I testi>Ontologia dell’essere sociale

L’Ontologia è l’ultimo lavoro e l’ultima grande opera sistematica di György Lukács, morto a Budapest il 4 giugno 1971. Le circostanze della sua composizione, il fatto che l’autore avesse annunciato più volte negli ultimi anni di essere al lavoro su questo argomento, le anticipazioni di qualche suo contenuto che se ne sono avute Lukács vivente1, il modo frammentario in cui finora è stato pubblicato lo stesso testo originale tedesco per le difficoltà incontrate dai curatori nella redazione del manoscritto2, l’uso in campo marxista del termine di «ontologia», con il connesso sospetto di intrusioni metafisiche e cadute idealistiche, hanno fatto sì che intorno a quest’opera si coagulasse un’intensa atmosfera di attesa variamente intonata. E non sono mancati i giudizi definitivi in base a quanto già apparso in pubblico.

Il lettore italiano, avendo intanto a disposizione questa prima parte, potrà ora giudicare per via diretta la validità, la portata e anche il senso di quest’ultimo impegno del filosofo ungherese scomparso.

E non a caso viene di usare la parola «impegno», con tutte le sue assonanze. Perché, quali che saranno le riflessioni critiche suscitate dalla lettura del testo, comunque si articoleranno le eventuali obiezioni di merito rispetto al discorso che vi è contenuto, quest’Ontologia crediamo debba essere considerata un lavoro ancora una volta militante, di un uomo legato alla vita del movimento operaio e profondamente impegnato a intervenire, a dare il proprio contributo di pensatore alla lotta per il socialismo.

Gli interlocutori di Lukács nelle Conversazioni del 1966, i quali pure avevano discusso con vivo senso dell’attualità temi e impostazioni del suo lavoro di quel periodo, non esitavano a presentare quest’attività in una luce nettamente accademica, come lo sforzo di un filosofo chiuso nell’orizzonte del proprio pensiero. Il destino avrebbe fatto sì che Lukács potesse condurre «il nocciolo filosofico della sua opera a una compiuta espressione concettuale soltanto nella vecchiaia inoltrata. La summa della sua filosofia non ci è ancora arrivata; la prima parte di questa summa è il primo volume dell’Estetica, cui seguirà subito dopo un’Ontologia» (cfr. Conversazioni, cit., pp. 5-6). Ma quest’interpretazione non sembra rispondere allo spirito con cui Lukács si è accanito e – anche se ottimisticamente – tormentato intorno alla «rinascita del marxismo» per quasi un ventennio. Già nella prefazione all’Estetica, infatti, confessava che l’idea di stendere un’opera sistematica in tale campo, quantunque si riconnettesse a un «sogno giovanile», aveva preso concretezza agli inizi degli anni cinquanta. E i risultati di tale lungo adoprarsi e lottare non possono, in ogni caso, venir considerati come il felice approdo di chi, con la saggezza dell’età, pervenga finalmente a mettere ordine nelle proprie cose e, lontano ormai dalla vita attiva, abbia l’agio in meritati ozi contemplativi di consegnare ai posteri appunto la summa della propria filosofia.

Quel che mette in moto il pensatore Lukács dopo la seconda guerra mondiale è «il fatto che la trasformazione del capitalismo in un sistema dominato dal plusvalore relativo crea una situazione in cui il movimento operaio, il movimento rivoluzionario, è condannato a un nuovo inizio»: come sostiene egli stesso in un luogo delle Conversazioni del 1966 e come va ripetendo in vari scritti e interviste. È un «nuovo inizio» che, mentre da un lato impone un enorme lavoro scientifico per cogliere la realtà quale essa è, richiede dall’altro il recupero del marxismo autentico. Occorre, insomma, quanto al metodo ritornare a Marx e quanto alla spiegazione dei fenomeni nuovi andare avanti.

