I testi>Ontologia dell’essere sociale

Il Marx maturo ha scritto relativamente poco su questioni generali di filosofia e di scienza. Il suo occasionale progetto di esporre sommariamente il nocciolo razionale della dialettica hegeliana non venne mai tradotto in pratica. L’unico scritto frammentario che possediamo intorno a questa tematica è l’introduzione da lui stesa alla fine degli anni cinquanta nel tentativo di dare dei punti fermi alla propria opera economica. Tale frammento fu pubblicato nel 1907 da Kautsky nella sua edizione del libro, intitolato Per la critica dell’economia politica, nato da questi materiali. Da allora è passato più di mezzo secolo. Ma non si può dire che tale scritto abbia mai davvero influito sulla concezione che ci si è fatti della essenza e del metodo della dottrina marxiana. Eppure in questo schizzo sono riassunti i problemi più essenziali dell’ontologia dell’essere sociale e i metodi che ne derivano per la conoscenza economica, – in quanto campo centrale di tale livello dell’essere della materia. – Ma l’abbandono in cui è stato lasciato tale scritto ha un motivo cui abbiamo già accennato e di cui in genere non si fu consapevoli: l’abbandono della critica dell’economia politica per sostituirla con una semplice economia come scienza nel senso borghese.

Dal punto di vista metodologico occorre rilevare subito allo inizio che Marx separa sempre nettamente due complessi: l’essere sociale, che esiste indipendentemente dal fatto che venga conosciuto più o meno correttamente, e il metodo per afferrarlo idealmente nella maniera il più possibile adeguata. La priorità dell’ontologico rispetto alla mera conoscenza non concerne dunque solo l’essere in generale, ma tutta l’oggettività è nella sua struttura e dinamica concreta, nel suo esser-proprio-così, della massima importanza dal punto di vista ontologico. Ed è, questa, la posizione filosofica di Marx fin dai tempi dei Manoscritti economico-filosofici. In questi studi egli considera le relazioni reciproche fra oggettività come la forma originaria di ogni rapporto ontologico fra essenti: «Un ente che non abbia alcun oggetto fuori di sé non è un ente oggettivo. Un ente che non sia esso stesso oggetto per un terzo non ha alcun ente come suo oggetto, cioè non si comporta oggettivamente, il suo essere non è niente di oggettivo. Un ente non oggettivo è un non ente (ein Unwesen1. Già qui Marx respinge tutte quelle concezioni secondo cui determinati elementi «ultimi» dell’essere avrebbero ontologicamente una collocazione privilegiata rispetto a quelli più complessi, più composti, e secondo cui nel caso di questi ultimi le funzioni sintetiche del soggetto conoscente svolgerebbero un certo ruolo nel che cosa e nel come della loro oggettività. La filosofia kantiana è stata nel secolo XIX la forma più tipica della teoria che afferma la nascita sintetica di ciascuna oggettività concreta in contrapposto alla trascendenza nei confronti della coscienza e quindi alla inconoscibilità dell’astratta cosa in sé, dove, quanto alla oggettività concreta, è il soggetto che ogni volta compie la sintesi concreta, anche se in un modo che gli è prescritto da una legge. Ora, poiché l’allontanamento dall’ontologia marxiana da principio e per lungo tempo avvenne in prevalenza sotto l’influsso kantiano, sarà utile fermarsi un momento su questa contrapposizione in cui l’un termine esclude l’altro, anche perché, nonostante i molteplici cambiamenti nelle visioni del mondo borghese, essa non ha ancora perduto del tutto la sua attualità.

Quando si dice che l’oggettività è una proprietà primario-ontologica di ogni essente, si afferma per conseguenza che l’essente originario è sempre una totalità dinamica, una unità di complessità e processualità. Poiché Marx indaga l’essere sociale, per lui questa collocazione ontologica centrale della categoria di totalità è data molto più immediatamente che nello studio filosofico della natura. A questa si può arrivare per molte vie, ma solo con un ragionamento, per quanto stringente, mentre nel campo sociale la totalità è sempre già data immediatamente. (Non è contraddittorio con ciò il fatto che Marx consideri l’economia mondiale e con essa la storia mondiale risultato del processo storico). Che ogni società costituisce una totalità, l’aveva già visto e detto il giovane Marx2. Con ciò, tuttavia, viene indicato semplicemente il principio generalissimo, non l’essenza e la costituzione di questa totalità, e ancor meno la maniera in cui essa è immediatamente data e in cui è
possibile conoscerla in modo adeguato. Nello scritto di cui stiamo discutendo Marx risponde chiaramente a tali quesiti. Egli comincia dicendo che «il reale ed il concreto» è ogni volta la popolazione «che è la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione». A un esame più attento, però, risulta che con tale giusta constatazione si è fatto ancora assai poco per la conoscenza reale, concreta. Sia che prendiamo la totalità stessa immediatamente data oppure suoi complessi parziali, la conoscenza immediatamente diretta sulla realtà immediatamente data incontra sempre mere rappresentazioni. Queste perciò devono essere meglio determinate con l’aiuto di astrazioni isolatrici. L’economia come scienza all’inizio ha imboccato in effetti questa strada; è andata sempre più avanti sulla via della astrazione, finché è nata la vera scienza economica, che parte dagli elementi astratti lentamente conseguiti per «intraprendere di nuovo il viaggio all’indietro» arrivando ancora alla popolazione, «ma questa volta non come a una caotica rappresentazione di un insieme,
bensì come a una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni»3.

Cosicché è l’essenza della totalità economica stessa che prescrive la strada da fare per conoscerla. Questo giusto cammino, tuttavia, se non si tiene costantemente presente la dipendenza reale dall’essere, può condurre a illusioni idealistiche; infatti è il processo conoscitivo stesso che – se considerato nel suo isolamento e come autonomo – contiene in sé la tendenza all’autofalsificazione. Dice Marx a proposito della sintesi ottenuta per questa duplice via: «Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, quindi unità del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta [erscheint] come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e perciò anche il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione». Per la prima via dalla «rappresentazione piena» sorgono «determinazioni astratte», per la seconda «le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero. È per questo che Hegel cadde nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensiero, che si riassume e si approfondisce in se stesso, e si muove spontaneamente, mentre il metodo di salire dall’astratto al concreto è solo il modo, per il pensiero, di appropriarsi il concreto, di riprodurlo come qualcosa di spiritualmente concreto. Ma mai e poi mai il processo di formazione del concreto stesso»4. La rottura con il modo idealistico di rappresentarsi le cose è duplice. In primo luogo occorre comprendere che il cammino conoscitivamente necessario dagli «elementi», ottenuti con l’astrazione, alla conoscenza della totalità concreta è solo il cammino della conoscenza e non quello della realtà stessa. Quest’ultimo è fatto invece di concrete e reali interazioni fra tali «elementi» entro il quadro della graduata totalità che interferisce attivamente o passivamente. Ne segue che un cambiamento della totalità (anche delle totalità parziali che la formano) è possibile solo mettendo in luce la genesi reale. Farlo derivare da deduzioni categoriali effettuate nel pensiero può facilmente, come mostra l’esempio di Hegel, condurre a concezioni speculative infondate.

Questo non significa naturalmente che i nessi essenziali razionali fra gli «elementi» ottenuti per via di astrazione, anche quando si tratta dei loro nessi processuali, siano indifferenti per la conoscenza della realtà. Al contrario. Solo non bisogna dimenticare che tali «elementi» nelle loro forme generalizzate, ottenute per via di astrazione, sono prodotti del pensiero, della conoscenza. Dal punto di vista ontologico sono anch’essi complessi processuali dell’essere, ma dalla costituzione più semplice e quindi più facile da afferrare concettualmente rispetto a quella dei complessi totali di cui sono «elementi». È dunque della massima importanza mettere in luce con la maggior esattezza possibile, in parte con osservazioni empiriche, in parte con esperimenti ideali astrattivi, il loro modo di funzionare in dipendenza da determinate leggi, cioè capire bene come sono in sé, come entrano in azione nella loro purezza le loro forze interne, quali interrelazioni sorgono fra essi e altri «elementi» quando vengano escluse le interferenze esterne. È chiaro dunque che il metodo dell’economia politica da Marx designato come «viaggio all’indietro» presuppone una cooperazione permanente fra modo di lavorare storico (genetico) e modo di lavorare astratto-sistematizzante, che mette in luce le leggi e le tendenze. L’interrelazione organica e perciò feconda di queste due vie della conoscenza è tuttavia possibile soltanto sulla base di una critica ontologica permanente di ogni passo in avanti, e infatti ambedue i metodi mirano da angolature diverse a comprendere i medesimi complessi di realtà. L’elaborazione puramente ideale, quindi, può facilmente scindere quel che sul piano dell’essere forma un tutt’uno e attribuire alle sue parti una falsa autonomia, e ciò può avvenire sia in termini empirico-storicistici che in termini astrattivo-teorici. Soltanto una ininterrotta e vigile critica ontologica di quanto viene riconosciuto come fatto o connessione, come processo o legge, può a questo punto ricostituire nel pensiero la vera intelligenza dei fenomeni. L’economia politica borghese ha sempre sofferto del dualismo prodotto dalla rigida separatezza di questi due punti di vista. A l’un polo è sorta una storia economica puramente empirica, nella quale scompare la vera connessione storica del processo complessivo; all’altro polo – dalla teoria dell’utilità marginale fino alle odierne singole ricerche manipolatone – si ha una scienza che in maniera pseudoteorica fa scomparire le connessioni autentiche, decisive, anche quando accidentalmente nel caso singolo coglie rapporti reali o loro tracce.

In secondo luogo – e in stretta correlazione con quanto abbiamo detto finora – non bisogna ridurre il contrasto fra «elementi» e totalità alla semplice antitesi fra ciò che è in sé semplice e ciò che è in sé composto. Le categorie generali dell’intero e delle sue parti qui si complicano ulteriormente, senza però venir soppresse come rapporto fondamentale: ogni «elemento», ogni parte, qui è anche un intero, l’«elemento» è sempre un complesso con proprietà concrete, qualitativamente specifiche, un complesso di forze e rapporti diversi che agiscono insieme. Tale complessità, però, non elimina il carattere di «elemento»: le categorie autentiche dell’economia sono, proprio nella loro complicata, processuale complessità, effettivamente – ciascuna a suo modo, ciascuna al suo posto – qualcosa di «ultimo», qualcosa che è bensì ulteriormente analizzabile, ma non ulteriormente scomponibile nella realtà. La grandezza dei fondatori dell’economia politica sta anzitutto nell’aver visto questo carattere fondativo delle categorie autentiche e di aver cominciato a istituire fra esse le giuste relazioni.

