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di Stefano Petrucciani

«il manifesto», 20 luglio 1991


La società ungherese, come tutte quelle dell’Est, vive un processo di trasformazione tumultuoso e radicale. Come si ridefinisce, in questo contesto, il rapporto con una figura come quella di Lukács, che tanto peso ha avuto nella cultura ungherese ed europea del ’900?

«Per discutere questo punto – risponde Tibor Szabó, incontrato a Roma, all’Accademia di Ungheria – bisogna tener presente quella che io chiamo la doppia svolta che ha segnato lo sviluppo ungherese nell’ultimo periodo. La prima svolta, nell’88, andava nella direzione di un socialismo riformato: allora Lukács poteva funzionare come un punto di riferimento importante. Proprio nell’88 fu pubblicato per la prima volta in Ungheria il libro sulla democrazia, che Lukács aveva scritto 20 prima: come filosofo che si era sempre battuto per la riforma del socialismo, offriva uno sfondo utile ai comunisti critici che si muovevano in quella direzione. A partire dall’autunno ’89 le cose sono cambiate profondamente: vi è stata una seconda svolta, e le forze che si battevano per un socialismo riformato sono state sostanzialmente emarginate, hanno perso la loro base di consenso. Oggi perciò è forte la tendenza a considerare Lukács nient’altro che un ideologo del marxismo, appartenente quindi a una fase tramontata della storia ungherese».

Ciò significa che Lukács viene demonizzato perché era un comunista oppure semplicemente che non viene più letto e studiato?

No, direi che non si arriva a questo punto; i libri di Lukács vengono di tanto in tanto ristampati, e nelle università hanno ancora una certa fortuna, anche se minore. Del resto anche in passato la fortuna di Lukács ha sempre avuto fasi alterne, perché molto dipendeva dal corso politico di volta in volta prevalente.

Ci sono state iniziative per ricordare i vent’anni dalla morte di Lukács?

Sì, sono stati organizzati due convegni di un certo rilievo: uno all’università di Szeged, dedicato al pensiero di Lukács e a quello di Gramsci. Un altro all’università di Debrecen, organizzato da Mihály Vajda, esponente di quella che una volta si chiamava la Scuola di Budapest. È stata un’occasione interessante: per la prima volta dal ’73 (l’anno in cui ci fu la condanna ufficiale della Scuola di Budapest e l’emigrazione di Ágnes Heller, Ferenc Fehér e altri) si sono ritrovati insieme in Ungheria tutti gli esponenti della vecchia scuola di Lukács.

Immagino che i giudizi a proposito del vecchio maestro non siano stati molto teneri….

Sì, in realtà le valutazioni complessive del ruolo di Lukács, tra quelli che furono suoi allievi, sono oggi molto differenziate. Vajda, parlando del rapporto tra filosofia e politica, ha svolto un paragone tra Heidegger e Lukács e ha concluso che è vero che Heidegger ha aderito al nazismo, ma solo per pochi mesi; mentre invece Lukács ha appoggiato il comunismo staliniano per molti anni. Anzi, Vajda sostiene addirittura, e questo mi sembra totalmente assurdo, che Lukács è rimasto stalinista anche dopo il ’56. Diversa è la posizione di Heller e di Fehér: anche se hanno mutato profondamente le loro idee politiche, entrambi parlano ancora di Lukács come di un maestro, e riconoscono in lui «il più grande filosofo ungherese del secolo».

Nella biografia politica di Lukács, che ha attraversato tempeste e drammi storici enormi, dalle purghe staliniane alla invasione sovietica dell’Ungheria nel ’56, ci sono molti aspetti su cui è ancora difficile dare un compiuto giudizio storico. Come valuti, per esempio, il ruolo di Lukács nella rivoluzione ungherese del ‘56, e nel periodo immediatamente successivo?

Questo è uno dei punti ancora oggi molto discussi. È noto che Lukács accettò di essere nominato ministro dell’educazione nel terzo governo Nagy, un governo che durò solo pochi giorni. Tuttavia non assunse mai le sue funzioni e non si può dire che condividesse la linea di Nagy, soprattutto perché riteneva sbagliato voler uscire dal Patto di Varsavia. Lukács restava un comunista, mentre Nagy poteva essere definito un riformatore socialista. Quando arrivarono i carri armati, però, Lukács si rifugiò con Nagy nell’ambasciata iugoslava; molti anni più tardi, nell’autobiografia (Pensiero vissuto), disse tuttavia che questa scelta fu un «errore grossolano».

Perché un errore grossolano?

Perché in questo modo si accomunava a Nagy, di cui in realtà non condivideva e non approvava le posizioni politiche. Poi furono tutti deportati in Romania, ma mentre Nagy e altri furono condannati a morte, Lukács fu rilasciato e poté rientrare in patria nell’aprile del ’57. A mio avviso ciò fu possibile perché Lukács riconobbe la legittimità del nuovo governo Kádár; la cosa risulta da una lettera, di cui in Ungheria sono state pubblicate alcune frasi, che ebbi modo di leggere nell’archivio del Partito ungherese, e che risale al dicembre ’56. Del resto è ben noto che Lukács si è trovato spesso, nel suo lungo percorso, in situazioni dove bastava poco per rimetterci la pelle. Non gli costava molto fare qualche concessione politica, se questa poteva servire a restituirlo a quella che per lui era la sua missione fondamentale, l’attività di studioso e di filosofo marxista.

Questo vale anche per le concessioni che Lukács fece allo stalinismo?

Sì; la cosa importante, per lui, è sempre stata quella di seguire la sua strada. Io credo che non sia mai stato veramente stalinista, anche se in alcuni momenti ha dovuto fare delle concessioni e anche se penso che abbia condiviso alcuni aspetti dell’ideologia staliniana. In ogni caso ritengo che su questo punto si debba fare un ragionamento con molte sfumature, che tenga conto della complessità di Lukács. Un esempio: nel periodo moscovita ha scritto molte critiche letterarie favorevoli ai brutti romanzi del realismo socialista. Secondo me si sente che non lo faceva solo per concessione; c’era della convinzione in quello che scriveva. Però non bisogna dimenticare l’altro aspetto: Lukács dal ’38 fino alla fine della guerra ha lavorato al libro sul giovane Hegel, che non è solo una interpretazione originale, ma anche una fortissima difesa di questo grande pensatore. Questa era una vera e propria sfida al regime stalinista, perché Hegel veniva considerato, soprattutto da Ždanov, un ideologo della reazione feudale contro la rivoluzione francese. Quindi non era cosa da poco un’impresa culturale come quella di Lukács, che sosteneva la tesi esattamente opposta, e rivalutava Hegel in pieno.