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di Cesare Cases

«il manifesto», 20 luglio 1991


Leggo su un giornale che in Germania c’è stato un congresso hegeliano in cui tutti i partecipanti all’unanimità hanno condannato il grande pensatore di Stoccarda come precursore del totalitarismo. La canzone è vecchia, ma l’unanimità è nuova. Dei giornali non c’è molto da fidarsi, ma conoscendo i moderni filosofi che nella guerra del Golfo vedono all’opera lo spirito del mondo (tra i convenuti c’era Gadamer, che fece esternazioni in questo senso anche alla Tv italiana) è probabile che la notizia sia autentica. Il totalitarismo, come è noto a tutti appunto dopo la guerra del Golfo, è definitivamente morto e seppellito. Il mondo è bello e santo è l’avvenire. Che resta ai filosofi se non disseppellire i loro colleghi compromessi con il totalitarismo (e sono tanti, se non tutti!) e processarli pubblicamente?

In questa operazione quelli che se la cavano meglio sono i totalitari di destra, sia perché hanno la fortuna di esserlo stato meno a lungo, sia perché si ha l’erronea impressione che siano già stati puniti una volta (mentre tutti cono consapevoli che la caccia alla Stasi serve a crearsi un alibi per la mancata caccia alle SS quarantacinque anni prima). Heidegger e Carl Schmitt sono usciti dalla prova più robusti che mai e servono magari da scusanti per i comunisti. Se un genio universale come Heidegger ha fatto dei passi falsi, allora anche Lukács… Forse perfino Hegel… E perché non Platone?

Grazie tante, non credo che Lukács sarebbe contento di questo tipo di assoluzione. In primo luogo «il compito dell’intellettuale» o «la responsabilità sociale del filosofo» di cui egli parlava non avevano niente in comune con il tuffo heideggeriano nella matrice del popolo redentore. Il discorso (forse del ’56) intitolato appunto La responsabilità sociale del filosofo e pubblicato da noi da Vittoria Franco nell’89, insiste sulla polarità tra etica e politica, rispolverando la problematica distinzione tra morale dell’intenzione e morale del risultato del maestro di Lukács Max Weber, non già per chinarsi di fronte alle esigenze della seconda, come è accaduto allo scoppio della guerra del Golfo, bensì per sottolineare il momento kantiano della prima che impone di passare attraverso la libertà dell’individuo prima di fare i conti con la necessità.

Certo Lukács aveva molto peccato nell’identificarsi con la definizione engelsiana della libertà come «riconoscimento della necessità». Ma qui le distingueva bene. Si avvicinava la rivolta ungherese, in cui Lukács corse il pericolo di essere onorato da Cossiga al cimitero di Budapest insieme al suo amico Nagy. Nel discorso la coscienza dei problemi dell’etica è vista come elemento costitutivo del marxismo di fronte all’utopismo, che «pone uno stadio già pronto, i cui contenuti e le cui forme devono garantire la convivenza armonica degli uomini, la quale… piove dal cielo». Lukács sapeva benissimo che un’utopia che non passa attraverso gli individui rischia di diventare pura retorica al servizio dell’opposizione. Di qui la cautela con cui dopo le esperienze del ’56 e del ’68 si accingeva ad affrontare quei problemi dell’etica marxista che non giunse mai a trattare.

Davvero un caso diverso da quello di Heidegger, come il fascismo, almeno secondo la morale dell’intenzione se non di quella dei risultati, era ben diverso dal comunismo. Ma non si può dir questo a una società, sempre più mondiale, che vede le intenzioni come degli elementi di disturbo di fronte a splendidi risultati. Per Lukács, come per il giovane Hegel, l’«apragmosina filosofica», cioè la volontà di non prendere mai partito, era il male peggiore, mentre oggi sembra essere il sommo bene, e del resto non ci sono più partiti da abbracciare al di fuori della pura natura, delle etnie e delle razze. È vero che Lukács nei confronti dei PC avrebbe fatto meglio a praticare l’apragmosina, ma dopo tanti tentativi di correggerli, nutriti di illusioni idealistiche, alla fine della sua vita si ricredette e pare che abbia brontolato: «Se va tutto in malora, bisognerà ricominciare da qualche altra parte». Se ci fossero ancora delle bandiere, questo sarebbe il motto, in fondo abbastanza cauto e scettico, da scrivergli sopra.