Queste relazioni comprendono però non solo la coordinazione paritetica, ma anche la subordinazione. Questo che andiamo dicendo sembra farci entrare in contraddizione con la nostra precedente polemica nella quale contestavamo per l’appunto – e in nome della ontologia marxiana dell’essere sociale – il principio gerarchico dei sistemi idealistici. Ma si tratta solo di una contraddizione apparente, che nondimeno ha avuto parecchie conseguenze, visto che molti fraintendimenti del marxismo trovano qui la loro origine. Occorre cioè distinguere bene il principio della priorità ontologica dai giudizi di valore gnoseologici, morali, ecc. inerenti a ogni gerarchia sistematica idealistica o volgarmaterialistica. Quando noi attribuiamo una priorità ontologica a una categoria rispetto a un’altra, intendiamo semplicemente questo: la prima può esistere senza la seconda, mentre il contrario è ontologicamente impossibile. È qualcosa di simile alla tesi centrale di ogni materialismo secondo cui l’essere ha una priorità ontologica rispetto alla coscienza. Dal punto di vista ontologico ciò significa semplicemente che può aversi l’essere senza la coscienza, mentre ogni coscienza deve avere come presupposto, come fondamento, qualcosa che è. Ma non ne deriva nessuna gerarchia di valore fra essere e coscienza. Ogni indagine ontologica concreta sul loro rapporto mostra invece che la coscienza diviene possibile soltanto a un grado relativamente elevato dello sviluppo della materia; la biologia moderna è in procinto di mostrare come dagli originari modi fisico-chimici di reagire all’ambiente da parte dell’organismo sorgano gradualmente forme sempre più esplicite di coscienza, che tuttavia possono giungere a completezza solo al livello dell’essere sociale. Lo stesso vale, sul piano ontologico, quanto alla priorità della produzione e riproduzione dell’essere umano nei confronti di altre funzioni. Quando Engels nel discorso funebre per Marx parla del «fatto elementare… che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc.»5, non sta parlando di nient’altro che di questa priorità ontologica. E Marx stesso lo dice chiaramente nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica. Dove è prima di tutto importante il fatto che egli consideri «l’insieme dei rapporti di produzione» come la «base reale» da cui si dispiega a sua volta l’insieme delle forme di coscienza dalla quale base, in quanto processo sociale politico e spirituale della vita esse vengono condizionate. In sintesi: «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza»6, dove il mondo delle forme di coscienza e dei loro contenuti non è visto come prodotto direttamente dalla struttura economica, ma dalla totalità dell’essere sociale. La determinazione della coscienza da parte dell’essere sociale è dunque tenuta del tutto sulle generali. Solo il marxismo volgare (dal tempo della seconda Internazionale fino al periodo staliniano e alle sue conseguenze) l’ha trasformato in un dichiarato e diretto rapporto causale tra economia o addirittura tra alcuni momenti di questa e l’ideologia. E ciò mentre Marx stesso, subito prima del passo ontologicamente decisivo da noi citato, per un verso afferma che alla sovrastruttura «corrispondono forme determinate della coscienza sociale», per l’altro che «il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita»7. Più avanti in questo capitolo e anche nella seconda parte del libro cercheremo di mostrare quale ricco campo di interazioni e interrelazioni, compresa la decisiva categoria marxiana del «momento soverchiante», contenga in sé questa determinazione ontologica di proposito tenuta aperta e a un livello estremamente generale.

Con questa breve digressione – necessaria, data la generale confusione d’idee che oggi impera intorno al metodo del marxismo – ci siamo in apparenza un po’ discostati dal tema centrale della nostra indagine. Tornando ora al metodo dell’economia politica, lo affronteremo nella forma della sua più alta e più chiara attuazione, quella datagli da Marx molto più tardi nel Capitale. (Il cosiddetto Rohentwurf, pur così pieno di istruttive analisi circa complessi e connessioni non analizzati nel Capitale, tuttavia nella sua composizione complessiva ancora non possiede il modo di esposizione nuovo, metodologicamente chiaro e ontologicamente fondamentale, del capolavoro conclusivo). Nel tentativo di determinare a livello generalissimo i principi decisivi della sua costruzione, possiamo dire introduttivamente che si tratta di un vasto processo d’astrazione come punto d’attacco, a partire dal quale, sciogliendo man mano le astrazioni metodologicamente inevitabili, tappa dopo tappa viene aperta la strada che conduce il pensiero a cogliere la totalità nella sua concretezza chiaramente e riccamente articolata.

Giacché nell’ambito dell’essere sociale è ontologicamente esclusa la possibilità di isolare realmente i singoli processi mediante esperimenti di fatto, qui soltanto gli esperimenti ideali dell’astrazione ci permettono di indagare teoricamente come determinati rapporti, relazioni, forze, ecc. di carattere economico agirebbero se tutte le circostanze che di solito intralciano, frenano, modificano, ecc. la loro presenza nella realtà economica fossero mentalmente eliminate. Fu questa la strada che dovette imboccare già il grande precursore di Marx, Ricardo; e anche in seguito, chiunque abbia inteso elaborare una qualche teoria economica, ha dovuto dare un posto determinante a questi esperimenti ideali. Mentre però pensatori come Ricardo in tali casi furono sempre guidati da un vivo senso della realtà, da un sano istinto ontologico, così da cogliere sempre nessi categoriali reali anche quando, come è capitato loro spesso, pervenivano a false antinomie (l’irrisolvibile antitesi fra determinazione del valore e saggio del profitto), nell’economia politica borghese si hanno in genere esperimenti ideali sulla base di realtà periferiche (l’acqua nel Sahara della teoria marginalistica) che, tramite generalizzazioni meccaniche, puntando alla manipolazione dei particolari, allontanano dalla conoscenza del processo complessivo piuttosto che avvicinare ad essa. Marx si contraddistingue, rispetto ai suoi più significativi precursori, anzitutto per il senso della realtà – accresciuto dalla consapevolezza filosofica – sia nella comprensione della mossa totalità sia nella giusta valutazione del che e del come delle singole categorie. Ma il suo senso della realtà procede oltre i confini della pura economia; per quanto audaci siano le astrazioni che egli in questo campo sviluppa con logica consequenziale, ininterrottamente nei problemi teorici astratti è presente e attiva la vivificante interazione fra economia vera e propria e realtà extraeconomica nel quadro della totalità dell’essere sociale, e ciò chiarisce questioni teoriche altrimenti irrisolvibili.

Questa permanente critica e autocritica ontologica che troviamo nella dottrina marxiana dell’essere sociale dà all’esperimento ideale astrattivo nel campo della pura economia un carattere peculiare, epistemologicamente nuovo: l’astrazione, per un verso, non è mai parziale, cioè non viene mai isolata per via astrattiva una parte, un «elemento», ma è l’intero settore dell’economia che si presenta in una situazione astratta nella quale, data la provvisoria esclusione ideale di determinati nessi categoriali più ampi, le categorie venute così al centro del campo possono dispiegarsi con pienezza e senza interferenze, esibendo la loro legalità interna in forme pure. Tuttavia l’astrazione dell’esperimento ideale, per l’altro verso, rimane in costante contatto con la totalità dell’essere sociale, inclusi i rapporti, le tendenze, ecc. non rientranti nell’economia. Questo peculiare, paradossale, di rado compreso metodo dialettico riposa sul già accennato convincimento di Marx che nell’essere sociale l’economico e l’extraeconomico di continuo si convertono l’uno nell’altro, stanno in una insopprimibile interazione reciproca, da cui però non deriva, come abbiamo mostrato, né uno sviluppo storico privo di leggi e irripetibile, né un dominio meccanico «per legge» dell’economico astratto e puro. Ne deriva invece quella organica unità dell’essere sociale in cui alle rigide leggi dell’economia spetta per l’appunto e solo la funzione di momento soverchiante.

Questo mutuo compenetrarsi dell’economico e del non-economico nell’essere sociale incide a fondo nella stessa dottrina delle categorie. Marx è un continuatore dell’economia politica classica quando inquadra il salario nella teoria generale del valore. Egli però si avvede che la forza-lavoro è una merce sui generis, il cui valore d’uso stesso possiede la peculiare qualità di portare nell’uso reale a una creazione di valore8. Senza addentrarci ora nel campo delle vaste conseguenze di questa scoperta, limitiamoci a riscontrare come da tale specifica qualità della merce forza-lavoro debba necessariamente derivare la presenza continua di momenti extraeconomici nella realizzazione della legge del valore anche nella compravendita normale di questa merce. Mentre per quanto concerne le altre merci sono i rispettivi costi di riproduzione che determinano il valore, «la determinazione del valore della forza-lavoro… contiene un elemento storico e morale»9. Infine «dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore. Dall’altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite del suo consumo da parte del compratore, mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti eguali decide, la forza. Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa – lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia»10. Questi momenti extraeconomici, per una necessità dettata dalla stessa legge del valore, compaiono di continuo, per così dire nella quotidianità del movimento capitalistico delle merci, nel normale processo di realizzazione della legge del valore. Marx tuttavia, dopo aver analizzato sistematicamente questo mondo nella sua necessità e compattezza economica rigidamente regolata da leggi, in un capitolo particolare ne espone la genesi storica (ontologica), la cosiddetta accumulazione originaria, una secolare catena di atti di forza extraeconomici mediante la quale soltanto hanno potuto essere realmente create quelle condizioni storiche che hanno fatto della forza-lavoro quella merce specifica che costituisce la base delle leggi teoriche dell’economia del capitalismo. «Tantae molis erat il parto delle “eterne leggi di natura” del modo di produzione capitalistico, il portare a termine il processo di separazione fra lavoratori e condizioni di lavoro, il trasformare a un polo i mezzi sociali di produzione e di sussistenza in capitale, e il trasformare al polo opposto la massa popolare in operai salariati, in liberi “poveri che lavorano”, questa opera d’arte della storia moderna»11.

Soltanto quando si tenga conto di queste continue interazioni fra l’economico, rigidamente sottoposto a leggi, e le relazioni, le forze, ecc., in sé eterogenee rispetto ad esso, dell’extraeconomico, la struttura del Capitale diviene comprensibile: vi si pongono sperimentalmente connessioni legali pure, omogenee nella loro astrattezza, e l’azione esercitata su di loro, talvolta fino a superarle, da componenti più ampie, più vicine alla realtà, inserite successivamente, per arrivare infine alla concreta totalità dell’essere sociale. Già nella prima stesura Marx stila il programma di questo processo di avvicinamento e concrezione che egli vuol attuare nel Capitale. Vero è che l’opera è poi rimasta allo stato di frammento: al punto in cui, come risultato dell’approssimazione alla totalità concreta, cominciano a vedersi le classi, il manoscritto s’interrompe12. Per giungere a tale attuazione concreta bisogna cominciare la ricerca con «elementi» d’importanza centrale. Infatti, il cammino che Marx vuol percorrere dall’astratto alla totalità concreta e ormai divenuta completamente visibile non può prendere le mosse da una astrazione qualsiasi. Non basta rammentare qui ancora una volta l’importanza della sottolineatura marxiana della distinzione fra essenza e fenomeno. Perché, considerato isolatamente, un qualsiasi fenomeno può, una volta che per via d’astrazione sia divenuto «elemento», essere assunto come punto d’avvio; solo che una tale strada non porterebbe mai a comprendere la totalità. Il punto d’avvio deve essere invece una categoria oggettivamente centrale sul piano ontologico.

Non per nulla Marx nel Capitale ha studiato come prima categoria, come «elemento» primario, il valore. E in particolare l’ha studiato nel modo in cui esso si presenta nella sua genesi: da un lato questa genesi ci rivela la storia di tutta la realtà economica in un compendio generalissimo, in astratto, ridotta a un solo momento decisivo, dall’altro lato la scelta mostra subito la sua fecondità perché queste categorie, insieme con i rapporti e le relazioni che derivano necessariamente dalla loro esistenza, illuminano appieno quel che di più importante c’è nella struttura dell’essere sociale, socialità della produzione. La genesi del valore qui descritta da Marx chiarisce subito la duplicità del suo metodo: tale genesi non è né una deduzione logica del concetto di valore né una descrizione induttiva delle singole fasi storiche dello sviluppo che lo ha portato ad acquisire la forma sociale pura, ma invece una peculiare sintesi di tipo nuovo che associa in modo teorico-organico l’ontologia storica dell’essere sociale con la scoperta teorica delle sue leggi concrete e reali.

