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di  György Lukács

Il saggio è del 1948 e fu pubblicato con il titolo originale “Wozu braucht die Bourgeoisie die Verzweiflung?” nel 1951 nella rivista Sinn und Form, n°. 4, pp. 66-69 e, nel 1956, nella raccolta Schicksalswende, Beiträge zu einer neuen deutschen Ideologie, Berlino, Aufbau Verlag, 1956, pp. 151-154.

In italiano in G.L., Dialettica e razionalismo. Saggi 1932-1970, a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2020.


L’ideologia tradizionale, abituale, di difesa della borghesia è l’idealizzazione: sotto una forma ideale e artistica, si devono fare sparire le opposizioni brutali, gli orrori creati dalla società capitalisti­ca. È così che, dopo più di un secolo, tutta la scienza e l’arte sono basate sull’apologia, a partire dalla filosofia accademica. Questo orientamento ha raggiunto la sua forma più grossolana nei film hollywoodiani, ma spesso, la filosofia professorale stessa non è niente altro che un film a happy end, sotto una forma concettuale.

Affianco alla realtà spaventosa degli ultimi decenni, l’idealizzazio­ne pura si è pertanto rivelata troppo debole, inefficace. Almeno nel­le sfere della riflessione dell’intellighenzia borghese; nascondere al loro sguardo i fatti sconvolgenti della vita sociale, cancellarli con i mezzi anche semplici, era divenuto impossibile.

In cosa consiste allora, in tali circostanze, la difficoltà per l’ideo­logia apologetica borghese? È la pressione dei fatti sul pensiero. Questo mondo, che l’ideologia borghese ordinaria tende a rappre­sentare come un insieme armonioso, si presenta agli uomini come un caos spaventoso e assurdo. Si cerca di fargli mandar giù un ma­lessere, presente in loro, dei sentimenti invadenti, talvolta, come l’inizio di una contraddizione, come l’inizio di una rivolta contro il mondo imperialista. C’è allora un pericolo minaccioso, quello che la frazione pensante dell’intellighenzia aderisca al socialismo.

Una nuova linea di difesa si rivela allora necessaria. La filosofia di Nietzsche l’ha fornita all’inizio degli anni Novanta dell’ottocento, quella di Spengler e dei suoi accoliti durante la Prima Guerra Mon­diale, allo stesso modo l’esistenzialismo moderno, la semantica, ecc. dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Sarebbe superficiale pensare che è la borghesia stessa che ha prodot­to questa filosofia per la propria difesa. No, si tratta qui di una con­cezione del mondo nata spontaneamente, di un’immagine che riflet­te direttamente la situazione nella quale vive l’intellighenzia nell’era dell’imperialismo. Consideriamo questa situazione! Il punto di par­tenza è l’insoddisfazione verso il soggetto del mondo circostante e il malessere, l’indignazione, la disperazione, il nichilismo, l’assenza di prospettive che scaturiscono da questa insoddisfazione. In questo mondo distorto, l’individuo disperato cerca una scappatoia indivi­duale, ma non la trova. Non può trovarla perché le questioni sociali non possono essere risolte individualmente. In queste idee si riflette, di conseguenza, un mondo vuoto, senza scopo, inumano e assurdo. È da qui che trae le conclusioni, nel cinismo o nell’onesta di­sperazione.

Queste concezioni del mondo appaiono perciò, a primo sguardo, esprimere una rivolta o almeno il rifiuto risoluto del mondo esisten­te. A cosa servono, dunque, tali concezioni del mondo per la bor­ghesia imperialista? Come essa può sfruttarle per i suoi obiettivi? Come può influenzarle?

L’utilità si manifesta, innanzitutto, nel fatto che questa indigna­zione, purché essa erri a tentoni e cerchi, girando in tondo, un’uscita individuale, non possa rivolgersi verso il cambiamento della società. Già il primo classico del pessimismo, Schopenhauer, rifiutava in an­ticipo tutte le aspirazioni – spregevoli ai suoi occhi – che si orientava­no verso un cambiamento della società. E nell’ombra del principio superiore della filosofia heideggeriana e sartriana, il nulla, a lato della “superiorità” del nichilismo che cambia il mondo intero, ogni rifor­ma sociale “meschina”, “mediocre”, si riduce agli occhi dei più gio­vani in un’assenza totale di senso. Assurdamente, colui che si rivolta alla sorte è nella vita un filisteo passivo e paziente.

Anche quello è un acquisto per la borghesia imperialista. La cosa va, tuttavia, ancora più lontano. Il pessimismo diviene presto un’autosoddisfazione. Il pessimismo e la disperazione appaiono come un comportamento “differente” in rapporto al “banale” otti­mismo, lo stesso che un’attitudine riservata e “offesa” in rapporto all’azione “superficiale”. Nel cuore della crisi sociale, al bordo dell’abisso che minaccia di inghiottire la società borghese, questa in­tellighenzia, soddisfatta di se stessa, persegue la sua vita di filistea sulla base morale del pessimismo e della disperazione. E dato che l’imperialismo tollera questo comportamento “rivoluzionario”, an­che lo sostiene, quello suscita una severa antipatia nei confronti della società democratica o anche socialista nascente, che esige dagli uo­mini una partecipazione attiva. Quella genera la concezione del mondo, secondo la quale, per la “civiltà” – cioè per l’attitudine pessi­mista di autosoddisfazione – questa società, che gli è soggiacente, sarà più favorevole che la società progressista che esige una parteci­pazione attiva al lavoro dell’umanità.

