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Albero genealogico di Zoltán Mosóczi, nipote di György Lukács.

di Zoltán Mosóczi

in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021. Trad. dall’inglese di Luca Todarello.


Riflessioni sul cinquantesimo anniversario della morte di György Lukács

Molti mi hanno chiesto come faccio a essere nipote di György Lukács se mio padre si chiamava Ferenc Mosóczi e mia madre Anna Jánosi. La risposta è straordinariamente semplice, anche se sono in pochi a conoscerla.

«In quel periodo [siamo attorno al 1918] Gertrud Bortstieber era sposata con l’astronomo Imre Jánossy. La coppia aveva due figli. Jánossy era già gravemente malato e, secondo Maria Lukács [zia Mici, la sorella minore di zio Gyuri], non solo egli sapeva della relazione di sua moglie con Lukács, ma addirittura la sosteneva. Insistette addirittura affinché la terza figlia, Anna, fosse registrata con il cognome Lukács, per semplificare ogni formalità. Dopo la morte di Imre e la caduta della Repubblica sovietica ungherese, György Lukács e Gertrud Bortstieber iniziarono la loro vita insieme a Vienna senza sposarsi, poiché a quel tempo la loro unica fonte di reddito era la pensione da vedova di Gertrud. Per questo motivo Lukács viveva nel loro appartamento figurando come inquilino. Sebbene Lukács riferisca del loro successivo matrimonio, che può essere datato attorno al 1923 [György Lukács, Biografia su nastro], le memorie di famiglia non registrano questo evento»1.

Per molto tempo ho creduto che il nome da nubile di mia madre fosse Jánosi e non Jánossy. Mi hanno detto che sbagliavo, poiché in seguito si è scoperto che il primo marito di mia nonna, Imre Jánosi, non scriveva nemmeno il suo nome con le lettere “ssy”. Il grado di nobiltà fu “donato” dalla nonna ai Jánosi negli anni Dieci, quando su un documento ufficiale ella sbarrò il “si” correggendolo con il “ssy”. Non sopportava che le sue amiche la tediassero dicendole: «Gertrud! Come ha potuto una nobile dama come te sposare uno di più basso lignaggio?».

Questa confusione di nomi potrebbe essere stata la ragione per cui nessuno credeva che fossi veramente il nipote di Lukács. Una volta, nel settembre del 1970, il nostro insegnante di filosofia del liceo fece sfoggio della sua erudizione divertendosi, dopo averci disposto in fila, a interrogarci uno dopo l’altro. La vittima di turno abbassava gli occhi per qualche attimo, poi veniva fatta sedere. Quindi toccava, non senza compiacimento del professore, alla successiva. Fui uno degli ultimi a essere chiamato, quando tutta la classe era già seduta sui banchi, umiliata. Mi chiese con un cinico sorriso se sapevo chi fosse György Lukács. Dopo una breve, drammatica pausa, risposi: «György Lukács … lui… lui è mio nonno». L’intera classe scoppiò a ridere e il professore, scarlatto in volto, mi sbatte fuori dall’aula.

Una famiglia leggendaria. I ricordi di tre generazioni

Ferenc Jánossy (Ferkó) racconta la vita quotidiana dell’emigrazione viennese negli anni Venti in un’intervista radiofonica rilasciata negli anni Sessanta.

«… Siamo cresciuti nella famiglia Lukács; assieme a noi vivevano tutte le scienze sociali: filosofia, storia ecc… tutto ciò che noi odiavamo era invece considerato importante, perciò è facile trovare l’origine della nostra “ribellione”. Lukács era il grande filosofo, i figli non volevano seguire le sue orme e scelsero direzioni diverse, il che – credo – sia stata una stupidaggine. Facevamo parecchio baccano. Ricordo che una volta Lukács è entrato in sala da pranzo e, dato che avevamo lasciato un gran casino, ci ha chiesto perché non avevamo giocato nella stanza dei bambini; risposi che lì dentro c’era un tale casino che non avevamo più spazio. Questo descrive più o meno l’atmosfera di casa. In che cosa consisteva il casino? Per esempio l’intera stanza era piena di fili tesi che indicavano dei percorsi. Costruivamo di tutto. La parte teorica, tutto quello che doveva essere calcolato, era opera di mio fratello; e io ero, diciamo, il braccio. Tra Lukács e mia madre c’era un accordo: durante il pranzo e la cena solo noi bambini potevamo sollevare dei problemi. Loro non parlavano mai delle loro cose. Noi chiedevamo qualcosa e poi si discuteva. Potevamo fare qualsiasi tipo di domanda, ma ci rendevamo conto che mia madre capiva un po’ le questioni tecniche, al contrario di zio Gyuri, che non sapeva nemmeno aggiustare una bici. Non sapeva dare consigli su questioni tecniche, ma la sua opinione era estremamente importante».

Sono nato nel 1953. I miei ricordi risalgono agli anni Sessanta, quando sono diventato abbastanza grande da non fare affidamento solo sulle storie raccontate dagli altri.