Questo capitolo introduttivo non vuol esporre in extenso la nascita storica del valore nella vita economica; ci dà soltanto le tappe teoricamente decisive nell’automovimento di queste categorie, dagli inizi in linea di principio sporadici e accidentali fino al suo completo dispiegarsi, quando la sua essenza teorica giunge a esprimersi in forma pura. Già tale convergenza tra fasi storico-ontologiche e fasi teoriche nel pervenire a se stessa della categoria del valore indica la sua centralità nel sistema dell’essere economico. Infatti, come vedremo in seguito, sarebbe assai affrettato concluderne che la possibilità esistente in questo caso sia il fondamento metodologico generale di tutta l’economia e ritenere che vi sia un parallelismo assoluto, senza eccezioni, fra sviluppo storico (ontologico) e sviluppo teorico, fra successione e derivazione delle categorie economiche in generale. Non pochi fraintendimenti della teoria marxiana hanno la loro origine in queste affrettate generalizzazioni, sempre estranee a Marx. Solo perché nel valore, in quanto categoria centrale della produzione sociale, confluiscono le determinazioni più essenziali che segnano il processo complessivo, la esposizione abbreviata, ridotta ai fatti decisivi, delle tappe ontologiche della genesi possiede contemporaneamente il significato di fondamento teorico anche delle tappe economiche concrete.

Questa centralità della categoria del valore è un fatto ontologico e non un «assioma» che faccia da punto di avvio per deduzioni puramente teoriche o magari logiche. Tuttavia, una volta riconosciuta, questa fatticità ontologica porta di per sé oltre la propria mera fatticità; la sua analisi teorica mostra immediatamente che essa è il punto focale delle più importanti tendenze di ogni realtà sociale. Questo, ovviamente, non è il luogo per soffermarsi a parlare, neppure per accenni, di questa ricchezza di determinazioni. Indicheremo soltanto e in tutta brevità alcuni dei momenti più rilevanti. Anzitutto, nel valore in quanto categoria sociale compare subito la base elementare dell’essere sociale, il lavoro. Il suo legame con le funzioni sociali del valore mette in luce in pari tempo i principi strutturali di fondo dell’essere sociale, che derivano dall’essere naturale dell’uomo e insieme dal suo ricambio organico con la natura: un processo i cui momenti – l’inscindibile concomitanza ontologica fra l’insostituibilità ultima di questa base materiale e il suo ininterrotto, estensivamente e intensivamente sempre crescente, superamento, il suo trasformarsi nel senso della pura socialità – nel loro insieme mostrano trattarsi di un processo che culmina in categorie le quali, come il valore stesso, si sono già distaccate del tutto dalla naturalità materiale. Di conseguenza una ontologia dell’essere sociale deve sempre tener presenti due punti di vista: in primo luogo, che ambedue i poli, tanto gli oggetti che immediatamente sembrano appartenere solo al mondo della natura (alberi da frutto, animali allevati, ecc.), ma che in ultima analisi sono prodotti del lavoro sociale degli uomini, quanto le categorie sociali (anzitutto il valore stesso) da cui è già scomparsa ogni materialità naturale, nella dialettica del valore devono rimanere indissolubilmente legati fra loro. Proprio la inseparabilità, che si estrinseca come contraddittorietà, del valore d’uso e del valore di scambio mostra nel loro legame, che si presenta antitetico ma che pure è indissolubile, questa proprietà ontologica dell’essere sociale. Il fatto che le filosofie borghesi-idealistiche della società finiscono di continuo per trovarsi in vicoli ciechi, trae origine molto spesso dalla opposizione astratta e antinomica in cui esse pongono il materiale e lo spirituale, il naturale e il sociale, per cui necessariamente tutti i nessi dialettici reali finiscono per essere lacerati e quindi risulta incomprensibile la specificità dell’essere sociale. (Avremo modo di esporre particolareggiatamente questo complesso solo nella seconda parte del libro, qui è sufficiente aver messo in rilievo la inseparabilità dei due poli).

In secondo luogo, questa dialettica è incomprensibile per chi non sia in grado di elevarsi al di sopra di quella visione primitiva della realtà dove si riconosce come materialità, anzi come oggettivamente essente [objektiv Seiendes], solo la cosalità [Dinghaftigkeit] e si attribuiscono tutte le altre forme di oggettività [Gegenständlichkeitsformen] (relazioni, rapporti, ecc.) nonché tutti i rispecchiamenti della realtà che immediatamente si presentano come prodotti del pensiero (astrazioni, ecc.) a una pretesa attività autonoma della coscienza. Abbiamo già detto degli sforzi di Hegel per superare queste idee oggettivamente [objektiv] assai primitive e false, anche se comprensibili nella loro naturale immediatezza. L’aspetto innovativo dell’analisi marxiana del valore si rivela subito nel suo modo di trattare l’astrazione. La metamorfosi del lavoro in legame con la relazione sempre più dispiegata fra valore d’uso e valore di scambio trasforma il lavoro concreto su un oggetto determinato in lavoro astratto che crea valore, il quale culmina poi nella realtà del lavoro socialmente necessario. A guardare la cosa [Prozeß] fuori da ogni metafisica idealistica, non si può non vedere come questo processo di astrazione [Abstraktionsprozeß] sia un processo reale [realer Prozeß] nell’ambito della realtà sociale. Abbiamo già mostrato in un diverso contesto che la medietà del lavoro sorge spontaneamente, oggettivamente [objektiv entsteht], fin dai gradi più primitivi della sua socialità, che essa non è una mera nozione indipendente dalla costituzione ontologica del suo oggetto [Gegenstandes], ma rappresenta la comparsa di una nuova categoria ontologica del lavoro stesso nel corso della sua crescente socializzazione, categoria che solo molto più tardi viene elevata alla coscienza. Anche il lavoro socialmente necessario (e quindi ipso facto astratto) è una realtà, un momento dell’ontologia dell’essere sociale, una astrazione reale che questa ontologia compie su oggetti [Gegenständen] reali del tutto indipendentemente dalla circostanza che essa venga compiuta o no anche dalla coscienza. Nel secolo XIX milioni di artigiani autonomi sperimentarono gli effetti di questa astrazione, del lavoro socialmente necessario, andando in rovina, cioè ne sperimentarono nella pratica le conseguenze concrete senza avere la minima idea di trovarsi di fronte a una astrazione compiuta dal processo sociale. Questa astrazione ha la medesima durezza ontologica della fatticità, ad esempio, di un’automobile da cui uno sia investito.

In maniera analoga occorre guardare sul piano ontologico alle relazioni e i rapporti. Su tale questione Marx va – polemicamente – ancora più avanti. Egli non si limita a far vedere come le relazioni e i rapporti siano parti integranti ontologiche dell’essere sociale, ma dimostra anche che la ineluttabilità di sperimentarli come reali, di fare i conti nella vita pratica con la loro fatticità, spesso e necessariamente finisce per trasformarli in cosalità al livello del pensiero. Sappiamo già che il modo primitivo di manifestarsi della intentio recta ontologica può condurre e di solito conduce la coscienza degli uomini a tale «reificazione» [Verdinglichung] di ogni essente, e che questa poi si prolunga e si fissa anche nella scienza e nella filosofia. Ora, nel capitolo, divenuto celebre, sul carattere di feticcio della merce Marx espone distesamente questo processo di «reificazione» dei rapporti e delle relazioni sociali e dimostra che esso non si limita alle categorie economiche in senso stretto, ma arriva invece a costituire la base di una deformazione ontologica [ontologischen Verzerrung] che tocca gli oggetti spirituali più sottili e importanti della vita umana, – che va divenendo sempre più sociale. – Qui Marx riprende il discorso al livello filosoficamente più maturo della sua critica verso i concetti hegeliani di alienazione ed estraneazione [Entäußerung und Entfremdung]. Ma poiché nella seconda parte dedicheremo un capitolo apposito a tale complesso di problemi, qui basterà l’accenno fatto.

Torniamo alla costruzione complessiva del primo libro del Capitale: vedremo che il complesso di contraddizioni del valore, contraddizioni immanenti, intrinseche alla cosa [Sache] stessa, provoca un ulteriore e più maturo dispiegarsi delle categorie economiche decisive. È già stato detto dei problemi generali del lavoro: ma prima di soffermarci ancora intorno al lavoro, dobbiamo accennare al necessario prodursi del denaro dalla forma generale di valore. A tale proposito occorre osservare quanto segue: se è vero che alla fine dell’analisi marxiana del valore il denaro compare come necessaria conseguenza «logica», dal punto di vista ontologico non bisogna prendere alla lettera questa «logicità», non bisogna intenderla come ristretta all’ambito del pensiero. Si deve invece aver chiaro che si tratta in primo luogo di una necessità dell’essere e che dunque la «deduzione» di Marx solo a causa della forma astrattiva, abbreviata e ridotta agli aspetti più generali in cui viene esposta si presenta come deduzione logica. In realtà vi si indaga il contenuto teorico di nessi fattuali, e Marx stesso nel Poscritto alla seconda edizione del Capitale sottolinea che l’apparenza [Anschein] di una «costruzione a priori» trae la sua origine solamente dal modo dell’esposizione [Darstellung] e non riguarda invece l’indagine in quanto tale13. Con il che di nuovo Marx sottolinea la priorità dell’ontologico, e di un principio ontologico che diviene il fondamento di una metodica rigorosamente scientifica. Alla filosofia spetta «soltanto» di operare un controllo e una critica continui dal punto di vista ontologico e – qua e là – di fare generalizzazioni nel senso dell’allargamento e dell’approfondimento.

Questa funzione della generalizzazione filosofica non sminuisce l’esattezza scientifica delle singole analisi teorico-economiche, «semplicemente» la inserisce in quei concatenamenti [Zusammenhänge] che sono indispensabili per comprendere adeguatamente l’essere sociale nella sua totalità. Un aspetto di tale questione l’abbiamo messo in rilievo proprio ora parlando del problema della «reificazione». Marx tuttavia non si ferma ad esso. Infatti, la esposizione scientifica rigorosa della genesi ontologica del valore, del denaro, ecc. potrebbe, dal solo punto di vista della scienza specialistica, dar luogo alla falsa apparenza [falschen Anschein] di una razionalità pura del corso storico reale, per cui ne risulterebbe falsificata la sua essenza ontologica. Perché, una tale pura razionalità legale è bensì l’essenza dei singoli processi economici, e non solo di questi, ma anche – sebbene già in forma di tendenza – dell’intero processo economico. Tuttavia non va mai dimenticato che queste legalità sono, certo, sintesi che la realtà stessa fa sorgere dai singoli atti pratico-economici, compiuti consapevolmente in quanto tali, e che però i loro risultati ultimi, che sono quelli fissati dalla teoria, oltrepassano di molto le capacità di comprensione teorica e le possibilità di decisione pratica di quegli individui che compiono realmente questi atti pratici. Vi è dunque una legge secondo la quale i risultati dei singoli atti economici compiuti praticamente (e con consapevolezza pratica) dagli uomini per gli attori stessi assumono la forma fenomenica [Erscheinungsform] di un «destino» trascendente. Così nel caso accennato della «reificazione», e così avviene con particolare evidenza nel caso del denaro. Marx ha «dedotto» la genesi del denaro dalla dialettica del valore in termini di razionalità e di legge, si potrebbe dire in termini di logica stringente. Il denaro, sorto come prodotto necessario dell’attività umana, irrompe però nella società come fatto incompreso, nemico, che distrugge tutti i vincoli consacrati, e conserva per millenni questo potere minacciosamente circondato di mistero. Nei Manoscritti economico-filosofici sono citati da Marx alcuni brani artistici di particolare pregnanza in cui ha trovato espressione questo sentimento della vita14.

