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di György Lukács

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.

L’intervista è stata raccolta e pubblicata da Béla Hegyi in A dialógus sodrában (Il dialogo nella corrente), Budapest, Magvető Kiadó, 1978. È stata tenuta nel 1970.


Fu György Lukács a lanciare l’idea del dialogo. In una conferenza tenuta durante l’estate del 1956, egli richiamò l’attenzione sul fatto che «qualche rilevante teologo non desidera ignorare ancora a lungo il marxismo come una variazione del materialismo volgare, ma sente la necessità di un serio dibattito centrato sui suoi problemi. L’“attitudine conciliatrice” del cattolicesimo offre un’opportunità per entrare in contatto, per far partire un dialogo o un dibattito che cinque o dieci anni fa sembrava impensabile».

Lukács non solo fece pressione per il dialogo, ma egli stesso fu attivamente coinvolto in esso. Egli era aperto alla discussione da ogni lato. Sebbene non si stancasse mai nell’argomentare le sue posizioni, rispettò sempre le opinioni delle altre parti, in particolare quando queste convinzioni erano fondate in una fede vissuta e in un orientamento intellettuale e non coinvolgevano una flagrante contraddizione tra fede e azione.

Oggi, a 85 anni, egli è l’uomo più famoso in Ungheria. Per chiunque – marxista e non marxista, credente o non credente – è appassionante ascoltare le sue concezioni.

All’inizio della nostra conversazione egli mi ricorda: «Non do interviste, ma lei può prendere nota».

Più tardi ammorbidisce la sua attitudine: «Non mi importa se pubblicate tutto, a patto che non sia sotto forma di intervista. Durante il mese scorso, così tanti giornalisti sono venuti a vedermi che ne ho avuto abbastanza di loro. Dopo tutto, non sono una stella del cinema, né sono un Nixon che ha risposte stereotipate per tutte le domande, cioè un “immagine”. Sono uno scrittore, risolva questo problema …»

Il filosofo e il politico

È raro che una persona sia allo stesso tempo teorico e politico. Secondo l’opinione di Marx, l’ideologia è necessaria, prima, per rendere coscienti i conflitti sociali e, secondo, per servire nella lotta per la loro soluzione. Con minori riserve, lo stesso si applica alla politica. Comunque, i conflitti sociali sorgono a livelli differenti e raggiungono proporzioni differenti. Di conseguenza, non è una semplice possibilità che Lenin, il politico, ponga a se stesso il compito di risolvere contraddizioni concrete. Per compiere ciò egli tentò si selezionare (fuori dalla catena degli eventi) l’anello cruciale, afferrando il quale sarebbe stato il padrone dell’intera catena.

D’altro canto, il compito di un pensatore o di un filosofo non è di interessarsi di problemi che riguardino propriamente la sfera della politica, ma di risolvere i grandi problemi teorici di un’epoca. Senza dubbio, egli offre, in tal modo, un grande servizio ai politici, senza necessariamente rendergli possibile negoziare immediatamente questo principio con idee applicabili alle loro tattiche. I grandi teorici del marxismo diedero priorità alla scienza e alla teoria; tattica e strategia erano il risultato dell’analisi marxista. Stalin era incapace di adempiere a questo doppio ruolo del teorico marxista e del leader della classe operaia. Lo stalinismo soffocò la teoria marxista: egli forgiò tattica e strategia secondo la situazione politica corrente, facendo quindi la cosa peggiore che si possa fare indossando gli abiti teorici.

Il suo posto nella filosofia

Non sono un politico ed è anche sicuro che non sono un nuovo Marx: Marx legge la realtà, io sto leggendo Marx. Non confondiamo i livelli … Forse il movimento operaio farà nascere un nuovo Marx, ma né Engels né Lenin possono essere comparati a Marx riguardo alla ricchezza del suo pensiero. Ma oso affermare che io ho capito Marx al massimo. Il mio ruolo può essere riassunto così: tracciare la direzione del lavoro teorico per coloro che vengono dopo di me. Se ho successo nello scoprire il metodo corretto, allora posso dire che ho vissuto bene, che era degno vivere. Se ho avuto ragione o no, sarà noto soltanto venti anni dopo la mia morte. Non ci sono pensatori che hanno giudicato tutte le questioni e situazioni correttamente. Marx è il solo che ha avuto ragione in molti casi …

L’inizio

L’evoluzione intellettuale di Marx è ininterrotta. Non posso fare la stessa affermazione riguardo alla mia. Devo ammettere, senza tentare di abbellire la storia, che sono arrivato al marxismo relativamente tardi, all’età di 35 anni, sebbene prima mi sia interessato a Marx durante gli anni della scuola secondaria.