Il nuovo della realtà capitalistica consiste, secondo Lukács, nel dominio del plusvalore relativo rispetto a un peso diminuito del plusvalore assoluto, con il conseguente tentativo capitalistico di giungere al controllo delle coscienze, alla manipolazione. Il che fa venire in primo piano, intanto, problemi specifici che il movimento operaio non si era posto con la dovuta energia, come quello dell’autonomia della personalità e quello della vita fornita di senso. Né il mondo manipolato è solo quello della classe operaia. Si tratta invece di un processo generale che investe ogni individuo, non esclusi gli intellettuali, com’è ovvio, e la borghesia stessa. Di qui, fra l’altro, la necessità di un più ampio articolarsi della lotta che la classe operaia conduce per la propria emancipazione, non solo in quanto essa trova o può trovare un più largo arco di alleanze sociali, e quindi politiche, ma soprattutto in quanto la sua azione tende oggettivamente a operare nella sfera delle sovrastrutture con un forte grado di incidenza reale, mentre per il passato, quanto meno, occorreva tutta una serie di mediazioni.

Se questo nuovo stato di cose apre persino la prospettiva di un incontro con gli «uomini religiosi» (ma superando due ostacoli: da un lato la concezione dogmatica del fenomeno religioso imperante nel marxismo, dall’altro l’idea illusoria di un impossibile «incontro ideologico»), per converso l’avversario diretto del marxismo recuperato è il neopositivismo, o meglio il metodo neopositivistico, che è insieme rappresentante teorico e strumento della manipolazione.

«Se analizzassimo bene le costanti teoriche dei gruppi dirigenti politici, militari ed economici del nostro tempo», afferma Lukács nella conferenza del 1968 con cui intende presentare l’impianto della sua Ontologia, «scopriremmo che esse – consapevolmente o inconsapevolmente – sono determinate da metodi di pensiero neopositivistici» (L’uomo e la rivoluzione, cit., p. 19). Si tratta di un vero e proprio movimento internazionale che trova origine nel bisogno del capitalismo di manipolare il mercato, ma che poi si autonomizza e sviluppa in una generale forma di coscienza dove impera esclusiva una gnoseologia che vuol sostituire alla conoscenza della realtà la manipolazione degli oggetti indispensabili nella prassi immediata. La verità viene soppiantata dal raggiungimento dei fini pratico-immediati. In questo movimento ideologico generale rientrano non solo le correnti filosofiche (neokantismo, positivismo, empiriocriticismo, pragmatismo, behaviorismo e infine il neopositivismo, con il suo pendant, l’esistenzialismo) di maggior prestigio intellettuale in questo periodo, ma anche la religione codificata, che cerca con la scienza moderna il «compromesso bellarminiano» della doppia verità.

Quel che è peggio, tuttavia, è che a tali tendenze il movimento operaio ha saputo opporre soltanto lo stalinismo, «questa irruzione neopositivistica nel marxismo» (Conversazioni, cit., p. 189). L’impulso maggiore a intraprendere il lungo cammino teorico viene infatti a Lukács dalla visione di un marxismo inadeguato ai nuovi compiti. Certo, il sovrano fastidio del grande intellettuale mitteleuropeo, uso al commercio continuo con le profondità e altezze hegeliane, lo induce talvolta a giudizi drastici, riduttivi e perciò inesatti, di fronte all’angustia dogmatica, alla rigidezza teorica, al carattere grossolanamente volgarizzatore «di quello che nel periodo staliniano si usava chiamare marxismo» (Il marxismo nella coesistenza, Roma, 1968, p. 62). Così da lanciarsi, nello spirito di un giornalismo un po’ spiccio, in perentorie dichiarazioni secondo cui, nonostante le notevoli conquiste materiali e i grandi risultati politici del tatticismo staliniano, il socialismo è venuto a trovarsi, «dal punto di vista ideologico, vis-à-vis de rien» (intervista al settimanale tedesco-occidentale Der Spiegel, ora in G. Lukács, Cultura e potere, Roma, 1970, p. 172). Nondimeno, l’impostazione pragmatica, il dogmatismo strumentalistico, l’inversione fra tattica e strategia, il logicismo sofistico e scarso di rispetto verso la realtà (basterebbe ricordare in proposito la semplicistica teoria del «socialfascismo») caratterizzano senz’altro l’ideologia di quello che si usa chiamare lo stalinismo, e in essi è riscontrabile una parentela o un avvicinamento metodologico agli orientamenti manipolatori dominanti nella cultura e nella società capitalistiche.

