I testi>Ontologia dell’essere sociale

Per esporre in termini ontologici le categorie specifiche dell’essere sociale, il loro svilupparsi dalle forme d’essere precedenti, il loro legame con queste, il loro fondarsi su di esse, il loro distinguersi da esse, occorre cominciare con l’analisi del lavoro. Naturalmente non bisogna dimenticare che ogni grado dell’essere, nell’insieme e nei dettagli, ha carattere di complesso, vale a dire che le sue categorie, anche quelle più centrali e determinanti, possono venir comprese adeguatamente solo entro e a partire dalla costituzione complessiva del livello d’essere di cui si tratta. E basta uno sguardo superficialissimo all’essere sociale per vedere l’intreccio indistricabile in cui si trovano sue categorie decisive come il lavoro, il linguaggio, la cooperazione e la divisione del lavoro, per vedere che in esso sorgono nuove relazioni della coscienza con la realtà e quindi con se stessa, ecc. Nessuna di queste categorie può venir compresa adeguatamente quando la si consideri isolata; si pensi, ad esempio, alla feticizzazione della tecnica, la quale dopo esser stata «scoperta» dal positivismo, e aver influito profondamente su taluni marxisti (Bucharin), ancora oggi ha un peso non irrilevante, e non solo fra i ciechi esaltatori dell’universalità della manipolazione, di questi tempi tanto apprezzata, ma anche fra chi l’avversa muovendo dai dogmi di un’etica astratta.

Per sbrogliare la questione dobbiamo richiamarci al metodo marxiano, già da noi analizzato, delle due vie: dapprima scomporre in maniera analitico-astrattiva il nuovo complesso d’essere, per poter poi sul fondamento così ottenuto ritornare (ossia avanzare fino) al complesso dell’essere sociale, non solo in quanto dato e quindi semplicemente rappresentato, ma ora anche concepito nella sua totalità reale. In questa direzione un certo contributo metodologico ci viene dai movimenti evolutivi, anche questi già da noi indagati, delle diverse specie dell’essere. La scienza odierna comincia a individuare in concreto le tracce della genesi dell’organico dall’inorganico e ci dice che in determinate circostanze (aria, pressione atmosferica, ecc.) possono nascere complessi estremamente primitivi nei quali sono già contenuti in germe i connotati fondamentali dell’organismo. Anche se poi, nelle attuali condizioni concrete, essi non sono in grado di perpetuare la loro esistenza e possono solo venire alla luce per fabbricazione sperimentale. Inoltre la teoria evolutiva degli organismi ci mostra come, gradualmente, in modo assai contraddittorio, con molti vicoli ciechi, prendano il sopravvento le categorie specifiche della riproduzione organica. È caratteristico, per esempio, delle piante che l’intera loro riproduzione – di regola, le eccezioni qui non sono rilevanti – si compia sulla base del ricambio con la natura inorganica. Solo nel regno animale tale ricambio avviene unicamente o almeno in prevalenza nella sfera dell’organico e, sempre di regola, lo stesso materiale inorganico occorrente viene elaborato solo passando per questa sfera. Il cammino dell’evoluzione, cioè, massimizza il dominio delle categorie specifiche della sfera della vita sopra quelle che traggono la loro esistenza ed efficacia dalla sfera inferiore dell’essere.

Quanto all’essere sociale, analoga è la collocazione che vi assume la vita organica (e per suo tramite, naturalmente, il mondo inorganico). Abbiamo già parlato, in altro contesto, di questa linea evolutiva del sociale, di quello che Marx ha chiamato l’«arretramento della barriera naturale». In verità, qui è a priori escluso ogni esperimento che possa farci ritornare ai momenti di passaggio dalla prevalenza della vita organica alla socialità. Proprio la totale irreversibilità connessa al carattere storico dell’essere sociale ci impedisce di ricostruire per esperimento l’hic et nunc di questo stadio intermedio.

Noi quindi non possiamo avere una conoscenza diretta e precisa di tale trasformazione dell’essere organico in essere sociale. Il massimo ottenibile è una conoscenza post festum, applicando il metodo marxiano per cui l’anatomia dell’uomo fornisce la chiave per l’anatomia della scimmia, per cui cioè uno stadio più primitivo è ricostruibile – nel pensiero – a partire da quello superiore, dalla sua direzione evolutiva, dalle sue tendenze di sviluppo. L’approssimazione massima ci viene, per esempio, dagli scavi, che gettano luce su varie tappe intermedie dal punto di vista anatomico-fisiologico e sociale (arnesi, ecc.). Il salto però resta un salto e in ultima analisi può essere chiarito concettualmente solo con l’esperimento ideale di cui abbiamo detto.