I  miei ideali esercitarono una profonda influenza sulla mia vita. Importa, specialmente a una certa età, chi scegliamo come modelli. L’influenza decisiva che Ady[1] esercitò sulla mia vita culminò durante la lotta implacabile contro lo stato delle cose in Ungheria e, attraverso di questo, contro tutto ciò che prevaleva a quel tempo. Ho già vissuto a lungo una tale concezione della vita nella mia gioventù, senza essere capace di articolare i miei sentimenti. Per molto tempo, malgrado diverse riletture, ero incapace di apprezzare il grado in cui ciò è chiaro in Marx, così non potevo fare uso della sua critica dei sistemi filosofici kantiano ed hegeliano. Ciò che non comprendevo in Marx mi è diventato evidente nell’attitudine di Ady, il poeta.

Dal primo incontro con Ady, non potevo liberarmi dalla sua irrequietezza; mi ossessionava e rimaneva alla superficie in tutto il mio pensiero, sebbene per molto tempo fossi incapace di sollevarlo al livello della coscienza in una maniera adatta alla sua importanza. Ero separato dal XX secolo e dall’Occidente a causa della mia avversione verso la cultura occidentale. Ero convinto che tradurre gli scrittori dell’Occidente in ungherese non aiutasse l’Ungheria. Quando fui, per la prima volta, disposto ad ammettere nella mia concezione del mondo la trasformazione interna dell’uomo come il fattore principale nell’effettuare una riforma sociale, ho incorporato in questa concezione del mondo i grandi scrittori rivoluzionari russi Dostoevskij e Tolstoj. Ciò coincise con la mia convinzione che dal punto di vista metodologico, l’etica si sollevi sulla filosofia della storia. L’idea divenne la base ideologica del mio coinvolgimento nel mondo ed è sorta dalla mia esperienza di Ady. Non nego che, a quel tempo, l’ideologia religiosa aveva un’influenza egualmente forte su di me, specialmente il movimento della riforma medievale.

Il fatto che mediante Ervin Szabó venissi a sapere di Georges Sorel e degli unionisti contribuì a modellare l’influenza Hegel-Ady-Dostoevskij in una concezione del mondo che sentì, a quel tempo, come rivoluzionaria. Questa concezione rivoluzionaria senza rivoluzione divenne la base ideologica della mia amicizia con Béla Balázs[2], il cui appartamento fu il luogo di incontro degli amici che, alla fine della Prima Guerra Mondiale, fondarono la Libera Scuola delle Scienze Umane. Sia in Occidente che in patria, l’importanza di questa scuola è stata sopravvalutata, perché io non vi potei trovare risposte alle nuove questioni che erano sorte, cioè «Dove andare? Qual è la soluzione?». Con i suoi membri – Károly Mannheim, Arnold Hauser, Kàroly Tolnay[3] – me la passai bene, malgrado le differenze ideologiche. La mia critica romantica del capitalismo entrò in crisi. Sebbene nella mia generale concezione del mondo ero già in movimento da Hegel verso Marx, questo cambiamento era percettibile solo nella non facile coesistenza della dottrina hegeliana, considerando lo sforzo per una trasformazione interna e l’orientamento rivoluzionario marxista.

Devo rilevare che il mio idealismo non si manifestò mai con più appassionata intransigenza che durante il periodo transitorio, quando stavo coscientemente sforzandomi di superarlo. Passo dopo passo mi avvicinai al punto dove ero capace di superare il dualismo di materialismo e idealismo nel mio pensiero e passare a raggiungere una concezione del mondo materialista-marxista. Fu soltanto durante la mia permanenza a Mosca, che seguì la mia emigrazione a Vienna nel 1919, che riuscì a risolvere le questioni della precedente prospettiva.

