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di Mario Spinella

«Rinascita», anno XXI, n. 2, gennaio 1964, pag. 28

Benché sia stato pubblicato alcuni mesi fa, è il caso di dedicare un certo spazio al volume L’anima e le forme di György Lukács (Milano, Sugar, ’63, pagg. 353, L. 1600), la cui edizione italiana è un ulteriore contributo alla conoscenza del grande critico ungherese. Questa raccolta di saggi di critica letteraria fu pubblicata in ungherese nel 1910, in tedesco nel 1911, ed è composta da scritti degli anni 1907-1910, quando Lukács (nato nel 1885) era poco più che ventenne.

A distanza di mezzo secolo il libro di Lukács ben poco ha perduto del suo fascino e del suo valore. In qualche caso, come in quello di Kierkegaard, la ricchezza degli studi successivi e l’approfondimento analitico dell’opera del pensatore danese, hanno aggiunto nuovi elementi di valutazione e di approfondimento: ma lo scritto di Lukács, tenuto conto del momento cui risale, appare ricco di singolari intuizioni sulla fortuna che avrebbe avuto Kierkegaard. In altri casi, come per Stefan George, sarà la successiva produzione dello scrittore a precisare meglio il suo mondo e a offrire più sicuri elementi di giudizio. Tuttavia, anche per George, quanto ebbe a dirne Lukács nel 1908, sebbene vada corretto, rimane fondamentale punto di partenza.

In quella fase della sua formazione Lukács considerava il saggio «come una forma d’arte», secondo quanto egli scrive nella lettera a Leo Popper, che costituisce una vera e propria introduzione teorica alla raccolta. La sua problematica è quella della distinzione della saggistica critica dalla scienza e dalla filosofia, «in che misura gli scritti veramente grandi appartenenti alla medesima categoria di questi, hanno una loro forma e in che misura questa è una forma autonoma, in che misura il tipo di visione generale e la maniera in cui viene manifestata prelevano un’opera dal campo delle scienze e la collocano nel campo dell’arte, pur mantenendo distinti i confini che separano le scienze dall’arte; le infondono l’energia necessaria per imporre un nuovo ordine concettuale alla vita, pur tenendola ben distinta dalla gelida e intoccabile perfezione della filosofia… Insomma: la critica, il saggio – chiamalo per ora come vuoi – come opera d’arte, come genere artistico». Un problema sul quale si soffermerà a lungo la successiva speculazione, offrendo soluzioni diverse da quella del Lukács del 1910, ma senza che si possa dire, in piena coscienza, che lo «specifico» critico sia stato individuato con sicurezza, o che non si proceda ancora a tentoni, ora accentuando il carattere «scientifico», oggettivizzante, della critica; ora invece ritornando al «saggio» come opera composita, ove tuttavia l’elemento soggettivizzante, «artistico», ha, o può avere, un ruolo prevalente.

Fedele alla sua impostazione, Lukács ci offre, ad ogni modo, in questo libro, splendidi esempi di come un saggio può insieme essere illuminante sul testo, o sui testi, presi in esame, ed avere una sua intima, organica, forma espressiva che lo pone nella zona della creazione artistica. Da questo punto di vista lo scritto più probante è quello dedicato a Sterne, «Ricchezza, caos e forme». Esso è presentato sotto forma di dialogo: protagonisti una ragazza vagamente interessata alla letteratura, due giovani che, attraverso il discorso critico e letterario, tendono ad acquistarsi un posto nei sentimenti della ragazza. Se gioco della intelligenza critica, la polemica tra i due giovani intellettuali a proposito di Sterne, si carica perciò di un sempre sottinteso elemento vitale. Attraverso il dialogo, il dibattito, le reazioni reciproche, i caratteri della ragazza e dei due protagonisti si delineano con sempre maggior sicurezza, e, con questi, le particolarità dell’ambiente, l’«uso» che in questo ambiente si fa della cultura, della letteratura. Vince colui che probabilmente, da un punto di vista critico, ha torto, ma che sa sostenere le proprie tesi con più spavalda sicurezza, e che meglio le sa piegare al suo fine: suscitare l’interesse della ragazza. Letteratura, critica, vita, si fondono in una dialettica che ricorda da vicino quella del Nipote di Rameau di Diderot. La sottile, addolorata, ironia dell’autore fa di questo dialogo un «dramma» in miniatura, un’affettuosa e disincantata illuminazione sui moventi, sul discorso, sui fini del dialogo critico. Può dirsi che questo saggio dia ragione alla tesi di Lukács, almeno come una possibilità, una ipotesi del far critica – alla Diderot, appunto, o alla Montaigne.

Oserei dire che in una cultura così povera, come quella italiana, di questo genere di saggistica, il modello offerto da Lukács è, se non sconvolgente, almeno rivelatore. Egli stesso, a contatto con il marxismo, muterà metodo critico, ma permarranno, nei suoi grandi saggi, l’impeto e la passione umana che qui sono come isolati scientificamente e portati alla massima evidenza.

Anche in questa fase, tuttavia, Lukács è attento a quelle analisi di sociologia artistica e culturale che tendono a individuare i nessi tra ideali o concezioni di classe e manifestazioni artistiche. Si veda il sottile saggio su Theodor Storm, «La borghesia e l’art pour l’art», ove viene colta con affettuosa incisività l’epoca storica in cui la coscienza borghese, quasi ancora artigiana, considerava l’arte come un lavoro, il cui esito positivo derivava dalla serietà e dall’impegno con cui veniva svolto. Storm appare lo scrittore esemplare di questo breve momento, forse più ideale che reale, più ipotizzato e spiritualmente vissuto da taluni gruppi di uomini e di donne, che tipico dello sviluppo borghese. Il quadro tracciato da Lukács è affascinante, e di nuovo conferma il suo «successo» nel giungere, attraverso il saggio, a ricostruire, su un piano che ben si può definire «artistico», ambienti e situazioni.

Più tardi, preso interamente dalla asprezza della lotta di classe, il grande critico ungherese non ritroverà forse più la vena felice, il particolare colore, di questi scritti; altri saranno i suoi fini; per altri versi il suo contributo di intelligenza e di cultura feconderà tanta parte della critica contemporanea.