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di Franco Fortini

Aa.Vv., Filosofia e prassi. Attualità e rilettura critica di György Lukács e Ernst Bloch, a cura di R. Musillami, Diffusioni ’84, Milano 1989 [ora in Lukács chi? a cura di L. La Porta, Bordeaux, Roma 2021].


Non vorrei correre il rischio che hanno corso i miei due amici1: di parlare di tutto (Lukács) e in una certa misura di nulla. Di nulla, perché hanno fatto riferimento alla relazione di Preve che io non conosco. E poi c’è un’altra ragione, strettamente personale, alla quale bisogna accennare e cioè il fatto che sono quarant’anni che indirettamente discuto con Lukács tramite Cases. Quando Cases nelle pagine molto divertenti, molto belle d’introduzione alla sua raccolta degli scritti lukacsiani, dice che gli rimarrà sulle spalle in eterno la fama di essere stato l’introduttore di Lukács in Italia – cosa che egli nega – devo dire che perlomeno per me questo è vero. Negli stessi anni, negli stessi mesi in cui Cases frequentava Lucien Goldman a Zurigo, in quella stessa Zurigo, dove ho conosciuto Cases, mi aggiravo senza avere la possibilità, che Cases invece aveva, di leggere opere preziose come Storia e coscienza di classe perché non leggevo il tedesco; ma è per tramite suo e tramite l’amico Renato Solmi che siamo venuti a contatto con quel magico libretto. Non so donde provenisse quella copia, so che Solmi e Cases la usavano come se fosse un libro sacro; insomma era impressionante il tipo di partecipazione e di magia che emanava questa copia di Storia e coscienza di classe che qualche anno più tardi girava per Milano.

Non c’è possibilità di dubbio: Cases ha svolto questa funzione e io ho lottato con lui continuamente. Ho sempre avuto qualcosa da contestargli e credo che avrei ancora oggi qualcosa da contestargli. Questa sua esibizione di “libertinaggio” o di “politeismo”, questa apologia del filosofo contro il filosofo, ha sempre svegliato in me qualche sospetto anche negli anni in cui egli sembrava essere invece legato a Lukács e in certa misura anche al partito.

La cosa va vista come un episodio trascurabile di quella storia della fortuna di Lukács in Italia della quale mi occupai fino a quella data della quale ha parlato Luperini.

Ora, è vero che se si guarda a distanza la serie di episodi, tutti legati all’attualità, che hanno segnato l’interpretazione di Lukács in Italia, si scopre con la distanza, che non si trattava affatto di qualcosa che veniva consumato e bruciato nell’immediatezza, ma di qualcosa che portava i segni di un destino maggiore, segni che andavano al di là della cronaca ed erano veramente questioni di fondo della storia non soltanto italiana.

Il convegno avrà un doppio binario: per un verso sarà il ripensamento dell’opera di Lukács o di Bloch in quanto tali, cioè, come diceva Cases, la loro storicizzazione e la loro utilizzazione nel modo in cui si utilizza qualsiasi altro grande pensatore, e per l’altro verso riguarderà il loro potere simbolico o allegorico oggi. Allora, da questo secondo punto di vista, cioè se con il nome di Lukács indichiamo un filtro decisivo della storia del comunismo in Occidente, vediamo che il discorso sulla eticità cui ha lungamente fatto riferimento Cases, non riguarda affatto Lukács. Ci interessa mediocremente la figura etica di Lukács, non dimenticando fra l’altro che è stato proprio Cases a scandalizzare il mio moralismo in anni lontani, quando fece l’apologia delle autocritiche di Lukács.

Oggi, quando si accenna ad una rinnovata funzione di tipo etico dell’intellettuale, ci si riferisce a quell’ambito vastissimo di problemi dei quali Lukács si è sempre occupato e che prescindono completamente dal suo comportamento personale. Non so cosa in realtà abbia fatto quando cercava di salvare la testa dalla corda, nella Mosca di Stalin, ma mi basta leggere il passo abbastanza agghiacciante della sua intervista biografica quando racconta come nel 1918 inviato, come commissario della rivoluzione, al fronte contro i reparti rumeni che stavano invadendo l’Ungheria, si trovò di fronte all’episodio di un reggimento che aveva abbandonato le sue posizioni ed era fuggito di fronte ai rumeni. Il giovane Lukács, ancora molto “figlio di famiglia”, come si diceva una volta, aveva ordinato la formazione immediata di un tribunale di guerra cui era seguita l’immediata fucilazione di otto soldati ungheresi.

