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di György Lukács

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.

Intervista concessa a Naïm Kattan e pubblicata nella “Quinzaine Littéraire”, 1/15 dicembre 1966 con il titolo “Lukács: revenir an concret”. Tradotta e pubblicata in italiano da “L’Espresso”, n. 2, gennaio 1967, p. 11 con il titolo “Lo scrittore a piede libero”, senza indicazione del traduttore.


L’appartamento di Lukács è all’ultimo piano di un edificio che si affaccia sul Danubio. Le pareti sono tappezzate di libri. Guardo a caso: opere complete di Hegel e di Marx. Sulla scrivania, altri libri, riviste in ungherese, in tedesco, in francese. È qui, che da dieci anni, Lukács prosegue nel suo lavoro.

Si sa che fu Ministro della Cultura nel governo di Imre Nagy. Dopo che la rivoluzione ungherese fu schiacciata, Lukács visse alcuni mesi, in un esilio volontario, in Romania. Dal suo ritorno, si è imposto il compito di terminare la sua “summa” filosofica. Un primo volume di più di mille pagine è già stato pubblicato in tedesco. Lukács è in tenuta da lavoro: pantaloni scuri, giacca kaki. Piccolo e magro, dà l’impressione di possedere un mondo. Ci si dimentica che egli ha 82 anni.

«Ho cominciato la mia vera opera a 70 anni», esordisce Lukács. «A volte, si direbbe che esistano delle eccezioni alle leggi biologiche. In questo senso sono un seguace di Epicuro. Ma io pure invecchio. Per molto tempo ho cercato la mia vera strada. Sono stato idealista, poi hegeliano, e in Storia e coscienza di classe ho cercato di essere marxista. Durante lunghi anni sono stato funzionario del Partito Comunista a Mosca; è in questo periodo che ho avuto il tempo di leggere e rileggere molto, da Omero a Gorki. Fino al 1930, però, i miei scritti erano soprattutto delle esperienze intellettuali. È dopo che vennero i primi traguardi e le basi per il lavoro successivo.

Questi scritti possono sembrare oggi superati, ma essi hanno forse fornito ad altri un suggerimento, una spinta. Certo, può sembrare strano che io abbia dovuto toccare il settantesimo anno per mettermi a lavorare intorno alla mia opera. Una vita non è poi infinita. Pensate a Marx, a questo genio colossale. Ebbene egli non è riuscito a dare che un abbozzo del suo metodo. Nella sua opera non ci sono tutte le risposte che vorremmo. In realtà, stava nel suo tempo. Io utilizzo il suo metodo per i miei studi di estetica. Se egli vivesse oggi, sono sicuro che scriverebbe di estetica».

L’integrità dell’uomo

Kattan – Interrogo Lukács sulle sue amicizie di gioventù, quando era studente ad Heidelberg. Ha conosciuto Heidegger, Stefan George?

Lukács – Non ho mai conosciuto né George né Heidegger.

Kattan – Si dice che quest’ultimo collaborò con i nazisti, è vero?

Lukács – Non c’è neppure bisogno di dirlo, Heidegger era un nazista. Non c’è il minimo dubbio a proposito. D’altronde egli è stato sempre un reazionario.

Kattan – Chi erano i suoi amici?

Lukács – Max Weber, al quale ero molto legato.

Kattan – Ma torniamo ai contemporanei.

Lukács – Non ho molta fiducia nelle tendenze del pensiero contemporaneo in Occidente, si tratti del neopositivismo o dell’esistenzialismo. Trovo che sia più utile rileggere Aristotele per la ventesima volta.

Kattan – Le interessa la sociologia?

Lukács – Wright Mills mi interessava molto. Egli aveva il senso della realtà. Nella sociologia americana è stata una vera eccezione, ma in genere questa sociologia non mi soddisfa affatto. Separare la sociologia dall’economia mi pare accademico. Marx non le separava affatto.