Problemi teoretici

Notiamo l’inizio di una reale rinascita marxista. Sempre più gente riconosce che il marxismo fornisce l’unica soluzione praticabile all’attuale crisi mondiale. Se desideriamo garantire la sua autorità in tutti i campi, allora dobbiamo cercare di trasformarlo in modo tale che possa essere rispettato da tutti. Il metodo del marxismo è il metodo corretto per risolvere i problemi del socialismo e del capitalismo senza ricorrere alla violenza. Ma soprattutto dobbiamo raggiungere la nostra propria comprensione dell’essenza del marxismo e anche dei grandi cambiamenti che sono avvenuti da Marx in poi. La precondizione di questa comprensione è la continuazione dell’opera di Marx in ogni campo della teoria marxista, partendo dal punto in cui Marx lo lasciò nel 1883, e analizzare accuratamente nello spirito di Marx eventi nel nostro stesso tempo. Durante questi ultimi ottanta anni, molti cambiamenti sono avvenuti nel campo delle scienze naturali, della tecnologia, della produzione, dell’economia e anche nella struttura del capitalismo, che non erano prevedibile al tempo di Marx. I marxisti contemporanei non hanno, per esempio, ancora dato una spiegazione soddisfacentemente scientifica per spiegare l’alternanza delle crisi cicliche del capitalismo, sebbene i cambiamenti avvengano nel capitalismo come altrove. Ci sono ancora oggi persone che, aprendo il giornale, si aspettano di leggere del collasso finale del capitalismo in America e l’attesa del sorgere del socialismo.

Una visione egualmente fuorviata sostiene che la situazione è cambiata così tanto che il capitalismo non può più essere a lungo chiamato capitalismo. Parlando generalmente, le leggi marxiane sono valide per il capitalismo, ma richiedono aggiustamenti. È anche cruciale per il socialismo che noi vediamo il mondo, includendo il capitalismo con tutte le sue caratteristiche, dal punto di vista marxista. Ma noi dobbiamo fare attenzione che senza un’analisi appropriata del processo economico, ogni valutazione è soltanto saggezza popolare. Vedo nel tatticismo, che è una sorta di opportunismo, l’ostacolo alla ripresa del lavoro teorico. Invece di applicare l’intelligenza al miglioramento e alla critica della prassi, la sottoponiamo ai bisogni momentanei. Il nostro opportunismo si manifesta anche in un’altra maniera: anche adesso, 120 anni dopo il Manifesto Comunista – e 50 anni dopo l’instaurazione del primo Stato marxista – n on abbiamo ancora pubblicato le opere complete di Marx. Diverse carte scritte da Marx – tra di loro le note che egli preparò per Il capitale – sono coperte dalla polvere in archivi inaccessibili. Ciò non ha scuse.

La società socialista sta adesso affrontando il compito di stabilire una democrazia qualitativamente nuova, fino ad oggi sconosciuta. Respingo l’adozione della democrazia borghese alla società socialista. Ciò non risolverebbe alcun problema. Non posso parlare adesso di come sarà questa democrazia, ma ti ricordo i primi giorni della Rivoluzione Socialista, dei soviet degli operai, dei contadini e dei soldati, della democrazia degli operai, dei contadini e dei soldati. Parlo di ciò in abstracto. Tenteremo un’elaborazione teorica di questa democrazia, adattandola alle esigenze dei nostri tempi, così che questa democrazia può sorgere in accordo con i bisogni della nostra società. Mi sono sempre opposto alla burocrazia e alla manipolazione sia nell’arte sia in politica. Sono convinto che il conseguimento di una “piccola” democrazia risolva i problemi della nostra vita quotidiana e, a sua volta, conduca allo smantellamento della burocrazia. Lo studio del marxismo preparerebbe la strada per l’organizzazione di una tale democrazia.

