di Antonino Infranca

da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.


In questo volume sono riunite dieci delle numerosissime interviste che il vecchio Lukács concesse negli ultimi anni della sua vita. Si va dal dicembre 1963 fino a poche settimane prima della sua morte, nel giugno 1971.

Gli argomenti si ripetono, come è naturale che avvenga in quanto le interviste sono concesse sempre a interlocutori diversi, ma anche quando avvengono queste ripetizioni, il lettore si renderà conto che la seconda o terza volta che Lukács tratta di un argomento lo fa in una forma nuova, più approfonditamente, più dettagliatamente, il che denota il fatto che abbia riflettuto sul tema, lo abbia ridefinito, lo abbia considerato da una prospettiva ogni volta diversa.

Le lingue sono quattro e tutte parlate da Lukács, vanno dal francese all’inglese, dall’ungherese al tedesco. Le traduzioni sono avvenute dall’inglese, dal tedesco e dall’ungherese, mentre le interviste concesse in francese esistevano già in italiano e, qui, si è riproposta quella versione originaria. Sono quasi tutte della stessa dimensione, con un’unica eccezione, la lunga intervista concessa al suo allievo Ferenc Fehér e indirizzata ai soli membri del Comitato Centrale del Partito Operaio Socialista Ungherese. Si tratta, quindi, di un’intervista molto particolare, innanzitutto perché la traduzione italiana è la prima traduzione di questa intervista, poi perché il tono di Lukács è molto polemico verso i suoi futuri lettori: è sicuro di non convincerli, ma vuole dirgli, con la sua consueta chiarezza, cosa pensa della situazione del partito, dell’Ungheria, dell’Urss, del mondo, senza aspettarsi consenso.

Il tono delle altre interviste è informativo, chiarificatore, più teorico; mentre nell’intervista per il partito emerge l’interesse a manifestare il suo dissenso, la sua concezione del socialismo, in netta antitesi con quella dominante nel partito. D’altronde chi parla è un vecchio che ha attraversato i decenni, sapendo sempre mantenere la direzione che gli dettava la sua coscienza. Questo Lukács è la dimostrazione che il motto della “Fedra” di Seneca è quanto mai valido: «Il coraggio dei vecchi è libertà che si avvicina».

Nella prima intervista, già apparsa in italiano ne “Il contemporaneo”, il tema principale è la critica letteraria. L’intervista è del 1963 e Lukács aveva appena pubblicato la sua gigantesca Estetica. In pratica Lukács non tratterà più di temi di estetica e critica letteraria, se non in casi rarissimi e molto occasionali. È molto impegnato a impostare la sua riflessione sui temi che confluiranno nella sua Ontologia dell’essere sociale. Un segnale lo dà quando si sofferma sull’alienazione e di come venga trattata nella letteratura, sia l’alienazione nel mondo capitalistico, sia l’alienazione causata dallo stalinismo, che per altro impediva l’analisi di questo fenomeno nella letteratura dei paesi del socialismo realizzato.

Per affrontare il problema dell’alienazione, Lukács ritiene necessario tracciare una netta demarcazione tra la linea teorica di Marx, Engels e Lenin, da un lato, e Stalin dall’altro. Stalin, secondo Lukács, deformò radicalmente il pensiero autentico dei tre fondatori del marxismo-leninismo, riducendolo in schemi dogmatici da usare meccanicamente e, quindi, impoverendo la produzione teorica marxista dei paesi del socialismo realizzato.

Il marxismo autentico ha indicato le soluzioni adeguate all’alienazione prodotta dal capitalismo. Lukács cita la riduzione del tempo di lavoro e il complementare aumento del tempo libero. Ritiene un fatto indubitabile che il tempo di lavoro si riduca nel mondo capitalistico più avanzato, mentre significativamente questa diminuzione non avviene nel socialismo realizzato, perché Stalin non ha mai affrontato la questione della riduzione del tempo di lavoro. Il regno della libertà, come affermava Marx, nasce proprio nella riduzione del tempo di lavoro a vantaggio del tempo libero dal lavoro alienato.

Lukács rifiuta per l’ennesima volta l’accusa di essere interessato soltanto alla letteratura dei secoli XVIII e XIX, – e qua si esprime favorevolmente su Kafka, Joyce e Proust; rifiuta anche l’impoverimento artistico di cui sono responsabili alcune tendenze moderniste, che rispettano solo superficialmente alcune indicazioni teoriche dei grandi dell’arte moderna, e cita il caso di Cézanne. Alcune nuove tendenze gli appaiono essere impregnate da un eccesso di singolarità, di avere così smarrito il senso dell’universalità, che è la sostanza stessa dell’arte. Per singolarità si può intendere l’eccesso di soggettività da parte dell’artista e anche l’eccesso di specificità dell’opera, fino al punto di una quasi totale incomunicabilità del contenuto della stessa.

Lukács, però, sostiene che lo scrittore deve cercare sempre di esprimersi come fecero i grandi di quei due secoli, quindi confermando che la letteratura realistica borghese era il suo modello, almeno stilistico. D’altronde sostiene che la grande letteratura è sempre una letteratura realistica, perché soltanto un’autentica rappresentazione della realtà fa emergere la pluridimensionalità della realtà stessa. Da questa prospettiva considera il realismo socialista un mero “naturalismo erariale”, cioè una sorta di pagamento di un tributo per essere pubblicati da parte degli scrittori dei paesi del socialismo realizzato. Lukács vede un’unica eccezione nel solo Solzenicyn.