Per quanto riguarda lo sviluppo interno dell’ethos lukacsiano, questo episodio mi sembra altrettanto importante quanto altri suoi episodi biografici. Ma la questione è tutt’altra e soprattutto mi sembra che quasi nessuno abbia rilevato la improprietà di continuare a parlare, nei nostri anni, di intellettuali. La parola intellettuale è stata usata da noi nella stessa accezione con cui la usava Lukács, conformemente ai tempi in cui visse ed operò.

Noi tutti sappiamo che oggi questa parola ha bisogno di essere completamente ridefinita quando appunto si consideri il salto di qualità intervenuto nell’industria culturale di massa. Quello che ha messo fuori gioco il discorso sugli intellettuali, il discorso in cui siamo vissuti dall’età del “Politecnico” fino alla fine degli anni Sessanta, è stata la formazione di un’immensa fascia di intellettualità di massa che comprende fra l’altro tutti gli innumerevoli addetti ai meccanismi di trasmissione e di elaborazione dell’informazione e che quindi ha dei caratteri sociali radicalmente diversi dagli intellettuali definiti da Max Weber o da Adorno.

Ora, in queste condizioni, è chiaro che non solo non si tratta di eticità di Lukács, ma non si tratta nemmeno dell’eticità della categoria degli intellettuali quali sono stati conosciuti una volta, sacerdoti o eroi della moralità. Si tratta piuttosto dell’interrogativo che riguarda il presente, e cioè se sia possibile oggi un tipo di partecipazione e di azione politica che non sia quello che rientra nell’ipocrisia e nello stato di cose attualmente vigente e che si potrebbe definire attività politica nei termini della costituzione e della democrazia parlamentare. Se si risponde, come io sono portato a rispondere, che non è ancora possibile, va precisato che non è ancora possibile una reale attività politica al di fuori della falsificazione della politica che ci viene proposta quotidianamente dal sistema. Allora viene da domandarci se la richiesta di comportamenti metapolitici o etici non sia un qualche cosa che non solo viene richiesto, ma che di fatto viene praticato nella nostra società al di fuori dell’ambito degli intellettuali tradizionali.

Recentemente alla domanda “Esiste una cultura di opposizione?” ho risposto che nel nostro Paese non esiste, ed è bene così, perché questa cultura di opposizione non potrebbe essere altro oggi che una cultura dell’alternativa. E una cultura dell’alternativa c’è sempre stata. Mentre una cultura di reale opposizione c’è stata nell’Europa moderna in un periodo molto ristretto, nel mondo soprattutto dell’Europa Centro Orientale fra il 1905 e il 1935, ed è quello che corrisponde alla cultura della Terza Internazionale e alla cultura di destra, nel periodo di Weimar degli anni che hanno preceduto il nazismo. Si trattava di culture di opposizione radicale al sistema politico e produttivo del nostro mondo.

A questo punto si delinea una situazione secondo la quale quelli che oggi chiamiamo intellettuali di massa – ai quali tutti più o meno apparteniamo – sono un enorme corpo sociale che ha i suoi estremi: per un verso, ha gli uomini del sapere specialistico e all’altro estremo, assomma i comportamenti quotidiani di un numero larghissimo di persone che si riferiscono, inevitabilmente, alle “vecchie narrazioni” considerate defunte dagli specialisti di filosofia: sono le “grandi narrazioni” cristiana, umanistica, socialista.

In mezzo sta una folla enorme che va dall’impiegato della casa editrice all’insegnante di scuola secondaria, dal programmatore dei computers al giornalista. In questo schema parlare di un intellettuale di nuovo tipo che abbia come “asse centrale” quello etico, non mi sembra possa essere, come forse è nel pensiero di Preve, un semplice ritorno all’idea dell’intellettuale organico degli anni Cinquanta. Ma come non aver presente l’intellettuale praeceptor, il rappresentante del “ceto pedagogico” in Europa, quello che si è venuto creando nel corso del secolo passato fino alla rivoluzione d’Ottobre e che in molte parti del mondo è ancora oggi attivo? A questo è succeduto, ponendosi in posizione diametralmente opposta, l’intellettuale organico comunista al quale Lukács ha voluto conformarsi, almeno per un certo periodo; questa contrapposizione ha versato sangue: la strage degli intellettuali è avvenuta nei paesi comunisti, proprio per questo e non a caso.