La stessa prassi accentua l’urgenza di elaborare un’etica marxista. Non sono convinto che il progresso economico è onni-determinante, che l’abbondanza di beni materiali e il continuo miglioramento dei livelli di vita risolveranno tutti i problemi e produrranno automaticamente il comunismo. Gli uomini fanno la propria storia, ma non sotto circostanze che essi hanno scelto. L’etica nel senso di una scienza autonoma, com’è concepita dalla filosofia borghese, non esiste. L’uomo adatta se stesso al suo ambiente e il compito dell’etica è di delucidare la storia, l’essenza, e la valutazione delle attività umane. Secondo la mia opinione, ciò è un fondamentale compito filosofico. L’esistenza o la non-esistenza di certe categorie è una questione molto importante. La costruzione di un sistema categoriale che sia capace di rendere conto della realtà di ciò che consideriamo reale, è indispensabile per il marxismo, se esso deve combattere con successo l’aberrazione che sorge dalle proprie caratteristiche materialistiche, e se esso deve intensificare le sue critiche delle posizioni esistenzialistiche e neopositivistiche. Dobbiamo elaborare un’ontologia marxista tale che contenga l’unità del materialismo storico e dialettico. Questa impresa deve essere condotta sulle basi di una concezione che sia storica (in natura) – senza cadere nell’errore del relativismo – che sistematica, senza tradire la storia. Finché questo compito non sia stato completato, i marxisti non saranno equipaggiati per combattere, per esempio, le tendenze irrazionalistiche à la Marcuse, o neopositivistiche, e saranno specialmente impossibilitati a combattere le concezioni pseudorazionalistiche dello strutturalismo.

Che cos’è umano

Rifuggo da questo termine perché ognuno intende qualcosa di differente da ciascun altro. Il termine “umano” è diventato una fraseologia di moda. Marx elevò l’essenza di questo termine nelle sue Tesi su Feuerbach: ogni uomo vivrebbe una vita adatta alla specie, una vita che permetta il pieno sviluppo dell’individualità. Se l’attività di uno lo rende umano o inumano dipende dai bisogni che egli desidera soddisfare. Aspirare alla soddisfazione di bisogni irreali – proprietà privata, corruzione – rende inumani. Al contrario, la soddisfazione di bisogni reali rende progressivamente più umani. Il bisogno più essenziale dell’uomo è di essere uomo quanto più è possibile e sviluppare l’umanità propria e dei propri cari.

Questa è la strada verso lo sviluppo dei bisogni umani e questo è come noi realizziamo in noi stessi la totalità della nostra essenza. Nel passato i grandi riformatori della nostra cultura erano principalmente predicatori idealisti o umanisti idealisti. Consideriamo soltanto Savonarola, Rousseau, Robespierre e Tolstoj. Questi riformatori iniziarono a dare forma alla vita umana dall’“alto”: anima, etica e la trasformazione della vita interiore dell’uomo erano intese come gli strumenti che avrebbero trasformato e, quindi, rinnovato completamente le condizioni esterne della vita dell’umanità.

L’umanismo socialista abbraccia la vita di ogni uomo intelligente e non soltanto quella di una classe. Intende trasformare la vita mediante la libertà acquisita nell’attività costante. Secondo Marx, evolviamo dall’essere naturale nella persona umana: da animale relativamente superiore alla specie umana, all’umanità mediante la trasformazione interna ed esterna della realtà sociale. Egli definisce il Regno della Libertà come «lo sforzo umano che è un fine in se stesso», che è ricco abbastanza in modo che l’individuo e la società lo riconoscano come un fine in se stesso.

Ma la condizione, per liberare il percorso sociale per la realizzazione dell’attività umana è un fine in se stesso, è che il lavoro debba passare interamente sotto il dominio dell’umanità in modo tale che il lavoro non sia «semplicemente il mezzo per sopravvivere», ma il bisogno primario. L’umanità deve passare oltre la costrizione della propria riproduzione. Marx considera tutte le conseguenze dello sviluppo storico e conclude che la storia reale può iniziare soltanto con il comunismo come la forma più alta di socialismo. Il comunismo per Marx non è una visione utopica della futura attualità; al contrario, è l’inizio del dispiegarsi delle forze veramente umane che furono create e inoltre migliorate in una maniera paradossale come i mezzi più importanti verso il divenire umano.