Se potessi, tornerei indietro nel tempo di cinquanta-sessant’anni (se non altro perché potrei essere cinquanta-sessant’anni più giovane), diciamo, a un normale sabato sera del 1959. Siamo seduti in sala da pranzo, “zia” Piri (che si prese cura dei miei nonni fino alla morte di zio Gyuri e che era considerata parte della famiglia) porta un piatto freddo (uova sode, parizer, cetrioli, pasticcio, tutti disposti con cura su un vassoio). Ceniamo. Mi alzo e vado nella camera da letto di mia nonna, mi siedo al pianoforte e, sotto l’incantesimo dei tasti bianchi e neri, cerco di tirare fuori una melodia. Nell’altra stanza zia Piri chiude il tavolo e porta il caffè turco. Forte come un veleno, l’odore del caffè misto a sigari e sigarette aleggia nell’appartamento. La nonna viene da me, mette uno spartito sul leggio e mi spiega che cosa significano tutte quelle linee e quei punti. Suona una semplice melodia e mi lascia a esercitarmi. Dopo un po’ mi annoio, vado in cucina e imploro zia Piri di darmi le prelibatezze avanzate. Poi andiamo in camera sua, ci sediamo sul letto, lei accende la radio e ascoltiamo La famiglia Szabó (un’antenata delle odierne telenovele).

Dopo la morte di mia nonna (1963) queste cene idilliache finirono. Una volta alla settimana accompagnavo mia madre al mercato di Tolbuchin körút, poi salivamo da zio Gyuri e pranzavamo. In cucina zia Piri ci dava la lista della spesa della settimana e io, come un contabile, controllavo i numeri, sommavo le lunghe colonne (forse zia Piri mi ha trasformato in un matematico). Poi entravo nell’unica stanza con il balcone (c’era anche il pianoforte della nonna) e chiudevo la porta per non disturbare la mamma e lo zio Gyuri, la cui conversazione era intrisa di caffè, sigari e sigarette. Mi sedevo al piano e improvvisavo solo per il gusto di farlo.

Poi zio Gyuri è morto e per decenni non sono tornato nel suo appartamento. Quando finalmente l’ho fatto, tutto sembrava estraneo, perché senza l’odore del caffè mischiato ai tabacchi l’appartamento era solo un “deposito” dell’eredità intellettuale di zio Gyuri. Non sono diventato un filosofo vero e proprio, ma un filosofo da cucina sensibile agli odori, quello sì.

Quanto siano veramente lunghi cinquant’anni lo dimostra il fatto che mio figlio Bálint, nato ventisette anni dopo la morte di zio Gyuri, ha già elaborato in maniera adulta le leggende che ha sentito da noi. I suoi pensieri del 2015 riflettono bene quanto zio Gyuri significhi non solo per il passato ma anche per il futuro:

Di recente io e mio padre abbiamo visitato l’appartamento sul Belgrad rakpart. Ci è stata riservata un’accoglienza molto gentile e rispettosa. Potevamo sentire la presenza dello spirito del mio bisnonno in quelle stanze. Mentre camminavamo da una camera all’altra, guardando i ritratti di Lukács alle pareti, o guardando i vecchi album fotografici, o ammirando l’intera collezione della Comédie humaine di Balzac in francese, o anche solo toccando le sigarette Kossuth che abbiamo trovato nella scatola dei sigari cubani, sapevamo che il sangue che scorreva nelle vene di zio Gyuri era anche il nostro.

Sebbene mia nonna fosse figlia della mia bisnonna e del mio bisnonno, portava ancora il nome Jánosi, affinché la bisnonna potesse ricevere la pensione da vedova. Dopo la guerra, alla fine degli anni Quaranta, incontrò mio nonno e vissero insieme in Vegyész út, ad Albertfalva. Il loro primo figlio fu mio zio, Endre Mosóczi (1950-), che considero un secondo padre. Da bambini furono testimoni degli eventi del ’56. Ancora oggi ricordano la macchina nera incendiata davanti casa loro e i disordini della rivolta di Budapest. Mio padre mi raccontò che in quella macchina giocavano a fare gli autisti, e che più tardi, insieme a suo fratello e un amico (anche se non sapevano ancora che cosa significasse), disertarono. Mio padre, in origine, non faceva parte del piano ma alla fine riuscì a convincerli del fatto che un segugio come il suo Bodri avrebbe fatto comodo in quella situazione. Fecero qualche chilometro ma papà finì in un acquitrino e senza scarpe asciutte non potè proseguire. Così tornarono indietro.

Mia nonna soffriva di una grave sclerosi multipla. I medici la diedero per spacciata diverse volte, ma mio nonno ha sempre creduto in lei e alla fine ebbe ragione. La malattia non è stata la causa della morte di mia nonna. Assieme a lei, ammalata e non più in grado di camminare, mio nonno ha girato tutta l’Europa.