Occorre dunque sempre tener presente come si tratti di un passaggio che prevede un salto – ontologicamente necessario – da un livello dell’essere a un altro, qualitativamente diverso. La speranza della prima generazione di darwinisti di trovare il missing link tra la scimmia e l’uomo doveva andare delusa quanto meno perché i connotati biologici possono illuminare solo le tappe di passaggio, non il salto vero e proprio. Noi però abbiamo anche rilevato che la descrizione, per quanto in sé precisa, delle differenze psicofisiche tra uomo e animale non coglierà il fatto ontologico del salto (e del processo reale in cui questo si attua) finché non sarà in grado di spiegare la genesi di queste peculiarità dell’uomo a partire dal suo essere sociale. Così come non sono in grado di chiarire i essenza di queste nuove connessioni gli esperimenti psicologici con animali fortemente evoluti, anzitutto con le scimmie. Si dimentica spesso che in tali esperimenti gli animali vengono posti in condizioni di vita artificiali. In primo luogo risulta eliminata la naturale insicurezza della loro esistenza (la ricerca del cibo, lo stato di pericolo), in secondo luogo essi lavorano con arnesi ecc. non fatti da loro stessi, ma fabbricati e raggruppati dallo sperimentatore. L’essenza del lavoro umano, invece, sta nel fatto che, in primo luogo, esso nasce nel mezzo della lotta per l’esistenza e, in secondo luogo, tutti i suoi stadi sono prodotti dell’autoattività dell’uomo. Per questo certe somiglianze, troppo sopravvalutate, devono essere riguardate con occhio estremamente critico. L’unico momento davvero istruttivo è la grande elasticità che incontriamo nel comportamento degli animali superiori. Tuttavia la specie nella quale si è avuto il salto verso il lavoro deve aver rappresentato un particolare caso-limite, qualitativamente ancor più evoluto; le specie oggi esistenti infatti si trovano palesemente a un gradino molto più basso e non è possibile gettare un ponte fra esse e il lavoro vero e proprio.

Poiché abbiamo da fare con il complesso concreto della socialità come forma d’essere, legittimamente ci si può domandare perché noi in questo complesso mettiamo l’accento proprio sul lavoro e gli attribuiamo un posto tanto privilegiato nel processo e per il salto della sua genesi. La risposta, in termini ontologici, è più semplice di quel che sembri a prima vista: tutte le altre categorie di questa forma d’essere hanno per loro essenza già carattere sociale; le loro proprietà e i loro modi di operare si dispiegano solo nell’essere sociale già costituito; il loro manifestarsi, anche quando sia estremamente primitivo, presuppone sempre il salto come già avvenuto. Soltanto il lavoro ha per sua essenza ontologica un dichiarato carattere intermedio: esso è per sua essenza una interrelazione fra uomo (società) e natura, sia inorganica (arnese, materia prima, oggetto del lavoro, ecc.) che organica, interrelazione che può bensì figurare anch’essa in punti determinati della serie ora indicata, ma innanzi tutto contrassegna il passaggio nell’uomo che lavora dall’essere meramente biologico a quello sociale. Marx dice con ragione: «Il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità naturale eterna che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini»1. Non ci si deve scandalizzare, visto che si parla della genesi, per l’espressione «valore d’uso», considerandola già troppo economica. Finché non è entrato in rapporto di riflessione con il valore di scambio, il che può avvenire solo in uno stadio relativamente molto più elevato, il valore d’uso non designa altro che un prodotto del lavoro che l’uomo è in grado di usare utilmente nella riproduzione della propria esistenza. Nel lavoro sono presenti in nuce tutte le determinazioni che, come vedremo, costituiscono l’essenza di quanto nell’essere sociale è nuovo. Il lavoro, quindi, può essere considerato il fenomeno originario, il modello dell’essere sociale; per cui mettere in chiaro tali determinazioni significa avere un quadro così preciso dei tratti essenziali di quest’ultimo, che appare metodologicamente vantaggioso cominciare con l’analisi del lavoro.

Bisogna però non dimenticare mai che, considerando così isolatamente il lavoro, si compie un’astrazione. La socialità, la prima divisione del lavoro, il linguaggio, ecc. sorgono bensì dal lavoro, non però in una successione temporale che sia ben determinabile, ma invece, quanto alla loro essenza, simultaneamente. È perciò una astrazione sui generis quella che noi compiamo; dal punto di vista metodologico ha un carattere analogo a quelle astrazioni di cui abbiamo diffusamente parlato analizzando l’edificio concettuale del Capitale di Marx. Essa comincerà a venire sciolta già nel secondo capitolo, nell’indagine relativa al processo di riproduzione dell’essere sociale. Perciò questa forma di astrazione, come anche in Marx, non significa che quei temi vengano fatti completamente scomparire, – anche se in maniera provvisoria, – ma solo che restano per così dire al margine, all’orizzonte, e che l’indagine adeguata, concreta e totale, su di essi viene rimandata a fasi più avanzate del discorso. Per il momento essi vengono in luce solo quando si collegano immediatamente con il lavoro, – considerato in astratto, – quando ne sono conseguenza ontologica diretta.


1 K. Marx, Das Kapital, I, Hamburg. 1903, p. 9 [trad. it. di D. Cantimori, Il capitale, I, Roma. Editori Riuniti, 1964. p. 75].