Questo tributo si pagava sotto forma di scelte di temi e argomenti e imbottendo i testi di citazioni dei leader comunisti. Per Lukács questo stile è il risultato della manipolazione staliniana, che all’inizio degli anni Sessanta, non era affatto scomparsa; quindi il problema era più politico che letterario. Per Lukács il partito doveva mettere in atto un’opera di persuasione e non di prescrizione di linee di comportamento artistico. Si tratta di una capacità di egemonia del partito sugli artisti, egemonia teorica di cui si parlerà anche nell’intervista al partito. Dà, però, qualche segno di profonda sfiducia, quando riconosce che forse alcuni artisti vengono limitati proprio perché sostengono delle concezioni autenticamente marxiste.

Lukács, però, con queste sue affermazioni rifiuta l’idea che la letteratura sia libera nei paesi comunisti, come si sosteneva in quella parte di mondo a quel tempo in contrapposizione alla letteratura manipolata dei paesi capitalistici. Lukács sostiene che la letteratura nei paesi capitalistici ha grandi esempi di libertà espressiva, anche se deve sopravvivere, come qualsiasi letteratura, con i limiti che impone sia la società civile che la società politica. In fondo il problema è sempre la manipolazione a cui è sottoposta l’arte. Naturalmente la manipolazione nei paesi capitalistici è soprattutto una manipolazione economica, ma non è esclusa quella politica, mentre nei paesi del socialismo realizzato era di natura essenzialmente politica. Il risultato era comunque lo stesso: una lotta continua dell’artista per raggiungere, difendere e conservare una propria autonomia creativa.

Il processo di liberazione dell’arte deve essere continuato anche nella scienza. Proprio nella scienza il marxismo aveva mostrato la sua apertura teoretica, in quanto aveva fin dalla sua nascita integrato nella propria teoria gli sviluppi più avanzati della ricerca delle scienze naturali dell’epoca. Marx ed Engels lo avevano fatto con Darwin e con il positivismo, Lenin con le ricerche di fisica atomica. Questa tradizione si era persa con lo stalinismo, anche se l’Urss aveva avuto bisogno delle ricerche scientifiche più avanzate per far progredire la propria industria o per motivi di egemonia politica dentro e fuori il campo del socialismo realizzato, come ad esempio per l’esplorazione dello spazio extra-atmosferico.

La seconda intervista è abbastanza famosa per l’autorevolezza dell’intervistatrice – autorevolezza che viene ricordata dalla stessa Rossana Rossanda, nella sua breve presentazione. Sorprendono i pregiudizi della Rossanda, che sono una costante di altri intervistatori, presenti in questa raccolta. A differenza di quanto afferma la Rossanda non era difficile entrare in rapporto con Lukács, il quale rispondeva direttamente al telefono e apriva personalmente la porta d’ingresso del suo bello e grande – e non piccolo come sostiene la Rossanda – appartamento; non era sottoposto ad alcun controllo poliziesco, come la Rossanda e altri intervistatori vogliono far capire. Poi lo definisce “moscovita”, mostrando di non sapere che era il termine che indicava i membri del partito comunista ungherese che si erano rifugiati a Mosca durante la dittatura fascista di Horthy, quindi non era un termine senza alcuna connotazione ideologica. Addirittura afferma che Imre Nagy fu fucilato, mentre il regime di Kádár, a mostrare lo scarso valore di Nagy, lo impiccò.

Al di là di queste imprecisioni, l’intervista ci presenta delle risposte di Lukács significative per alcuni argomenti. A proposito del realismo, Lukács precisa che ciò che conta è lo sfondo sociale dell’opera d’arte, la collocazione nel tempo e nello spazio. Ribadisce le sue riserve verso le innovazioni tecniche, che spesso caratterizzano le opere moderniste o d’avanguardia, e fa un’osservazione interessante: quanti autori che nel passato erano considerati d’avanguardia e alla moda, adesso non sono più tenuti in conto, autori come Maeterlinck o D’Annunzio.

Giudicare un’opera d’arte per le sue innovazioni tecniche è una caduta nel formalismo, senza tenere in conto la sostanza dell’opera. Altro punto che Lukács tocca è la dialettica tra valore d’uso e valore di scambio. Lukács raramente presentava riflessioni di carattere economico e questo è uno di quei rari casi. Seppure rari quei casi erano, però, significativi, probabilmente frutto di una riflessione approfondita sui testi di Marx e di conversazioni con il figliastro Ferenc Jánossy, che lo intervisterà sulla futurologia.

Altro punto interessante è la sua tesi che l’antropologia possa assumere il ruolo anche della psicologia. Non è un tema sviluppato ampiamente, ma significativo e di profondo interesse, a dimostrare che l’essere umano è una totalità, dalla quale non si possono astrarre scienze particolari, come la psicologia, senza tenere in conto tutto il complesso dell’essere umano, appunto l’antropologia. Chiude l’intervista con la condanna del falso oggettivismo del neopositivismo, che si nasconde dietro la matematizzazione dell’analisi della realtà, mostrando così di essere un idealismo mascherato, e contro il falso soggettivismo dell’esistenzialismo, anche sartreano, che è monopolizzato dal pensiero di Heidegger.

Anche l’intervista alla “Quinzaine Littéraire” non manca di pregiudizi, addirittura inizia con un’osservazione dell’intervistatore che è oltre il senso del ridicolo, ben dentro il comico, allorché sostiene che Lukács, dopo la repressione della rivoluzione ungherese del ’56, visse in esilio volontario in Romania. Non riesco a capire come si possa fare un’affermazione del genere, soprattutto se l’intervista era pubblicata in Occidente. La verità era che Lukács fu deportato con l’intero governo Nagy, di cui era stato membro, in Romania, e quando tentarono di liberarlo si oppose, perché era consapevole che la sua presenza garantiva un trattamento umano ai suoi compagni di prigionia. I sovietici furono costretti a rapirlo per liberarlo!

L’intervista esordisce con una battuta sul nazismo di Heidegger e sullo scarso valore che Lukács dava alla filosofia a lui contemporanea, a cui contrapponeva la filosofia classica. Su Sartre il giudizio di Lukács è altalenante, perché da un lato riconosce il suo grande valore di scrittore e di intellettuale impegnato, ma non accetta la sartreana integrazione di Marx e Heidegger.