Due sono pertanto i quadri di riferimento per il Lukács che si accinge a operare un ritorno a Marx, al senso della realtà di Marx, che insomma vuol contribuire a restaurare un marxismo «fondato sulla realtà dei fatti»: da un lato lo sviluppo del capitalismo quale si è verificato dopo Marx, dall’altro lato l’irrigidimento dogmatico prodottosi nel pensiero marxista dopo Lenin. Non si vuol dire con questo che agli inizi degli anni cinquanta Lukács avesse già chiaro nella sua mente un progetto compiuto di intervento teorico. Tutt’altro. Le due realtà da cui prendeva le mosse da principio agirono, in effetti, da semplice stimolo verso interessi e problematiche già presenti nel suo mondo intellettuale, solo conferendogli un diverso tono di profondità e una diversa determinatezza storica. L’Ontologia verrà fuori per necessità interna dal concretarsi della riflessione.

Nel 1955, all’età di settantanni, Lukács mette mano all’Estetica3, ma contemporaneamente imposta un piano decennale di lavoro da cui dovrebbero prender corpo le tre parti di quest’opera e insieme una ricerca dedicata all’etica. Il riaffacciarsi di interessi giovanili è evidente anche in questa seconda intenzione, collegantesi però a problemi aperti dall’attualità. Quando nel 1962, dopo sette anni attraversati dalle vicende del 1956 internazionale e ungherese, la prima parte dell’Estetica viene condotta a termine, questa gli appare già come una «totalità conclusa» e difatti si configura come una vasta trattazione sul rapporto concreto dell’uomo con la realtà oggettiva. A partire dalla vita quotidiana si sale verso le forme più alte di ricezione e riproduzione della realtà, la scienza e l’arte, per ritornare infine alla vita degli uomini, alla corrente della vita quotidiana. L’uomo è un animale che lavora, «un essere che risponde»: pertanto l’analisi sistematica dell’attività estetica esige uno studio preliminare, che si allarghi a teoria generale del rispecchiamento, a discorso sul sistema di reazioni dell’uomo di fronte alla realtà.

Già nel 1957, tuttavia, il piano di lavoro subisce un mutamento: alla seconda e alla terza parte dell’Estetica – che, com’è noto, recavano rispettivamente i titoli provvisori di Opera d’arte e comportamento estetico e L’arte come fenomeno storico-sociale – viene anteposta l’elaborazione dell’etica, suscettibile appunto di contribuire con più efficacia a quella «rinascita del marxismo» della cui urgenza ormai Lukács è pienamente persuaso. Siamo, com’è evidente, nell’atmosfera e nello spirito del XX Congresso del PCUS, che egli sta vivendo personalmente in termini drammatici.

Al momento di affrontare praticamente la nuova materia, Lukács avverte però che un’etica priva di fondazione ontologica sarebbe «campata in aria». (Echi di questa esigenza sono del resto registrati anche nella prefazione all’Estetica, datata dicembre 1962). Nasce così l’idea di stendere un breve saggio ontologico che funga da introduzione all’etica. Ma subito il nuovo tema prende la mano all’autore e si trasforma nell’argomento di un’opera indipendente. È il ritorno a Marx, la restaurazione di un marxismo «fondato sui fatti» che impone di prendere di petto la questione dell’essere – e nel suo ambito soprattutto dell’essere sociale – per restituire limpidezza metodologica al marxismo. E anzi gli balena anche l’idea di scrivere «un Capitale del presente», cui rinuncia in partenza a causa dell’età; ma in ogni caso giudica essenziale, per andare avanti nell’analisi dei fenomeni nuovi, che venga studiato sistematicamente lo sviluppo economico avutosi dopo Marx.