Ciò naturalmente non riguarda solo il denaro. Si rivela qui la struttura di fondo del rapporto fra teoria e prassi sociali. Un merito che fa epoca della dottrina di Marx è di aver messo in luce la priorità della prassi, la sua funzione di guida e di controllo nei confronti della conoscenza. Marx però non si è accontentato di fare chiarezza su questo nesso fondamentale in genere, ma ha mostrato quale sia il metodo per individuare la via attraverso cui questa relazione adeguata fra prassi e teoria viene in essere socialmente. Ne risulta che ogni prassi, anche quella più immediata e più quotidiana, ha in sé questo riferimento al giudicare, alla coscienza, ecc., perché è sempre un atto teleologico, nel quale la posizione del fine precede oggettivamente [sachlich] e temporalmente la realizzazione. Ciò non vuol dire, però, che sia sempre anche solo possibile sapere quali saranno le conseguenze sociali di ogni singola azione, soprattutto in quanto essa è causa parziale di un cambiamento dell’essere sociale nella sua totalità (o totalità parziale). L’agire sociale, l’agire economico degli uomini dà via libera a forze, tendenze, oggettività, strutture, ecc., che certo nascono esclusivamente ad opera della prassi umana, ma il cui carattere resta in tutto o in gran parte incomprensibile per chi le ha prodotte. Dice Marx, a proposito di un fatto talmente elementare, quotidiano, come la nascita dal semplice scambio della relazione di valore fra prodotti del lavoro: gli uomini «non sanno di far ciò, ma lo fanno»15. Le cose vanno in questo modo non solo al livello della prassi immediata, ma anche laddove la teoria si sforza di afferrare l’essenza di tale prassi. Parlando dei tentativi di Franklin di scoprire il valore nel lavoro, Marx rileva: «Tuttavia lo dice, anche senza saperlo»16. Queste osservazioni hanno un’importanza fondamentale per l’economia e la sua storia, per la teoria economica e la sua storia, ma – trapassando gradualmente dalla scienza alla filosofia – vanno oltre l’ambito dell’economia e abbracciano tutto quanto accade sotto questo aspetto nell’essere sociale e nella coscienza. Qui la genesi ontologica rivela di nuovo il suo potere universale: una volta stabilito questo rapporto fra prassi e coscienza nei fatti elementari della vita pratica quotidiana, i fenomeni della reificazione, dell’alienazione, del feticismo, in quanto copie fatte dall’uomo di una realtà incompresa, si presentano non più come espressioni arcane di forze ignote e inconsce all’interno e all’esterno dell’uomo, ma piuttosto come mediazioni talvolta assai ampie nella stessa prassi più elementare. (I problemi che emergono a questo proposito saranno anch’essi approfonditi nella seconda parte).

L’esposizione marxiana delle due merci specifiche, fra loro qualitativamente diverse, denaro e forza-lavoro, ci fornisce con la sua minuziosità un’immagine conclusa e in apparenza completa [ein geschlossenes und vollendet scheinendes Bild] della prima produzione sociale in senso vero, del capitalismo, insieme a continui flashbacks su formazioni economiche più primitive, dove l’individuazione delle differenze mira innanzitutto a illuminare dal maggior numero possibile di lati appunto la socialità della produzione capitalistica, il suo superamento delle «barriere naturali» nel contenuto e nelle categorie. Pur senza nemmeno sfiorare la ricchezza di particolari presente nel Capitale, osserviamo che Marx, nel momento in cui studia il dispiegarsi di un qualsiasi complesso di fatti, di una qualsiasi categoria, nella direzione della socialità pura, pone con ciò le basi di una teoria ontologica dello sviluppo dell’essere sociale. Oggi è di gran moda sorridere con sufficienza dell’idea di progresso e utilizzare le contraddizioni che ineluttabilmente compaiono insieme a ogni sviluppo per screditare sul piano scientifico il progresso, cioè lo sviluppo da un gradino ontologicamente inferiore a un gradino più alto, come giudizio soggettivo di valore. Ma lo studio ontologico dell’essere sociale mostra che le sue categorie e relazioni solo con molta gradualità, passando per moltissime tappe, hanno acquisito il carattere della prevalente [überwiegenden] socialità. Lo ripetiamo: prevalente, giacché l’essere sociale per sua essenza non può distaccarsi mai completamente dai suoi fondamenti naturali, – l’uomo resta ineliminabilmente un ente biologico, – così come la natura organica deve incorporarsi in forma tolta la natura inorganica. L’essere sociale, tuttavia, ha uno sviluppo [Entwicklung] in cui queste categorie naturali, pur non scomparendo mai, arretrano sempre più nettamente per lasciare la parte di primo piano a categorie che nella natura non possono avere neppure una analogia. Così avviene nel traffico delle merci, dove determinate forme vicine alla natura (il bestiame come mezzo generale di scambio) vengono sostituite dal denaro, che è puramente sociale; così, nel plusvalore assoluto vi sono ancora determinate componenti «naturali», mentre nel plusvalore relativo, sorto per l’aumento della produttività che abbassa il valore della forza-lavoro, viene in essere già una forma di sfruttamento nella quale il plusvalore e quindi lo sfruttamento stesso possono crescere anche se aumenta il salario; così è nella rivoluzione industriale dove l’introduzione delle macchine fa sì che l’uomo e la sua capacità lavorativa non siano più i fattori determinanti del lavoro, che il lavoro umano stesso venga disantropomorfizzato, ecc.

Tutte le linee di sviluppo di questo genere hanno un carattere ontologico, cioè mostrano in quale direzione, con quali cambiamenti di oggettività, di relazioni, di rapporti, ecc. le categorie decisive dell’economia sempre più vanno superando il loro originario prevalente legame con la natura, sempre più nettamente assumono un carattere in prevalenza sociale. Naturalmente sorgono in tale contesto anche categorie di carattere sociale puro. Così è già il valore; il quale però, a causa della sua inseparabilità dal valore d’uso, è legato in certo modo a una base naturale, anche se socialmente trasformata. Non vi è dubbio che qui abbiamo uno sviluppo; così come – sul piano puramente ontologico – è un progresso [Fortschritts] che questa nuova forma dell’essere sociale nel corso dello sviluppo pervenga sempre più a se stessa, cioè a dire si realizzi sempre più in categorie a sé stanti e conservi [aufbewahrt] in sé le forme naturali sempre più togliendole [aufgehobener]. In questa constatazione ontologica del progresso non è contenuto nessun giudizio soggettivo di valore. E la constatazione di uno stato di cose ontologico, a prescindere da come questo venga poi valutato. (Si può approvare, deplorare, ecc. l’«arretramento delle barriere naturali»).

Fermarsi a questo sarebbe però, nonostante la giustezza di tale stato di cose, oggettivismo economico. Né Marx vi si ferma. Egli tuttavia prosegue per strade oggettivo-ontologiche, non soggettivo-valutative, in quanto presenta le categorie economiche in interrelazione dinamica con il complesso di oggetti e forze dell’essere sociale, dove naturalmente queste interrelazioni trovano il loro centro nel punto centrale di questo essere, nell’uomo. Ma anche questa collocazione dell’uomo nella totalità dell’essere sociale è oggettivo-ontologica, del tutto aliena da prese di posizione soggettivo-valutative nei confronti dei nodi problematici che emergono in tali processi. Alla base di questa prospettiva ontologica vi è la profonda concezione marxiana del fenomeno e dell’essenza nella processualità dell’intero essere sociale. Le enunciazioni più chiare su tali questioni vengono scritte da Marx – per nulla accidentalmente – nell’ambito della polemica contro coloro che valutano questo sviluppo in termini soggettivi, morali, di filosofia della civiltà, ecc. Si guardi alla contrapposizione fra Sismondi e Ricardo nelle Teorie sul plusvalore. In difesa dell’economista oggettivo Ricardo, Marx sostiene: «La produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé… Non si comprende che questo sviluppo delle capacità [Fähigkeiten] della specie uomo [Gattung Mensch], benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui umani e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo [einzelnen Individuums], che quindi il più alto sviluppo dell’individualità [Entwicklung der Individualität] viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati»17. Perciò il riferimento indietro dello sviluppo delle forze produttive a quello del genere umano non abbandona mai il criterio dell’oggettivo-ontologico. Marx semplicemente integra il quadro dello sviluppo delle forze produttive, che nell’economia è stato fornito attenendosi soltanto ai fatti, con il quadro in sostanza altrettanto oggettivo degli effetti esercitati da questo sviluppo economico sugli uomini che ne vengono investiti (che lo hanno praticamente prodotto). E quando rileva la contraddizione – anch’essa oggettivamente esistente – per cui tale crescita culturale del genere umano può anche compiersi a spese di intere classi di uomini, egli resta sempre sul terreno di una ontologia dell’essere sociale, riscontra in questo ambito un progresso ontologico, – anche se contraddittorio, – dove risulta chiaro che l’essenza dello sviluppo ontologico sta nel progresso economico (che investe in ultima istanza il destino del genere umano) e che le contraddizioni sono forme fenomeniche – ontologicamente necessarie e oggettive – di questo progresso.

Solo più avanti nel quadro del presente capitolo verremo a parlare dell’ulteriore complicato contesto di complessi che arriva a toccare le cerchie di problemi, in apparenza lontane, ma in realtà legate da complicate mediazioni, dell’etica, dell’estetica, ecc. Ma anche se ci fermiamo provvisoriamente a questo punto, l’immagine della prima parte del Capitale appare assai paradossale sia per il contenuto che per il metodo. Le analisi economiche tenute su un piano scientifico rigoroso ed esatto aprono di continuo fondate prospettive di tipo ontologico sulla totalità dell’essere sociale. In questa unità viene a manifestarsi la tendenza marxiana di fondo: sviluppare le generalizzazioni filosofiche a partire dai fatti accertati con la ricerca e il metodo scientifici, cioè la costante fondazione ontologica degli enunciati sia scientifici che filosofici. È questa unione tra fattualità solidamente fondata e audace generalizzazione filosofica che crea in quest’opera quell’atmosfera di vicinanza alla vita. Per il lettore inesperto di teoria passa così in secondo piano scompare del tutto un momento fondamentale della struttura complessiva, cioè l’astrazione economica che fa da premessa: l’astrazione secondo cui tutte le merci verrebbero vendute e comprate al loro valore. Vero è che si tratta di un’astrazione sui generis: a base di essa vi è l’effettiva legge fondamentale della circolazione sociale delle merci, una legge che in ultima analisi si afferma sempre nella realtà economica, nonostante tutte le oscillazioni dei prezzi, in una totalità che funzioni normalmente. Per questo essa non opera come un’astrazione quando si tratta di mettere in luce sia i nessi economici puri che le loro interrelazioni con i fatti e le tendenze extraeconomici dell’essere sociale, e per questo tutta la prima parte si presenta come una riproduzione della realtà, non invece come un esperimento ideale astrattivo. La ragione sta ancora una volta nel carattere ontologico di questa astrazione: essa viene a dire, né più né meno, che si è messa in evidenza isolandola la legge fondamentale della circolazione delle merci, la si è fatta agire senza interferenze e ostacoli, senza che venisse deviata o modificata da altre relazioni strutturali e da altri processi che in una tale società sono invece altrettanto necessariamente operanti. Per questo in tale riduzione astrattiva al dato essenzialissimo tutti i momenti – economici ed extraeconomici – appaiono indeformati, mentre una astrazione non fondata ontologicamente o diretta su aspetti periferici porta sempre a deformare le categorie decisive. Dal che viene in luce di nuovo il punto essenziale del nuovo metodo: il tipo e il senso delle astrazioni, degli esperimenti ideali, sono determinati non da punti di vista gnoseologici o metodologici (e tanto meno logici), ma dalla cosa [Sache] stessa, cioè dall’essenza ontologica della materia trattata.