Sulla scia delle sue affermazioni su Sartre, Lukács torna sul tema della libertà di scelta, che aveva affrontato nell’intervista precedente.

Qui aggiunge che il tema della libertà è un tema centrale del marxismo, che è ben consapevole che tra la realtà esterna e la libertà interiore c’è un contrasto costante, ma ogni presa di posizione di un artista deve essere considerata un punto di vista concreto. Innanzitutto va sempre sostenuta la libertà di espressione dell’artista, libertà che Lukács tratta come un valore assoluto, un vero e proprio imperativo morale, ma va anche considerato che la libertà in Occidente è messa in discussione non meno che nei paesi del socialismo realizzato. La lotta per la liberazione va, quindi, intrapresa in entrambi i sistemi sociali, politici ed economici.

Ancora una volta ritorna sulle accuse che gli erano rivolte di non comprendere la letteratura d’avanguardia. Lukács rifiuta lo smarrimento dell’umano nella letteratura dell’assurdo. Ritiene che l’assurdo sia il grottesco, che avrebbe una funzione utile se rappresentasse l’umano, ma quando, come lui ritiene, nell’arte contemporanea si smarrisce il senso dell’umano, allora la letteratura dell’assurdo diventa naturalismo. Ancora una volta esprime un giudizio positivo sull’opera di Joyce e Proust, soprattutto nei confronti di quest’ultimo. Rimane il rammarico che lo spazio esiguo di un’intervista non gli abbia permesso di esprimere un giudizio critico più articolato.

L’intervista più corposa di questa raccolta, per estensione e conseguentemente per contenuti, è l’“Intervista sconosciuta” del 1968. Già il momento storico in cui fu raccolta è molto indicativo, seppure fu concessa poco più di un mese prima dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Lukács era da un anno rientrato nel partito comunista ungherese e il segretario del Comitato Centrale del partito, György Aczél, commissionò a Ferenc Fehér un’intervista a Lukács. L’intervista non doveva essere pubblicata, ma usata come testo di discussione per i membri del Comitato Centrale.

Forse proprio per questo motivo le critiche di Lukács sono più radicali; il tono è disincantato, di chi non si aspetta granché dalle proprie parole, ma non intende nascondere la verità.

L’intervista prende le mosse da un articolo di Togliatti, “Capitalismo e riforme di strutture”, che fu uno degli scritti del leader italiano, pubblicato in quel periodo in ungherese per ricordare la scomparsa di Togliatti avvenuta quattro anni prima. Nell’intervista Lukács ribadisce il suo giudizio su Togliatti, cioè di essere un tattico. Lukács accusa di tatticismo anche Stalin, ma nel caso di Togliatti il giudizio di tatticismo non è un’accusa, ma il riconoscimento dell’abilità del leader italiano di barcamenarsi in un ambiente, quello del comunismo internazionale, particolarmente pericoloso, senza fare eccessive concessioni al dogmatismo stalinista. Questa abilità è anche la conseguenza della particolare storia del partito comunista italiano, del discepolato gramsciano di Togliatti, della lontananza dall’Urss. Lukács indica con precisione un vantaggio che Gramsci ha dato al partito italiano: non entrare mai in contraddizione con la Terza Internazionale. Questa abilità tattica ha dato al partito italiano un’enorme autonomia rispetto alle direttive rigide della Terza Internazionale.

Togliatti si è potuto tenere lontano dalla brutale manipolazione messa in atto da Stalin, soprattutto imposta con il suo metodo, cioè col mettere da parte l’oggettività della realtà sociale ed economica, sostituendola con decisioni soggettive di natura essenzialmente politica, quindi arrivando alla violenza sulla realtà sociale ed economica. Le decisioni erano prese da Stalin senza una visione strategica, ma secondo le circostanze tattiche del momento. Alcune scelte di Stalin sono giudicate positive da Lukács, come ad esempio la stipula del patto Molotov-Ribbentrop, che alienò a Hitler le simpatie anticomuniste delle potenze occidentali e costrinse queste alla dichiarazione di guerra.

Ancora nel 1968 Lukács ritiene non superato il metodo stalinista e, come si nota anche nelle altre interviste, contrappone Stalin a Lenin, alla grande capacità strategica, e non solo tattica, di Lenin. L’esempio che Lukács porta è quello della Nep, quando stravolgendo i canoni del marxismo della Seconda Internazionale, Lenin stimolò la formazione di una piccola borghesia agraria al fine di aumentare la produzione di alimenti nella Russia stremata dalla guerra civile e di innescare un processo di accumulazione capitalistica che permettesse di finanziare l’industrializzazione del paese. Stalin interruppe brutalmente questo processo, deportò e massacrò sette milioni di kulaki, i piccoli proprietari terrieri che erano i più devoti sostenitori della Nep e del regime comunista, e passò ad un’industrializzazione forzata della Russia, che ebbe due risultati paradossalmente opposti: modernizzò il paese, con costi umani spaventosi, ma permise all’Urss di sconfiggere il nazismo.

Lukács tratta il tema delle esagerazioni dello stalinismo – dekulakizzazione o industrializzazione forzata – con la sua proverbiale ironia. Si tenga presente che questa ironia è usata nei confronti dei membri del Comitato Centrale, dove ancora sono presenti elementi neostalinisti, che vengono così messi abilmente alla berlina. La scienza su cui questi membri del Comitato Centrale fondano le loro decisioni politiche è una scienza falsa, ancora rovinata dall’approccio stalinista, quando la realtà concreta era messa da parte e sostituita da una realtà artificiosa, creata ad arte per manipolare la coscienza dei cittadini e dei lavoratori.