Progresso

Credo nel progresso, anche se esso non implichi un miglioramento completo. La natura ineguale del progresso non esclude, malgrado i suoi aspetti negativi, lati positivi. La strada per la comprensione della realtà è molto più lunga di quanto si voglia immaginare; infatti, non ha fine. Ci si può occupare di se stessi, usando le opportunità proprie; si ha la possibilità. Si può fare uso anche delle sfortune. Ogni uomo fa la propria storia.

Letteratura contemporanea

La letteratura oggi è troppo pratica; potrei anche dire che si muove su livelli di best sellers. Non vedo geni come Thomas Mann o Goethe. Gli scrittori preferiti – Joyce, Green – sono buoni scrittori ma sono lontani dall’essere grandi. La nostra letteratura è mancante proprio di ciò che la rese grande nei primi tempi, per esempio, la letteratura dell’Illuminismo da Voltaire a Diderot e Rousseau. Naturalmente, ci sono delle eccezioni: alcune parti delle opere di teatro di Hochhuth[4], la sua Antigone di Berlino, il Biliardo alle nove e mezza di Böll o La visita della vecchia signora di Dürrenmatt. Ma anche qui si deve fare una distinzione. Non penso che qualche [altra] opera di Dürrenmatt sia vicina a La visita della vecchia signora. Sebbene la nostra letteratura non veda la sua missione nella maniera che era definita a partire da Omero e dalle tragedie greche, essa immagina di creare qualcosa di nuovo: in ciò delude se stessa. Si pensi come se la letteratura abbia rinunciato alle sue reali possibilità, che non sono ovviamente dirette possibilità. Intendo che non era necessario che i lettori di Diderot distruggessero la Bastiglia; ma sono convinto che senza Rousseau e Diderot, la nuova ideologia, che condusse alla distruzione della Bastiglia, non sarebbe nata. Comunque, non è soltanto la letteratura che trascura il suo ruolo di trasformatrice della società; scienza e filosofia fanno lo stesso. Non considero decisivo l’impegno degli scrittori.

Comunque, ciò non significa che vorrei disprezzarlo. Ma non si può ignorare il fatto che c’erano grandi scrittori come Lessing e Heine, ecc. che rifiutarono di prendere una posizione politica o di appartenere a un partito. Allo stesso tempo, il poema di Heine Deutschland è una condanna della Germania molto più radicale di quanto qualsiasi politico di quel tempo abbia potuto formulare. Di conseguenza, sono convinto che quanto più veramente la grande poesia e la grande letteratura rappresentano l’uomo e quanto più penetrante è l’analisi che fanno dei problemi, che riguardano l’uomo, tanto più decisivo è il ruolo che svolgono nel preparare ideologicamente la trasformazione e lo sviluppo della società.

La letteratura non può, di conseguenza, abbandonare il suo ruolo nell’offrire prospettive all’umanità. Naturalmente, ciò non è nuovo. Troviamo questo già nell’Ifigenia e per alcuni gradi nell’Iliade, quando Priamo va da Achille per chiedere il corpo di Ettore, un atto totalmente in contraddizione con le norme di quell’epoca.

Adesso, la lotta contro l’estraniazione è, invece, una lotta per la conservazione e lo sviluppo dei valori umani e questa lotta è combattuta sotto le condizioni economiche più favorevoli e sociali particolarmente sfavorevoli. Qui è dove la letteratura può sostenere più di quanto abbia mai fatto.

La crisi della religione

La morte dello Stato è molto lontana; così anche quella della religione. Adesso, ci sono milioni di credenti e i marxisti non possono ignorare questo fatto. È vero che la religione, ai nostri giorni, sta subendo una crisi senza precedenti, perché l’applicazione dei suoi comandamenti alla vita quotidiana è diventata problematica. Nessuno sa quanto sia profonda questa crisi o quanto a lungo durerà. Ma una cosa è certa: non è ancora la crisi assoluta o finale della religione. Sono un ateo radicale e sono convinto che la storia confermerà la mia opinione. Non possiamo ignorare il fatto che la religione ha profonda influenza su un numero di marxisti. Alcuni, come Bloch, Garaudy e Ernst Fischer, svolgono apertamente un ruolo con la religione e gli piacerebbe arrivare a un compromesso con essa. Disapprovo una tale attitudine perché oscura la distinzione tra le due concezioni della vita e inganna la gente.