Che, nonostante la totale evidenza realistica, per Marx si tratti comunque di un’astrazione, è dimostrato dalla struttura dell’opera complessiva stessa. La sua composizione consiste per l’appunto nell’introdurre di continuo nuovi elementi e tendenze ontologici nel mondo originariamente riprodotto in base a tale astrazione, nel mettere in luce scientificamente le nuove categorie, tendenze, connessioni che in tal modo sorgono, finché abbiamo davanti a noi e comprendiamo l’intera economia come centro motore primario dell’essere sociale. Il passo immediatamente successivo che deve essere fatto conduce al processo complessivo stesso, dapprima visto in generale. Infatti nella prima parte, per quanto lo sfondo sia perennemente le società intera, tuttavia le esposizioni teoriche centrali colgono soltanto gli atti individuali, anche quando si tratta di un’intera fabbrica con molti operai, con una complessa divisione del lavoro, ecc. Ora invece interessa considerare nella loro socialità complessiva i processi fin qui conosciuti singolarmente. Marx rileva più volte che la prima è una esposizione astratta e quindi formale dei fenomeni. Egli dice, per esempio, che in quel caso «la forma naturale del prodotto-merce era del tutto indifferente per l’analisi», perché le leggi astrattizzate valgono egualmente per qualsiasi specie di merce. Ma dalla vendita di una merce (M-D) non segue necessariamente l’acquisto di un’altra merce (D-M), ed è solo questa insopprimibile casualità che indica come il processo complessivo sia fatto in modo diverso dagli atti individuali. Solo quando il processo complessivo viene indagato nelle sue leggi che concernono la totalità dell’economia, questa angolatura formale non è più sufficiente: «La ritrasformazione di una parte del valore dei prodotti in capitale, il passaggio di un’altra parte nel consumo individuale sia della classe capitalistica che della classe operaia, costituisce un movimento entro lo stesso valore dei prodotti, nel quale si è espresso il risultato del capitale complessivo; e questo movimento è non soltanto sostituzione di valore ma sostituzione di materia, e perciò è determinato tanto dal rapporto reciproco delle parti costitutive di valore del prodotto sociale quanto dal loro valore d’uso, dalla loro figura materiale»18. Già questo solo problema, ma centrale, mostra come la via che dai processi singoli porta al processo complessivo preveda non una più ampia astrazione, come sarebbe ovvio supporre secondo le abitudini mentali moderne, ma al contrario il superamento di determinati limiti dell’astrazione, un iniziale avvicinamento alla concretezza della comprensione della totalità. Va da sé che anche qui non daremo una sintesi particolareggiata e approfondita della seconda parte; quel che ci interessa è illustrare i più importanti problemi fondamentali di questo stadio nel loro significato ontologico. Il processo complessivo della riproduzione economica è l’unità di tre processi, ciascuno di tre gradi: i cicli del capitale monetario, del capitale produttivo e del capitale-merce ne costituiscono le parti. Ancora una volta bisogna sottolineare subito all’inizio: anche qui non si tratta di una scomposizione semplicemente metodologica di un processo, ma del fatto che tre reali processi economici realmente si serrano insieme in un processo unitario; la scomposizione concettuale non è nulla di più che un rispecchiamento nel pensiero di tre processi della riproduzione: il capitale industriale, il capitale commerciale e il capitale monetario. (I problemi che vi sono connessi vengono ulteriormente concretati nella terza parte del Capitale). Contenuto, elementi, gradi e sequenza sono in tutt’e tre i processi i medesimi. Ma fra loro vi è una differenza sostanziale, e cioè il punto in cui iniziano e quello in cui cessano, ponendo fine ciascuno a un proprio processo riproduttivo. Con il che, naturalmente, non viene soppressa la continuità del processo di riproduzione sociale. Da un lato ogni fine è insieme l’inizio di un nuovo movimento ciclico, dall’altro i tre processi sono intrecciati fra loro e in questa unità di movimento formano il processo complessivo della riproduzione. Dice Marx: «Se riassumiamo tutt’e tre le forme, tutti i presupposti del processo appaiono come un suo risultato, come un presupposto da esso stesso prodotto. Ciascun momento appare come punto di partenza, punto intermedio e punto di ritorno. Il processo totale si presenta come unità di processo di produzione e processo di circolazione; il processo di produzione diviene mediatore del processo di circolazione e viceversa… La riproduzione del capitale in ciascuna delle sue forme e in ciascuno dei suoi stadi è altrettanto continua che la metamorfosi di queste forme e lo scorrere successivo attraverso i tre stadi. Qui dunque il ciclo totale è unità reale delle sue tre forme»19.

L’analisi di questi cicli fornisce così le proporzioni della società capitalistica, distrugge senza grandi polemiche la rappresentazione immediata del capitale come oggettività «cosale» [dinghafter Gegenständlichkeit] e lo rivela un rapporto il cui peculiare modo di essere è un ininterrotto processo. Per dar rilievo plastico alle proporzionalità che in tal modo sorgono, Marx qui, mentre sta dissolvendo le astrazioni della prima parte, compie di nuovo un’astrazione, laddove sceglie come punto di partenza la riproduzione semplice senza accumulazione e solo a partire dalle conoscenze così ottenute si accosta alla riproduzione vera, alla riproduzione allargata. Per apprezzare correttamente il metodo di Marx, va però sottolineato come anche qui si tratti di un’astrazione che è essa stessa parte della realtà, cosicché compierla significa – come nella prima parte – rispecchiare il processo reale nelle sue vere determinazioni, anche se in maniera che richiede un completamento. «Quando si svolge l’accumulazione», dice Marx, «la riproduzione semplice ne costituisce sempre una parte, può essere quindi considerata a sé ed è un fattore reale dell’accumulazione»20.

Nella redazione del Capitale che abbiamo, Marx scioglie bensì questa astrazione passando alla riproduzione allargata, ma rispetto al processo reale continua tuttavia a persistere l’astrazione per cui non si tiene conto dell’aumento della produttività. Il che è tanto più sorprendente in quanto nella terza parte, quando si sciolgono le astrazioni, questo problema viene sempre considerato come un momento ovvio della teoria concreta del processo complessivo. (Torneremo presto su quesito punto parlando del saggio medio di profitto). Naturalmente è possibile che la pubblicazione del testo completo renda chiare le vedute di Marx anche a tale proposito. Ma che le cose stiano così o altrimenti, vale la pena almeno di accennare al problema, perché ci illumina sul modo in cui l’economia di Marx può venir utilizzata per conoscere l’essere sociale dell’epoca successiva alla sua attività. Cioè, è chiaro che introdurre nell’analisi del processo complessivo la crescita della produttività non è diverso in linea di principio, sul piano ontologico, dal passare dalla riproduzione semplice a quella allargata, quale che sia il significato delle nuove determinazioni che vi compaiono. La citata osservazione di Marx concerne anche questa nuova questione, perfino se si presuppone che inserire l’aumento della produttività significhi introdurre una nuova dimensione nella fattispecie delle connessioni21. Proprio il fondarsi sull’ontologia da parte del metodo astrattivo di Marx rende possibili tali successive concrezioni senza dover cambiare un ette alle basi metodiche. (Ciò riguarda naturalmente solo il metodo di Marx stesso. Le false astrazioni dei suoi discepoli nello spirito delle moderne scienze particolari hanno un carattere radicalmente diverso, come per esempio la teoria del cosiddetto «impoverimento assoluto» nella versione fattaci conoscere da Kautsky).

L’analisi economica concreta dei cosiddetti schemi della produzione complessiva forniti nella seconda parte non rientra nel nostro discorso. Dobbiamo solo rilevare che le proporzioni che vi appaiono sono sempre complessi concreti, qualitativamente determinati. Per sua natura la proporzione in quanto tale può venir espressa con la massima perspicuità in termini quantitativi, essa è però sempre una proporzione di complessi qualitativamente determinati. Già il fatto che la suddivisione principale distingue fra le industrie che producono mezzi di produzione e quelle che producono mezzi di consumo, che i rapporti fra capitale costante del primo gruppo e capitale variabile del secondo vengono determinati proporzionalmente, dimostra che le proporzioni quantitative del valore devono obbligatoriamente contenere in sé i valori d’uso qualitativamente diversi a cui sono legate dal punto di vista ontologico. Questa è una delle conseguenze inevitabili di quella concrezione rappresentata dalla seconda parte rispetto alla prima. Del problema generale è stato già detto. Qui aggiungiamo soltanto un rilievo, e cioè che nel processo di produzione, come momento del ciclo generale, l’indissolubile solidarietà dialettica tra valore d’uso e valore di scambio emerge due volte: com’è ovvio alla conclusione di ogni tappa, poiché è ineliminabilmente necessario un valore d’uso per realizzare un valore di scambio; ma anche all’inizio della tappa, quando il capitalista per poter produrre si procura i mezzi di produzione che gli occorrono e la forza-lavoro che li metta in movimento; egli compra queste due cose per il loro valore d’uso nella produzione. Sembra un luogo comune, e difatti lo è per l’intentio recta della normale prassi quotidiana. Quando invece si ha una generalizzazione pseudoteorica, l’economia borghese opera con l’astrazione «priva di concetto» D-D’ (denaro all’inizio e alla fine del processo di riproduzione). E l’economia del periodo staliniano, che si definiva marxista, considerava la teoria del valore semplicemente come una teoria che mostra il funzionamento del valore di scambio. Ma per la restaurazione del marxismo autentico non è superfluo rimarcare che è l’intentio recta ontologicamente veritiera a formare la base della scienza e della generalizzazione filosofica, che nessun fenomeno economico può venir compreso correttamente se non si prendono le mosse dalle connessioni stesse della realtà, qui dalla inseparabilità ontologica di valore d’uso e valore di scambio proprio nella loro antiteticità.