Lukács affronta, ad esempio, il mito della depauperazione, secondo il quale la miseria sta scomparendo sia nel mondo del socialismo realizzato, sia nel mondo capitalista. Lukács, già negli anni Sessanta, aveva colto la tendenza, che continua anche oggi nel mondo della globalizzazione, che la depauperazione è realizzata in alcuni luoghi del pianeta e in alcuni strati sociali, mentre in realtà la ricchezza si concentra sempre più in alto e in basso si realizza una forma nuova di miseria. La questione della nuova miseria è che non importa quanti beni si possano consumare, ma quanto tempo libero dal lavoro alienante si ha a disposizione. Per tempo libero Lukács intende il tempo non manipolato dall’industria del consumo, perché se un lavoratore ha prodotto merci e poi nel tempo libero consuma quelle stesse merci, finisce per mantenere due volte il capitalismo, prima da produttore e poi da consumatore. Sono i temi che aveva affrontato in Storia e coscienza di classe e che stava affrontando nell’Ontologia dell’essere sociale, proprio nella stessa epoca dell’intervista.

Si ricordi che Lukács, negli anni Sessanta, aveva ricostruito il momento intellettuale degli anni Venti nella famosa introduzione a Storia e coscienza di classe. In questa intervista riprende alcuni di quei temi, ribadendo il suo giudizio, ossia che ritornare alle tematiche di quarant’anni prima non ha alcun senso. Tutti i pensatori di quell’epoca devono essere riconsiderati, lui compreso, solo dal punto di vista metodologico, non certo per le soluzioni che proponevano. Semmai quelle soluzioni dovevano essere adottate negli anni Venti, nel 1968 il mondo è cambiato e con esse le questioni fondamentali, quindi devono cambiare le soluzioni. E lo stesso invito a tornare a Lenin, che sviluppava nella sua vecchiaia: tenere conto della situazione concreta e trovare soluzioni pratiche concretamente realizzabili.

Lukács osserva che negli anni Venti il sindacato era su posizioni più conservatrici rispetto ai partiti socialdemocratici, negli anni Sessanta la situazione è rovesciata: i partiti socialdemocratici in Occidente, ma anche quelli socialisti nei paesi del socialismo realizzato, difendono l’ordine esistente, mentre i sindacati portano avanti lotte operaie più radicali. Se questo avveniva sotto gli occhi di Lukács in Occidente, si ricordi che una decina di anni dopo la morte di Lukács, Solidarność portò nelle piazze la lotta operaia contro il regime comunista polacco.

Lukács accusa i partiti comunisti occidentali che non sono stati capaci di andare al fondamento del malcontento operaio e si sono fatti scavalcare dal movimento studentesco. Si tenga conto che l’intervista è del luglio 1968, l’anno successivo, almeno in Italia ma non in Francia, il movimento operaio trovò nel partito comunista italiano un sostengo prodigioso. La mancanza di analisi da parte dei comunisti fa il paio con l’idiozia del sistema di insegnamento, di formazione della gioventù. Lukács riconosce agli studenti la volontà di non essere istupiditi dal sistema scolastico, la volontà di essere i protagonisti della propria formazione intellettuale. Insomma Lukács è attirato dalla volontà degli studenti di formarsi una propria coscienza civile, o addirittura una propria coscienza di classe, quindi la sua simpatia verso il movimento studentesco è sincera e comprensibile alla luce della sua riflessione contenuta in Storia e coscienza di classe.

Le questioni principali sono la gestione del lavoro in fabbrica e il tempo libero fuori della fabbrica. Sulla gestione del lavoro in fabbrica, qualche anno dopo, poco prima di morire nel giugno 1971, Lukács aveva elaborato la teoria del “lavoro ben fatto” contenuta nell’intervista “Testamento politico”, allora sostenne che l’operaio è in grado di dirigere e giudicare il proprio lavoro sulla base della propria esperienza lavorativa. Sarebbe stato opportuno dare più spazio alla partecipazione operaia nella direzione di una fabbrica, proprio sulla base di questa esperienza lavorativa pregressa. L’invito di Lukács ai membri del Comitato Centrale è di rivedere la pianificazione economica in modo da allargare la programmazione alla partecipazione operaia. Lukács riporta un esempio da prendere a modello: gli ordini che venivano dati nell’esercito sovietico erano basati sulla logica “compito e soluzione”, cioè gli ufficiali fissavano un compito e lasciavano ai sottoufficiali la scelta del modo di come arrivare alla soluzione di tale compito. La stessa struttura si potrebbe usare con la direzione di una fabbrica che fissa l’obiettivo da raggiungere e lasciare alla partecipazione operaia, diretta dagli ingegneri, la ricerca della modalità di realizzazione dell’obiettivo.

Lukács insiste a lungo, nel corso dell’intervista, sul tema della democratizzazione, cioè della partecipazione operaia o della discussione di temi che provengano dalla vita quotidiana dei cittadini. È convinto che gli operai realizzino meglio i compiti che gli sono stati assegnati, se hanno partecipato alla discussione di questi compiti, se hanno la convinzione di avere dato il loro contributo attivo alla fissazione degli obiettivi da realizzare. Lukács definisce questo tipo di democrazia “democrazia diretta”, che è l’antitesi della pianificazione stalinista, quando gli obiettivi calavano dall’alto senza alcun coinvolgimento o partecipazione della classe operaia nella definizione degli stessi.

L’aspetto della discussione dei temi della vita quotidiana, invece, è l’uscita della democrazia dalla fabbrica, dal luogo di lavoro, e il suo passaggio nella società civile, nella gestione del tempo libero. La sua battuta, quella di andare sul tram e ascoltare i temi discussi dalla gente, è indicativa della distanza che il partito comunista ungherese, la società politica, aveva posto tra sé e i cittadini, la società civile. Un partito che non ascolta le esigenze più elementari e più fondamentali dei cittadini ha perso il controllo e il consenso della società civile.