Allo stesso tempo, possiamo affermare che i grandi problemi della nostra epoca hanno avuto un impatto su un largo numero di credenti; i grandi eventi della storia mondiale hanno lasciato la loro impronta su di essi, per la religione non è un fenomeno isolato, né è astratta ideologia pensata dalla sua sedia da un professore isolato: è piuttosto un concreto fenomeno sociale. La religione fa assegnamento su milioni di credenti che partecipano alla vita socio-storica e che sono costantemente influenzati più o meno da importanti eventi storici. Gli eventi storici mondiali hanno anche un impatto sulle masse di cattolici. Questa influenza è visibile nell’attitudine di coloro che tentano di superare le differenze tra i dogmi cattolici e le condizioni di vita dei lavoratori, dei contadini e degli intellettuali, e che tentano di risolvere questo antagonismo reinterpretando la religione.

Marxismo e Cristianità

Oggi, a causa della crisi della religione che investe la maggioranza dei credenti, essi sono diventati più sensibili verso il marxismo e non vorrei sottovalutare questa cooperazione nella sfera socio-politica. Quello di cui dubito è se oggi possano esistere un Thomas Münzer o un Savonarola. All’epoca di Lutero, dopo la Riforma, la coscienza delle masse fu determinata dalla religione per l’ultima volta. Nel XVI secolo, il Cattolicesimo subì una seria crisi a causa della Riforma. Il Cattolicesimo, fondato sull’ideologia feudale, sembrò aver perso la lotta contro le chiese protestanti, che sorsero dal suolo del primo capitalismo. Il significato sociale della Controriforma consistette nel fatto che aiutò la Chiesa Cattolica a spogliarsi del feudalesimo, che cercò il suo sostegno con altri mezzi e, allora, stabilì una stretta relazione con il primo capitalismo e il suo sistema politico contemporaneo – la monarchia. Il Cattolicesimo sopravvisse alla crisi del XVI e XVII secoli e riuscì a creare le condizioni per il [proprio] futuro sviluppo.

Ricordiamo soltanto i meriti di Barth, che sono, secondo la mia opinione, molto grandi. Durante il regime di Hitler egli si oppose al fascismo e, come conseguenza della sua resistenza, i cristiani credenti si allontanarono da coloro che servivano Hitler. Ma non sono sicuro che l’iniziativa di Barth si potesse chiamare un movimento rivoluzionario. A causa dell’aspetto religioso della vita e della sua valutazione cristiana che vanno perdendo progressivamente terreno, non credo nell’influenza decisiva della cristianità. Comunque, questo giudizio non mi impedisce di riconoscere il valore umano di certe persone come Simone Weil. Il suo destino è caratteristico delle personalità rilevanti. Le circostanze sociali producono occasionalmente problemi che possono trovare, in ogni epoca, una soluzione individuale. Sebbene lei fosse in contatto con altri movimenti sociali, Simone Weil seguì una traiettoria particolare. Ma lei stessa non poteva essere chiamata un “movimento” e mai lo diventerà. In paesi dove un movimento parte, e ciò è limitato al campo della teologia – per esempio, in Francia sotto l’influenza di Teilhard de Chardin – c’è un impatto sull’evoluzione sociale e politica soltanto nella misura in cui rimuove la barriera, che impedisce ai credenti di unirsi a qualche movimento progressista. A questo riguardo, il ruolo [di questi leader religiosi] è definitivamente positivo.

Il tentativo di Teilhard de Chardin

L’anno scorso una traduzione di uno dei miei articoli è apparsa in Világosság (Illuminazione). Esso poneva in rilievo l’opposizione tra marxismo e religione su ogni questione. Sostenevo che tutti i tentativi filosofici che cercano di mediare tra marxismo e cristianità sono teoreticamente infondati. Il marxismo è avanti nel rimuovere ogni trascendenza. Il tentativo di Teilhard de Chardin di riconciliare le due concezioni del mondo è un fallimento. Non posso immaginare di raggiungere il punto dove noi potremmo trovare una sintesi tra Tommaso d’Aquino e Marx. Non faccio questione dei risultati di Chardin in paleontologia; non di meno, nell’indagare una fisica non esistente e mostrare un’evoluzione di forze che culminano in Cristo, si è definitivamente ingannato.