Solo l’avvicinamento alla costituzione concreta dell’essere sociale, che gli viene dall’aver compreso il processo di riproduzione nella sua totalità, permette a Marx di sciogliere ulteriormente le astrazioni dell’inizio. Ciò avviene nella teoria del saggio del profitto. Valore e plusvalore continuano a rimanere le categorie ontologiche fondamentali dell’economia del capitalismo. Al livello di astrazione della prima parte è sufficiente affermare che soltanto la qualità specifica della merce forza-lavoro è in grado di creare nuovo valore, mentre i mezzi di produzione, le materie prime, ecc. nel processo lavorativo semplicemente mantengono il loro valore. La concrezione della seconda parte fornisce una analisi del processo complessivo per molti aspetti ancora sulla stessa base, in quanto come elementi del ciclo figurano il capitale costante e variabile nonché il plusvalore. Qui risulta vero che nel processo complessivo – considerato nella sua pura generalità, cioè prescindendo in maniera metodologicamente consapevole dagli atti singoli che nella realtà lo costituiscono – la legge del valore resta in vigore senza cambiamenti. E si tratta di nuovo di una constatazione giusta e importante sul piano ontologico, perché le deviazioni dalla legge del valore nella totalità necessariamente si compensano l’una con l’altra. Con formula semplice si può dire: il consumo (incluso il consumo produttivo della società) non può essere maggiore della produzione. Naturalmente qui si astrae dal commercio con l’estero; ma correttamente, giacché proprio in questo caso è sempre possibile sopprimere senz’altro tale astrazione e studiare le variazioni che in tal modo si verificano nel complesso delle leggi. Va notato di passata che tutta la questione cade, se oggetto immediato delle teorie diviene l’economia mondiale.

In ogni caso il problema della terza parte è: all’interno del ciclo totale, ora compreso, indagare le leggi che regolano gli atti economici singoli, e non solo per sé ma nel quadro appunto della comprensione del processo complessivo. Questo influsso degli atti singoli sul processo complessivo, tale da modificare ontologicamente le categorie, ha però due premesse storico-reali: in primo luogo la crescita delle forze produttive, con il conseguente abbassamento del valore, in secondo luogo l’ampia possibilità per il capitale di essere spostato da un settore all’altro. Ambedue le cose presuppongono a loro volta un grado relativamente elevato di sviluppo della produzione sociale, il che mostra di nuovo come le categorie economiche nella loro forma pura e dispiegata richiedono un funzionamento evoluto dell’essere sociale, cioè il loro dispiegarsi come categorie, il loro superamento categoriale delle barriere naturali è un risultato dello sviluppo storico-sociale.

Ma anche in questi termini la nascita del saggio del profitto come categoria economica determinante non è né una legge meccanica, indipendente dall’attività economica degli uomini, né un suo prodotto diretto. Il trasformarsi del plusvalore in profitto, del saggio del plusvalore in saggio del profitto, è in realtà una conseguenza metodologica dello scioglimento nella terza parte delle astrazioni della prima. Ancora, come abbiamo visto che è in Marx quali che siano le astrazioni e le successive concrezioni, il plusvalore resta la base, solo che adesso entra in un altro rapporto, altrettanto reale, sempre dipendente da quello originario. Mentre il plusvalore è riferito soltanto al valore della forza-lavoro e rispettivamente al capitale variabile che la mette in moto in senso capitalistico, il profitto, che immediatamente, ma solo immediatamente, è identico ad esso in termini quantitativi, si riferisce anche al capitale costante. Gli atti singoli realizzanti la produzione, la circolazione, ecc., sono perciò diretti in primo luogo a ingrossare il profitto. Ora, lo sviluppo delle forze produttive, che di necessità si manifesta dapprima in singoli punti, provocherà in essi un extraprofitto, che naturalmente diviene lo scopo degli atti teleologici dei singoli produttori; infatti, dato l’abbassamento così ottenuto del valore dei prodotti, la merce può essere venduta al di sopra del suo valore e insieme a un prezzo più basso di quella degli altri produttori. Solo a un grado di sviluppo tale da permettere una migrazione – relativamente – illimitata del capitale da un settore all’altro, non ne deriva un monopolio durevole, ma si ha invece l’abbassarsi del prezzo al livello della massima diminuzione di valore provocata dall’accresciuta produttività. Così, da un lato tale possibilità di spostamento del capitale fa sorgere un saggio medio del profitto, dall’altro lato nel movimento di quest’ultimo si ha la tendenza a scendere costantemente proprio a causa della crescita delle forze produttive.

Il modo in cui Marx espone il carattere tendenziale di questa nuova legge non rientra nel nostro discorso, essendo un problema puramente economico. Ai nostri fini occorre rilevare soltanto: primo, che la tendenzialità, come necessaria forma fenomenica di una legge nella totalità concreta dell’essere sociale, è conseguenza inevitabile del fatto che qui abbiamo complessi reali che interagiscono in maniera complicata, spesso passando per ampie mediazioni, con complessi reali; la legge ha carattere tendenziale perché è per sua essenza risultato di questi movimenti dinamico-contraddittori fra complessi. Secondo, che il saggio del profitto nella sua caduta tendenziale è bensì il risultato conclusivo di atti individuali teleologici, cioè di posizioni consapevoli, ma il loro contenuto, la loro direzione, ecc. producono l’esatto opposto di quello a cui tali atti oggettivamente e soggettivamente mirano. Questo fatto fondamentale, elementare e necessario, dell’esistenza e attività storico-sociale degli uomini si presenta anche in questo caso in una forma fattuale esattamente controllabile; quando i rapporti economici vengono compresi nella loro mossa e concreta totalità, risulta manifesto a ogni passo che certamente gli uomini fanno da sé la propria storia, ma i risultati del corso storico sortiscono diversi, spesso opposti alle mete che si prefiggono gli ineliminabili atti di volontà individuali degli uomini. Bisogna aggiungere inoltre che nell’ambito del movimento totale si verifica un progresso oggettivo. La caduta del saggio del profitto presuppone il mutamento del valore dei prodotti a causa della diminuzione del tempo di lavoro socialmente necessario per fabbricarli. Ciò significa di nuovo che si è accresciuto il dominio dell’uomo sulle forze della natura, che è aumentata la sua capacità di fate, che è diminuito il tempo di lavoro socialmente necessario per produrre.

L’altro grande complesso affrontato nella terza parte, sciogliendo le astrazioni, ponendo le cose nella loro complessità concreta, è la ripartizione sociale del plusvalore divenuto profitto. Nella prima e seconda parte, determinate dall’astrazione, vi sono faccia a faccia soltanto capitalisti industriali e operai. Anche quando nella seconda parte il capitale commerciale e monetario in sostanza compaiono come partecipanti al ciclo, essi hanno soltanto un loro posto nel movimento complessivo, il quale però è regolato dalle categorie ancora indifferenziate del valore e del plusvalore. Solamente nella terza parte il capitale commerciale e monetario (come anche la rendita fondiaria) acquistano un ruolo concreto nella ripartizione del profitto. La priorità ontologica del plusvalore, che domina in assoluto, come abbiamo già visto, anche qui si rivela da ultimo insopprimibile, in quanto esso è l’unico punto in cui sorge nuovo valore; ora però il plusvalore trasformatosi in profitto viene diviso fra tutti i rappresentanti, economicamente necessari anche se non creano nuovo valore, della divisione sociale del lavoro, e l’analisi di questo processo, che, ancora una volta, non possiamo qui esaminare nei particolari, costituisce l’aspetto essenziale della terza parte. Osserveremo, comunque, che solo questa concrezione di tutti i fattori attivi della vita economica permette di passare senza sbalzi dall’economia in senso stretto all’articolazione sociale della società, alla stratificazione di classe. (Purtroppo su questo aspetto ci sono rimaste solo le prime righe introduttive di Marx. Dal punto di vista metodologico tuttavia il cammino appare perfettamente segnato).

È questa la ragione per cui la terza parte contiene le più ampie e particolareggiate digressioni sulla storia dei complessi economici qui nuovamente emergenti. Il capitale commerciale e monetario e la rendita fondiaria altrimenti non potrebbero venir disposti senz’altro nella compagine concreta del complesso dell’economia. La loro genesi storica è la premessa per comprenderne teoricamente l’attività attuale nel sistema di una produzione schiettamente sociale, quantunque – o proprio perché – questa deduzione storica non possa spiegare in modo diretto il ruolo da essi definitivamente assunto. Questo dipende infatti dal loro subordinarsi alla produzione industriale, mentre prima che quest’ultima sorgesse avevano condotto a lungo una esistenza autonoma e in tale autonomia, nonostante un certo permanere della loro specificità, avevano adempiuto funzioni economico-sociali del tutto diverse. È evidente che le deduzioni della genesi del valore qui date esibiscono per lo più caratteri assai diversificati. Il fatto, però, che la loro sintesi dimostri di produrre un quadro unitario dello sviluppo storico, ci rimanda ai problemi della teoria generale della storia propria del marxismo, problemi che nelle nostre considerazioni abbiamo di continuo sfiorato. Ma prima di accingerci a discuterli, dobbiamo ancora una volta rivolgere il nostro sguardo all’analisi categoriale della Introduzione al Rohentwurf, e ciò affinché la complessità e dinamica delle strutture e connessioni categoriali ci forniscano una base più larga e più salda per i problemi storici.

In questo senso ci interessa guardare al rapporto generale fra produzione e consumo, distribuzione, ecc. Che per l’ontologia marxista dell’essere sociale alla produzione spetti un’importanza prioritaria, è un luogo comune, il quale però, nonostante la sua correttezza in generale, proprio perché nella volgarizzazione è stato estremizzato, ha spesso fatto ostacolo alla comprensione dell’autentico metodo di Marx ed ha condotto su una falsa strada. Dobbiamo quindi esaminare più da vicino questa priorità e capire meglio il concetto marxiano di momento soverchiante nell’ambito di interazioni complesse.

Abbiamo dunque a che fare con le categorie più generali e fondamentali dell’economia: produzione, consumo, distribuzione, scambio e circolazione. L’economia borghese del tempo di Marx queste categorie – per esempio produzione e consumo – le aveva in parte assunte come identiche, in parte contrapposte come escludentisi a vicenda, e in parte aveva stabilito fra esse false gerarchie. Marx prima di tutto fa i conti con la variante hegeliana di tali false connessioni, quella che da esse – con l’ausilio di universalità, particolarità e individualità intese in senso logico – vorrebbe sviluppare una forma sillogistica. «Ora, questa è certamente una connessione, ma superficiale», dice Marx e mostra come l’apparato logico che produce la forma sillogistica si fondi soltanto su connotati superficiali, astratti. A questo punto si ha una breve polemica contro quei fautori o avversari borghesi dell’economia politica che a questa rinfacciano «di dissociare barbaramente cose che sono invece connesse». Marx, di nuovo rifiutando di affrontare i rapporti in termini logico-definitori, obietta che questi rapporti hanno il carattere dell’essere, sono ontologici: «Come se questa dissociazione fosse passata non dalla realtà ai libri, ma viceversa dai libri alla realtà, e come se qui si trattasse di una conciliazione dialettica di concetti anziché della comprensione di rapporti reali!»22. Con altrettanta risolutezza egli prende posizione contro i successori di Hegel per i quali produzione e consumo sarebbero identici. I «bellettristi socialisti» e gli economisti volgari che sostengono questa opinione cadono nell’errore di «considerare la società come un unico soggetto», cioè in modo falso, speculativo23. Come spesso anche altrove, qui Marx ammonisce che l’unità ultima, dialettica, contraddittoria della società, un’unità che sorge come risultato ultimo dell’interazione fra innumerevoli processi eterogenei, non deve essere intesa come una unità in sé omogenea, impedendosene con questa scorretta omogeneizzazione semplificatrice una conoscenza adeguata; e, aggiungiamo noi, che si tratti di una omogeneizzazione speculativa o positivistica, il risultato non cambia.