Come dice Lukács, significativamente anche per noi oggi, la democrazia diretta dei Soviet è diventata in Urss una democrazia parlamentare, una democrazia lontana dalle esigenze concrete dei cittadini. I politici discutano le questioni della vita quotidiana anche soltanto sulle scale, quando finita una riunione parlamentare stanno tornando a casa, cioè stanno tornando nella loro vita quotidiana, invita Lukács. In pratica Lukács sta descrivendo un fenomeno che viviamo attualmente nelle nostre democrazie, che divengono sempre più formali e sempre meno dirette. I problemi della vita quotidiana vengono affrontati superficialmente, così come avveniva nell’Ungheria kadarista, che era pur sempre la migliore forma di socialismo realizzato, ma non era affatto una democrazia diretta.

Si può capire così l’attualità della concezione lukacsiana della democratizzazione della vita quotidiana, ma anche l’impossibilità di riformare dall’interno il regime ungherese del socialismo realizzato. Si nota benissimo dal tono che Lukács usa, che lui non crede affatto che le sue parole saranno ascoltate dai membri del Comitato Centrale, ma che le questioni che lui pone sono quelle più fondamentali di una democrazia. Allo stesso tempo, sapendo che non fu ascoltato e sapendo come terminò la storia del socialismo realizzato, si può avanzare la tesi che il socialismo realizzato non fosse affatto una democrazia. Lukács è molto chiaro sul punto che il socialismo, al suo nascere, fu una democrazia diretta, quando all’interno dei Soviet i lavoratori avevano ampia possibilità di partecipare alla gestione della cosa pubblica. A quell’esperienza invita a tornare i membri del Comitato Centrale, sfidandoli ad essere quello che non erano più, cioè comunisti.

Alla luce di questa provocazione, Lukács critica radicalmente l’intenzione di Kádár di fare del marxismo non più l’unica ideologia, ma la teoria egemone nella società civile ungherese. Lukács non vede una trasformazione radicale del marxismo rispetto ai danni fatti durante lo stalinismo, quando lui stesso definì quel periodo peggiore della dittatura di Horthy per l’espandersi del marxismo nella società civile ungherese. Il marxismo dovrebbe essere rifondato, riportato alla sua originaria autenticità e ciò non è, naturalmente, limitato al solo marxismo ungherese, ma anche al marxismo occidentale. Questa rinascita deve mettere da parte tutte le esagerazioni tipiche dello stalinismo, deve affrontare le questioni concrete della vita quotidiana, come una più ampia diffusione di beni ai lavoratori e, soprattutto, la fine dell’egemonia del modello sovietico. Non si può credere che tutto ciò che viene dall’Urss debba necessariamente essere ottimo. La vita quotidiana in Unione Sovietica non conferma affatto questo mito. E poi non si può sempre subordinare gli interessi dell’Ungheria a quelli dell’Unione Sovietica. Lukács esplicitamente afferma che si dovrebbe prendere come esempio il policentrismo del partito togliattiano. Così il suo giudizio sulla rivoluzione cinese è più sfumato di altre occasioni, perché riconosce a Mao il merito di avere cercato una sintesi originale tra marxismo e tradizione cinese, anche se non tutte le sue conclusioni sono adeguate e corrette per la realtà cinese.

Nell’intervista radiofonica insieme ad Arnold Hauser il ruolo di Lukács è effettivamente di secondo piano, ma ho voluto inserire ugualmente questa intervista perché i pochi interventi di Lukács sono estremamente significativi. Inoltre l’intervista si chiude con un riconoscimento importante da parte di Hauser, che afferma, parlando al plurale, quindi in nome di tutti quelli che hanno fatto parte del Circolo della Domenica, in pratica il meglio della cultura ungherese, l’influenza etica di Lukács è stata l’elemento comune più fondamentale. Difficile, dunque, negare – come si ostina comicamente a fare il governo Orbán – che Lukács abbia contribuito allo sviluppo della cultura ungherese per tutto il corso del Novecento.

Il momento più rilevante dell’intervento di Lukács è la sua definizione di individualità, che è la concezione centrale della sua vecchiaia.

Va ricordato che “individuo” è derivato dal latino individuum, cioè è un ente che non è diviso e per Lukács questa indivisibilità è tra la genericità, l’appartenenza al genere umano (Gattungsmässigkeit) e la particolarità (Besonderheit) del singolo individuo. La particolarità è trattata più ampiamente nell’Estetica e la genericità nell’Ontologia dell’essere sociale. Lukács insiste che ogni individuo nella propria particolarità è un essere sociale, che appartiene al genere umano e ogni essere umano è sempre un essere sociale. L’evoluzione del genere umano passa nell’individuo di ogni particolare essere umano.

L’indivisibilità tra genericità e particolarità va analizzata per mezzo della dialettica, che così è rivalutata come metodo di ricerca scientifica, nonostante la condanna che ne ha espresso il neo-positivismo. Il marxismo, in quanto fondato sulla dialettica, è il movimento intellettuale che più di ogni altro è nella condizione di descrivere l’individualità umana e di tracciare le linee del suo sviluppo futuro.

Appunto al futuro è dedicata l’intervista che Lukács diede al figliastro, alla nuora e a Jutta Mantzner. Sulla suggestione del pensiero di Bloch, la riflessione marxista sul futuro finisce sempre per coinvolgere l’argomento “utopia” e Lukács fa qui una precisazione chiarificante: il socialismo non è un’utopia, ma una possibilità concretamente realizzabile, che sorge dallo sviluppo delle forze produttive del modo di produzione capitalistico. Senza il socialismo, come constatiamo in questi anni, la stessa umanità rischia di non avere un futuro. L’utopia, come il socialismo, è una critica del modo di produzione capitalistico, ma non dello sviluppo delle forze produttive, che potrebbe essere ancora più ampio se il capitalismo non lo dirigesse verso l’esaurimento dell’ambiente e verso lo sfruttamento della stessa umanità. La forza dell’utopia è proprio nella critica, ma solo un sostegno scientifico di questa critica può permettere di comprendere in anticipo lo sviluppo futuro dell’umanità. Proprio il fondamento scientifico del socialismo lo distingue dall’utopia; quindi, utopia e socialismo sono complementari e non opposti.