Il piano di lavoro torna a essere modificato: scomparse dal suo orizzonte le due ultime parti dell’Estetica, Lukács si propone ora di dedicarsi dapprima a due ricerche sistematiche, cioè appunto all’ontologia dell’essere sociale e all’etica, e, in seguito, alla stesura della propria biografia. Di fatto sarà l’Ontologia a tenerlo occupato fino al momento della morte nel 1971. Soltanto nell’ultimo stadio della malattia, di cui conosce la natura inesorabile, si decide a redigere uno schizzo dell’autobiografia, che porta avanti nei «riposi forzati». Qui, poche settimane prima della fine, annota: «Significato del marxismo autentico come unica via d’uscita. Perciò: nei paesi socialisti ideologia marxista come critica dell’esistente, come sollecitazione alle riforme sempre più necessarie. Soggettivamente: tentativi di formulare i principi fondamentali dell’ontologia marxiana».

La scelta del tema, come si afferma nell’Ontologia stessa, non nasce dunque da una particolare inclinazione personale, ma dal tentativo di riattivare il contatto con le grandi tradizioni del marxismo, che intende la realtà come qualcosa da trasformare e non semplicemente da manipolare e gestire. Occorre perciò che il marxismo si configuri come scienza, come conoscenza il più possibile adeguata del reale, ed è proprio in tale direzione che si muove la ricerca teorica lukacsiana, «giacché nel caos attuale di teorie tortuosamente escogitate, piattamente livellatrici e falsamente “profonde”, la necessaria restaurazione del marxismo ha bisogno di una ontologia fondata e fondante, che trovi nella realtà oggettiva della natura la base reale dell’essere sociale e sia nel medesimo tempo in grado di presentare questo nella sua simultanea identità e differenza con l’ontologia della natura».

L’obiettivo di Lukács è il recupero e la fondazione di una visione delle cose che respinga recisamente sia le tentazioni idealistiche sia la facile piattezza del materialismo meccanicistico. Si tratta di ridefinire la nozione stessa di essere. E l’essere qui non è una vuota categoria astratta, viene inteso invece come la totalità concreta e perciò dialetticamente articolata in totalità parziali o, come Lukács dice prendendo a prestito la terminologia di N. Hartmann, come un «complesso di complessi» in movimento. L’universale processualità dell’essere deriva non solo dalla complicata interazione degli «elementi» (complessi) all’interno di ciascun complesso e dei complessi tra loro, ma dalla presenza ogni volta di un übergreifendes Moment che fornisce la direzione oggettiva del processo, il quale si configura perciò come un processo storico.

La storicità del reale, che non genera nessuna gerarchia (né logica né valutativa, e anzi proprio qui sta la polemica lukacsiana, coniata sulla classica contrapposizione critica fra sistema e metodo, contro la «falsa ontologia di Hegel»), investe tutti e tre i grandi modi dell’essere: la natura inorganica, il mondo della vita (l’organico, il biologico) e l’essere sociale. Ciascuno di questi livelli, pur distinguendosi nettamente dagli altri per una propria specificità ontologica, vi è però collegato secondo una linea di sviluppo (necessario-casuale, non teleologico) che fonda il biologico sull’inorganico e il sociale sui due precedenti modi dell’essere. Non è perciò mai possibile tra essi una separazione assoluta. Il «salto ontologico» rappresentato dal lavoro (che con la sua teleologia vede subito concretamente presente la coscienza) allo stesso tempo costituisce la socialità e la collega ineluttabilmente alla natura inorganica e organica. Il perenne processo di umanizzazione o socializzazione dell’uomo non può né potrà mai prescindere dal biologico e dall’inorganico.

Al livello dell’essere sociale è dunque la produzione e riproduzione della vita, la sfera economica, che risulta il centro motore. Tuttavia, essa non può svolgere questa sua funzione che come momento ontologicamente (ma solo ontologicamente) primario di un’interazione tra i complessi che vengono in essere nella dialettica oggettiva tra caso e necessità, a questo livello intrecciata con quella tra finalismo (coscienza) e causalità. Sicché, non solo appare ontologicamente fondata la relativa autonomia delle sovrastrutture rispetto alla base economica, che pur resta il momento übergreifend di quest’azione reciproca, non solo all’interno di tale dialettica l’azione dell’individuo (che è sempre scelta tra alternative) acquista un suo peso reale e decisivo, ma altresì la conoscenza il più possibile adeguata di una realtà così costituita non può non proporsi come critica (ontologica) dell’economia politica.