Marx analizza, dunque, le interrelazioni reali dapprima nel caso più complicato, nel rapporto fra produzione e consumo. Qui, come anche nelle altre analisi, viene di nuovo in primo piano l’aspetto ontologico secondo cui queste categorie, quantunque abbiano fra loro anche singolarmente interrelazioni spesso molto intricate, sono tutte forme d’esserci, determinazioni d’esistenza, e, in quanto tali, formano a loro volta una totalità e possono essere comprese scientificamente soltanto come elementi essenti di questa, come momenti d’essere. Di qui due conseguenze: da un lato ciascuna categoria conserva la propria peculiarità ontologica e la manifesta in tutte le interazioni con tutte le altre categorie, per cui neanche per queste relazioni possono esserci forme logiche generali, ma occorre comprendere ognuna di esse nella sua specifica peculiarità; dall’altro lato queste interazioni non sono di pari valore, né considerate in coppia né prese nel loro complesso, ma invece in ogni punto si impone la priorità ontologica dalla produzione come momento soverchiante. Se ora, tenendo conto di quanto abbiamo detto, prendiamo in esame isolatamente la relazione produzione-consumo, riscontriamo che si tratta di un rapporto molto vicino alle determinazioni riflessive di Hegel. Questa affinità metodologica risulta già dal fatto che al livello dell’intelletto tale interrelazione compare sempre, ma sempre presentandosi o come identità astratta o come altrettanto astratta diversità e che soltanto nella visione razionale delle interazioni concrete questi due punti di vista possono essere tolti. Ma l’affinità è solo metodologica. In Marx domina il momento dell’essere: queste determinazioni sono momenti reali di reali complessi realmente in movimento, e solo a partire da questo doppio carattere di essere (essere in interazioni e in connessione complessa nonché nell’ambito di questo essere peculiare) possono venir comprese nel loro rapporto riflessivo. Nella dialettica materialistica, nella dialettica della cosa stessa, l’intreccio delle tendenze realmente essenti, spesso fra loro eterogenee, si presenta come solidarietà contraddittoria della coppia categoriale. Quando si tolgono via le determinazioni meramente logiche e si ridà il loro vero significato a quelle ontologiche, si fa quindi un enorme passo avanti nella concrezione di questo complesso uno e duplice.

Marx sintetizza tale stato di cose a partire dalla produzione affermando che quest’ultima determina l’oggetto, il modo del consumo e la propensione ad esso. Il primo momento si comprende da sé. Il secondo rivela prospettive assai vaste per l’intera vita degli uomini. Dice Marx: «Insomma, l’oggetto non è un oggetto in generale, ma un oggetto determinato, che deve essere consumato in un modo determinato, in un modo che a sua volta dev’essere mediato dalla produzione stessa. La fame è fame, ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti. Non è soltanto l’oggetto del consumo dunque ad essere prodotto dalla produzione, ma anche il modo di consumarlo, non solo oggettivamente, ma anche soggettivamente». Ancora più evidente è questa funzione della produzione nel terzo momento. Il carattere storico-ontologico di questa relazione appare già dal fatto che Marx collega la sua entrata in scena con l’uscita del consumo «dalla sua immediatezza e dalla sua prima rozzezza naturale», cioè con un grado di sviluppo nel quale è palese che l’uomo è realmente divenuto umano, nel quale è manifesta ormai la tendenza delle categorie dell’essere sociale ad avere una costituzione a sé stante. La tendenza generale del consumo per cui la propensione viene mediata e modificata dall’oggetto svela solo a questo punto un carattere essenzialmente sociale. Tale mediazione esiste in sé, in astratto, anche nello stato di natura e anche nella fase in cui prevalgono le determinazioni naturali, ma il rapporto fra l’oggetto e la propensione in questa fase è di solito costante, cosicché la propensione può mantenere del tutto o almeno in prevalenza il suo carattere naturale di istinto. Solo quando, a causa della produzione, l’oggetto è sottoposto a un mutamento, – per quanto all’inizio ancora molto graduale, – sorge il nuovo rapporto: la propensione viene formata dall’oggetto in un processo. Abbiamo qui un rapporto sociale di tipo universale: esso si realizza in primo luogo, per sua natura, nella produzione materiale, ma poi necessariamente torna a estendersi alla produttività di tipo mediato, spirituale. Per questo Marx sottolinea: «L’oggetto artistico – e allo stesso modo qualsiasi altro prodotto – crea un pubblico sensibile all’arte e capace di godimento estetico. La produzione produce perciò non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto»24.

L’analisi della relazione fra il consumo e la produzione mette in luce anch’essa interazioni importanti, indispensabili all’esistenza e al funzionamento del processo produttivo. Anzitutto il fatto che la produzione si realizza veramente solo nel consumo; senza consumo ogni produzione sarebbe una mera virtualità, in ultima analisi inutile, e quindi, dal punto di vista sociale, non esisterebbe. Essa si concreta nell’ulteriore determinazione reciproca: «Il consumo crea la propensione alla produzione; esso crea anche l’oggetto, che determina finalisticamente la produzione». Cioè – come vedremo in dettaglio più avanti – mediante il consumo viene determinato il contenuto essenziale del porre teleologico che mette in moto e regola la produzione; più precisamente «il consumo pone idealmente l’oggetto della produzione, come immagine interiore, come bisogno, come propensione e come scopo»25. È chiaro: l’interazione ha molti aspetti ed è variamente intrecciata; ma è anche chiaro che in questo rapporto fra determinazioni riflessive tanto riccamente articolato appare in tutta evidenza il fatto fondamentale della dialettica materialistica: nessuna interazione reale (nessuna reale determinazione riflessiva) senza momento soverchiante. Quando questo rapporto fondamentale non viene tenuto nel debito conto, si ha o una serie causale unilaterale e perciò meccanicistica, semplificatrice e deformante i fenomeni, o quella interazione priva di direzione, dalla superficie scintillante, di cui Hegel a suo tempo criticò a ragione la mancanza di idea, senza però trovare la via d’uscita. Nel caso dell’interazione fra produzione e consumo è evidente che la prima «è l’effettivo punto di partenza e perciò anche il momento soverchiante»26. Proprio perché quest’ultimo esito dell’analisi delle categorie economiche è stato inteso come una delle questioni centrali del metodo marxiano, ma senza rispettare i presupposti ontologici di tali categorie, abbiamo dovuto mostrare come questa verità si converta in qualcosa di falso quando venga applicata all’economia, all’essere sociale, prescindendo da tali suoi presupposti e dalle relative conseguenze.

Passando ora a esaminare più da vicino il secondo dei rapporti più importanti, quello fra produzione e distribuzione, ci troviamo di fronte a problemi di tutt’altro genere. In ultima analisi abbiamo a che fare con la relazione tra le forme puramente economiche e il mondo storico-sociale, che nelle nostre considerazioni precedenti abbiamo chiamato mondo extraeconomico. Non tenere presente quest’ultimo, e nel marxismo volgare vi sono forti tendenze in questo senso, significa trasformare il marxismo in «economismo», in una «scienza particolare» borghesemente delimitata. Che poi venga radicalmente applicata in maniera unilaterale oppure che ad essa – per considerazioni gnoseologiche – vengano associate, «a integrazione», altre scienze particolari, non cambia la sostanza delle cose. In ambedue i casi si ha una rottura con l’unità e specificità ontologiche dell’essere sociale e quindi con l’unitaria scienza e filosofia dialettico-materialistica, che è il metodo più adeguato per comprenderlo. Marx qui, mettendo in luce le relazioni fra produzione e distribuzione, pone in un nesso organico-legale l’opposizione dialettica fra economico ed extraeconomico con la scienza dell’economia. Ma per farlo occorreva anzitutto rompere con la concezione volgare della distribuzione, universalmente imperante, nella quale quest’ultima si presentava come mera distribuzione dei prodotti e sembrava perciò indipendente dalla produzione. «Ma», dice Marx, «prima di essere distribuzione dei prodotti, la distribuzione è: 1) distribuzione degli strumenti di produzione e 2) – il che è un’ulteriore determinazione dello stesso rapporto – distribuzione dei membri della società tra i differenti generi di produzione. (Sussunzione degli individui sotto rapporti di produzione determinati). La distribuzione dei prodotti non è evidentemente che un risultato di questa distribuzione che è compresa nel processo di produzione stesso e che determina la struttura della produzione»27.

L’apparenza falsa [falsche Schein] scaturisce quando si assuma il punto di vista dell’individuo, per il quale effettivamente qui, sul piano immediato, opera una legge sociale, che determina il suo posto nella società, nella produzione. Una tale apparenza viene in essere anche per la società intera quando determinati eventi storici, per esempio le conquiste, in certe circostanze trasformano o innovano i rapporti di distribuzione nel senso indicato da Marx. È fuor di dubbio che in questi casi di conquista spesso si ha una nuova distribuzione. O i vinti vengono assoggettati alle condizioni produttive dei vincitori, o il modo di produzione resta in piedi ma gravato da tributi, ecc., o infine sorge per interazione qualcosa di nuovo. Tutte queste varianti sembrano rinviare soltanto a potenze extraeconomiche. A considerare le cose nel concreto, invece, vediamo che nel modo in cui queste interrelazioni fra rapporti distributivi sorti in maniera extraeconomica operano, si impone sempre la direzione di sviluppo della produzione che vi è fondata sopra, per cui a quest’ultima spetta il ruolo di momento soverchiante. Quali che siano i puri rapporti di potere immediati, gli uomini che li fanno valere o che vi sono assoggettati sono uomini che hanno riprodotto la propria vita in determinate condizioni concrete, che di conseguenza possiedono determinate idoneità, abilità, capacità, ecc., e dunque possono agire, adattarsi, ecc., soltanto in una maniera che corrisponda a esse. Perciò, quando i rapporti di potere extraeconomici danno luogo a una nuova distribuzione della popolazione, ciò non avviene mai indipendentemente dalla eredità economica degli sviluppi precedenti, e i rapporti economici nuovi ricevono una regolazione durevole necessariamente a partire da una interazione fra i gruppi umani organizzati in strati sovrapposti. Quando dunque Marx, di fronte a queste interazioni, attribuisce il ruolo di momento soverchiante al modo di produzione, ciò non va inteso nel senso di un praticismo o utilitarismo economico. Il modo di agire determinato dalla produzione può avere addirittura un carattere distruttivo, come indica Marx portando ad esempio le devastazioni delle orde mongoliche in Russia. Ma anche un simile modo di agire risale ai rapporti di produzione, alla pastorizia, la cui condizione fondamentale era costituita dall’esistenza di grandi distese inabitate. Marx vi aggiunge subito dopo la rapina, come modo di vita di determinati popoli primitivi. Tuttavia non dimentica di osservare: «Ma, per poter rubare, deve esserci qualcosa da rubare, e quindi produzione»28.

È chiaro: la produzione in quanto momento soverchiante qui viene intesa nel senso più lato, – ontologico, – come produzione e riproduzione della vita umana, che persino negli stadi estremamente primitivi (la pastorizia dei mongoli) va assai più in là della mera conservazione biologica e non può non avere uno spiccato carattere economico-sociale. È questa forma generale della produzione che determina la distribuzione nel senso marxiano. Più esattamente: qui si tratta degli uomini, le cui capacità, abitudini, ecc. rendono possibili determinati modi di produzione; queste capacità sono però a loro volta nate in base a modi di produzione concreti. Questa constatazione ci rimanda alla teoria generale di Marx secondo cui lo sviluppo essenziale dell’uomo è determinato dalla maniera in cui egli produce. Anche il modo di produzione più barbarico o più alienato plasma gli uomini in un modo determinato che nelle interrelazioni fra gruppi umani – per quanto «extraeconomiche» esse appaiano sul piano immediato – svolge il ruolo in ultima istanza decisivo.