Questo metodo mi ricorda un aneddoto ebraico su aglio e cioccolata che era di moda a Budapest durante gli anni Venti. Da soli, la cioccolata e l’aglio sono gradevoli. Ma insieme? Teilhard è un tipico esempio di cioccolata e aglio. Il mio scetticismo non è l’espressione della mia indifferenza verso l’epoca attuale. Noi continuiamo ad osservare un’intera serie di tradizioni religiose che hanno perso la loro importanza anche per i credenti e in tal modo entrambi, credenti e non credenti, hanno la stessa attitudine verso tali tradizioni. Comunque, noi non possiamo sottovalutare la loro importanza sociale.

Il dialogo

Sono completamente a favore del dialogo, anche oggi, ma senza sopravvalutare la sua importanza. Se, in questo momento, iniziasse un dibattito con cattolici di sinistra, senza una precedente riflessione e preparazione, non raggiungeremmo alcun risultato. Il dialogo può avere successo soltanto ad un livello pratico, ma non teoretico. Non ci si inginocchia davanti a un idolo. L’Occidente lo usa come materiale di propaganda. Il dialogo può occasionalmente essere un mezzo affinché gli individui raggiungano un accordo, ma non può essere uno scopo collettivo, come gli ideologi occidentali vorrebbero fare. E molto importante continuare il dialogo con i cristiani, ma, per essere utile, deve essere esentato dalla demagogia e deve essere teoreticamente fondato. Nel corso della storia, la relazione della Chiesa con la società dimostra una serie di compromessi. La Chiesa si adattò, per secoli, anche al feudalesimo (Tommaso d’Aquino); più tardi visse in pace con il capitalismo. Oggi un modus vivendi è una condizione necessaria per la sopravvivenza della Chiesa – cioè la Chiesa deve riconciliare se stessa con il socialismo e si deve adattare al nuovo sistema.

Ci sono molti segni che puntano in questa direzione. Dutschke, il leader studentesco tedesco, riceve il sostegno di diversi teologi. Il divorzio non è permesso in Italia, ma anche alcuni leader della Chiesa considerano ciò privo di senso nel XX secolo e sono dell’opinione che la Chiesa deve arrendersi al fatto che la dissoluzione del matrimonio deve essere accettata nella società moderna. Tutti questi fatti riflettono l’adattamento della Chiesa alla società contemporanea. Se, col tempo, la Chiesa sosterrà la posizione marxista su certe questioni, non vedo perché i marxisti non possano sostenere la Chiesa in cambiamento. In pratica, ciò significa per me che sarei attivamente impegnato in un movimento di riforma: se io fossi olandese, lotterei contro il celibato, se fossi italiano, andrei adesso a favore di una legge che governi la religione, ecc., e sosterrei dovunque la creazione di un fronte comune tra marxisti e sinistra cristiana.

Il punto di partenza del dialogo – o un’ideologia per un periodo di transizione – consiste nel comprendere che ci sono scopi comuni che tutti noi egualmente perseguiamo e, per questa ragione, la discussione dei problemi sociali è nell’interesse di tutti. La posizione marxista deve essere non ambigua e oggettiva. L’umanità è ondeggiante tra due estremi: ciò significa o la sottomissione allo stalinismo e con esso al dogmatismo, o l’irresponsabile accettazione della critica occidentale. Il marxismo non è né l’uno né l’altro.

Postscriptum

(La vita è la scena dell’attività sia per il marxismo che per la cristianità. Comunque, la morte sembra finire definitivamente questa temporanea cooperazione e le forme umane di reciproco aiuto. Il materialismo limita qui, sulla terra, tutte le attività e non apre nessuna porta all’uomo verso l’infinito. La religione, quando promettendo la continuazione dell’esistenza terrestre, pone l’uomo sopra il mondo e risveglia in noi la speranza di un’esistenza oltre il mondo). La morte per me è un fatto semplicemente biologico, una caratteristica di tutti gli organismi viventi; chiunque sia generato, affronta la corruzione, ha un inizio e una fine nello scambio di forze della natura. Ma nel caso dell’uomo, anche la morte significa qualcosa di più [della corruzione].