Kattan – Si parla molto di Marx giovane …

Lukács – È un invenzione del nostro tempo. La contraddizione che si cerca nella sua opera è fittizia. La verità è che egli non ha mai smesso di approfondire la sua filosofia. Veda, egli si interessava prima di tutto della realtà. Dopo Aristotele, è stato lui che ha avuto l’idea più precisa di ciò che è unito e ciò che è separato, non nei libri, ma nella realtà. È per questo che io elaboro un’ontologia sociale.

La sociologia di gruppo? Un’invenzione per manipolare la società. Voi separereste per esempio il movimento giacobino dai gruppi giacobini? In sociologia è necessario andare fino al fondamento obiettivo dei movimenti. Bisogna prendere i grandi avvenimenti della vita sociale nella loro totalità. Altrimenti, come spiegarsi che delle geniali intuizioni scaturiscano nello stesso momento in paesi diversi e in diversi settori? Come capire il legame che unisce Newton a Leibniz? Gli avvenimenti isolati non hanno alcun significato se non li si colloca nella prospettiva di una totalità.

Kattan – Tuttavia, l’alienazione …

Lukács – L’alienazione è esistita in tutte le civiltà. Da circa cinquant’anni persiste in una nuova forma. Molti credono che essa sia una conseguenza della tecnologia, mentre uno studio della totalità dimostra che la tecnica non è una forza fondata su se stessa, ma una conseguenza del movimento delle forze produttive. Essa dipende dalla struttura sociale. Bisogna sempre ricorrere al metodo marxista.

Kattan – Torniamo alla letteratura. Cosa pensa delle nuove ricerche tecniche?

Lukács – Tutto dipende da ciò a cui si applica la tecnica. Guardate il monologo interiore in Joyce e in Thomas Mann. Per Joyce questa tecnica è un fatto a se stante, Mann invece l’utilizza come modo di costruzione, per far apparire qualcosa d’altro. A dispetto dei suoi molteplici camuffamenti, una gran parte della letteratura moderna è ancora naturalista. Essa non offre che un quadro superficiale della vita, senza riuscire a riflettere la realtà».

Kattan – E il teatro dell’assurdo?

Lukács – L’assurdo non è altro che il grottesco. Niente di nuovo in questo senso. Guardate Goya, Hogarth, Daumier, in essi l’assurdo scaturisce dall’accostamento di due condizioni: la condizione normale con la sua deformazione. Il grottesco non ha senso se non è messo in rapporto con l’umano.

Ma in parecchi scrittori contemporanei l’assurdo non è messo in relazione con l’umano; esso è considerato come una condizione naturale. Se non si distingue ciò che è umano da ciò che non lo è, il senso dell’umano si perde. Non si ottiene altro che una istantanea di un certo aspetto della vita. Cioè, ancora, una forma di naturalismo. Se Eugene O’Neil è un commediografo ammirevole, è perché egli propone una dialettica vivente dei rapporti fra l’umano e il grottesco. Prendiamo un altro scrittore, un romanziere, Jorge Semprún. Egli utilizza il monologo interiore per rappresentare il combattimento contro l’alienazione fascista. Ma in Beckett questo combattimento non esiste: egli capitola davanti all’alienazione moderna».

Kattan – In questa sua analisi c’è una presa di posizione politica?

Lukács – Per nulla. Un altro scrittore che io ammiro Thomas Wolfe. La sua opera è una lotta contro l’alienazione nella vita americana. Ammiro anche Styron ed Elsa Morante, che, a mio avviso, è più dotata di suo marito, Alberto Moravia. Io non propagando né una tecnica né un’ideologia. Ciò che io difendo è l’integrità dell’uomo, per cui mi oppongo ad una letteratura che tende alla distruzione di questa interezza. Io non nego il valore di Joyce o di Proust. Il primo è un eccellente osservatore, e il secondo uno scrittore molto importante. La sua opera continuerà ad esercitare una profonda influenza sulla letteratura perché contiene una dialettica passato-presente. Ciò ci permette di collegare il problema dell’alienazione».