Cosicché, se questo fatto per cui la distribuzione è determinata dalla produzione lo guardiamo dal punto di vista del primato dell’uomo che nella produzione forma e trasforma se stesso, il rapporto appare senz’altro evidente. Esso diviene misterioso solo quando, e ciò è accaduto e accade spesso anche all’interno del marxismo, i rapporti economici non vengono intesi come relazioni fra uomini, ma sono invece feticizzati, «reificati», – ad esempio identificando le forze produttive con la tecnica presa a sé, pensata come autonoma. – Sorgono allora quei complessi di questioni difficilmente risolvibili – come oggi l’industrializzazione dei paesi in via di sviluppo – la cui soluzione concreta è invece possibile solo in base a questa concezione marxiana che defeticizza il rapporto fra produzione e distribuzione. In termini generali: solo quando il carattere soverchiante della produzione nel sorgere e mutare della distribuzione viene posto in chiara luce, è possibile comprendere correttamente il rapporto fra economico ed extraeconomico. Infatti la nostra precedente affermazione secondo cui anche nell’extraeconomico in ultima analisi è il momento economico che decide, non significa affatto che si possa considerare la loro diversità come non esistente, come mera apparenza [Schein]. Per esempio, analizzando più indietro la cosiddetta accumulazione originaria abbiamo indicato come solo quando questa fu conclusa poterono entrare in azione le vere e proprie leggi del capitalismo, puramente economiche. Questo significa, in riferimento all’essere sociale, che il nuovo sistema economico del capitalismo sarebbe stato impossibile senza tale precedente sovvertimento extraeconomico dei rapporti distributivi. Ma non si tratta di una legge astratto-universale dello sviluppo, applicabile senz’altro a tutti i fenomeni.

Da un lato queste trasformazioni nei rapporti distributivi, persino quelle fondamentali, possono anche procedere in termini puramente economici, come ad esempio nel periodo iniziale dell’industria meccanica in Inghilterra o negli ultimi decenni in USA. Lo stesso sviluppo in condizioni diverse può addirittura assumere un carattere totalmente diverso; Lenin nel cammino dell’agricoltura dell’epoca capitalistica distingue la via prussiana da quella americana: la prima comporta una demolizione estremamente lenta nelle campagne dei rapporti di distribuzione feudali, la seconda all’estremo opposto vede la completa assenza o la liquidazione radicale del feudalesimo29. Ne consegue, chiaramente, che lo sviluppo del capitalismo per il ritmo tutto diverso di queste trasformazioni può procedere in modo estremamente diverso.

Dall’altro lato, anche i mutamenti immediatamente extraeconomici in ultima analisi sono comunque determinati dall’economia. Il superamento dei rapporti di distribuzione feudali in Inghilterra avviene, sul piano immediato, con i mezzi della più dura violenza, eppure esso è determinato dal fatto che il paese stava passando dall’agricoltura feudale all’allevamento delle pecore, alla produzione di materia prima per l’industria tessile. Potremmo moltiplicare gli
esempi a piacimento. Ma qui non si tratta di questo, e neppure semplicemente di sollecitare alla considerazione dialettica dei fatti, per cui la loro essenza economica o extraeconomica non deve essere riguardata né come identità né come opposizione esclusiva, ma come identità di identità e non-identità; si tratta piuttosto di far propria anche in questo caso la concezione marxiana della realtà: punto di partenza di ogni pensiero sono le manifestazioni fattuali [tatsächlichen Äußerungen] dell’essere sociale. Ciò non implica, però, nessun empirismo, sebbene, come abbiamo visto, anche questo possa contenere una intentio recta ontologica, per quanto incompleta, frammentaria. Ogni fatto, invece, deve essere visto come parte di un complesso dinamico che sta in interazione con altri complessi, come qualcosa che è determinato all’interno e all’esterno da molteplici leggi. L’ontologia marxiana dell’essere sociale si fonda su questa unità materialistico-dialettica (contraddittoria) di legge e fatto (inclusi naturalmente relazioni e rapporti). La legge si realizza nel fatto; il fatto riceve a sua determinatezza e specificità concreta a partire dal tipo di legge che si afferma nell’intersecarsi delle interazioni. Se non si comprendono questi intrecci, nei quali la reale produzione e riproduzione sociale della vita umana costituisce sempre il momento soverchiante, non si comprende neppure l’economia di Marx.

A conclusione di quanto abbiamo detto finora va rilevato, anche qui brevemente, come l’antitesi tanto popolare fra violenza ed economia è anch’essa metafisica, non dialettica. La violenza infatti può essere anche una categoria economica immanente. Per esempio, trattando della rendita in lavoro, Marx osserva che la sua essenza, il plusvalore, «può essere estorto… soltanto con una coercizione extraeconomica». Egli analizza le condizioni economiche su cui poggia l’esistenza della rendita in lavoro, ma aggiunge che in questo caso è «soltanto la coercizione che fa della possibilità una realtà»29. Questo vicendevole compenetrarsi percorre l’intera storia dell’umanità. Dalla schiavitù, la cui premessa sta nella capacità gradualmente acquisita dall’uomo di produrre più di quel che sia necessario per mantenere e riprodurre se stesso, fino alla fissazione della giornata lavorativa nel capitalismo, la violenza resta un momento integrante della realtà economica di tutte le società di classe. Anche qui si tratta di una dialettica ontologico-concreta: né l’antitesi fra l’una e l’altra scompare per il fatto di essere necessariamente inserita in connessioni regolate da leggi economiche, né questa antiteticità essenziale può a sua volta sopprimere la necessità delle connessioni. Riscontriamo di nuovo come la concezione dell’essere ontologicamente corretta debba sempre muovere dalla primaria eterogeneità reciproca dei singoli elementi, processi, complessi, e insieme tener presente l’ineluttabile loro intima e profonda solidarietà in ogni totalità sociale storico-concreta. Ogni volta che guardiamo a questo concatenarsi di complessi eterogenei, antitetici, dobbiamo cercare di afferrarli con il pensiero concretamente (come rispecchiamento del loro essere concreto) rifuggendo sia dalla «legalità» astratta che dall’altrettanto astratta, empiristica, «unicità». Al livello delle considerazioni svolte finora, tuttavia, l’esigenza della concretezza rimane un postulato astratto, puramente metodico, non perveniamo al concreto della cosa stessa. Il motivo di questa astrattezza è che noi fino a questo momento, per mettere in luce le più importanti fra le determinazioni più generali dell’ontologia marxiana dell’essere sociale, pur non avendo eluso del tutto – il che sarebbe stato impossibile – una delle sue dimensioni più decisive, la storicità di questo essere nel suo intero, nel complesso delle sue parti, delle loro reciproche connessioni, del loro mutare per le trasformazioni della totalità e dei complessi la costituiscono, nondimeno ancora non abbiamo dato il dovuto peso al suo significato ontologico. È quel che faremo nella sezione seguente.

1 MEGA, I, 3, p. 161 [trad. it. di G. della Volpe, Manoscritti economico-filosofici, in K. Marx F. Engels, Opere complete, 111, cit., p. 365].

2 MEGA, I, 6, p. 180 [trad. it. di F. Rodano, Miseria della filosofia, in K. Marx-F. Engels, Opere complete, VI, Roma, Editori Riuniti, 1973, p. 173].

3 K. Marx, Grundrisse, cit., p. 21 [trad. it. cit., I, pp. 26 e 27].

4 Ivi, pp. 21-22 [ivi, p. 27].

5 Karl Marx – Eine Sammlung von Erinnerungen und Aufsätzen, cit., p. 21 [trad. it. cit., p. 7].

6 K. Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie, Stuttgart, 1919, p. LV [trad. it. di E. Cantimori Mezzomonti, Per la critica dell’economia politica, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 5].

7 Ibidem [ibidem].

8 K. Marx, Das Kapital, I, cit, p. 129 [trad. it. cit., p. 200].

9 Ivi, p. 134 [ivi, p. 204].

10 Ivi, p. 196 [ivi, p. 269].

11 Ivi, p. 725 [ivi, pp. 822-823].

12 Nel manoscritto di Lukács a questo punto segue una annotazione: «Naturalmente oggi non si può sapere quant’altro eventualmente sia contenuto negli originali. Rjazanov mi disse agli inizi degli anni trenta che i manoscritti del Capitale avrebbero riempito dieci volumi e che Engels aveva pubblicato solo una parte di questa massa di scritti».

13 K. Marx, Das Kapital, I, cit., p. XVII [trad. it. cit., p. 44].

14 MEGA, I, 3, p. 146 [trad. it. cit, pp. 350-351].

15 K. Marx, Das Kapital, I, cit., p. 40 [trad. it. cit., p. 106].

16 Ivi, p. 17 [ivi, p. 83, nota].

17 K. Marx, Theorien über den Mehrwert, II, 1, Stuttgart, 1921, pp. 309-310 trad. it. di L. Perini, Teorie sul plusvalore, II, Roma, Editori Riuniti, 1973, p. 119]. Cfr., ancora più distesamente, K. Marx, Grundrisse, cit., pp. 312-313 [trad. it. di E. Grillo, Lineamenti ecc., II, Firenze, La Nuova Italia, 1970, pp. 10-11].

18 K. Marx, Das Kapital, II, Hamburg, 1903, pp. 368-369 [trad. it., di R. Panzieri, Il capitale, II, Roma, Editori Riuniti, 1965, p. 413].

19 Ivi, pp. 72-73 [ivi, pp. 103-104].

20 Ivi, p. 369 [ivi, p. 414].

21 Devo a Franz Jánossy l’indicazione di questo problema.

22 K. Marx, Grundrisse, cit., p. 11 [trad. it. cit., I, p. 13].

23 Ivi, p. 15 [ivi, p. 18].

24 Ivi, pp. 13-14 [ivi, p. 16]. Sarà istruttivo, per coloro che vogliono costruire ad ogni costo una contrapposizione fra il Marx giovane e il Marx maturo, confrontare questo passo con quello dei Manoscritti economico-filosofici sullo sviluppo della musica e del senso musicale. Quando afferma che l’«educazione dei cinque sensi» è il risultato dell’intera storia universale fino a questo tempo, Marx formula lo stesso pensiero in termini altrettanto universali. Cfr. MEGA, I, 3, p. 120 [trad. it. cit., p. 329].

25 K. Marx, Grundrisse, cit., p. 13 [trad. it. cit., I, pp. 15-16].

26 Ivi, p. 15 [ivi, p. 18].

27 Ivi, p. 17 [ivi, pp. 21-22].

28 V.I. Lenin, Sämtliche Werke, XII, Moskau, 1933, p. 333 [trad. it. di I. Solfrini, Il programma agrario della socialdemocrazia nella prima rivoluzione russa del 1905-1907, in V.I. Lenin, Opere complete, XIII, Roma, Editori Riuniti, 1965, pp. 225-226].

29 K. Marx, Das Kapital, III, 2, pp. 324-325 [trad. it. cit., pp. 902, 904].