Durante l’estate c’è stato un incontro per “Lukács e Jánossy”, organizzato da mio padre anche con il mio aiuto. Sono rimasto molto sorpreso quando il piccolo bar è stato invaso per qualche ora dai nostri familiari e da amici dei miei nonni. Sono lieto che ci siano così tanti modi a questo mondo per esprimere stima e affetto per coloro che ci hanno preceduti e per una famiglia che resta unita. È scoraggiante radunarsi in un cimitero, ad esempio, per onorare un defunto. Credo che il ricordo di una persona sia legato alle sue azioni e a come ha influenzato le vite di chi resta; penso che scrivere o raccontare le storie di queste persone a chi non ha avuto la possibilità di conoscerle sia il modo migliore di onorarle.

Colui che non può essere “né ingoiato né sputato”

Nell’ultimo secolo poche figure ungheresi possono “vantare” di aver provocato, cinquant’anni dopo la loro morte, una tempesta come quella scatenata da György Lukács. Dopo un esilio durato venticinque anni, zio Gyuri e Gertrud, nel 1945, sarebbero stati graditi “ospiti” in qualsiasi paese del mondo ma scelsero la loro patria, l’Ungheria, come casa. È estremamente spiacevole che l’Accademia ungherese delle scienze, cinquant’anni dopo la morte di György Lukács (sulla base di varie delibere) «allontani lui e la nonna dalla loro casa», un atto che simboleggia amaramente tutta la loro vita, perché Lukács fu esiliato, condannato a morte, espulso e riammesso da ogni governo… per sua stessa ammissione non poteva essere «né ingoiato né sputato».

Ecco i fatti che hanno scatenato la tempesta.

Viene condannato a morte per aver partecipato attivamente alla “Rivoluzione patriottica” del 1918-19.

Dal 1919 al 1945 vive da emigrato a Vienna, Berlino e Mosca. Nel 1941 “vennero per te, non contro di te” (interrogatorio a Lubjanka, fascicoli delle indagini su György Lukács).

Nel 1945, dopo l’emigrazione a Mosca, decide di passare il resto della sua vita nella sua terra natale.

Nel 1946 riceve il Premio Baumgarten.

Nel 1948 riceve il Premio Kossuth; poi, dopo il “caso Lukács”, nel 1949 viene allontanato dalla sfera politica.

Intorno al 1950, durante il periodo del culto della personalità di Rákosi, viene organizzato contro di lui un processo-farsa simile al processo Rajk.

Nel 1955 riceve di nuovo il Premio Kossuth, e poi, nel 1956, viene deportato a Snagov (Romania), sempre a causa del suo coinvolgimento nella rivoluzione; la foto che lo raffigura nel pannello del Commissario del popolo sovietico del 1919 viene ritoccata. Sebbene non venga giustiziato grazie all’opinione pubblica internazionale, vive essenzialmente agli “arresti domiciliari” (volontari) fino alla morte (1971).

Nel 1970 riceve dalla Città di Francoforte il Premio Goethe, il cui compenso elargisce ad Angela Davis.

Nel testamento scritto nel 1970 lascia i suoi manoscritti all’Accademia ungherese delle scienze, la sua biblioteca all’istituto di filosofia e due preziose opere d’arte al Museo di Belle Arti.

Muore nel 1971. L’Archivio che porta il suo nome mantiene la propria sede all’interno dell’appartamento; viene chiuso nel 2018, a quarantasette anni dalla morte di Lukács.

Nel 1985, in occasione del centenario della sua nascita, a Szent István Park viene eretta una statua in suo onore; viene rimossa nel 2017, a quarantasei anni dalla sua morte.

Nel 1988 viene inaugurata una targa in suo onore nel Dürer Kert, che commemora il suo ruolo all’interno della Repubblica sovietica ungherese del 1919. La targa viene rimossa e gettata via dopo la caduta del Muro.

Nel 1989, l’immaginazione letteraria di István Csurka dà vita alla figura del “macellaio di Poroszló”, una bestia assetata di sangue che uccide a mani nude degli ungheresi innocenti; un criminale di guerra, un ebreo comunista dalla mano insanguinata. Il carattere più diabolico e famigerato dell’opera letteraria e politica di Csurka è nato proprio dopo gli eventi degli ultimi trent’anni, e può manifestarsi ogni volta che l’estrema destra contesti il fatto che non possono essere erette statue di antisemiti, criminali di guerra, razzisti e xenofobi (almeno per ora).

La rosa di Lelio

Nell’estate del 2019 mi sono ritrovato per caso insieme a Lelio La Porta e alla sua famiglia sulla tomba dei miei nonni. Abbiamo deposto delle rose. Nonostante le difficoltà linguistiche, abbiamo scambiato qualche parola ed è stato molto bello scoprire che, a tanti anni dalla sua morte, zio Gyuri fosse ancora circondato da amore e rispetto nel mondo. Ringrazio Lelio per avermi dato l’opportunità di lasciare in queste poche righe un pensiero sui miei nonni.

Vorrei che in futuro il nome di György Lukács non fosse usato per dividere le persone e incitare all’odio, ma per “accendere la fiamma nel nostro cervello: / quando siamo separati, nell’oscurità restiamo”.

14 agosto 2020


1 Júlia Bendl, Lukács György élete a századfordulótól 1918-ig, Scientia Humana, Budapest 1994 [La vita di György Lukács dall’inizio del secolo fino al 1918].