La possibilità o meno del socialismo è collegata ad un’idea di liberazione dallo sfruttamento che il modo di produzione capitalistico impone all’umanità. In fondo è lo sviluppo dell’economia, della società e della politica che fa sorgere un’ideologia. Il socialismo è un movimento ideologico che è fondato scientificamente. Tra ideologia e scienza può sorgere, così, un rapporto dialettico di interscambio costante. Il marxismo, la forma ideologica più scientifica del socialismo, ha un approccio post festum, che permette di cogliere le tendenze future anche nel passato. Lukács invita a pensare a una futurologia che abbia questo genere di fondamento scientifico.

L’intervista successiva affronta ancora una volta il problema dell’ideologia – uno dei temi centrali dell’Ontologia dell’essere sociale. Lukács ricorda la concezione di Marx, secondo cui l’ideologia ha la funzione di affrontare e risolvere i problemi sociali. Proprio alla luce di questa funzione, Lukács si autodefinisce uno dei massimi conoscitori di Marx. L’affermazione può sembrare un peccato di presunzione, in effetti Lukács considera il suo lavoro di ideologo marxista come un semplice indicare la direzione di tendenze future, un mettersi al servizio di chi, dopo di lui, continuerà il suo lavoro con il suo metodo. In pratica ci sta riproponendo la tradizionale immagine del nano – lui – sulle spalle di un gigante – Marx –, per cui pur essendo un nano riesce a vedere un po’ più lontano del gigante, proprio perché ne sfrutta l’altezza.

Lukács fa qui un accenno al suo completamento del marxismo con la poesia civile di Endre Ady, a conferma che la scienza marcia insieme alla poesia, all’umanesimo. Così Ady dà forza morale alla concezione scientifica di Marx che lo sviluppo storico può indirizzarsi verso la liberazione delle forze produttive, verso la costruzione del socialismo e poi del comunismo, ma deve essere la scelta verso l’umanità a sostenere questo possibile sviluppo storico e sociale.

Così storicamente l’umanità ha scelto di liberarsi dallo sfruttamento e ha edificato una società socialista, ma il lavoro di liberazione deve continuare a cominciare dal ritorno allo spirito dei primi tempi della società sovietica. Bisogna costruire una democrazia a partire dai piccoli fatti della vita quotidiana, bisogna sconfiggere la burocrazia e la sua manipolazione, anche con il sostegno dell’arte, come nel caso di Ady e della sua attitudine etica. L’importanza dell’arte consiste nella sua capacità di rappresentare la realtà concreta, spesso con mezzi più impattanti e immediati di quelli della scienza.

Alla luce dell’etica si può giudicare l’attività umana. Lukács si dichiara qui favorevole alla costruzione di un sistema di categorie, di strumenti di giudizio, che possa valutare la realtà. Queste categorie dovrebbero avere un fondamento etico e una struttura ontologica, quindi storica e dialettica. In tal modo il marxismo, ritornato alla sua origine autentica, potrebbe trovare una terza via tra l’aberrazione pseudo-materialistica di tipo staliniano e la manipolazione esistenzialistica e neopositivistica. La manipolazione capitalistica spinge l’uomo contemporaneo verso bisogni irreali, che sono sostanzialmente inumani; a questi bisogni inumani vanno contrapposti i bisogni reali, umani. La definizione di questi bisogni può essere ottenuta con l’applicazione di quelle categorie ontologiche.

Nel corso di questa intervista Lukács tocca due argomenti che sono strettamente correlati per molti esseri umani, ma che per lui sono separabili: la morte e la religione. Tratta il tema della morte da una posizione epicurea, cioè un fatto essenzialmente biologico, ma che per l’essere umano assume un valore etico, essa è in fondo l’unico assoluto che qualsiasi uomo deve affrontare. L’unico modo di affrontare dignitosamente la morte è la convinzione di avere vissuto secondo le proprie convinzioni, quindi di essere vissuti fedeli a se stessi e non invano, perché si è stati utili agli altri.

Nei confronti della religione, in particolare della religione cattolica, Lukács si dichiara favorevole al dialogo costruttivo, anche se non si aspetta particolari sviluppi teorici; ritiene invece che possano esserci importanti sviluppi pratici. Il dialogo non ha finalità, ma è solo un mezzo per raggiungere un accordo collettivo. L’approccio, però, deve essere teoretico, non strumentale, tenendo sempre presente che la Chiesa ha saputo convivere con diversi, e anche storicamente opposti, sistemi sociali, economici e politici, che essa ha, quindi, un’abilità mimetica che non garantisce il rispetto del fondamento teoretico del dialogo. È un peccato che Lukács non abbia prestato maggiore attenzione al movimento della Teologia della liberazione, che sorgeva proprio negli ultimi anni di vita di Lukács. Probabilmente la sua quasi totale ignoranza della Teologia della Liberazione fu dovuta al suo sostanziale eurocentrismo: Lukács non conosceva le lingue della Teologia della Liberazione, cioè lo spagnolo e il portoghese, e in quegli anni non c’era interesse a tradurre nelle lingue del centro del mondo le opere polemiche della Teologia della Liberazione, peraltro condannate dalla Chiesa cattolica.