Se ne deduce, dunque, che il marxismo autentico, né sarà una scienza o filosofia particolare, né dovrà aggettivare come «marxista» una qualsiasi disciplina. Al contrario, dagli sviluppi e dai risultati delle scienze particolari come si sono formate storicamente dovrà trarre quelle conoscenze che, passate al vaglio della sua critica ontologica, gli permettano di elaborare una complessiva e articolata immagine della totalità concreta.

Una volta ultimata l’opera, l’importanza che Lukács attribuiva al proprio lavoro ontologico lo aveva però già reso scontento dei risultati conseguiti. L’aveva divisa in due parti: la prima, storica, in cui esaminava «lo stato attuale del problema», soffermandosi, dopo un rapido esame del neopositivismo e dell’esistenzialismo, su Nicolai Hartmann e infine, in due grossi capitoli, su Hegel e su Marx; la seconda, sistematica, trattava dei «complessi problematici più importanti» (il lavoro, la riproduzione, l’elemento ideale e l’ideologia, l’alienazione) secondo le proprie vedute originali. Era soprattutto questa struttura dell’opera a renderlo insoddisfatto. Ben persuaso del contenuto del suo discorso, pensava di non aver trovato la forma adeguata di esposizione. Vedeva ripetizioni in singoli punti delle due parti e, nella prima di esse, considerava riusciti solamente i capitoli su Hegel e su Marx, mentre riteneva di aver sopravvalutato N. Hartmann e di aver sottoposto a una critica disorganica, che talvolta non andava oltre la routine, le altre correnti filosofiche contemporanee.

A questi elementi d’insoddisfazione e alla consapevolezza delle difficoltà incontrate per non essersi potuto riferire a lavori precedenti, né suoi né di altri in materia, ma anche per aver dovuto lottare contro il condizionamento esercitato su di lui dalla concezione, profondamente radicata nel marxismo postmarxiano, di una necessità oggettiva feticizzata e assolutizzata, erano andate ad aggiungersi le critiche di amici e discepoli. Lukács ne aveva tratto la conclusione che la sua opera, corretta nella impostazione di fondo, mancasse di forza d’urto, di vigoria espressiva. Si era così indotto a esporre in maniera più concisa il nocciolo delle sue idee in un altro scritto: le circa cinquecento pagine dei Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale.

Questo nuovo libro, il cui sottotitolo suona «Questioni di principio di un’ontologia oggi divenuta possibile», vede eliminata la rigida dualità tra parte storica e metodologica, ma per il suo carattere viene definito da István Eörsi (nell’articolo citato) «non un prologo e ancor meno il prologo di un’opera già completata», ma «invece la sintesi di un’opera non più scritta (e che forse non si potrà più scrivere)». Esso è nato davvero in corsa contro la morte. Lukács non ha potuto leggerne il dattiloscritto per intero, nonostante che nelle ultime sue ore di vita una «brigata-sos» si sia affannata a battere freneticamente a macchina il manoscritto, di decifrazione assai difficoltosa.

Il giudizio del futuro, cui Lukács con qualche esitazione e qualche speranza si affidava rinunciando a controllare quelle pagine, può adesso cominciare ad articolarsi sul concreto del testo. E nulla sarà più lukacsiano di un esame critico, spregiudicato, da parte di chi voglia spassionatamente stabilire quanto l’ultimo lavoro di questo pensatore possa contribuire alla rinascita del marxismo.