È stata fatta completamente piazza pulita: l’assoluta terra bruciata che è stata fatta tanto della figura dell’intellettuale rappresentante il “ceto pedagogico” quanto dell’intellettuale della Terza Internazionale, il fatto che non troviamo più intorno a noi traccia di questo, se non nelle pagine di Lukács, rende possibile, se abbiamo la forza di contemplare il paesaggio di rovine che ci sta intorno, chiedersi se non vi sia da ricercare nel presente quelli che sono i comportamenti di resistenza reali che vengono compiuti anche da ognuno di noi, ma soprattutto che ci sono sconosciuti. Quelli che non possono non far riferimento alle leggende trascorse, la leggenda cristiana, quella umanistica e quella socialista.

Allora, se questa ipotesi che formulo rozzamente non è un delirio, lo devo in gran parte all’insegnamento di Lukács. E di quale Lukács? Paradossalmente di un Lukács che è tanto il giovane, a fortissima carica tragica della Teoria del romanzo, quanto il Lukács di certe pagine dell’Estetica nella quale l’universo dei comportamenti oggettivi che aveva avuto tanta importanza nei saggi di Storia e coscienza di classe ricompare nelle lunghe pagine nelle quali Lukács ci parla della nascita dell’espressione artistica, per esempio, attraverso i comportamenti delle popolazioni dei primitivi, ecc. Potrei aggiungere a questo alcune delle pagine degli anni Trenta che ricordava poco fa Cases e in particolare il bellissimo saggio Grand Hotel Abisso2, nel quale si delinea, la liquidazione della nozione tradizionale dell’intellettuale che poi invece sarebbe stata in certa misura mantenuta dall’avversario numero uno di Lukács, cioè Adorno.

Sappiamo che tutta la storia è storia contemporanea e tutto il pensiero è pensiero dell’oggi. Tuttavia sappiamo che l’immediatezza è traditrice, ma nel caso nostro non avrei nessun ritegno a consigliare una trattazione delle figure di Lukács e di Bloch con riferimento ai problemi del presente e a quelli dell’immediato domani. Non avrei nessuna paura perché, dicevo poco fa a Cases, noi viviamo nell’età e nella cultura della disperazione. Ebbene, c’è disperazione e disperazione. Io conosco abbastanza bene l’amico Cases e so qual è il colore ultimo della sua disperazione, so che è identico al mio; prima di arrivare a quel colore ultimo ci sono moltissime sfumature e devo dire che è proprio nella gamma delle speranze e nei modi delle speranze che Cases ed io ci separiamo. Per chiarire la diversità delle nostre speranze e quindi anche la diversità del colore della nostra disperazione, credo di dover chiamare Lukács a giudice, perché egli ha vissuto a un livello ben più alto di quello delle nostre povere intelligenze. Prima che si pronunci l’ultima nostra estrema disperazione posso soltanto dare a Cases la risposta che dà Margherita a Faust nel celebre colloquio: «Non c’è cristianesimo in te. Non sei cristiano!».

Questo è indubbio e così mi pare di poter spiegare non solo un quarantennio di discussione con Cases, ma anche quei versi che Luperini ha citato3. Notavo, mentre Luperini citava quei versi, che quel sigaro di Lukács che ho introdotto lì dentro, quel sigaro spento era un polemico richiamo ad un altro celebre sigaro, quello di Brecht, e Brecht aveva detto in una sua poesia «non lasciare che il tuo sigaro si spenga per troppa amarezza».

Lukács ha forse il sigaro spento non per il dubbio, ma per il dubbio della certezza e alle spalle di Lukács non c’è solo una figura del comunismo, ma una scultura gotica che rappresentava San Martino che dà una parte del suo mantello al povero, che è una figura cristiana. E la mia breve poesia si conclude con una citazione greca, con una situazione di tipo umanistico: «L’uomo è l’essere più mirabile che vi sia, molte sono le cose mirabili in questo mondo e l’uomo è la cosa più mirabile», mi pare che dica il primo coro dell’Antigone. Forse in quel sigaro spento è contenuta una piccola allegoria: è la diversità del dubbio e dell’amarezza che ci ha impedito di mantenere acceso il nostro sigaro.

Questo è quello che mi pare si possa dire oggi della nostra situazione. Mi sembra a questo punto che qualsiasi paura di attualizzare l’insegnamento di Lukács sia una paura che tocca quasi i confini della vigliaccheria.