L’intervista concessa a Perry Anderson risale al 1969, per cui i fatti a cui si richiama l’intervistatore sono quelli dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia e l’annichilamento del processo democratico che era iniziato in quel paese. Adesso sappiamo che Lukács aveva scritto di getto un libretto, Demokratisierung heute und morgen, proprio in riferimento a quell’avvenimento, ma nell’intervista non fa alcun accenno né alla Primavera di Praga, né tanto meno alla sua opera. Affronta, invece, la questione della democrazia socialista, ribadendo ancora una volta che la democrazia borghese non è affatto il suo ideale di riferimento, questo è piuttosto la democrazia sovietica, citando, però, l’originale democrazia sovietica, quella della Comune di Parigi, delle Rivoluzioni Russe del 1905 e del 1917. All’interno di questa citazione accenna anche all’altro importante avvenimento di quegli anni, la morte di Che Guevara, che interpreta come un eroe giacobino. Questo giudizio è da considerarsi sostanzialmente errato, denotando una sostanziale estraneità di Lukács alle questioni lontane dal socialismo europeo. Che Guevara, secondo lui, non avrebbe affrontato le questioni della vita quotidiana, il campo in cui si realizza la democrazia socialista; ciò non è vero, perché Che Guevara contribuì in forma determinante alla socializzazione dei mezzi di produzione a Cuba, quando vi svolse la funzione di Ministro dell’industria. Ovviamente la sua morte fu la conseguenza di un errore di calcolo, perché non si ripeterono in Bolivia le condizioni che si realizzarono a Cuba. Ma la questione Che Guevara non pare affrontata da Lukács con la necessaria profondità.

La questione fondamentale della democrazia socialista è, però, affrontata con precisione: il socialismo è una forma di transizione dal capitalismo al comunismo e per questa ragione non nasce l’homo economicus adatto al socialismo. In effetti, per chi abbia vissuto in un paese del socialismo realizzato era palese che il socialist way of life non esisteva, mentre lentamente si andava affermando sempre più l’american way of life. Lukács suggerisce che questa difficoltà dovrebbe essere affrontata con una nuova educazione, con la costruzione di un uomo nuovo, argomento centrale del pensiero di Che Guevara, per ricordare quanto affermato poco sopra. In realtà, però, l’abitudine stalinista, il sostanziale distacco tra partito e società civile continuava ad esistere ancora negli anni Sessanta. L’unico tentativo di superare questo distacco fu compiuto in Cecoslovacchia e abbiamo sopra scritto come fu annichilito questo tentativo. Lukács non può che ribadire la necessità di una rottura completa con lo stalinismo, cosa che in realtà fu tentata soltanto molto tardi, quando ormai il socialismo era entrato in una crisi definitiva.

Lukács è nuovamente drastico rispetto al ritorno agli eretici degli anni Venti, cioè a Gramsci, Korsch e al se stesso di Storia e coscienza di classe. Insiste che le condizioni e la situazione non è più quella di quaranta anni prima, cioè che tra gli anni Venti e gli anni Sessanta c’è stato di mezzo il gigantesco errore dello stalinismo. E se non si supera quell’errore non si può riprendere il filo del discorso, del pensiero, del socialismo che si stava avviando allora. Afferma che sta scrivendo un’Ontologia dell’essere sociale per riparare agli errori da lui compiuti in Storia e coscienza di classe. Accenna ad alcuni temi della sua ontologia, ma credo che in quel momento considerasse l’errore maggiore di Storia e coscienza di classe la trattazione dell’estraniazione. Probabilmente l’analisi dell’estraniazione causata dalla parcellizzazione fosse ancora valida, ma l’estraniazione causata dalla manipolazione, sia nel capitalismo che nel socialismo realizzato, meritava un’analisi che Storia e coscienza di classe non poteva offrire. Voglio rilevare che se Lukács considerava superate le sue analisi e la riflessione di Korsch, così non si pronuncia su Gramsci, che giudica “il migliore di tutti noi”, soprattutto perché lo conosceva poco a causa della sua ignoranza dell’italiano e poi anche perché, come sostiene nell’“Intervista sconosciuta”, sapeva che la tradizione differente del Partito Comunista Italiano discendeva proprio dalla particolarità del pensiero gramsciano.

Anderson sposta la conversazione con Lukács sul piano dell’autobiografico e seppure in poche righe, Lukács ci offre l’immagine di alcuni suoi illustri contemporanei come Weber, Lenin, Trotsky, Brecht e Benjamin. Poi ritorna su alcuni momenti della sua lunga vita, come l’impressione della poesia di Ady, di cui ha parlato nel “Dialogo nella corrente”, la pubblicazione della Teoria del romanzo, il periodo della redazione delle Tesi di Blum e la successiva condanna da parte del Partito Comunista Ungherese, la lettura sconvolgente dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx a Mosca, la partecipazione alla Rivoluzione ungherese del 1956. Sono momenti della sua vita ampiamente conosciuti, ma Lukács aggiunge sempre dettagli, sfumature, precisazioni che servono a comprendere meglio come affrontò certi passaggi drammatici della sua esistenza e quali scelte teoretiche vi erano implicate. Inoltre nei suoi ricordi emergono giudizi su personalità o concezioni che altrove non aveva mai espresso. Infine un auto-giudizio psicologico, allorquando afferma che non ha mai sofferto di frustrazione. Ogni qualvolta la sua vita si è trovata di fronte ad ostacoli insormontabili, aggirava l’ostacolo salvando i principi fondamentali e si dedicava ad altro. Il sacrificio fine a se stesso non apparteneva al suo modo di pensare e forse questo gli rimproverano i suoi critici, quando lo accusano di stalinismo: avrebbero preferito che fosse finito in un gulag o davanti a un plotone d’esecuzione. La sua arma era, invece, la penna e la usò fino ad un’età avanzata.