Questa non è tuttavia che un punto di accesso. Il nichilismo e la mancanza di prospettiva non vogliono e non possono dare all’azio­ne umana una misura concreta, un orientamento risoluto. La conce­zione del mondo, che sottrae il comportamento individuale ai rap­porti con la società, considera le risoluzioni individuali come perfet­tamente ingiustificabili e ricerca i rapporti su sentieri erronei, su del­le false strade, laddove non può trovarle. La ricerca di rapporti “co­smici” è naturalmente la serra dove fioriscono la credulità e la superstizione. È così che divengono di moda i nuovi destini di nuove su­perstizioni: il nuovo misticismo, la yoga, l’astrologia. E lì, in queste aspirazioni moderne in materia di concezione del mondo, la politica imperialistica s’implica attivamente. E nella propaganda del fascismo lo si vede più chiaramente. Questo è indirizzato alla credulità, irrigi­dito nell’attesa del miracolo, alla disperazione pronta a tutto. Se la pretesa concezione nazional-socialista del mondo ha potuto guada­gnare una parte significativa dell’intellighenzia, è unicamente perché Nietzsche e Spengler, Heidegger, Jaspers e Klages avevano prepara­to nell’intellighenzia il terreno per questa credulità, sulla quale que­sta ideologia, nonostante la sua mediocrità, ha potuto irresistibil­mente esercitare la sua efficacia, laddove la passività disperata ha po­tuto trasformarsi in un’attività fondata sulla credulità, in una cieca obbedienza a ogni ordine del Führer. Hitler è stato rovesciato. Ma i tentativi dell’imperialismo aggressivo di fare rivivere il fascismo sono oggi più vivaci che mai. È non è affatto stupefacente che non sia stato fatto nulla da parte della borghesia per liquidare ideologica­mente queste concezioni del mondo che hanno preceduto il fasci­smo, l’hanno preparato. Vediamo al contrario che queste concezioni del mondo si diffondono imperturbabilmente su scala mondiale, che esse godono del sostegno totale, si può dire, di tutte le sfumature della borghesia. Il successo mondiale dell’esistenzialismo prova che questo punto di vista, non ha prodotto nella società borghese alcun cambiamento essenziale. E la politica della “terza via”, che gli esi­stenzialisti hanno seguito, all’inizio, nei confronti di De Gaulle, mo­stra chiaramente che il ruolo sociale che si assegna al nuovo nichili­smo non si differenzia essenzialmente dal vecchio.

Questa situazione, giustamente, esige da noi di condurre la lotta più aperta contro queste concezioni del mondo, anche se provviso­riamente, essi non manifestano tendenze espressamente reazionarie. Nei nostri giorni, in effetti, una svolta decisiva è iniziata, anche sul terreno della concezione del mondo. La politica dell’imperialismo conduce sempre più l’umanità verso i nuovi abissi della guerra mon­diale. Non è un caso se la reazione a questa politica dell’intellighen­zia pensante, reazione immediata, resti al primo passo, ossia al nichi­lismo, l’assenza di prospettiva. Al contrario, la politica del popolo la­voratore indica ai popoli così come agli individui la prospettiva della pace, del lavoro e della liberazione. La conseguenza di questa politi­ca del nuovo ordine sociale emergente deve, evidentemente, essere, anche nel seno dell’intellighenzia, il sano legame della concezione del mondo con la realtà. Il movimento popolare non si appella alla passività, alla credulità, alla disperazione degli uomini, ma si augura che, al contrario, essi si schiariscano, sobriamente e coscientemente, la loro stessa situazione, i loro obiettivi e aspirazioni, e li trasformino in realtà per la via dell’azione cosciente.

La realtà non è, dunque, per gli uomini un caos estraneo, ostile, ma al contrario un focolare da costruire.

Le due concezioni del mondo si trovano l’una in rapporto all’altra in un’opposizione inconciliabile. Tanto sono utili per la bor­ghesia imperialista l’assenza di prospettive, il nichilismo, l’ideologia della disperazione delle concezioni moderne del mondo, tanto esse agiscono in maniera dannosa sulla concezione del mondo dei popoli che si liberano. È, dunque, un compito ideologico urgente liquidare radicalmente dal piano delle idee le concezioni del mondo della bor­ghesia. Non soltanto per annientare l’arma ideologica di riserva, la quinta colonna del fascismo, che potrebbe eventualmente apparire, ma anche per riportare l’intellighenzia smarrita nell’imperialismo laddove è il suo posto: a lato della classe operaia e dei partigiani che edificano il mondo nuovo.