come una risposta al mai nominato Lukács. I grandi lavori dell’ultima fase lukacsiana (l’Ontologia e i Prolegomeni) risentono indubbiamente di una certa prolissità e aridità di scrittura; tuttavia anch’essi andrebbero compresi inquadrandoli (come ha indicato Nicolas Tertulian) in quella ripresa novecentesca dei temi ontologici i cui protagonisti sono, in direzioni diverse e contrapposte, da un lato Martin Heidegger, e dall’altro Nicolai Hartmann e Lukács stesso.

Il filosofo ungherese, perciò, resta con pieno diritto uno dei protagonisti della storia intellettuale di questo secolo; è questo un dato che né la crisi del marxismo né il crollo dei regimi di «socialismo reale» possono cancellare.

È anche vero però, d’altro canto, che non si può leggere Lukács facendo astrazione dalla storia del movimento comunista di cui egli è stato sempre una parte, e talvolta anche un protagonista. Non meraviglia perciò che ci siano di questi tempi, soprattutto nella sua patria, l’Ungheria, discussioni e polemiche sulla storia politica di Lukács e sulle sue scelte decisive.

Ne parliamo in questa pagina con il filosofo ungherese Tibor Szabó, che insegna all’università di Szeged e che ha scritti libri e saggi occupandosi in particolare di Lukács e di Gramsci.