Nell’intervista concessa allo Spiegel, Lukács affronta nuovamente il problema della democrazia sovietica. Sostiene che essa è una democrazia dal basso, mentre la democrazia parlamentare è una democrazia dall’alto facilmente manipolabile, perché non vi è controllo dal basso. Una democrazia sovietica permette di far salire verso le istituzioni più alte le esigenze, le richieste e la volontà dei singoli cittadini, alla condizione che riescano a concentrare consenso sulla propria iniziativa. Questo modello democratico dovrebbe essere reintrodotto nelle società del socialismo realizzato, ancora una volta Lukács insiste nel ritorno alla democrazia sovietica del 1917, anche se ammette che questa possibilità è remota, ma gli sembra l’unica percorribile per riformare i sistemi politici del socialismo realizzato. In effetti, però, non si tratta di una riforma ma di una rivoluzione, come sostiene nell’intervista, una rivoluzione non solo possibile, ma inevitabile.

Soltanto una rivoluzione di questo tipo, che si fonda sulla partecipazione dei cittadini, può affrontare questioni fondamentali come quelle che stavano nascendo alla fine degli anni Settanta e che Lukács è già in grado di intravedere. Si tratta dell’inquinamento sempre più crescente nel mondo capitalistico ed industriale, nelle città, che lui stesso definisce invivibili. Questo inquinamento è una delle conseguenze del progresso, innescato dal rapporto che l’uomo instaura con la natura. A differenza del rapporto biologico con l’ambiente, che è passivo, l’uomo innesca un rapporto attivo con l’ambiente, perché trasforma l’ambiente secondo il progetto che conduce l’attività lavorativa.

Ma se l’attività lavorativa è condotta secondo la logica del profitto e non della soddisfazione dei bisogni, allora non si calcolano tutte le conseguenze dell’attività lavorativa e si innesca un processo eccessivo di sfruttamento ambientale. Al fianco del fenomeno dell’inquinamento globale, Lukács intravede anche il fenomeno della globalizzazione. Non conosce questo termine, ma descrive con precisione il fenomeno. A differenza dei critici superficiali dei nostri giorni, però, Lukács ne vede anche elementi positivi, come l’integrazione dell’intera umanità. Per lui si tratta della realizzazione della concezione marxiana dell’appartenenza al genere. La globalizzazione, allora incipiente, finalmente pone le condizioni perché si possa pensare ad un’umanità unica e integrata, dove tutti gli uomini iniziano per la prima volta nella loro storia a vivere insieme, anche se effettivamente vivono a grande distanza geografica gli uni dagli altri.

Il 16 aprile 1971 il filosofo francese Yves Bourdet incontrò Lukács e lo intervistò. Circa cinquanta giorni dopo Lukács morì. Si può, quindi, considerare questa l’ultima intervista di Lukács, probabilmente le sue ultime parole pubbliche. L’intervistatore dialoga con Lukács a partire dai suoi pregiudizi, ad esempio il culto degli intellettuali francesi verso Storia e coscienza di classe, la convinzione di interagire con un filosofo stalinista. Ovviamente dalle risposte si può arguire quanto pregiudizievoli fossero le convinzioni di Bourdet, che, infatti, lentamente le mette da parte e finisce per interagire con più auto-libertà con Lukács. Cosa che, invece, non pare fare Perry Anderson, che intervista Lukács secondo
uno schema preordinato e senza capacità di interagire realmente con l’intervistato.

Lukács esprime un giudizio molto articolato sull’Urss, considerandola una potenza militare e di conseguenza molto progredita, ma con una struttura politica che non lascia nessuno spazio alla libertà di creatività artistica, letteraria, filosofica, in una sola parola alla libertà umana.

Invece l’esigenza di una democratizzazione delle società del socialismo realizzato appare a Lukács assolutamente inevitabile, insieme ad una riforma economica del socialismo verso un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e di una loro maggiore partecipazione.

Il grande problema del socialismo realizzato è la burocrazia, vera e propria classe dominante che si riproduce per cooptazione, quindi al di fuori di qualsiasi meccanismo democratico. Questa burocrazia è totalmente staccata dalla società civile – tema già affrontato da Lukács in altre interviste – e spesso assume anche un atteggiamento di ostilità ad ogni fenomeno di liberalizzazione sociale. Della dissoluzione dello Stato, come prevedeva Marx in una società socialista, non c’è alcun segno, anzi la burocrazia, che detiene il controllo totale dello Stato, rafforza il potere dello Stato, perché in tal modo rafforza il proprio potere.

Lenin, invece, avrebbe voluto che le masse potessero comandare, dopo un opportuno periodo di educazione alla democrazia. Il Partito e lo Stato avrebbero dovuto obbedire alle masse e non costringerle come, invece, fecero nei paesi del socialismo realizzato. Naturalmente non si possono usare Marx e Lenin per tirar fuori dalle loro riflessioni delle formule da usare come se fossero dogmi indiscutibili. Questo atteggiamento sarebbe la negazione del loro spirito, ma è proprio questo quello che è accaduto nei paesi del socialismo realizzato con la salita al potere di Stalin. Inoltre se si dovessero usare i fondatori del marxismo come fonti da cui estrarre citazioni a sostegno dell’azione politica, gli intellettuali avrebbero un ruolo preminente e ciò è un fenomeno ampiamente superato dalla storia. Necessaria è, invece, una democrazia di tipo sovietico.

Per una rara volta Lukács affronta la questione nazionale e si dichiara incompetente ad esprimere giudizi fondati. Con un anticipo di venti anni sostiene che le differenze tra croati e serbi porteranno seri problemi in futuro, perché le differenze tra i due popoli non sono state superate dal regime socialista jugoslavo.

Chiude l’intervista affrontando la questione del valore, che sarebbe stata al centro della sua Etica, che non riuscì a scrivere e che lasciò soltanto sotto forma di un brogliaccio di appunti. Sostiene che il valore è sempre a fondamento di qualsiasi azione dell’uomo. Ma non dice in questa intervista su cosa si fonda il valore, lo ha detto in compenso nell’intervista allo Spiegel: il valore si fonda sulla riproduzione della vita umana.