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di Stefano Petrucciani

«il manifesto» 21 giugno 2007.


Se il marxismo filosofico è stato, qualsiasi cosa se ne voglia pensare oggi, un tassello fondamentale della cultura del Novecento, in esso un ruolo decisivo fu svolto dal libro che György Lukács scrisse nel 1922 e stampò l’anno dopo, Storia e coscienza di classe. L’occasione per ritornarci sopra è oggi la pubblicazione (per le Edizioni Alegre, con il titolo Coscienza di classe e storia. Codismo e dialettica, traduzione di Marco Maurizi, postfazione di Slavoj Žižek, euro 22) della replica che Lukács scrisse, tra il 1925 e il 1926, per rispondere alle accuse che gli erano state mosse dal marxismo ortodosso, e che erano state ufficializzate al quinto congresso dell’Internazionale comunista, tenutosi a Mosca nell’estate del 1924.

La rivoluzione perduta

Nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione d’Ottobre, Lukács è schierato con i comunisti di sinistra, che nel 1920 danno vita alla rivista «Kommunismus» e che vengono prontamente bacchettati da Lenin, anche perché sostengono la tesi estremista del rifiuto di partecipare ai parlamenti borghesi. Ma la speranza che la rivoluzione russa possa innescare un processo a catena in Europa viene rapidamente perdendo consistenza: e il movimento comunista si viene chiudendo nel segno della bolscevizzazione dei partiti comunisti europei e della loro netta dipendenza da Mosca, unica roccaforte trincerata di fronte a un’Europa dove montano i fascismi.

È in questo contesto difficilissimo, dove le lotte intestine e le scomuniche si sprecano, che Lukács lancia, col libro del ’23, la sua provocazione: una rilettura tutta filosofica, fortemente soggettivistica, del marxismo, che si gioca fondamentalmente su due piani. Da un lato legge la dialettica marxiana dialogando con tutto il miglior pensiero europeo, con Hegel, con Max Weber, col neokantismo: quel pensiero del quale si era nutrito il Lukács premarxista, l’autore di opere suggestive come L’anima e le forme e la Teoria del romanzo. Dall’altro rilancia il carattere soggettivo, quasi decisionista, dell’azione politica rivoluzionaria; rivendicando, questa volta, la lezione politica di Lenin contro il ripiegamento oggettivista e determinista che caratterizzerà, da lì in avanti, la filosofia ufficiale del movimento comunista. Quasi per costruire una filosofia della rivoluzione nel momento in cui la rivoluzione reale segna il passo, e anzi dà mostra di involuzioni burocratiche e ripiegamenti autoritari.

Inutile forzatura

Entrambi gli aspetti del libro di Lukács erano assolutamente indigesti ai custodi del marxismo ortodosso. Lukács viene immediatamente bollato come «idealista», e fatto oggetto di critiche pesanti alle quali risponde con il lungo testo inedito del quale viene ora pubblicata la traduzione italiana. Nella polemica, entrambe le parti rivendicano l’autenticità del loro «leninismo» (Lenin muore nel 1924), e in essa si intrecciano temi politici a questioni più prettamente filosofiche. Nella sua post-fazione Slavoj Žižek insiste, volendo posizionarsi in modo provocatorio e controcorrente, sul punto che sarebbe riduttivo limitarsi a leggere oggi Storia e coscienza di classe come il testo fondativo del cosiddetto «marxismo occidentale», come il libro di un raffinato filosofo che mette in comunicazione il marxismo con i temi più importanti del pensiero del Novecento. Bisognerebbe, al contrario, leggere Lukács come l’originale «filosofo del leninismo», prendendo le distanze dalle interpretazioni più storico-culturali che finiscono per depoliticizzarlo.

La lettura che Žižek propone sarà anche controcorrente ma è una inutile forzatura. Se il libro di Lukács è stato così importante nel pensiero del Novecento, se è stato perfino circondato da un certo alone mitico (l’autore tra l’altro non volle mai ristamparlo, e lo fece solo nel 1967 premettendogli una lunga introduzione autocritica) non è perché proponeva una interpretazione decisionistica e attivistica del leninismo. Lukács è stato importante perché nel suo libro (e, parzialmente, in Marxismo e filosofia di Korsch, che esce nello stesso anno) viene riscoperta l’originaria vena dialettica del pensiero di Marx, che era stata occultata sia dal marxismo evoluzionista e positivista dell’ultimo Ottocento, sia dal marxismo neokantiano di personaggi come Max Adler, sia dalle ortodossie alla Plechanov.

Al centro della sua riflessione Lukács pone i concetti del feticismo e della «reificazione». Nella prima pagina del saggio più importante tra quelli che compongono il libro del ’23 così esordisce: «dobbiamo renderci chiaramente conto che la questione del feticismo delle merci è un problema specifico della nostra epoca, del capitalismo moderno». È nel mondo delle merci, infatti, che il rapporto tra gli uomini, un rapporto che ha una forma storica, specifica, determinata, viene occultato e si presenta ad essi come se fosse un rapporto tra cose. Le cose e le leggi impersonali dominano la vita sociale, occultando i reali rapporti (di potere e di espropriazione) che ne sono alla base.

Il debito di una generazione

Ora, è noto che per Lukács solo la classe operaia, che produce col suo lavoro questo mondo sociale e che al tempo stesso ne è espropriata, ha le potenzialità per superare la reificazione, e per porsi dunque come il vero soggetto autopoietico della storia, quello che l’idealismo tedesco aveva cercato invano. Ma questa evidente «mitizzazione» nulla toglie alla centralità della questione che Lukács solleva, e soprattutto alla fecondità di molti dei suoi temi per l’elaborazione di un pensiero critico del Novecento. Ricordiamone solo alcuni: il rilancio della categoria di totalità sociale, che impedisce di pensare in modo meccanico il rapporto tra base economica e sovrastruttura giuridica, politica, ideologica; il rifiuto della dialettica della natura engelsiana che ha poi dato luogo al famigerato Diamat sovietico; la concezione storico-critica della scienza naturale, che ne mette in rilievo i presupposti e i condizionamenti sociali ed esclude perciò qualsiasi teoria della verità scientifica come «rispecchiamento»; e si potrebbe continuare a lungo.

Proprio questa sua straordinaria capacità di innovazione del marxismo ha fatto sì che il libro di Lukács sia diventato una sorta di punto di riferimento inaugurale nei confronti del quale una generazione di intellettuali critici del Novecento ha contratto un debito durevole. Basti pensare a Adorno, a Marcuse, a Ernst Bloch, a Guy Debord. Ma con Storia e coscienza di classe non potrà fare a meno di confrontarsi anche il pensiero della parte avversa: non ha sbagliato, per esempio, chi ha visto nel grande libro di Heidegger del 1927, Essere e tempo, anche l’intenzione di proporre una lettura della reificazione alternativa a quella di Lukács, nel senso che una questione eminentemente storico-sociale è virata in una problematica esistenziale. Se vale la pena di rileggere Lukács, almeno quello del ’23, è perché ha avuto il merito di reinserire la teoria di Marx nel miglior pensiero del Novecento; e perché di Marx ha valorizzato l’intuizione più geniale, quel feticismo delle merci il cui potere incantatorio continua a espandersi sulle nostre società, nonostante che il pensiero europeo abbia smesso da tempo di occuparsi di Marx.

Il volume sarà presentato oggi a Roma all’interno dell’iniziativa Io leggo a Villa Gordiani. Appuntamento alle 19.30 al Palco Pasolini. Il testo sarà commentato da Marco Maurizi e Stefano Petrucciani.