Da quando siamo esseri sociali, desideriamo attribuire anche alla morte un rango speciale, un significato peculiare. Anche gli antichi tentavano di trasformare la morte in un evento sociale. Per esempio, gli stoici pensavano che qualunque uomo, a cui accadesse di essere in circostanze indegne del suo stato di uomo, aveva il diritto di suicidarsi. Questo è il motivo per cui la morte abbia raggiunto importanza sociale e sia diventata un fattore sociale. Socrate, Savonarola, Giovanna d’Arco morirono per una morte sociale, non solo biologica. Socrate bevve la cicuta, sebbene i suoi amici gli avessero preparato la fuga. Accettò la sentenza di morte che gli fu imposta, perché solo in questo modo poteva rimanere ciò che era. Savonarola non rinnegò il suo insegnamento, perché non volle essere in contraddizione con se stesso; piuttosto, accettò di essere bruciato sul rogo.

A Giovanna d’Arco fu anche data l’opportunità di tradire la sua missione. Lei avrebbe potuto testimoniare che le sue visioni erano inganni. Ma come poteva conciliare un tale atto con la sua coscienza? I martiri e i santi della Chiesa, hanno vissuto e hanno agito nello stesso modo. Questa era la ragione per cui erano tenuti in tale stima per secoli ed ebbero un’influenza sulle masse. Io stesso non avrei potuto agire in altro modo, quando mi nascosi dal Terrore Bianco[5], dopo la caduta della dittatura del proletariato. La casa, nel cui attico stava il mio nascondiglio, fu perquisita diverse volte. Ogni volta mi ponevo la domanda: «Cosa accadrà se mi troveranno?». Avevo giurato fedeltà al Consiglio degli Operai del 1919 ed ero responsabile di ciò. Di conseguenza, se necessario, avrei affrontato la morte. Non abbandonai la mia fede. Non negai i miei atti. Per me, questa attitudine costituisce l’essenza dell’etica. Il giudizio della nostra umanità: essere conseguenti nelle nostre azioni; se necessario, affrontare la morte per esse. Non è vero che non abbiamo scelta; lo facciamo sempre e dovunque. È vero che questa attitudine non è semplice da sostenere. Se siamo determinati ad essere conseguenti fino alla fine nel momento decisivo della nostra vita, la morte è trasformata in un valore eterno. La morte biologica è sollevata a un altro livello: ottiene un’importanza socio-etica. Siamo salvati – a qualunque Weltanschauung crediamo – dalla morte socio-etica. Otteniamo ciò quando possiamo lasciare questa vita con la confortante idea che non abbiamo vissuto invano, che siamo rimasti fedeli a noi stessi, alle nostre convinzioni e che siamo stati utili agli altri per quanto fosse in nostro potere esserlo.

(Quando a Marx fu chiesto sulla sua umana confessione di fede, rispose: «Ciò che è umano non mi è alieno». Come risponderebbe lei?). Direi ciò che ho scritto nel quaderno di appunti di Heinrich Böll, citando Peer Gynt che scoprì una profonda verità – la differenza tra uomo e folletto: «…. Fuori sotto il cielo blu l’uomo disse: “Uomo, sii te stesso!” Ma tra di noi ciò è detto differentemente: “Folletto, sii sempre sufficiente a te stesso!”».


[1] Endre Ady (1877-1919) famoso poeta ungherese

[2] Béla Balázs, (1884-1949) scrittore, critico cinematografico e regista.

[3] Károly Tolnay (1899-1981) storico dell’arte.

[4] Hochhuth Rolf (1931-), drammaturgo tedesco.

[5] Il periodo di repressione instaurato dall’ammiraglio Horthy a seguito della sconfitta della Rivoluzione dei Consigli nell’Ungheria del 1919.