Noi oggi ci rendiamo conto che possiamo ridere di coloro che nei quindici anni trascorsi hanno voluto ingannare i loro discepoli presentando Lukács e la sua epoca come una goffa e brutale menzogna, come una specie di connubio di Hegel e di Stalin. Noi oggi viviamo la conseguenza di questa menzogna che non è stata combattuta sufficientemente nell’ambito della nostra cultura, della nostra stampa, dei nostri filosofi, ed è forse il non averla combattuta con sufficiente energia la ragione di una certa ruggine che io provo nei confronti dell’amico Cases. L’enorme rispetto che porto alla serietà, alla forza ironica con la quale egli ha accettato la necessità di quella che ho chiamato la sua “poligamia”, ha fatto sì che io più di una volta l’abbia incitato a essere più duro nei confronti di coloro che svendevano una certa eredità: l’ha fatto mirabilmente. L’ha fatto soprattutto con la sua ironia, ma come dimenticare che l’ironia talvolta concede fin troppo all’avversario?

Ricordo un amaro epigramma contro Cases immediatamente dopo le stragi ungheresi del 1956 (Cases scriveva delle cose come sempre divertentissime e bellissime): «È forse vero, Cases, che il riso fa buon sangue, ma è stato troppo il sangue per ridere con te». Questo oggi non lo ripeto perché oggi tra noi non sta più bene parlare di sangue.

Prendete questo ultimo episodio di scaramuccia fra due amici, come la conclusione di una vicenda cominciata quarant’anni fa nella città di Zurigo, fra il giovane Cases che al Sozialarchiv già leggeva Storia e coscienza di classe e il sottotenente Fortini che non conosceva Lukács, ma che avrebbe avuto in sorte proprio attraverso Vittorini e attraverso il Politecnico, non più di un anno dopo, di imbattersi nelle prime pagine di Lukács, mentre tutte quelle successive in italiano gli sarebbero state aperte proprio da Cesare Cases.

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Perlini4 accennava alle gite turistiche nel fondo dell’abisso la cui vista una volta era riservata agli intellettuali che abitavano il Grand Hotel.

La sua descrizione è esatta, solo che secondo me è leggermente in ritardo. Ormai, proprio in conseguenza di questo abisso per tutti, di questa angoscia, queste località cominciano a dare dei segni di usura. C’è forse qualcosa che sta cambiando. In questo momento non vi è possibilità di dubbio che tanto gli intellettuali vecchio tipo, ospiti del Grand Hotel Abisso, quanto le masse che vengono condotte, attraverso la stampa, ad adottare questo punto di vista, sono diventati comproprietari dell’intero sistema al punto tale che oppongono resistenza solo per difendere le loro posizioni a qualsiasi tentativo di mutamento. Si vede quindi che quella che poteva essere un’immagine scherzosa, oggi sta diventando invece uno dei punti più caldi di possibile battaglia.

Oggi, coloro che gestiscono l’opinione, dall’università fino all’editoria, sono diventati una forza che difende con ogni mezzo persino gli strumenti del potere giudiziario, politico, economico. Nel corso di questi ultimi anni, le cose che hanno costituito sono diventate ufficiali e stabili, tutte quelle persone che si sono formate delle rendite di posizione sulla celebrazione della negatività, sono pronte a tutto per difendere queste loro posizioni. Non è più una lotta a livello intellettuale, oggi la cosa ha un carattere molto più completo e immediato. Questo non c’entra con Lukács.

È curioso che quando Lukács scrive il saggio del 1933 su Grand Hotel Abisso non abbia presente ciò. Gli intellettuali organici, fossero democratici di centro, o nazisti, ecc., non gli appaiono in questa durezza.

Strano a dirsi, questo l’aveva capito molto più Brecht in quegli anni.

Quando Brecht dice: «Io voglio che Thomas Mann muoia, non perché è un cattivo scrittore o perché mi è antipatico, ma perché voglio che i miei libri abbiano la stessa tiratura dei suoi», paradossalmente esponeva questa verità; oggi si sta riproponendo non più per questioni di editoria, ma per qualcosa di ben più importante che è proprio il controllo delle masse manipolate. Ma non voglio porre questioni personali al livello assai alto di questo convegno.


1 Si riferisce a Cases e Luperini, partecipanti alla tavola rotonda.

2 In G. Lukács, Intellettuali e irrazionalismo, V. Franco (a cura di), ETS, Pisa 1984.

3 Cfr. supra, p. 27 [A Lukács].

4 Seguirono, nel corso della tavola rotonda, altri interventi (Perlini, Dornuf, Preve, di nuovo Cases) ai quali Fortini replicò.