Alberto Scarponi

Avvertenza

Nelle note a piè di pagina vengono sempre riportate le indicazioni bibliografiche dell’autore, così come sono registrate nel dattiloscritto o nei testi a stampa su cui è fondata la traduzione. Per Hegel, va notato che Lukács cita in genere dalla prima edizione delle opere del filosofo (Vollständige Ausgabe durch einem Verein von Freunden des Verewigten, Berlin, 1832 sgg.), a questi volumi rimandano perciò i numeri romani che compaiono dopo il titolo del testo citato. Quando è stato possibile reperirla, abbiamo segnato tra parentesi quadre l’edizione italiana dell’opera cui ogni volta si fa riferimento. Per Marx ed Engels, nei rari casi in cui vengono citati brani che non esistono in traduzione italiana, abbiamo rimandato per comodità del lettore anche ai luoghi corrispondenti dei Marx-Engels-Werke, Berlin, 1957 sgg. (MEW), mentre Lukács cita, ma non sempre, dalla Marx-Engels-Gesamtausgabe, Frankfurt/Main, Berlin, Moskau-Leningrad, 1927 sgg. (MEGA).

Quanto alle citazioni tolte da opere già tradotte in italiano, ci siamo attenuti alla regola corrente di trascrivere senza modifiche il passo in questione, salvo alcune poche eccezioni dove, secondo l’uso altrettanto corrente, non abbiamo dato specifico rilievo alla divergenza. Una di queste poche divergenze merita però di venir sottolineata, perché relativa a una categoria importante nel discorso di Lukács. L’espressione marxiana übergreifendes Moment è stata tradotta prima con «momento egemonico» (Grillo). Qui la traduzione suona «momento soverchiante», della cui durezza linguistica ci rendiamo conto, ma che pure sembra accostarsi di più al significato e al senso dell’espressione originale (übergreifen designa una intromissione violenta che non esclude evidentemente una contrapposta resistenza), almeno nella lettura lukacsiana. Un’altra durezza linguistica è costituita dal modo in cui abbiamo reso in italiano il tedesco seiend. Questo termine appare variamente tradotto con «ente», «ciò che è», «esistente», come sostantivo e come oggettivo, oppure in quest’ultima accezione con la relativa «che è». Di rado si trova reso con «essente», che è invece la traduzione da noi sistematicamente adottata, sia per il criterio della uniformità lessicale («ente», per esempio, non è possibile usarlo come aggettivo, oltre al fatto che corrisponde a uno dei significati di Wesen), sia per eliminare al massimo le oscurità. Queste ultime, infatti, se non si può dire che siano frequenti, pure non sono assenti del tutto, neppure dopo l’accurata redazione del testo ad opera di Ferenc Bródy e Gábor Révai. Ciò dipende dallo stato nel quale l’autore ha lasciato l’originale, il cui dattiloscritto finale, sebbene rivisto da Lukács, non è immune da quelle inesattezze formali che spesso vengono corrette solo al momento della stampa. (Ciò non vale per il capitolo su Hegel, che uscì in una edizione a sé autorizzata dall’autore). Questa è la ragione per la quale si trovano qua e là note che Lukács aveva segnato sul foglio come appunto provvisorio senza dar loro una redazione definitiva.

1Anticipazioni sono largamente presenti fra i temi trattati nelle conversazioni del 1966 con Wolfgang Abendroth, Hans Heinz Holz, Leo Kofler e pubblicate in volume (trad. it. G. Lukács, Conversazioni, Bari, 1968). Tuttavia, la prima esposizione organica, quantunque sintetica, dell’impianto generale dell’ontologia è contenuta in una conferenza del 1968, pubblicata nel 1969, Basi ontologiche del pensiero e dell’attività dell’uomo (trad. it. in G. Lukács, L’uomo e la rivoluzione, con prefazione di Luciano Gruppi, Roma, 1973).

2 Finora sono apparsi, presso l’editore Luchterhand, i capitoli terzo («Falsa e vera ontologia di Hegel», 1971, in una edizione autorizzata dall’autore) e quarto («I principi ontologici fondamentali di Marx», 1972) della prima parte e il primo («Il lavoro», 1973) della seconda.

3 Le notizie relative all’origine e alla composizione dell’Ontologia sono tratte da István Eörsi, The story of a posthumous work (Lukács Ontology), in The new Hungarian quarterly, XVI, n. 58, summer 1975, pp. 106-108