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di György Lukács

[Intervista realizzata da Guido Aristarco a Lukács pubblicata su “Cinema nuovo”, n. 188, luglio-agosto 1967].


Abbiamo rivolto a György Lukács le seguenti domande:

1. In varie circostanze, e anche di recente, lei si è riferito con insistenza ai problemi talora angosciosi che il culto della personalità ha proposto al mondo socialista. Non ritiene che nella critica a tale culto ci sia stata e ci sia tuttora una deformazione strumentale e che questa accezione abbia servito da copertura a forme revisionistiche e di sostanziale sfiducia nella metodologia marxiana?

2. Anche noi, con lei, riteniamo che la situazione culturale così come si presenta oggi, esiga una coerente, integrale, razionalmente fiduciosa ricerca marxiana. A cosa attribuire il diffondersi, fra strati intellettuali della “sinistra” di questa sorta di sfiducia nel marxismo?

3. Ci sembra che il cinema rifletta e registri abbastanza esplicitamente (in ispecie attraverso opere di giovani e delle cosiddette “nuove ondate”) tale crisi. Non crede che questa teorizzazione del disimpegno costituisca un appoggio – non sempre disinteressato – offerto alla cultura reazionaria dall’interno dello schieramento di sinistra?

4. Dei film che ella ha avuto occasione di vedere di recente, quali le sembrano più significativi nell’ambito di una indicazione rinunciataria e quali di una indicazione di prospettiva?

* * *

Caro Signor Aristarco, i problemi cui lei accenna sono di notevole peso e interesse, e in realtà dovrebbero venire discussi insieme in un colloquio personale. Credo che il cosiddetto superamento del culto della personalità significhi ancora poco da un punto di vista ideologico. È un cambiamento della tattica, e anche quando un movimento comunista è così ben condotto tatticamente come da voi in Italia, la mera tattica non è valida. I movimenti di massa non possono essere condotti in modo puramente tattico, e per ritornare alla concezione del mondo in Marx, allo scopo di applicarla in misura corretta ad una realtà che nel frattempo è del tutto mutata, sono necessari notevoli sforzi. Qui da noi siamo ancora all’inizio del ribaltamento auspicabile.

È straordinariamente interessante come ella voglia applicare ai film tali questioni. La situazione oggi è assai problematica. Da una parte un numero sempre maggiore di uomini sente che le ipotesi, quelle dominanti dal 1945, hanno perso la loro ragione di essere; e perciò sorgono dappertutto crisi multiformi, e noi siamo appena all’inizio del loro chiarimento. D’altra parte, per quanto riguarda il film in tale contesto, può nascere una particolare confusione. Il film è di per sé un genere più immediato di altri e, conseguentemente al suo modo tecnico di produzione, un genere che si presta ad essere manipolato in senso capitalistico. Da ciò derivano particolari complicazioni, e lei ha certo ragione quando considera possibile che vengano date risposte reazionarie alle questioni dell’epoca. Ciò accade sempre in tempi di crisi (Lenin aveva considerato tali tendenze perfino alla vigilia dell’ottobre).

Scrivo questo, naturalmente, quale osservatore non specializzato di cinema. Sono talmente occupato dal mio lavoro, che mi capita assai di rado vedere nuovi film. Tra parentesi: ha visto Giorni freddi del mio compatriota András Kovács? Mi ha molto interessato. Con cordiali saluti, il suo György Lukács.

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