Passato e futuro

Lukács – Resta tuttavia che il passato ha un vero senso solo nella misura in cui agisce sul futuro. Io non parlo soltanto delle società, ma anche degli individui. Questa ricerca del tempo perduto è tipica di un uomo che non ha futuro.

La vera radice di tutta l’opera di Proust si trova nell’ultimo capitolo della Educazione sentimentale, quando Federico Moreau rievoca il suo passato.

Kattan – E Sartre?

Lukács – È un uomo molto vivo. Io lo capisco molto meglio dacché ho letto Le parole. Che opera ammirevole. Essa dimostra che quest’uomo non ha mai contatto con la realtà. Io sto aspettando che Sartre subisca lo choc della realtà. Egli è stato coraggioso durante la guerra in Algeria.

Kattan – E come filosofo?

Lukács – Ha fatto dei progressi dopo L’essere e il nulla avvicinandosi al marxismo. Tuttavia, c’è in lui una debolezza. Quando la vita l’obbliga a cambiare punto di vista, egli non vuole cambiarlo radicalmente, vuol dare l’illusione della continuità. Nella sua Critica della ragione dialettica accetta Marx, ma lo vuole conciliare con Heidegger. La contraddizione è chiara. C’è un Sartre numero uno all’inizio della pagina, e un Sartre numero due alla fine della stessa pagine. Che confusione nel metodo e nel pensiero!

Kattan – Crede che lo scrittore debba svolgere un ruolo sociale?

Lukács – Gli esistenzialisti hanno falsato il problema. Non si sceglie né il luogo né la data della propria nascita. Noi diciamo sì o no alla realtà, che esiste malgrado noi. L’uomo è un essere “rispondente”. Dipende da lui dire sì o no, ma non dipende da lui dire sì o no alla realtà così come essa esiste.

E questa realtà è quella che lo circonda. Non dipende né da lei né da me che ci siano delle automobili nella strada, o che lei ami sua moglie e non l’amica di sua nonna. La sola scelta che lei deve fare è di non traversare la strada o di non amare sua moglie. Il rapporto tra la libertà interiore e le necessità esterne è molto complesso. Marx non ha negato l’esistenza della scelta».

Il muratore sceglie la pietra

Lukács – Tutto questo c’è già nel lavoro, il muratore sceglie una pietra e questa scelta fa sì che il suo lavoro sia buono o cattivo. Comunque il problema è sempre quello di scegliere tra due pietre e non tra una pietra e un pezzo di bronzo. Il problema della libertà e della necessità sociale si pone in una prospettiva di evoluzione storica. È un problema dialettico. Considerare la libertà su un piano astratto conduce a posizioni erronee. Io mi oppongo al burocrate che definisce la funzione della letteratura. Ma non si può parlare di libertà se non si analizza la situazione concreta. Io sono per la libertà dello scrittore, ma bisogna intendersi. Quando in un paese socialista si impedisce ad uno scrittore di esprimersi, io mi levo contro questa limitazione della sua libertà, ma non lo faccio certo per accettare la libertà di voi capitalisti. Ho capito questa lezione molto presto, da giovane.

Durante un breve periodo sono stato critico teatrale in un grande giornale. Le mie critiche non piacevano e ho dovuto lasciare l’impiego. Lei sa come me che la libertà di stampa non esiste se non in maniera relativa. Chi nei paesi capitalisti scrive per un giornale, sa quali sono i limiti che non bisogna valicare. Si praticano degli accomodamenti. Tra questa manovra sottile e la libertà c’è una grande differenza. Lo spirito burocratico che minaccia lo scrittore e il giornalista nei paesi socialisti non è che un’altra forma di intervento, magari più brutale. Se volete che si discuta sulle due forme di intervento, la nostra discussione porrebbe avere un senso: ma ciò che non accetto è la pretesa di chi vorrebbe che da una parte la libertà esiste, mentre dall’altra è assente. Io sono contro le discussioni astratte. Il marxismo ci richiama sempre al concreto».